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Full text of "Raccolta di viaggi dalla scoperta del nuovo continente fino a'di nostri"

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RACCOLTA 

DI  VIAGGI 

DSL   NUOVO  GONTIIIKNTK 

PINO  A' DI  NOSTBl 

DA    F.  G.  UABHOCCBI 

Tono  IV. 


PRATO 
1841 


VIAGGI 


IN     ORIENTE 


Tomo  ?.. 


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RIIEIBRANZE 


INTORNO 


ALL'ORIENTE 


DPt  TISCOHTB 


DI  MARCELLUS 


PIINA   VIBSIOIIE    ITALIANA 


Him  patenti  xSdar  nocchiero  aedito 
Del  Bosforo  mngteote  il  faror. circa; 

Perqpnnaodo  dell' A;niro'ì({to . 

•    '    *-      •    '   • 

Mon  io  pazientò  l' iiifoiata  tfabliia . 

OnAzipt  Od.  IT.  LiB.  S. 


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TIPOGRAFIA    GIACHETTI 
1841 


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GERUSALEMME 


E  SUOI  CONTORNI 


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IV. 


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P>lkgrui  «nuOeBi 


GAP.  XIV. 


GERt'SALEHHE  -  SUOI  CONTORNI 
CITTA    DI    GICDA 


(1820) 


Ierl'salemhe!  —  deslami  questo 
f  Dome  una  folla  di  ricordi  cbe  mi 
fanno  battere  il  cuore ,  e  la  ma- 
no stessa  mi  trema  scriveodo  !  Nò  ;  quei  giorni  trascorsi 
nella  santa  citlàf  non  ponno  esser  mai  cancellati  dalla  mia 


12  HARCELLUS 

mente:  avrò  sempre  presenti  le  notti  passate  sulla  terraz- 
za del  convento  a  contemplare  le  cupole  dei  templi  e  le 
montagne  del  deserto  ;  quelle  estasi  presso  ai  santuarii , 
quell'ore  di  meditazione,  consecrate  alla  via  decorosa  e  al- 
la valle  di  Giosafat .  Non  sono  dunque  nulla  l'entusiasmo 
dei  Crociati,  T esaltazicme dei  pellegrini ,  l'impressione  tri- 
sta e  religiosa  che  tanti  viaggiatori  hanno  tutti  provata  7 
Ho  veduto  un  povero  Tedesco ,  d' una  oscura  condizione , 
parlarmi  sempre  di  Gerusalemme  colle  lacrime  agli  oc- 
chi, cuoprir  di  baci  0  suo  brevetto  di  pellegrino ,  e  dire , 
eh' e' vorrebbe  anzi  rinunciare  alla  vita  che  alle  rimem- 
branze del  pellegrinaggio:  io  dirò  come  il  Tedesco,  o  me- 
glio ripeterò  coli'  autore  dell'  Itinerario  :  —  »  Quando  io 
>  vivessi  mille  anni,  non  dimenticherei  mai  quel  deserto 
»  che  pare  respirar  tuttavia  la  grandezza  di  Jehovah  !  !  » 

Ho  trovato  nella  libreria  del  convento  di  San  Salvato- 
re a  (Gerusalemme,  parecchi  manoscritti  di  viaggi  ai  luo- 
ghi santi  in  diverse  lingue  ;  alcuni  ne  ho  Ietti  nelle  mie 
veglie  deUa  sera,  e  fra  gli  altri  il  racconto  d'un  France- 
se ,  pellegrino  nel  XIY  secolo:  —  »  Vedendo  Gerusalenmie 
»  per  la  prima  volta,  egli  dice,  io  mi  struggo  in  lagri- 
»  me,  il  cuore  mi  palpita,  i  capelli  mi  si  drizzano,  mi 
»  bolle  il  sangue  nelle  vene ,  e  la  bocca  sta  mutola  »  — 
Yien  dopo  il  dialogo  miserevole  fra  l' autore  e  la  santa 
Gerusalemme  • 

>  Questa  città  m' apparve  sotto  le  sembianze  d' una  don- 
»  na  desolata ,  vestita  a  nere  gramaglie ,  con  una  faccia 
»  sparuta,  cogli  occhi  gonfi  di  pianto,  cerile  chiome 
»  scarmigliate;  la, quale,  con  un  accento  doloroso  e  tra  il 
»  dispettoso  e  il  tristo,  parlandoci  con  voce  interrotta  da 
•  singhiozzi,  ci  disse  :  —  O  voi  tutti,  che  passate  pella  via , 
»  soffermatevi  alquanto  e  mirate ,  se  v'  ha  dolor  che  al 


VIAGGIO  13 

t  mio  dolore  agguagli.  Oime  !  qual  dispiacere  d^  esser  og- 

•  gi  priva  di  tatto,  tranne  dell'  amara  r imembrania  d^  es- 
»  sere  stata  altra  volta  felice  ;  i  miei  titoli  sono  :  città 
»  santa,  città  fedele,  signora  delie  nazioni;  ma  il  mio 
»  stato  è  quello  di  miserabile  schiava ,  e  il  nome  mio  Gè- 
»  rusalemme. 

IL  PELLEGRINO 

»  -O  Gerusalemme,  amor  deir anima  mia  }  appunto   io 
»  andava  in  cerca  di  te,  chMo  desidero  siccome  il  cervo 

•  la  fonte  delF  acqua  :  per  te  ho  sofferto  tanti  disastri  e 

•  tante  pene ,  traversato  mari  sconosciuti ,  corso  i  deser- 
»  ti  ;  mi  sono  arrampicato  a  monti  scoscesi ,  ed  ho  vagato 
»  per  straniere  terre . 

GERUSALEMME 


■  Ma  dimmi,  o  meschino,  com^bai  tu  potuto  prender-        i 
■  ti  d'am<Nre  per  una  creatura  cosi  spregievole  come  me?        \ 


«  Forse  qualche  capriccio  nuovamente  surto  nella  tua  te- 

•  sta  t^  ha  menato  fin  qui  7 

IL  PELLEGRINO 

>  Oimè;  non  già  questo,  o  donna,  imperocché  questo 

•  amore  è  nato  con  me  ;  e  tiensi  per  certo  nelle   scuole 

•  platoniche  esser  rassomiglianza  madre  d'amore:  ora,  è 

>  gran  tempo  ch'io  mi  ravvolgo  in  miserie,  che  il  cuor 
»  mio  è  abbeverato  di  assenzio,  e  Tanimanudritadi  ama- 

>  ritudine;  perlochè  amo  e  prediligo!  miserabili.  » 


14  HARCBLLUS 

Dopo  questo  esordio,  Gerusalemme  narra  al  pellegrino, 
siccome  il  signore  le  strappò  la  corona  di  capo ,  a  vece 
della  quale  la  cuopri  d^  una  benda  di  dolore  e  di  vergogna^ 
e  il  pellegrino  le  risponde  a  sospiri  e  lamentazioni . 

Ed  io  pure,  sospirava  per  (Gerusalemme  nelle  montagne 
di  Giuda  :  promisi  al  custode  di  Terra  Santa  di  tornare  al 
monastero  di  San  Giovanni ,  il  dì  della  festa  del  Precur- 
sore: mi  fu  data  una  guida,  mi  furono  apprestati  cavalli  j 
ma  chiesi  di  far  la  strada  a  piedi.  Per  pia  d^un^ora,  cam- 
minai sopra  roccie  di  foggia  bizzarra ,  d^  un  s^sso  duro  e 
biancastro,  attraverso  campi  inculti,  dove  qualche  gaz- 
zella fuggiva  al  rumore  dei  nostri  passi .  Ad  ogni  collina, 
io  domandava  alla  guida  quando  vedrei  la  città  Santa.  Glie- 
ne avea  già  domandato  venti  volte,  allorquando,  alla  scesa 
d^ un' ultimo  colle,  mura  merlate,  alcuni  mùiaretti  e  le  cu- 
pole di  molte  fabbriche  grandiose,  mi  colpirono  gli  sguardi, 
e  esclamai:  »  Ecco  Gerusalemme  >  —  e  m'inginocchiai,  pie* 
no  di  religiose  memorie ,  di  vive  emozioni.  Il  cuore  palpita 
avvicinandosi  a  Gerusalemme ,  siccome  alla  vista  della  sua 
patria.  Dopo  un'occhiata  fugace,  gittata  passando  sulla 
bella  piscina  di  Salomone,  mi  sedetti  un  istante  all'om- 
bra d'un  antico  terebinto,  presso  le  mura.  Io  non  ne  po- 
teva pia  'j  nella  lotta  della  gioia ,  della  tristezza ,  del  pen- 
timento ,  mi  era  perduto  fra  i  miei  pensieri .  Con  uno 
stringimento  di  cuore  inesprimibile ,  oltrepassai  la  soglia 
della  porta  dei  pellegrini,  e,  scoperto  il  capo,  traversai 
silenzioso  le  vie  di  Gerusalemme. 

Correva  il  giorno  27  di  giugno  1820.  Erano  le  otto  del- 
la mattina ,  né  mai  quella  prima  imagine  della  città  di  Da- 
vid, quale  mi  si  offrì  agli  sguardi,  mi  abbandonerà. 
Giunto  allo  scuro  cancello  del  convento  di  San  Salvatore, 
mi  feci  tostamente  condurre  alla  cappella,  dove  ringraziai 


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VIAGGIO  15 

Dio  yeramente  di  cuore ,  dello  avermi  permesso  di  giugne- 
re  senza  ostacolo  ai  suoi  santuarii  e  di  compiere  il  mio 
pellegrinaggio . 

I  dragomanni  di  Terra  Santa  occuparonsi  subito  di  far- 
mi aprire  il  Santo  Sepolcro  j  la  mostra  dei  miei  firma- 
ni  di  via  mi  procurò  immantinente  e  senza  spesa  questo 
favore,  che  gli  altri  pellegrini  debbono  comprare ,  e  mi 
avviai  verso  il  tempio  santo . 

Era  passalo  senza  badarvi  accanto  ai  Turchi  che  mi  sa- 
lutavano colla  mano,  ai  papas  greci  che  mi  profumava- 
no coll^ acqua  di  rose,  e  perfino  ai  frati  francescani  che 
erano  venuti  a  ricevermi  alla  porta  della  chiesa.  I  miei 
sguardi  non  cercavano  che  la  pietra  sacra;  io  non  vedeva 
altro  che  la  santa  tomba .  Mi  precipitai  verso  la  cappel- 
la;  traversai  ratto  lo  spazio  che  la  divide  dal  coro,  e  mi 
inchinai  con  trasporto  sul  marmo  venerato.  —  Sifiatti  mo- 
menti lasciano  una  traccia  indelebile  nella  esistenza  j  V  ani- 
ma vi  si  ciba  di  speranza  e  d* amore;  la  fede  vi  si  ravvi- 
va ,  perocché  non  si  pub  tornar  increduli  dal  sepolcro  di 
Gres ù Cristo;  e  tutti  i  futili  argomenti  dell'uomo  caggio- 
no  davanti  questa  tomba . 

Visitai  rapidamente  tutta  la  chiesa, il  coro  dei  Greci, 
la  grotta  dove  fu  trovata  la  croce,  il  calvario,  e  il  sito  del- 
le antiche  tombe  di  Gofiredo  e  di  Baldovino .  I  buoni  re- 
ligiosi rispondevano  alle  mie  infinite  domande  colla  esat- 
tezza pili  cortese,  le  loro  espressioni  mi  ricordavano  i 
versi  d' un  poeta ,  di  cui  non  osava  mormorare  il  nome 
sotto  quelle  sacre  volte. 

>3  E  queslì  il  luoiite ,  ove  lavando  i  nostri 
Misfaiti ,  ei  volle  soUo  i  duri  colpi 
Spirar  dell' empio;  ivi  lavila 


16  HARCBLLUS 

Ricliiamò  dalla  tomba  •  In  questo  loco 
Von'esti  indarno  muover  piede ,  indarno 
Orma  segnar  senza  incontrarvi  Iddio  (1)  . 


Dopo  questa  prima  visita,  cui  dovevano  tener  dietro  vi- 
site quasi  quotidiane ,  mi  accommiatai  dai  frati  francesca- 
ni ,  che  m^  avevano  tutti  insieme  accompagnato ,  e  vidi 
^ubito  chiuder  loro  dietro  il  portone  della  chiesa,  di  cui 
un  Turco,  custode  del  santo  sepolcro  ,  portò  via  la  cliiave 
appena  fui  uscito .  Essi  tornarono  alle  consuete  preghiere 
attorno  al  sepolcro  affidato  alla  loro  custodia ,  ed  io  tor- 
nai al  convento . 

Sentiva  bisogno  d^esser  solo:  era  tardi  ;  mi  ritirai  nella 
stanza  dei  pellegrini,  che  m'era  stata  destinata,  e  mi  la- 
sciai andare  affatto  alle  mie  meditazioni .  Io  era  in  un  an- 
tico monastero,  dove  tutto  annuncia  la  miseria  e  le  virtù 
del  cristianesimo  dei  primi  secoli  ;  i  religiosi  avevano  ap- 
punto finite  le  loro  solite  preghiere ,  e  stavano  per  anda- 
re al  riposo ,  che  è  per  essi  la  sola  distrazione  ai  dolori 
della  vita.  I  miei  compagni  di  viaggio  gustavano  delle  dol- 
cezze d' un  riposo  comprato  con  lunghi  travagli  ^  solo  io 
vegghiava  nel  convento . 

Stava  dunque  nel  grembo  di  Gerusalemme,  a  pochi  passi 
di  distanza  dalla  tomba  d'  un  Dio  ;  aveva  finalmente  ve- 
duto compiersi  quei  sogni  religiosi  della  mia  gioventii  ; 
rimagine  della  città  santa  ,  cosi  fissamente  presente  al- 
l' animo  mio ,  ora  era  Ti  sotto  i  miei  occhi  •  Colla  testa 
appoggiata  ad  una  finestra ,  della  quale  le  sbarre  lascia- 
vano pure  giugnere  fino  a  me  i  raggi  della  luna ,  io  ne 


(I)  Voltaire  ,  Zaira  Trag. ,  Atto  n.  Se.  3. 


VIAGGIO  n 

vedeva  il  pallido  splendore  peroluogarsi  sulla  cupola  del 
santo  sepolcro,  e  la  montagna  degli  olivi  presentavamisi  al* 
r orizzonte,  siccome  un'^ombra .  Mille  ricordi  della  Bibbia 
e  delia  storia,  mille  pensieri  confusi,  sogni  d^ avvenire, 
mille  riflessioni  intime  e  gravi ,  mi  assalsero  :  ignoro  quan- 
to tempo  durò  quella  estasi  ;  solo  io  so,  che  quando  tornai 
in  me  V  anima  era  affranta ,  le  palpebre  umide  . 

Che  si  può  dire  di  Gerusalemme,  dopo  lo  Chateaubriand? 
L^Itinerario  s^è  fatto  il  manuale  del  pellegrino,  e  può  far 
le  veci  d^ogn^ altra  guida.  Il  cristiano,  il  poeta ,  il  fliosofo 
vi  parlano  a  volta  loro  con  voce  sublime;  ed  evvi  eziandio 
il  linguaggio  del  più  esatto  e  del  più  dotto  geografo  :  in 
una  parola  egli  è  un  genio,  che  commenta  la  Bibbia  ed  il 
Tasso .  Io  intanto  stupiva  allora  perchè  tanti  pochi  giorni 
avessero  bastato  allo  Chateaubriand  per  veder  tutto  e  per 
raccogliere  tante  tradizioni;  ma  dappoiché  ho  vissuto  pres- 
so r  illustre  scrittore,  ho  dovuto  ammirare  la  sua  memoria 
meravigliosa,  e  la  rara  prontezza  dei  suoi  concepimenti . 
L^  Itinerario  ha  fatto  conoscere  tanto  bene  Gerusalem- 
me, ed  ha  cosi  bene  riprodotte  le  impressioni  d^  un^  anima 
cristiana  al  cospetto  dei  santuarii,  che  spesso,  per  durare 
a  godere  di  questo  pellegrinaggio,  epoca  avventurosissima 
della  mia  vita,  rileggo  le  descrizioni  dello  Chateaubriand 
anzi  che  le  mie  note.  Egli  stesso  cedeva  qualche  volta  al- 
r  incanto  di  quei  godimenti  de^  tempi  passati  ;  io  Io  ascol- 
tava con  delizia  descrivere  ancora  e  dipingere  ne'  suoi 
colloquii:  e  colui  ch^ebbe  vita  si  variamente  agitata  dalla 
buona  e  dalla  cattiva  fortuna ,  colui  che  ha  conosciuto 
ed  espresso  tanto  bene  il  nulla  degli  onori  ed  il  vuoto  dei- 
resistenza  ,  mi  diceva ,  che  soltanto  a  Gerusalemme  aveva 
sentito  di  viver  felice  • 


IV.  3 


18  MARCBLLUS 

Se  dunqae  le  mie  narrazioni  paressero  inesatte  o  non 
complete ,  l' Itinerario  è  là  per  corregger  tutto ,  e  per  dir 
tutto . 

Ogni  passo,  in  Gerusalemme  e  fuor  delle  sue  mura ,  ri« 
corda  i  grandi  misteri  della  religione,  la  gloria  dei  marti- 
ri, le  gesta  degli  eroi  Cristiani.  Io  consacrava  alle  mie 
escursioni  le  lunghe  giornate  del  mese  di  luglio  :  partiva 
alio  spuntar  del  sole,  e  non  tornava  che  nel  più  gran  caldo 
del  giorno  per  ricominciar  la  sera .  Qualche  volta,  in  sulla 
sera,  io  mi  ristorava  delle  lunghe  ore  cocenti  sulla  sommità 
della  piattaforma  che  fa  da  tetto  al  convento  di  San  Sal- 
vatore .  Appoggiato  ai  muri  che  dominano  la  città  intera , 
leggeva  il  Tasso ,  Ester  e  AtaFia  •  I  conventi  greci  ed  ar- 
meni fabbricati  come  fortezze ,  le  cupole  delle  chiese  e 
delle  moschee  addossate  le  une  alle  altre  ,  le  case  degli 
Ebrei  col  tetto  rotondo  ammassate  nel  loro  quartiere,  mi 
stavano  sott'  occhio .  —  Sion ,  sclamava  io , 

Sion  ,  d*  Impuri  serpi  orribil  antro , 
Vede  disperse  del  sacrato  tempio 
G]i  antichi  sassi  1  ornai  cessaro  gì'  inni 
Del  gran  Dio  d' Isdraello  ...     (1) 

Il  giorno  dopo  il  mio  arrivo ,  andai  a  visitare  la  tomba 
di  Maria  e  la  valle  di  Giosafat .  Avevo  creduto  sempre,  che 
la  Vergine  santa  non  fbsse  morta  a  Gerusalemme  ;  V  as- 
sunzione, solennizzata  da  tante  pompe  religiose  e  riprodotta 
da  tanti  dipinti  stupendi,  m^aveva  fatto  anche  pensare,  che 
la  Vergine  non  fosse  mai  stata  seppellita.  La  mia  guida 


(1)  Bacine  ,  Esther ,  Alto  l ,  Se.  i. 


VIAGGIO  19 

mi  mostrò  nella  ckiesa  del  torrente  di  Cedron ,  la  pietra 
sulla  quale  Maria  fu  deposta  dopo  la  sua  morte ,  e  più  , 
indicandomi  sul  monte  Sion  la  casa  che  abitava,  mi  fece 
▼edere  il  luogo  dove  ella  morì .  Ma  io  non  era  venuto  da 
tanto  lontano  per  discutere . 

Le  tombe  della  Vergine,  di  san  Gioacchioo,  di  sant^  Anna 
e  di  san  Giusej^e,  sono  riunite  nello  stesso  tempio.  I  Greci, 
in  forza  di  antiche  usurpazioni,  ci  hanno  tolto  questo  san- 
tuario dal  quale  siamo  oggi  esclusi  affatto  ;  a  nel  tempo 
in  cui  m' inchinava  sul  marmo  della  tomba ,  un  caloiero 
mi  spargeva  sul  capo  una  boccetta  d^  acqua  di  rose:  io 
guardai  il  monaco  con  sorpresa ,  ed  egli  stesso  parve  stu- 
pire ch^  io  non  conoscessi  quelP  uso  della  Chiesa  greca  • 
Y'è  un'altro  uso  eh- io  trascurai,  imperocché  erami  af- 
fatto ignoto,  ed  era  quello  di  metter  nelle  mani  del  mo- 
naco un  oflferta  :  altri  pellegrini ,  del  suo  rito  però ,  fu- 
rono più  generosi ,  e  vidi  che  gli  portavano  uova,  fichi , 
e  piccioncini ,  duos  pullos  columbarum ,  che  il  caloiero  ri- 
cevette con  piacere  e  che  nascose  dietro  un  masso  della 
grotta. 

Più  uno  s' inoltra  sul  monte  Oliveto,  e  più  Gerusalemme 
prende  un  aspetto  imponente  e  pittorico  •  La  vista  s'attuffa 
al  di  sopra  delle  mura ,  e  si  sofferma  alP  elegante  cupola 
della  moschea  costruita  nel  sito  ove  fu  già  il  tempio  di  Sa- 
lomone. Il  de  Forbin  ha  dato  una  bella  veduta  di  questo 
luogo  COSI  bene  scelto  \  il  panorama  che  tempo  fa  era  am- 
mirato a  Parigi ,  non  può ,  nella  sua  perfetta  esecuzione^ 
offerirne  una  imagine  più  esatta  e  più  vera. 

Io  mi  fermai  un  pezzo  su  quell'altezza.  Scorgeva  a 
manca,  nel  punto  più  alto  dell'  orizzonte,  la  montagna  detta 
il  Manie  Franci$e  :  questa  sommità  fu  testimone  del  valore 
dei  Crociati ,  che  gli  Àrabi  nominano  ancora  esaltandone 


20  HARCELLUS 

il  coraggio  e  senza  dubbio  esagerandolo .  La ,  dicon  essi , 
un  pugno  di  Francesi  resistè  per  cinquanr  anni  alle  nu- 
merose genti  di  Saladino  e  dei  suoi  Agli!  —  Onore  a  quella 
nazione  che  ha  stampato  nella  memoria  degP  uomini  del- 
r  Oriente  questi  ricordi  immortali  !  Gerusalemme  ha  glo- 
ria e  dolori  per  tutte  le  epoche . 

Arrivai  sulla  cima  del  monte Oliveto;  andai  lungo  i  muri 
d^  una  casetta  diruta ,  che  la  mia  guida  dissemi  essere  il 
romitorio  di  santa  Pelagia.  I  Turchi  hanno  posta  una  mo- 
schea sul  monte  delP  ascensione,  nel  luogo  stesso  cui  il 
Salvatore  si  alzò  verso  il  cielo  :  vi  si  vede,  sopra  una  pietra 
incassata  fra  molte  altre,  V  impronta  d' un  piede ,  che  si 
assicura  esser  T  ultima  traccia  delFiglio  deirUomo,  quan- 
do disse  addio  a  questo  mondo  al  cospetto  dei  suoi  disce- 
poli stupefatti  ^  ed  accanto  vedesi  la  nicchia  praticata  per 
indicare  'ai  Musulmani  la  direzione  della  Mecca  .  Questa 
moschea ,  dove  i  religiosi  latini  vengono  a  dir  la  messa  il 
dì  della  Ascensione ,  è  senza  dubbio  la  sola  dove  sia  per- 
messo ai  Cristiani  di  celebrare  le  cerimonie  del  loro  culto. 
Ammiro  ancora  come  i  Turchi ,  tanto  fanatici  a  Gerusa- 
lemme ,  abbiano  potuto  assoggettarsi  a  tanta  tolleranza ,  e 
come  questa  concessione  del  Papa  sia  stata  confermata 
dal  gran  Mufti . 

Tre  colline  si  presentano  davanti  Gerusalemme,  una  ver- 
so mezzodì ,  detta  la  montagna  dello  Scandalo  :  Salomo- 
ne ci  aveva  fabbricato ,  per  andare  ai  versi  delle  sue 
spose  straniere ,  alcuni  templi  dedicati  agli  dei  di  Moab 
e  d^Ammon  (1)  ;  non  ne  resta  una  sola  rovina:  quivi 


(1)  rune  mdifieavH  Salomon  fanum  Ckamoi,  idolo  Moab,  in  monie  qui 
est  contro  Jenisalem,  et  Moloch,  idolo  filiorum  Ammon . 

Bibbia  ,  Re  ,  lib.  in,  cap.  2,  t.  7. 


VIAGGIO  21 

pure  Giuda  venne  a  finire  i  suoi  giorni  e  punire  un  de- 
litto che  il  pentimento  avrebbe  potuto  espiare .  L' altra, 
ad  Oriente  ,  è  detta  la  montagna  di  Galilea ,  perchè  di  Ik 
gli  apostoli  galilei  mirarono  il  loro  maestro  ascendere  al 
cielo .  Fra  queste  due  montagne  trovasi  il  monte  Oliveto, 
più  alto  degli  altri  due .  Dalla  sua  cima  V  occhio  passeg- 
gia sul  bacino  del  Mar  Morto  e  sulla  valle  lontana  del 
Giordano;  il  territorio  degli  Arabi  ladroni  pare  più  vicino 
al  mezzodì;  a  ponente,  Gerusalemme  fa  mostra  delle  sue 
torri 9  delle  sue  mura,  delle  sue  case  che  dominano  vie 
anguste ,  e  Betlemme  della  verdura  dei  suoi  vigneti . 

Mi  spinsi  fin  laddove  si  dice ,  che  i  discepoli  colpiti  da 
stupore  ed  abbarbagliati  alla  vista  deir  ascensione  di  Gesù 
Cristo  si  fermarono  ;  poi  tornando  indietro  e  scendendo 
di  nuovo  il  monte  Oliveto,  visitai  la  volta  oggi  sotterra- 
nea ove  gli  apostoli  composero  il  simbolo  della  nostra  fede. 
Un  poco  più  su  trovansi  alcuni  muri  diroccati,  e  quivi  a 
malgrado  della  testimonianza  di  san  Matteo ,  la  tradizio- 
ne ha  postar  origine  deir  orazione  domenicale. 

Travalicando  il  Cedron,  si  addita,  nel  letto  asciutto  del 
torrente,  una  seconda  traccia  del  piede  di  Nostro  Signore  : 
poi  si  veggiono  i  sepolcri  dei  profeti,  grotta  buia  ed  umi- 
da ;  più  sotto ,  nella  valle ,  la  tomba  di  Giosafat  e  quelle 
d' Assalonne  è  di  Zaccharia .  —  Questi  grandi  monumen- 
ti, scavati  nella  rupe  e  costrutti  a  foggia  di  templi ,  of- 
frono alla  vista  colonne  e  pilastri ,  dove  si  riscontrano  roz- 
zamente indicati  gli  ordini  d^  architettura  greca:  T  in- 
terno è  unicamente  accomodato  per  ricevervi  una  tomba. 
Il  monumento  di  Assalonne  è  sormontato  da  una  cupola 
svelta  ed  elegante ,  ma  che  pare  essere  stata  aggiunta  al 
resto  di  un  edificio  ;  accanto  precisamente  vi  si  scorge  un 
fregio  ornato  di  festoni  :  egli  è  posto  sopra  una  porta  della 


^ 


>1  HAHCELLUS 

tomba  di  Giosafat ,  dove  a  più  riprese  sono  stati  Fatti  ed 
interrotti  oliscavi-  Sul  lato  destro  della  tomba  di  Zaccba- 
ria ,  dove  non  è  via  per  entrare ,  trovasi  la  grotta  degli 
Apostoli ,  forata  da  alcune  aperture  cbe  sporgono  sulla 
valle,  e  sostenuta  da  colonne  informi  :  si  scorge  nel  fondo 
della  volta  qualche  lapida  sepolcrale ,  e  dicesi  cbe  in  que- 
ste catacombe  i  discepoli  andassero  a  rifagiarsi  men- 
tre il  loro  maestro  era  trascioato  da  Caifa .  Del  resto 
questi  epiteti  di  Assalonne  e  di  Gioasse  mi  paiono  nomi 
biblici  dati  a  costruzioni  romane,  come  cbiamasi  pozzo  di 
Giuseppe ,  la  cisterna  scavata  nella  cittadella  del  Cairo  da 
Saladino ,  il  quale  si  chiamava  pure  Giuseppe,  Ju$iuf. 

Più  giii,  seguitando  il  Ietto  polveroso  de]  Cedron,  scorsi, 
in  una  specie  di  caverna ,  V  onda  stagnante  di  Siloe.  Scesi 
per  mt^ti  scalini  intagliati  nello  scoglio  fino  al  fondo  di 
questa  specie  di  cisterna,  e  ne  assaggiai  l' acqua  cbe  era 
insipida  e  tepida  ;  ritrovai  la  stessa  sorgente  un  poco  più 
in  Ib,  che  scappava  attraverso  le  crepature  d'  uno  scoglio: 
dopo  aver  traversato  la  collina,  per  un  ctmdotto  sotterraneo 
che  dicesi  esser  naturale ,  ella  viene  a  riunirsi  al  torren- 
te di  Cedron,  quando  v'è  acqua,  ciò  che  k  raro,  o 
va  a  perdersi' nello  stesso  Ietto  quand'egli  è  asciutto.  La 
fonte  È  quasi  sempre  esau^a  verso  la  Bn  delP  estate ,  ed 
allora  alcune  stille  appena  appena  ne  bagnano  la   saM>ia. 

Il  villaggio  che  porla  ii  nome  di  Siloe  cnopre  i  fianchi 
delta  collina  dello  Scandalo  :  gli  abitatori  ne  hanno  scelto 
pc.r  rifugiu  lo  natiche  tombe  che  gli  Ebrei  costruivano 
con  granili  spesu  nella  valle  dì  Giosafat.  I  sepolcri  d'al- 
tra volla  sono  le  case  d'  oggidì  j  quando  una  nuova  fami- 
glia, adescata  Jalla  sorgente  del  Siloe,  cerca  a  fissar  la  sua 
dimora  sulle  timi  del  Cedron,  suole  scavare  una  tomba , 
e  il  vecchio  ossame  degli  Ebrei  si  scomoda  per  dar  poeto 


r 


VIAGGIO  23 

alla  gioyioe  Araba,  che  sta  per  metlere  al  mondo  il  frutto 
del  suo  primo  amore .  Così  passano  le  geoerazioai  ! 

Nella  valle,  alcuni  campi  fertili  riposano  V  occhio  affa- 
ticato dalla  arida  uniformità  delle  montagne  di  Gerusa- 
lemme .  11  pozzo  di  Neemia  fornisce  agli  armenti  e  ad  al- 
cuni giardini  un'  acqua  abbondante  e  fresca .  Di  qili vi,  ri- 
salendo la  collina  del  campo  Haceldama  ^  passando  le  mi- 
ne dell^  antico  rìcinto  e  i  fossi  che  difendevano  Gerusa- 
lemme, mi  trovai  sulla  montagna  di  Sion  che  oggi  è  fuor 
di  città  .  Feci  inutili  sforzi  per  visitar  V  antico  convento  , 
dove  abitarono  i  primi  custodi  di  Terra  Santa  :  i  Turchi 
non  ci  lasciano  penetrar  alcun  pellegrino  ;  mi  fu  soltanto 
additato  la  finestra  del  cenacolo  dove  gli  Apostoli  erano 
riuniti  il  di  della  Pentecoste  ;  sotto  è  il  sepolcro  di  David , 
vietato  alla  divozione  dei  Cristiani .  I  Musulmani  soli  pos- 
sono offerire  i  loro  omaggi  alla  tomba  di  questo  re,  eh  ^es- 
si venerarono  come  un  gran  profeta  • 

Traversai  il  campo  destinato  alla  sepoltura  dei  cattolici 
che  muoiono  a  Gerusalemme,  e  rientrai  in  città  pella  por- 
ta di  David.  Chiamasi  anche  oggidì  Castello  di  David  la 
fortezza  vicina  a  questa  porta  ove  stanno  alcuni  soldati 
turchi.  Ho  veduto  il  bacino  ove  si  bagnava  Bersabea,  quan- 
do fece  nascere  una  fatale  passione  •  e  mi  fu  mostrata  la  fi- 
nestra del  palazzo  donde. si  vuole  che  il  re  vedesse  la 
moglie  d' Uria  :  si  mostra  pure  un  abbaino,  che  dà  luce  al- 
la stanza  dove  re  David  digiunò ,  fece  penitenza ,  e  compo- 
se molti  di  quegli  inni  di  dolore  e  di  pentimento . 

Quivi  le  tradizioni  vanno  pia  oltre  della  Bibbia:  —  David 
non  era  alla  finestra ,  ma  piuttosto  sul  tetto  piano  del  pa- 
lazzo (  in  solario  domus  regias  ) ,  quando  vide  Bersabea, 
la  quale  non  si  bagnava  in  una  vasca.  Ma  i  racconti  delle 
nazioni  hanno  prevaluto  alle  particolarità  della  santa  ero- 


34  MARCE  LL  US. 

naca.  Sarebbe  eziandio  molto  più  ragionevole  di  pensare, 
che  dopo  Canti  assedi! ,  rivoluzioni  e  r ulne,  il  palazzo  di 
David  non  abbia  più  né  Gnestre,  nfe  muri;  ed  è  proba- 
bile, che  questa  indicazione ,  come  tante  altre ,  riposi  sul- 
la esagerazione  superstiziosa  di  qualche  antico  viaggiato- 
re :  ma'  io  mi  sentiva  molto  più  disposto  a  Gerusalemme 
a  dividere  la  credulità  dei  pellegrini,  chea  compulsare  i 
commentari  dei  dotti.  (1)  Tornando  al  monastero,  osser- 
vai dietro  alla  casa  di  due  o  tre  giannizzeri  che  sono  agli 
stipendi!  dei  religiosi  latini ,  molti  larghi  avanzi  di  muro 
d'una  costruzione  antica -^  ed  era  questa,  mi  si  disse,  la 
torre  dei  Pisani . 

Dopo  questa  lunga  passeggiata  attorno  e  nella  città  san- 
ta, calmato  una  volta  il  mio  primo  fuoco,  volli,  per  goder 
dell'aspetto  pieno  del  territorio  di  Giuda,  arrampicarmi 
sul  Monte  Francese  ..Yi  giunsi  a  gran  fatica,  dopo  aver  tra- 
versatoli torrente  di  Cedron  e  il  villaggio  di  Siloe.  —  Questa 
cima,  come  tutte  quelle  che  aveva  so tt' occhio,  è  sassosa 
e  senza  verdura .  Spinsi  di  subito  gli  sguardi  verso  i  mon- 
ti deir  Arabia  Deserta  e  di  Moab ,  che  terminavano  V  oriz- 
zonte all'oriente,  con  una  linea  giallastra  ed  ondulata;  poi 
verso  la  valle  del  Giordano ,  di  cui  sole Je  dune  sabbiose  , 
celando  il  letto  del  fiume  e  la  sua  ricca  vegetazione ,  si 
mostravano:  il  mar  Morto  appariva  poscia  nel  suo  pro- 
lungamento verso  le  città  distrutte  dell' Arabia  Petrea;  ma 


(0  .  .  .  better  had  they  f%ever  been  born , 
Who  read  to  doubt  or  read  to  scorti . 

>  Sarebbe  meglio ,  per  coloro  che  leggono    questo  libro  dubitando  e  bef- 
fandosene, cbe  non  fossero  mai  nati .  ■ 

BYROir ,  Works . 

Questi   due  versi ,  chi  lo  crederebbe ,  furono  scritti  sulla  Bibbia  da  Lord 
Byron . 


VIAGGIO  25 

queste  omàè^  siccome  una  massa  di  piombo,  bianebeggiava- 
Bo  seii^a  brillare  al  sole-,  a  neazodl  yìA  i  vigneli  d' Engad- 
di ,  le  altare  ^  Betulia,  e  al  di  sopra,  la  lontananza ,  le 
roecie  aride  d' Ebron  :  verso  occidente  e  settentrione ,  il 
cerchio  più  ristretto  mi  lasciava  vedere  soltanto  la  via  di 
Maplosa ,  i  monticelli  scabri  ebe  attorniano  Sionne  appe- 
na ombreggiati  da  alcuni  vecchi  trmicbi  d' olivi ,  e  tere- 
bmti  arruflEaiti  :  flnabnente  ai  miei  piedi ,  Gerusalemme ,  i 
suoi  lempK ,  i  suoi  vasti  cimiteri!,  e,  piìi  d' appresso  anc<^ 
ra,  la  vaHe  di  GioeaM  muta  ed  inanimata. 

Avevo  promesso  al  Guardiano  di  Terra  Santa  di  andare 
a  raggiugnerlo  nelle  montagne  di  Giuda  •  La  sua  gestione 
spirituale,  dopo  tre  anni  di  durata,  era  ftnita;  e  don 
Tommaso ,  eh'  io  aveva  condotto  meco ,  avea  portato  da 
Rema  le  lettere  che  nominavano  superiore  del  convento 
il  padre  Ugolino  missionario  ad  Aleppo .  II  padre  Antonio 
da  Malta ,  costretto  per  salute  ad  allontanarsi  dalia  Pa- 
lestina, aveva  già  abbandonato  Gerusalemme  ,  ed  aspet- 
tava al  monastero  di  san  Giovanni  V  arrivo  a  Giaffa  di 
qualche  nave  che  lo  riconducesse  in  patria^  Questo  zelante 
superiore  alle  mie  preghiere  aveva  diflSnilo  la  partenza; 
più  tardi  volle  anche  tornar  meco  a  Gerusalemme .  Io  an- 
dai da  lui  nella  città  di  Giuda  per  passarvi  la  giornata 
della  festa  del  Precursore  • 

Non  ebbi  tempo  di  andare  al  Deserto  ed  alla  grotta  di  san 
Giovanni ,  lontani  una  lega  dal  monastero  ;  cosi  il  mio 
brevetto  di  peUegrino ,  enumerando  le  mie  visite  ai  luo- 
ghi santi,  non  fa  menzione  alcuna  delP  aitar  del  Deserto; 
solo  monumento  pio  che  non  ho  potuto  vedere  nei  contorni 
di  Gerusalemme  • 

Fui  condotto  alla  casa  di  santa  Elisabetta ,  e  alle  mine 
della  cappella  della  Visitazione  dallo  stesso  reverendissimo. 


IV. 


S6  MARCBLLDS 

Vi  recitò  il  cantico  della  Vergine ,  il  Magnificat ,  nei  luo- 
ghi stessi  dove  furono  pronunciate  quelle  umili  parole: 
gli  scogli  che  orlano  il  torrente  di  Giuda  ripetevano  gli  ac- 
centi di  questo  povero  prete  italiano ,  quand'egli  mi  dice- 
va con  voce  commossa  :  La  miserieordia  di  Dio  si  stende 
dieta  in  età  $u  tutti  coloro  che  lo  temono  !  —  Queste  ruine, 
o  piuttosto  queste  grotte^  sono  infaccia  al  convento  di  san 
Giovanni  9  posto  suir  orlo  d^  un  burrone  sprofondato.  Era- 
no questi  i  luoghi  di  cui  parla  la  Bibbia  sotto  nome  di 
montana  Judaeae  ;  e  il  casale ,  tutto  popolato  di  cattolici^ 
porta  ancora  il  nome  di  Città  di  Giuda . 

Nella  chiesa  del  monastero,  chiesa  ristabilita  e  ristau- 
rata  per  ordine  di  Luigi  XIV,  trovasi  la  grotta  dove  nacque 
il  Precursore .  Il  di  29  giugno ,  festa  di  san  Pietro  e  san 
Paolo,  alla  quale  per  aspettare  la  presenza  del  capo  reli- 
gioso era  stata  riunita  la  celebrazione  della  festa  di  san 
Giovanni,  il  reverendissimo  si  recò  allo  spuntar  del  gior- 
no alla  grotta  per  dirvi  la  messa.  Un  giovine  Arabo,  che 
questi  pazienti  missionarii  hanno  iniziato  alle  nostre  ce- 
rimonie, lo  accompagnava  all'altare.  Poco  dopo,  il  padre 
guardiano  dei  conventi,  facendo  le  funzioni  di  vescovo 
di  Palestina,  e  cuoprendo  la  tonica  grossolana  del  suo  or- 
dine sotto  la  ricchezza  degli  abiti  pontificali ,  si  assise  so- 
pra uno  stallo  del  coro  •  Uno  Svizzero  calvinista ,  che 
aveva  abiurato  i  suoi  errori,  ricevette  inginocchiato  il 
sacramento  della  cresima ,  e,  secondo  V  uso  d' Italia ,  fui 
pregato  di  fargli  da  compare  (1)  • 


(1)  Questo  Svizzero  si  chiamava  Olovaimi  Prdsing ,  dei  distretto  di  Schwel- 
Ibmim,  nel  cantone  di  Appcnzel . 


VIAGGIO  27 

Dopo  le  grandi  solennità  di  quel  giorno,  il  superiore 
m  ostro  desiderio  di  voler  pranzar  meco  ;  cosa  che  le  di- 
scipline non  consentono  al  convento  di  Gerusalemme  9  dove 
è  destinata  una  stanza  appartata  pei  pellegrini  •  La  mensa 
del  guardiano ,  posta  in  mezzo  del  refettorio ,  era  alquanto 
pi  il  alta  delle  altre .  Dopo  la  benedizione  e  una  lettura  del 
vangelo  ci  furono  portate  uova,  popcmi ,  una  pollastra 
lessa  ed  alcune  frutta:  questo  banchetto  e  questi  appa- 
recchi straordinarii,  si  facevano  per  onorare  la  festa  annua 
del  monastero  •  U  pranzo  fu  corto  e  seguito  da  una  conver- 
sazione che  andammo  a  finire  nella  colletta  ove  si  riuni- 
vano tutti  i  padri .  Questa  vita  intema  dei  conventi  mi  pa- 
reva dolce  e  felice  j  era  una  ospitalità  pia  e  modesta ,  e 
tutt'altro  ricevimento  a  Gerusalemme,  sarebbemi  sembra- 
to poco  degno  di  quel  soggiorno. 

La  sera  passammo  le  colline  che  separano  Giuda  da  Be- 
niamino per  ritornare  a  Gerusalemme ,  dove  ricomincia- 
rono le  mie  corse.  Io  non  andava  più  con  un  giannìzzero 
o  con  una  guida  ;  mi  era  addomesticato  colla  città  di  cui 
conosceva  le  vie  buie,  i  rigiri,  e  non  fui  inquietato 
mai  in  queste  escursioni  :  una  sola  volta,  il  mio  servo  fran- 
cese, lasciandosi  andare  a  un  moto  di  curiosità  di  cui  non 
calcolava  il  pericolo,  penetrò  nel  cortile  del  tempio ,  e  ne 
fu  subito  cacciato  a  furia  di  sassate,  ed  ebbe  a  ringra- 
ziar la  velocità  delle  sue  gambe  se  potette  salvarsi  •  Io 
usciva  solo  colla  Bibbia,  il  Tasso ,  Bacine  e  Itinerario  :  in 
questo  modo  visitai  la  prigione  di  San  Pietro ,  la  casa  di 
Zebedeo,  il  quartiere  Ebraico,  F ospizio  di  San  Marco  , 
la  casa  di  Simeone  Cireneo,  e  le  ruine  temute  del  conven- 
to di  San  Giovanni ,  culla  dei  Cavalieri  di  Malta  •  I  Turchi 
d'oggidì,  tremanti  tuttavia  al  cospetto  dei  loro  nimici  d'ai- 


28  MARCBLLUS 

tra  volta)  proiMscoBO  seyeramente  di  rialzar  qHelle  ma- 
cerie come  se  ne  prevedessero  veiidicatori . 

Un  altro  giorno  feci  il  giro  intero  delle  mura  di  Greru- 
sal^omie  ;  esse  son  poco  danneggiate,  e  munite  a  certe  di- 
stanze di  torri:  uscii  dalla  porta  di  Giaffa,  Bab-el-Kha- 
lilj  e  rientrai  per  la  medesima  porta ,  dopo  aver  percorso 
il  circuito  intero  in  un^  ora  e  cinque  minuti  d^  un  passo  or- 
dinario «Io  m^eraienutopresso  alle  mura  guantiera  pos- 
sibile, passando  la  porta  di  David,  poi  quella  dei  Magre- 
bini  ,  e  la  Porla  dcH'ata  oggi  ostrutta .  Aveva  traversate 
le  tombe  musulmane,  accumulate  sotto  questa  parte  di  norara 
cfae  guarda  il  torrente  di  Cedron,  e  limita  la  gran  mo- 
schea; poi ,  dopo  la  porta  Sitti  -  Mariam^  era  giunto  alla 
grotta  e  alla  prigione  di  Geremia.  Era  quella  una  rana  sta- 
zione favorita;  non  mi  saziava  di  rileggervi  le  pateticbe  la- 
mentazioni, al  cospetto  di  questa  citta  un  tempo  piena  di 
popolo ,  oggi  cosi  solitaria  ;  di  questa  città  abbeverata  di 
amarezze^  della  quale  le  vergini  sono  iriste  ed  abbattute^  ed 
i  sacerdoti  gementi  !  —  Ho  letto  Oma*o  a  Troia ,  Sofocle  a 
Colone ,  Orazio  a  Tivoli ,  Virgilio  a  Napoli  :  ma  qual  v^  è 
poesia  che  possa  uguagliarsi  ai  cantici  sublimi  di  dolere 
di  Geremia  a  Gerusalemme  ? 

Mi  apparecchiava  a  visitare  il  mar  Morto:  v<dli  prima 
però  raccomandare  il  mio  viaggio  al  governatore  turco . 
Egli  mi  ricevette  nella  casa  di  Pilato,  le  finestre  della  quale 
sporgono  sul  cortile  della  moschea  del  tempio  di  Salomo- 
ne.  —  »  Ecco,  mi  disse  egli,  tutto  quello  che  v^è  permesso 
»  vedere  di  questo  santo  edifizio;  guardatdo  dunque  a  vos- 

>  Irò  bell'agio.  Vorrei  poter  fiar  di  piii,  ma  io  non  sono 

>  il  padrone  :  qui  domina  il  mollah,  ed  in  questo  momen- 
»  to  egli  è  moMo  irato  dell'astuzia  impiegala  da  un  Euro- 
»  peoper  penetrar  nel  tempio.  Coperto  di  vesti  orientali. 


VIAGGIO  29 

»  quest'Inglese  9  partito  da  Giaffa  il  giorno  innanzi  9  giim- 

»  se  la  mattina  a  Gerusalemme  :  passò  alcune  ore  pome* 

>  ridiane  nella  moschea,  e  riparti  la  sera  stessa  per  Giaffa 
»  dove  una  barca  lo  aspettava .  Fu  inutile  ogni  investiga- 
■  zione  per  punir  questo  sacrilegio .  » 

Quest'  Inglese  di  cui  mi  parlava  Mohammed- Aga ,  era 
■quello  stesso  Banks  citatomi  da  lady  Stanhope  •  Io  lo  ave- 
va conosciuto  a  Gostantinopoli  ;  Io  ritrovai  a  Londra  dove 
ridemmo  insieme  della  collera  del  moUah  di  Gerusalemme. 
L^  intrepido  viaggiatore  aveva  visitato  il  mar  Morto,  U  De- 
serto, e  le  ruine  sparse  peir  Arabia  Petrea.  Egli  avrebbe  da 
narrare  le  più  curiose  scoperte ,  e  il  suo  portafoglio  con- 
tiene disegni  rarissimi;  ma  non  ha  ancora  pubblicata  al- 
cuna cosa:  due  suoi  compatriotti,  che  lo  hanno  accompa- 
gnato in  una  parte  de'  suoi  viaggi ,  ne  hanno  pubblicata 
ultimamente  una  descrizione  incompleta . 

11  governatore  di  Gerusalemme,  di  cui  i  religiosi  Latini 
m' avevano  fatto  elogio,  si  lodò  molto  anch'  egli  deUa  loro 
condotta,  e  compiangeva  le  lorodtsgrazie.  —  »  Ma  che  posso 
»  farci  io,  mi  ripeteva  ?  Io  sono  un  soldato  ;  i  giudici  del- 
»  la  legge  e  i  nostri  imani  hanno  qui  piena  autorità  ;  veg- 
»  go  le  ingiustizie  senza  poterle  reprimere ,  e  passo  la 
»  vita  a  desiderare  le  ombre  del  Bosforo  e  il  villaggio  di 

•  Kandili^  dove  son  nato  e  dove  fui  sì  felice,  11  pascià 
»  di  Damasco  m'ha  mandato  per  comandare  ai  soldati,  e 

*  fino  ad  ora  non  mi  sono  impacciato  che  d' intrighi  di 
»  caloierì  e  a  dispute  di  dervicchi.  Finalmente,  se  non  vi 

>  fossero  di  tanto  in  tanto  da  perseguitare  alcuni  Arabi 
»  del  Deserto,  la  mia  gente  ed  io  non  avremmo  che  fare.  * 

Avevo  saputo  infatti,  che  questo  governatore  di  Geru- 
salenune  era  senza  forza  e  senza  credito  in  seno  della  sua 
città  lacerata  da  potenti  fazioni:  in  una  lite  fra  gli  Ar- 


30  MARCBLLUS 

meni  ed  i  Greci ,  temendo  di  scontentare  una  delle  due 
parti 9  che  avevano  fatto  appello  alla  sua  autorità,  ave- 
va detto  dopo  averli  pazientemente  ascoltati: —  >  Accomo- 
»  datevi  fra  voi  altri ,  e  quando  sarete  d^  accordo ,  pro- 
*  nuncierò  ». — Il  mutselim  mi  promise  cortesemente  una 
scorta  per  accompagnarmi  a  Gerico  ^  e  dopo  aver  per  un 
pezzo  considerato  i  cipressi  ed  i  palmizi  del  cortUe  del 
Tempio,  e  relegante  cupola,  e  le  numerose  rotonde,  ed 
i  portici  dove  scorgevansi  alcuni  derviccbi  solitarii ,  mi 
ritirai. 

In  una  seconda  visita  feci  dono  aMohammed-Agad'un 
paio  di  pistole  d^  un  lavoro  piuttosto  bello ,  e  parvemi  le 
ricevesse  con  piacere  e  con  riconoscenza . 


u;-)  i. .. 


GAP.  XV. 


IL   MAR   MORTO  -  IL    GIORDANO 
UKRICO    ■ 


(1820) 


CATULLO,  Epilalmio  it  TfIì  •  Pdt*. 
Tutto  >    ilucRo,    allo   iiIcdiìd;  Buni 


I  B  legioni  di  Arabi  cbe  vagano  senza 
I  posa  sulle  collioe  attorno  alla  cit- 
tà santa,  fanno  molto  pericoloso  il 
viaggio  al  mar  Morto  :  v'è  una  sola  epoca  dell^anno  in  cui 
questa  corsa  non  oQ'ra  alcun  pericolo, ed  è  in  primavera, 
quando  migliaia  di  pellegrini  Greci,  dopo  le  cerimonie 
della  loro  seltimana  santa ,  si  riuniscono  per  visitare  il 
Giordano:  ogni  tentativo  per  andarvi  in  altro  momento, 


32  MARCKLLUS 

tiensi  a  Gerusalemme  come  unMmprvdenza  di  cui  i  soli 
Europei  sono  capaci;  e  per  istornameU,  si  accumulano  tutte 
le  vecchie  cronache  e  racconti  i  più  spaventeToIi,  Quando 
i  novellatori  della  Palestina  non  dicono  qualche  storia  amo- 
rosa d^uno  sceik:  potente  e  d^una  Beduina  dalle  labbra 
azzurre ,  non  trovano  altro  testo  alle  aberrazioni  della  loro 
fantasia ,  fuor  che  le  gesta  degli  Arabi  ladroni  • 

Quando  giunsi  a  Gerusalemme ,  trovai  tutti  gli  animi 
occupati  di  due  avvenimenti,  che  mi  si  nai;ravano  sotto 
aspetti  differenti  9  ed  ogni  volta  aggravati  di  tristissime 
particolarità .  Il  colonnello  Anders ,  che  mi  si  citava  da 
principio ,  cercando  a  provare  V  assurdità  di  queste  ub- 
bie ,  parti  solo  pelle  rive  del  Giordano ,  e  non  stette  molto 
a  tornare  spogliato  affatto  di  tutte  le  sue  vesti  :  ^più  re- 
centemente ancora,  il  signore  Henniker,  viaggiatore  inglese, 
che  s'era  nello  stesso  pellegrinaggio  fatto  seguitare  da  un 
solo  servo  e  da  un  solo  soldato ,  fu  denudato  affatto  e  gra- 
vemente ferito  nel  capo  da  molti  colpi  di  sciabola .  Era 
questa  la  stessa  sinistra  avventura  incorsa  dal  viaggiatore 
del  Vangelo  (1),  e  dopo  il  benefico  Samantano  fino  ai  no- 
stri giorni ,  i  contomi  di  Gerico  sono  a  giusto  titolo  diffa- 
mati 

Questi  esempi,  che  m' erano  giornalmente  riportati,  non 
mi  svolgevano  dal  progetto  di  vedere  il  mar  Morto  ;  sol- 
tanto cercai  a  prender  maggiori  precauzioni ,  e  il  dì  30 
di  giugno,  alle  quattro  della  mattina,  partii  con  quattro  sol- 
dati, che  il  governatore  di  Gerusalemme  aveva  scelti  fra 


(I)  Homo  quidcun  déscendebai  ab  Jenualem  in  Jerieko  «  et  ineidii  in 
latrones,  qui  etiam  despoUaverutU  eum,  et  plagis  im^^sitis,  abieruni , 
semivivo  relicto . 

San  Luca  ,  cap.  x. 


/^ 


VIAGGIO  33 

le  sue  guardie,  per  accompagnarmi .  Quesli  soldati  erano 
armati  di  quattro  pistole  per  uno ,  di  uno  o  di  due  pu- 
gnali ,  e  d' una  sciabola  ritorta  •  Montavamo  poi  tutti  ec« 
celienti  cavalle  arabe  • 

Era  nella  stagiou  eh'  anco  non  cede 
Libero  ogni  confin  la  notte  al  giorno , 
Ma  l' oriente  rosseggiar  si  vede  ,  # 

Ed  anco  è  il  ciel  d' alcuna  stella  adorno  ; 
Quando  ei  driuò  ver  l' Oliveto  il  piede  , 
G>gli  occhi  alzati  contemplando  intorno , 
Quinci  notturne  ,  e  quindi  matutine 
Bellezze  incorruttibili  e  divine  (1). 

A  quelFora,  cosi  poeticamente  descritta  dal  Tasso,  in  quel 
passaggio  dair oscurila  alla  luce,  di  cui  la  gran  trasparen- 
za delParia  in  Oriente  fa  uno  spettacolo  cosi  pomposo, 
mi  volsi,  siccome  Rinaldo,  al  monte  Oliveto*,  traversai  il 
torrente  di  Cedron,  bordeggiai  i  fianchi  della  collina  dello 
Scandalo,  e  giunsi  a  Bethania;  mi  vi  fermai  alquanto  per 
vedervi  la  tomba  di  Lazzaro  e  Fallare  inalzalo  nella  grot- 
ta testimone  del  miracolo  della  sua  risurrezione .  Io  era 
stato  sempre  colpito,  nella  commovente  narrazione  di  san 
Giovanni,  che  rilessi  a  pie  delPallare,  di  quella  fede  sicu- 
ra, di  quella  alta  prescienza  che  mostra  Gesii  Cristo  pri- 
ma  di  compiere  P opera  sua,  ringraziando  già  suo  padre  di 
averlo  esaudito;  ed  ammirava,  non  solo  nella  forma,  ma 
anche  nel  fondo,  il  carattere  innegabile  della  Divinità. 

Abbandonando  Bethania,  lasciai  sulla  dritta  il  villaggio 
dove  nacque  Maria  e  Maddalena ,  Belhphage ,  e  la  sua  ca- 


ci) Tasso,  Gerusalemme  lib. ,  canto  xvni. ,  st.  12. 


IV. 


34  MAaCBLLUS 

sa  9  dove  non  si  vede  altro  fuorché  le  rovine  d^  una  chie- 
sa .Lk  finisce  ogni  verdura ,  ogni  vegetazione;  non  vi 
sono  più  dopo  che  menticolì  pietrosi  e  dune  sabbiose:  se- 
guii un  sentiero  tracciato  fra  le  rupi ,  sul  pendìo  d' un 
burrone  dove  scorreva  un  ruscelletto  chiamato  la  sorgente 
degli  Apostoli. —  Quivi  nostro  Signore  si  riposava  co^ suoi 
discepoli  quando  andava  da  Gerico  a  Gerusalemme  • 

In*capo  a  tre  ore  di  cammino,  scorsi  il  kan  che  addita 
la  metà  della  via:  è  posto  sul  limite  del  deserto  Adom- 
mim  dove  r  Evangelio  pone  la  tenera  parabola  del  Sama- 
ritano 'j  è  il  luogo  del  sangue ,  poiché  nelle  loro  corse  fre- 
quenti i  ladroni  ci  commettevano  numerosi  assassinii  (1). 

Cosi  dice  San  Girolamo,  e  la  tradizione  ha  fatto  una 
cronaca  vera  di  questo  santo  episodio.  Alcune  capanne 
dirute,  un  vecchio  caravanserraglio  rovinato,  e  grotte  sca- 
vate dalla  natura,  servono  di  nascondiglio  agli  Arabi  ladro- 
ni,  il  dominio  dei  quali  comincia  più  spezialmente  a  que- 
sti confini  •  Per  una  cortesia  del  governatore  di  Gerusa- 
lemme ,  trovai  a  questo  punto  dieci  cavalieri  che  m' aspet- 
tavano ,  e  che  si  riunirono  alla  mia  scorta  facendo  echeg- 
giar delle  loro  grida  queste  triste  solitudini  :  allora  ser- 
rammo le  nostre  file  ;  quattro  soldati  ci  precedevano  come 
investigatori,  il  resto  aflbllavasi  attorno  a  me,  e  il  mio 
giannizzero  chiudeva  il  corteggio. 

11  soldato  che  Tlnglese  viaggiatore  aveva  avuto  per  gui- 
da aveva  mostrato  gran  cuore  nella  zufla  cogli  Arabi;  e 
se  r  Henniker  non  Tavesse  lasciato  scendendo  da  cavallo, 
non  v'è  da  dubitare  che  il  suo  difensore  non  lo  avesse  tu- 


(I)  Locum  Adommim  quod  interprelatur  sanguinum,  quia  niultus  in  eo 
sanguis  crebris  latrouum  fundebatur  incursibus . 

S.  GiROL.,  Episl.  Pjulac  Bulrif . 


/ 


VIAGGIO 


$5 


telato ,  se  non  da  uno  spogliamento  totale  almeno  dai  col- 
pi e  dalle  ferite  •  Io  aveva  desiderato  che  questo  bravo  ca- 
valiere m' avesse  accompagnato ,  e  il  governatore  di  Ge- 
rusalemme ci  aveva  accondisceso.  Il  fedele  giannizzero  fe- 
ce di  fatto  parte  della  mia  scorta,  prese  posto  accanto  a  me 
e  non  se  ne  dilungò  mai  ;  egli  m' indicava  durante  la  via 
i  luoghi  testimoni  della  scena  dove  avea  avuto  una  parte 
tanto  pericolosa . 

Erano  due  ore  che  noi  andavamo  per  quelle  montagne 
intercise  da  gole  anguste ,  da  passaggi  sinuosi  e  da  aride 
valli  ;  ci  trovavamo  ora  tramezzo  a  picchi  sporgenti  so- 
pra paurosi  precipizi,  ora  fra  colonne  di  sabbia  solida  che 
surgevano  lungo  certi  monticelli  ^  imagini  bizzarre  9  torri , 
piramidi  gessose;  di  tanto  in  tanto  burroni  scavati  nella 
roccia  come  immense  piscine,  e  strati  di  una  terra  argillosa 
e  bianca  die  ritraevano  le  fortificazioni  d^  una  cittadella. 
Ma  non  stettero  guari  quelle  salvaticbe  meraviglie  del  De- 
serto a  ritirarmisi  dietro,  e  mi  lasciarono  spaziar  gli  sguar- 
di sulla  vaste  pianura  del  Giordano,  e  sulle  onde  pesanti 
del  mar  Morto.  Lamia  scorte,  che  fino  allora  aveva  con- 
servate una  attitudine  teciturna,  mandò  alte  grida  di 
gtoia  alla  viste  di  Gerico,  e  si  precipitò  palla  campagna:  al- 
lora non  fuvvi  più  né  ordine  né  disciplina  ;  ciascuno  cor- 
reva a  sua  yogUa,  quindi  ritornava  verso  la  truppa,  che 
si  slanciò  poi  tutta  al  galoppo. 

Gacctei  anch'*  io  gli  sproni  nel  ventre  alla  mia  cavalla 
araba,  e  in  un  batter  d^  occhio  giuasi  ad  un  immenso 
campo  disposto  in  anfiteatro.  Quivi  mi  fecero  sostare  per 
darmi  lo  spettecolo  d' un  combattimento  a  modo  del  De- 
serto. Preludiarono  con  numerosi  colpi  di  pistola,  e  gli 
urli  dei  cavalieri  animarono  i  cavalli .  Tosto  i  guerrieri  si 
spartopo;  atteccano  gli  uni ,  fuggono  gli  altri  :  si  sfidano, 


L. 


36  MARCBLLUS 

5^  incrociano ,  aggiransi  a  tondo  gli  uni  sugli  altri ,  sicco- 
me nella  lizza  d^  un  torneo  ;  le  palle  fischiano  j  s^  alzano 
nuvoli  di  polvere  :  i  nobili  corsieri  del  Deserto  spiegano 
in  questi  giuochi  ammirabile  forza  e  destrezza;  lanciati 
al  galoppo  più  rapido ,  si  sofiTermano  ad  un  tratto  ^  poi  ri« 
pigliano  tutta  la  velocità  deUa  loro  corsa  • 

Tre  Arabi  della  scorta  portavano,  invece  di  carabine  ^ 
lancie  fatte  di  lunghe  canne  deirEufrateCl),  e  le  maneg- 
giavano con  una  mirabile  agilità  •  In  un  canto  del  campo, 
alcune  donne  di  Gerico ,  dritte  e  svelte ,  parevano  come 
statue  suir  orlo  delle  cisterne,  e  senza  spaventarsi  dello 
strepito  delle  armi  cantavano  a  due  parti  per  incoraggiar 
la  pugna,  àrie  d' una  dissonanza  e  d' una  monotonia  orri- 
bili :  una  zampogna  a  due  tubi  accompagnava  aspramente 
questi  urli  continui  ;  appena  la  metà  del  coro  stanca  e  sen- 
za fiato  lasciava  cader  la  sua  voce ,  V  altra  metà  cantava 
sopra  un  nuovo  tuono;  e  questa  alternativa,  che  le  Muse 
questa  volta  non  avrebbero  voluta  udire,  compone  va  F  in- 
sieme il  meno  armonioso. 

Gessarono  finalmente  i  giuochi;  ci  avvicinavamo  a  Ge- 
rico :  ciascuno  riprese  il  suo  posto  nel  corteggio  e  noi  giu- 
gnemmo  alla  casa  dell^  Agà  •  È  quella  una  vecchia  torre 
quadrata  coperta  da  un  tetto  di  strame ,  la  quale  domina 
tutto  il  paese  e  scorgesi  da  lontano  pella  pianura.  Il  capo, 
prevenuto  del  mio  arrivo  dal  mutselim  di  Gerusalemme, 
accolse  nella  sua  casa  e  nel  cortile  tutta  la  mia  gente  e  i 
miei  cavalli.  Per  me,  io  scelsi  il  quartiere  accanto  a  una 


(0  Lunghe  canne  Indiane  annan  di  corte 
Punte  di  Terrò ,  •  'n  su'  destrler  correnti 
Diresti  ben  clie  un  turbine  lor  porte . 

Tasso,  Geras.  Lìb.,   Canto  XTii.  t(.  ^1. 


VIAGGIO  37 

vasca  cbe  provvedeva  di  acqua  tutto  il  villaggio,  e  che  è 
riempiuta  dalla  sorgente  purificata  dal  profeta  Eliseo.  Pre- 
si qualche  momento  di  riposo  sotto  un  tetto  di  paglia  che 
cuopre  la  fonte ,  poi  domandai  di  continuar  la  via  verso 
il  mar  Morto. 

U  caldo  era  insopportabile:  TAga  di  Gerico  dicevami  di 
temer  per  me  quel  sole  ardente,  e  faceva  tutti  gli  sforzi  pos- 
sibili per  svolgermi  dal  mio  proposito,  e  per  questo  appunto 
andava  esagerando  le  distanze  e  le  pene  ;  ma  io  fui  incrolla- 
bile. Distesi  davanti  a  lui  la  carta  geografica ,  e  gli  spiegai 
tutte  le  mie  volontà  pel  mio  itinerario.  Desideravo  visitare 
rimboccatura  del  Giordano  nel  lago  Asfaltite;  il  signor  di 
Chateaubriand  era  stato  dolente  di  non  poter  riconoscere 
questo  punto,  ed  io  era  deciso  di  andarvi.  Dopo  la  mia  di- 
mostrazione geografica,  che  fu  passabilmente  capita,  di- 
chiarai alPAgàche  stavo  per  partire,  ma  che  non  voleva 
affaticar  la  mia  scorta;  che  condurrei  meco  i  soli  soldati 
dLbuona  voglia,  e  lascerei  Ubero  ciascuno  di  aspettarmi  a 
Gerico,  dove  cercherei  di  tornar  nella  serata .  A  questa  ri- 
soluzione ben  formulata ,  il  mio  ospite  si  alzò ,  stette  as- 
sente qualche  minuto  e  tornò  nel  cortile  del  castello  a  ca- 
vallo pronto  ad  accompagnarmi  dove  mi  piacesse  di  anda- 
re. Questo  esempio  delPAgà scosse  il  resto  della  brigata, 
e  tutti  insieme  ci  mettemmo  in  via  per  V  imboccatura  del 
sacro  fiume . 

M^  ero  già  piii  d'  una  volta  avveduto,  che  in  Turchia  i 
viaggiatori  debbono  quasi  sempre  evitare  di  assuggettarsi 
per  il  loro  itinerario  alle  volontà  degli  Indigeni ,  spesso 
anche  a  quelle  delle  loro  guide.  Se  essi  sono  fomiti  d^  una 
buona  carta,  e  se  hanno  anticipatamente  studiato  il  paese 
che  vogliono  percorrere ,  tocca  a  loro  a  dar  le  direzioni 
e  a  non  patir  che  se  ne  allontanino . 


38  MARCEL  L  US 

Io  pochi  miDuti  mi  ritrovai  per  una  pianura  di  cui  non 
trovo  parole  per  dare  una  idea  esatta*^  nissuna  descrizio* 
ne  può  con  fedeltà  dipini^ere  in  tutti  i  suoi  effetti  questa 
assenza  assoluta  di  vegetazione  e  di  vita .  Un  fango  feti- 
do e  secco,  ricoperto  d**  una  crosta  dì  sale  tutto  screpolato, 
cede  sotto  il  passo  dei  cavalli;  alcuni  arbusti,  rari  e  sfo- 
gliati, nascondono  sotto  una  corteccia  nera  un  succo  acido  • 
Un  vento  salato  porta  sulla  superflcie  di  questi  campi  di 
morte  una  polvere  impregnata  di  bitume.  Le  labbra  si 
inaridiscono  a  questo  soiGo  ,  e  si  tumefanno  come  se  fos- 
sero  tocche  da  un  sugo  velenoso .  I  raggi  del  sole ,  riflessi 
da  questo  suolo  ardente,  rispingono  vampe  d*  un  calore  in- 
sopportabile e  malsano . 

Io  vidi  tutta  la  mia  brigata  in  queste  des^te  campa- 
gne cuoprirsi  il  viso  e  la  fronte  con  una  sciarpa ,  non  la- 
sciando che  gii  occhi  scoverti  :  persuaso  che  gli  abitatori 
di  quelle  regioni  ardenti  hanno  più  destrezza  e  migliore 
istinto  per  tutelarsi  dalla  loro  influenza ,  voUi  macchinal- 
mente imitarli ,  ne  stetti  troppo  a  convincermi^  che  tutto  il 
calore  rispinto  dalla  sabbia,  smortivasi  sulla  mia  cintura, 
di  cui  mi  serviva  commessi  facevano  per  salvarmi  il  viso^ 
e  che  il  vento  attraversando  questa  spezie  di  staccio  mi 
giugneva  al  viso  spoglio  della  polvere  e  delle  esalazioni 
insalubri .  Un  ventaglio  non  sarebbe  stato  da  tanto . 

Dopo  due  ore  d^una  via  scabrosa,  giunsi  a  capo  di  quel 
luogo  dove  m**  era  prefisso  ;  scesi  da  cavallo  e  per  qualche 
tempo  corsi  le  sponde  del  mar  Morto.  Tutto  è  senza  vita 
su  questa  piaggia  deserta,  dove  effettivamente  regna  un 
silenzio  mortale  :  non  un  uccello ,  non  un^  erba,  non  un 
giunco  sulla  ghiaia  !  ma  solo  alcune  canne  stroncate  che  il 
Giordano  ruotola  verso  il  mare  e  che  il  mare  a  sua  vol- 
ta rispinge  a  terra,  alcune  conchiglie  argentine,  e  un  orlo 


n  -   K^ 


4. 


«r 


MAr.    MOTTO 


VIAGGIO  39 

di  saie  dorè  viene  a  morir  l** ondata.  —  Raccolsi  sulla  sab- 
bia una  di  quelle  beUe  mele  di  Sodoma ,  simili  ai  piaceri 
del  mondo  :  felice  di  questo  incontro  fortunato  di  viaggia* 
tore ,  io  pensava  già  alle  precauzioni  da  prendersi  per  con* 
servarla;  ma  toccandola  ^  non  mi  rimase  altro  in  mano  che 
una  cenere  negra  e  puzzolente  ;  il  resto^  che  $i  erede  aver 
in  mano^  scappa^  ticcome  Inacqua  congelata^  di  cui  il  vile 
cristallo^  al  dir  dei  Bossuet^  si  strugge  fra  le  mani  che  lo 
stringono^  e  non  fa  altro  che  sporcarle  (1).  Questi  frutti, 
molto  simiglianti  alla  mela  appiuola,  non  nascono  sulle 
rive  del  mar  Morto  dovMoera;  essi  abbelliscono  colla  lo- 
ro freschezza  insidiosa  la  ripa  meridionale ,  ed  è  certo  che 
il  vento  ed  i  flutti  li  avevano  sospinti  su  quella  piaggia  • 
Soffiava  aDora  un  fortissimo  vento,  e  nulladinìeno  le  onde 
appena  sollevatesi  ricadevano  su  questo  lago  di  piombo , 
e  venivano  a  spirar  sulla  riva  senza  frangervisi  e  quasi  sen- 
za muggito  .  M^  empiei  le  tasche  di  pomici,  di  schiuma  in- 
durita, e  di  quel  bitume  lustrato  dalle  acque,  che  serviva 
agli  Egiziani  per  imbalsamar  le  loro  mununie. 

Alcuni  passi  distante  dalla  foce  dei  Giordano,  io  mi  spin- 
si avanti  nelle  onde  quasi  nere  del  lago ,  e  queste  mi  la- 
sciarono sulle  gambe  nudate  una  spezie  di  sale  frizzante,  del 
quale  eorsi  a  lavarmi  nel  fiume.  —  Quivi  il  Giordano  non  ha 
piii  di  cento  piedi  di  larghezza,  né  egli  è  più  largo  altrove. 
Yìdi  attraverso  le  sue  acque  alcuni  pesci  che  risalivamo  la 
corrente,  e  che  cacciati  dair acqua  salsa  cercavano  più 
dolci  domicilii.  Il  letto  del  fiume  è  un  vasto  solco,  profon- 
damente tracciato  sopra  un  piano  di  sabbia  e  di  sale  :  le 
sue  due  rive  scoscese  nascondono  quasi  per  tutto  il  suo  cor- 
so.  —  Il  rumore  dei  nostri  passi,  e  la  conversazione  della  mia 

(I)  BossL'BT ,  Orazioni  funebri  —  Anna  dì  Gonzaga. 


40  MAftCBLLDS 

scorta,  impaurirono  alcuni  aironi  azzurri  posati  sui  giun- 
chi della  ripa  :  questi  begli  uccelli,  spiegando  al  sole  le  lo- 
ro ali,  cercarono  un  rifugio  nelle  isole,  piccoli  banchi  di 
una  terra  limacciosa  e  feconda  :  queste  isole  parevano  es- 
sere rasilo  della  vegetazione;  colombacci  e  candide  torto- 
reUe,  ci  sospendono  i  loro  nidi  ai  rami  dei  melagrani  salva- 
tici ;  ed  ho  udito  fra  quei  folti  arbusti  il  canto  del  ruagnuolo 
tanto  raro  in  Palestina.  —  Queste  stesse  siepaglie  del  Gior- 
dano dicesi  nascondano  anche  alcune  tigri ,  ed  ho  veduto 
a  Gerusalemme  due  giovani  coccodrilli  impagliati,  che  fu- 
rono presi  nelle  sue  acque . 
Tutti  gli  alberi  del  mezzogiorno  crescono  confusamente 

sui  fanghi  fertilissimi  che  le  acque  accumulano  in  mezzo 
al  fiume  ;  ma  vi  riconosceva  appena  quelli  del  mio  pae» 
se  •  La  foglia  del  salice ,  più  pallida  ancora  e  più  acuta,  si 
disegna  graziosamente  sulla  foglia  più  dentellata  e  più  larga 
del  platano  ;  P  albero  spinoso  di  Gerico  presenta  dovunque  i 
suoi  mazzi  di  verdura  ;  e  mille  arboscelli  di  umile  statura 
offerivano  alle  mie  osservazioni  nuovi  fiori  e  frutti ,  sva- 
riati di  forma  e  di  colore  • 

Avevamo  risalito  il  Giordano  per  più  d^un^ora:  io  lo 
traversai  per  andare  a  godere  deir  ombra  che  cuopri- 
va  la  spiaggia  opposita;  ed  era  quello  il  luogo  dove 
gli  Israeliti  passarono  a  piedi  asciutti  (per  ticcum  hutnum) 
guidati  da  Giosuè,  dove  fu  eretto  T altare  in  mezzo  alle 
onde ,  e  dove ,  secondo  la  tradizione ,  Gesù  Cristo  ebbe  il 
battesimo  dalle  mani  del  suo  precursore .  U  letto  non  è 
profondo  ;  i  nostri  cavalli  lo  attraversarono  senza  nuo- 
tare .  Era  tempo  di  messe  e  del  dimoiamento  delle  nevi 
del  Libano  ;  era  pur  dunque  il  momento  in  cui  il  fiume, 
che  traversa  Puno  e  V  altro  lago^  vieti  trattenuto  nel  ter- 


TIAGGIO  41 

209  secondo r espressione  di  Tacilo  (1),  e  ruotola  maggior 
copia  di  acque  (2) .  Quest'  acqua  mi  sembrò  più  grassa  che 
dolce;  elicerà  torba  e  gialliccia. 

Dopo  alcuni  momenti  passati  nelle  onde  rinfrescanti 
del  Giordano  e  all^  ombra  de^  suoi  alberi ,  riprendemmo  la 
via  alla  volta  di  Gerico,  tagliando  per  una  linea  diritta  la 
sterile  pianura  di  Gàlgala.  Noi  v^  incontranuno  due  Àrabi 
nomadi  :  V  Agà  di  Gerico ,  che  stavami  sempre  a  destra 
per  farmi  onore  e  per  vegghiar  piii  d^  appresso  alla  mia 
securtk ,  mi  prevenne  che  questi  uomini  appartenevano 
alle  tribù  dei  ladroni ,  ma  che  non  trovandoli  in  delitto 
non  peteva  esercitare  alcuna  giustizia  su  loro.  Appena 
videro  da  lungi  V  Agà  ,  que'  due  Beduini  gli  si  precipi- 
tarono incontro ,  gli  strinsero  le  ginocchia  e  ne  baciarono 
le  mani  nere  e  nervose  :  questi  lasciò  scappar  dalle  labbra 
un  sorriso  sdegnoso,  e  senza  volger  loro  una  parola  con- 
tinuò ad  andare . 

Eravamo  tornati  di  buon  ora  a  Gerico  :  io  andai  a  ripi- 
gliare il  mio  posto  nel  cortile  del  governatore  presso  la 
fontana  del  Profeta  •  Gli  abitanti  di  Gerico  dissero  ad  Eli- 
seo :  »  U  soggiorno  di  questa  città  è  buono ,  come  lo  ve- 
»  detè  voi  stesso ,  0  Signore,  ma  le  acque  vi  sono  catti- 

•  ve ,  e  la  terra  sterile  !..  »  —  Eliseo  venne  alla  sorgente 
vi  cacciò  del  sale  e  disse  :  »  U  Signore  ha  parlato  così  :  ho 

•  sanato  queste  acque,  né  morte,  né  sterilità  sarà  più 

•  in  esse  (3).  » 


j  (1)  Utìum  aique  aUerum  lacum  inieger  per  fimi,  teriio  retìnHur, 

j  Tacito,  Storie  ,  Ub.5,  5*  ^- 

(1)  Jordams  auiem  ripoi  alvei  sui,  tempore  messis ,  impìeverai. 

Bibbia,  Gcsuè,  e  iii ,  ▼.  16. 
(3)  BIBBIA,  Libro  dei  Be,  Gap.  ii. 


IV.  6 


43  MARCBLLUS 

In  SU  quell'  ora  in  cui  s^  apparecchia  il  pasto  della  aera^ 
le  giovinette  Beduine  vengono  a  far  prowidone  di  acqua 
per  ogni  famiglia:  esse  sono  osservabili  per  grande  sta« 
tura  e  svelta,  e  per  begli  occhi  neri  :  il  colorito  hanno  molto 
bronzino  ;  non  hanno  altro  vestito  che  una  tela  azzurra,  e 
una  larga  cintura  di  cuoio  la  chiude  loro  ai  reni  ;  non  si 
nascondono  la  faccia  come  le  Turche  e  le  Armene.  Pingonsi 
sulle  labbra,  il  mento  ed  il  petto  rabeschi  e  festoni  azzurri  j 
che  una  decozione  d'alcool  approfonda  nelle  loro  carni  e  fa 
incancellabili.  Portano  alle  braccia  e  alle  gambe  anelli  di  ve- 
tro violetto  o  d^ argento,  che  una  volta  introdotti  non  si  tol- 
gono più,  imperocché  adottano  di  buon'ora  quest'orna- 
mento e  crescono  con  lui  ! 

Queste  giovinette  avevano  un  andar  disinvolto  ed  un 
contegno  sostenuto  ;  rispondevano  volentieri  alle  lepidezze 
arabe  dei  soldati  della  mia  scorta,  talora  anche  li  eccitava- 
no ;  e  quando  erano  cessate  da  una  parte  e  dall'  altra^  e  che 
le  loro  brocche  erano  piene  s' aiutavano  fra  loro  a  cari- 
carsele sulle  spalle ,  e  ripigliavano  tutte  insieme  la  via 
delle  loro  capanne:  rassomigliavano  da  lontano  a  cane/ore 
panneggiate  • 

Il  sole  andava  ad  ascondersi  dietro  le  alte  montagne 
dell'  Arabia  :  le  colline  di  Moab  apparivano  all'  orizzonte 
senz'  alberi ,  senza  villaggi ,  senza  cultura  ;  le  ondula- 
zioni d^  uno  strato  di  roccie  giallastre  segnano  sole  il  con- 
fine dove  lo  spazio  azzurro  comincia .  Profittai  della  luce 
che  avanzava  tuttavia  di  quel  giorno  ardente,  per  visitare 
Rihhah  ;  è  questo  il  nome  moderno  di  Gerico.  Vidi  una 
trentina  di  capanne  fatte  di  terra  e  separate  da  siepi  di 
spine  secche:  quivi  non  veggionsi  quei  nopali  pieni  di 
punte  tremende ,  non  quei  begli  alberi  che  fecero  chia- 


VIAGGIO  43 

mar  Gerico  la  città  dei  palmizi  (  civiUu  palmarum  )  (1)  • 
AJcani  grom  levrieri  biancbi  «lavano  sui  letti  delle  case, 
che  SODO  tulle  bassissime,  per  vietare  a  chicchessia  appros* 
simarvisi  :  questi  svelti  compagni  dell^  Arabo ,  esercitati 
alla  caccia  deDa  gaxzella ,  sono ,  dopo  le  loro  cavalle,  la 
loro  passione;  ogni  Beduino  ne  ha  uno:  —  le  loro  donne,  pia 
numerose  e  non  meno  fedeli  di  certo ,  hanno  un  terso 
posto  nelle  loro  affezioni  ! 

Levando  gli  sguardi ,  scorsi  a  pontile  il  monte  detto 
della  Quarantina^  dove  il  Salvatore  digiunò  e  fece  il  Deserto 
testimone  delle  prime  austerità  del  Cristianesimo.  La  mon- 
^^ff^  è  oggi  assai  scoscesa  per  sembrare  inaccessibile  • 
Avevo  a  sinistra,  in  lontano,  11  luogo  che  i  Turchi  chia- 
mano male  a  proposito  la  Tomba  di  Maè ,  e  ciò  che  di- 
cono tale,  altro  non  è  che  un  monticello  in  faccia  alla 
mcmlagna  Nebo  dall'altro  lato  del  Giwdano.  Di  fi,  solla 
cima  della  sommità  chiamata  Phasgar^  Mosè  scorse  prima 
di  morire  la  Terra  Promessa  •  Io  mi  vedeva  davanti  i  re- 
sti di  un  acquedotto,  che  dava  a  Gerico  un^ acqua  abbon- 
dante ,  quand'ella  era  città  popcriosa  ;  oggi  la  picciiriissima 
soigente  che  traversa  Rihhah  basta  pei  bisogni  dei  suoi 
rari  abitatori. 

La  pianura  di  Gerico  era  altrav<rita  coperta  di  alberi 
fruttiferi  e  di  palmizi  ;  vi  si  coltivava  il  balsamo ,  di  cui 
Strabene  A  una  descriaone  molto  smnigliante  a  quella 
del  terebinto  e  del  citiso  ;  se  ne  ritraeva  un  sugo  prezioso 
per  la  medicina  (2).  Molti  arbusti  che  crescono  nella  pia- 
nura di  Gàlgala  concorrono  anche  oggidì  alla  prepara- 


ci) BiBBUy  DenteroDomlo,  Gap.  xxxiv,  v.  3. 

(3)  Bahanmm ,  modica  arhòr/  humor  in  usu  medenOum  est. 

Tacito,  locck. 


44  MARC^LLCS 

zione  del  balsamo  di  (ierusalemiiie ,  che  i  nostri  religiosi 
Latini  preparano  colle  loro  mani ,  e  che  è  riputato  quasi 
tanto  prezioso  quanto  quello  della  Mecca . 

La  pianta ,  rara  in  queste  campagne  j  che  chiamasi 
rosa  di  Gerico^  non  somiglia  punto  alla  regina  deTiori;ella 
è  piuttosto  un  picciolo  cardo  senza  colore  e  senza  profu- 
mo :  offre,  uscendo  dalla  terra ,  un  fascio  rotondo  di  fili  irti 
e  spinosi ,  che  si  illanguidisce  o  si  chiude  secondo  i  tempi 
sono  caldi  o  piovosi ,  e  così  predice  il  sereno  o  il  tempo- 
rale :  gli  Arahi  consultano  questo  fiore  per  le  loro  allean* 
ze ,  pei  loro  viaggi ,  pei  loro  amori  ;  ecco  donde  viene  la 
sua  celebrità. 

Annoiato  dello  scalpito  dei  cavalli,  che  mi  attorniavano 
confusamente  coi  loro  cavalieri ,  lasciai  il  cortile  dell^  A{^ 
e  trasportai  la  mia  stola  intrecciata  di  giunchi  del  Giordano 
fuori  della  porta ,  per  avervi  qualche  momento  di  riposo  • 
Appena  eramici  sdraiato,  che  due  miei  compagni  inquieti 
vennero  a  pregarmi  di  rientrare  nel  castello  cmde  evitare 
gli  attacchi  dei  Beduini,  che ,  nella  notte ,  si  cacciano  di 
siepe  in  siepe  fin  nel  villaggio .  Mi  sforzai  di  far  capire  ai 
miei  soldati,  che  appoggiato  alle  mura  del  corpo  di  guardia, 
e  a  tre  passi  dalla  porta ,  io  non  poteva  temer  cosa  alcuna 
dagli  Arabi  del  Deserto,  e  che  se  veramente  il  pericolo  esi- 
stesse non  sarebbe  minore  nelF  intemo  del  cortile .  Con- 
fesso, che  queste  precauzioni  mi  dettero  un' alta  idea  della 
audacia  e  della  destrezza  dei  briganti  nomadi,  e  al  tempo 
stesso  della  pusillanimità  dei  miei  difensori .  Nondimeno 
non  volli  abbandonar  la  mia  stola  e  mi  ci  risdraiai . 

I  miei  due  Turchi,  non  essendo  potuti  venire  a  capo  di 
vincere  la  mia  caparbietà,  fors^'anche  irragionevole,  venne- 
ro a  pormisi  accanto  per  preservarmi  da  ogni  pericolo  : 
non  v'  ha  chi  possa  uguagliar  Io  zelo  di  questi  devoti  cu- 


VIAGGIO 


45 


stodi  del  forestiero  in  Oriente  ;  il  viaggiatore  che  s^  è  af- 
fidato alia  loro  condotta ,  o  che  un  capo  ha  raccomandato 
alle  loro  care,  doventa  ad  un  tempo  padrone ,  fratello  e 
loro  amico  ;  non  potrebbe  cadere  un  capello  dalla  sua  te- 
sta sacra  se  non  quando  tutto  il  sangue  del  fedele  custode 
fosse  sparso  per  la  sua  salvezza  • 

A  mezza  notte  svegliai  io  stesso  la  mia  scorta;  in  un  mo- 
mento fummo  a  cavallo ,  e  allo  splendore  della  luna  ri- 
presi la  via  del  giorno  innanzi.  Passai  nuovamente  gli 
stretti  e  le  colline  di  sabbia  del  deserto  Adonim  :  la  mia 
caravana  procedeva  in  alto  silenzio  ;  V  antiguardo  interro- 
gava a  dritta  ed  a  sinistra  i  monticelli ,  le  grotte,  le  roc- 
cie,  e  r  ombra  ingannevele  di  qualche  arbusto  suU^orlo 
della  via  più  d^una  volta  ci  tenne  air  erta  .  I  primi  raggi 
del  sole  ci  illuminarono  a  Bethania  ;  e  dopo  ventlsei  ore  di 
assenza  ,  mi  ritrovai  a  Gerusalemme  prima  che  i  padri  di 
Terra  Santa,  facili  ad  allarmarsi  pei  loro  ospiti,  avessero 
potuto  stare  in  pena  del  mio  viaggio . 

Le  corse  lontane,  eh'  io  m'era  prescritte  nei  limiti  dei 
miei  ozii,  erano  finite;  mi  rimaneva  soltanto  qualche  es- 
cursione attorno  Gerusalemme,  e  fra  queste,  prima  di 
ogni  altra  quella  a  Betlemme . 

Partii  un  poco  prima  del  tramonto  dalla  porta  Babbei- 
Khalil  ;  passai  il  condotto  delle  acque ,  le  quali  vengono 
daOe  cisterne  di  Salomone  ;  e  lasciandomi  a  dritta  la  colli- 
na del  Mal  Consiglio ,  dove  il  pontefice  Anna  formò  il 
progetto  di  togliersi  in  mano  il  Salvatore ,  feci  la  mia  pri- 
ma stazione  al  pozzo  dei  Magi  :  quivi  essi,  con  loro  estre- 
ma  gioia^  avevano  riveduto  la  stella  miracolosa,  che  doveva 
scortarli  fino  all'umile  mangiatoia.  Il  monastero  di  Sant'E- 
lia, occupato  dai  Greci ,  è  posto  nella  gola  formata  da  due 
collinette  coperte  di  olivi  ^  queste  selve  offrono  un'om- 


4«  MARCELLUS 

bra  aggradevole  ed  un  comodo  riposo  a  metà  della  yìa. 
Quivi  si  fa  vedere  y  nella  roccia  che  ricorre  la  strada^  V  im- 
pronta lasciata  dal  corpo  d' Elia  sulla  pietra  dove  riposò , 
allorquando,  fuggendo  la  collera  di  Gesabele,  si  volse  verso 
il  Deserto.  Giunsi  dopo  alcuni  momenti  di  cammino  ad 
un  campo,  dove  la  mia  guida  si  mise  a  cercar  alcuni  pic- 
coli ciottoli  tondi  come  piselli  ;  me  li  presento  ed  infilzò  un 
lungo  commentario  e  confuso  per  impiegarmi  la  tradizio- 
ne che  li  accompagna:  t  Un  giorno,  disse  egli,  la  Vergine 

>  Maria  passando  per  qpieste  campagne,  s^  imbattè  in  alcu- 
»  ni  contadini  che  ricoglievano  dei  ceci  •  Ella  domandò 

>  loro  che  facessero  nei  campi,  e  costoro,  cercando  d'in- 
V  gannarla,  risposero  che  raccattavano  sassi:  ma  nel  punto 
»  stesso  i  legumi  si  pietrificarono  loro  in  mano ,  e  si  tro- 
»  vano  ancora  in  gran  copia  i  piselletti  che  andarono  sog- 
»  getti  a  questa  trasfiurmazione .  » 

Continuai  a  camminare  verso  quel  luogo  che  vuoisi  chia- 
mato Tomba  di  Rachele ,  che  trovasi  alle  falde  d'una  colli- 
na ove  abitava  Giacobbe,  presso  una  valle  meglio  coltivata 
del  rimanente  dei  contorni  di  Gerusalemme  •  Quivi  ap- 
punto Rachele ,  essendo  presso  Vanima  sua  a  volare^  ed  ap' 
pressandosi  la  morte^  nomini»  il  figlio  cui  dava  in  luce, 
figlio  del  suo  dolore  j  poi  fu  sepolta  nella  tia  che  mena  ad 
Efratam  che  è  Beielem  (1)  :  ma  il  monumento  che  vede- 
si  oggi  non  ha  indizio  che  attesti  questa  antica  <Higi- 
nej  è  una  moschea  turca  sotto  la  custodia  d'un  santo- 
ne .  Sulla  collina  opposita  si  presenta  a  guisa  d'anfiteatro 
il  villaggio  di  Rama,  testimone  degli  inconsolabili  dolori 
di  quella  Rachele,  così  cara  a  Giacobbe,  per  la  quale  sor- 


ci) Bibbia,  €eoesl,Ctp.  xxsv. 


41 


TIAGGIO 

TÌ  sette  anni,  ciò  che  gli  parve  pochi  giorni^  ianCera 
grande  Pamor  suo  per  lei  »  (1) .  Io  andai  a  ra^^angere  la 
▼ia  tracciata  che  mena  a  Betlemme,  e  me  ne  dilongai 
da  capo  per  Yisitar  la  cisterna  di  Davidde . 

£  qnesto  un  sotterraneo  largo  e  profondo,  che  occupa 
presso  a  poco  tutto  il  di  sotto  della  collina  ;  V  acqua  con- 
servasi tuttavia  sotto  qualcuna  di  quelle  grotte . 

•  I  Filistei  erano  a  campo  nella  Valle  dei  Giganti  ;  e  Da- 
»  vid  era  attorniato  nella  grotta  di  Odollam^  dalla  schiera 
»  dei  Filistei  che  occupava  Betlemme  :  D  re  fu  preso  da 
»  violenta  sete  e  disse  :  Oh  se  qualcuno  mi  desse  da  bere  del- 
•  r  acqua  della  cisterna  che  è  a  Betlemme  presso  la  porta  ! 
»  Di  subito ,  tre  valorosi  guerrieri  passarono  attraverso  al 
»  campo  de^  Filistei,  andarono  ad  attigner  P  acqua  alla  ci- 
»  stema  di  Betlemme  e  la  recarono  al  re  j  ma  David  non 
»  volle  berne ,  e  la  offerì  al  signore ,  dicendo  :  Dio  mi 
»  guardi  da  far  ciò  J  Berrei  io  il  sangue  di  questi  uomini 
»  e  ciò  che  hanno  comprato  a  costo  della  loro  vita  ?  (2) 

Lucano  pure  racconta  di  Catone,  che,  in  mezzo  ai  co- 
centi deserti  delF  Affrica,  un  soldato  avendogli  offerto  un 
poco  di  acqua  nel  suo  cimiero ,  egli  sdegnosamente  lo  ri- 
prese: 


Me  solo  dunque  di  virtù  digiuno 
Dell'oste  tutta  ignobile  soldato 
Tieni  ?  Si  molle  e  ai  primi  caldi  inetto 
Ti  paio  dunque?  A  te  più  giusto  fia 
L'aspro  rimprocdo,  se  bevessi  quando 


(1)  Et  vid^antur  UUpauei  die»  ,prae  cunoris  magnitudine. 

GVStSl,  Cap.  XXI S. 

(2)  Bibbia  ,  le  II,  cap.  xxiu,  t.  I5,  18. 


I 

48  MARCBLLUS 


Arde  la  turba  tutta  1  E  preso  d*  ira 

L' elmo  rovescia ,  e  giova  a  tutti  V  onda  (1) . 

Qual  distanza  fra  V  ingenua  narrazione  della  Bibbia  e 
r amplificazione  del  poeta  romano?  Tatte  le  antitesi  e  la 
collera  di  Catone  j  yagliono  forse  la  religiosa  semplicità  di 
David  7  —  Plutarco  fa  onore  ad  Alessandro  che  insegue 
Dario  nelle  solitudini  deir  Asia ,  di  un  tratto  presso  che 
simile . 

Tornando  dalla  cisterna ,  la  mia  guida  mostravano  col 
dito  la  grotta  di  OdoUam ,  in  capo  ai  vigneti  di  Engaddi . 
M' avvicinava  alla  patria  di  David ,  e  traversava  i  campi 
dove  Ruth  spigolava  in  mezzo  alle  messi  di  Booz.  Poco  dopo, 
seguitando  la  via  di  Betlemme  nella  sua  lunghezza ,  giun- 
si ad  una  piazza  pubblica  che  precede  il  convento  latino . 
Fa  duopo  piegarsi  per  passar  la  porta  d^  ingresso  dei  san- 
tuarii ,  tenuta  bassissima  aflinchè  gli  Arabi  non  possano 
penetrarvi  a  cavfJlo;  poi  si  vede  il  peristilio  e  la  gran 
chiesa ,  il  più  bel  monumento  d^  architettura  cristiana  che 
veggasi  in  Palestina.  Quarantotto  colonne  d^ ordine  co- 
rintio sorreggono  una  larga  navata,  e  formano  la  prima 
parte  delP  edificio  eretto  dalla  madre  di  Costantino.  Que- 
ste colonne ,  di  un  marmo  bianco  venato  di  rosso  quale  lo 
producono  i  monti  della  Giudea,  sono  coperte  di  iscrizio- 
ni latine  e  di  pitture  greche ,  dove  confesso  non  aver 
potuto  veder  altro  che  schizzi  imperfetti .  i 


(  I  ) Mene ,  inquK ,  degener ,  unum 

Mles  In  hac  turba  vacuum  virtute  putasU  ? 
Usque  adeo  mollis,  prìmisque  caloribus  impar 
Sum  visus  ?  quanto  poena  tu  dignior  ista 
Qui ,  populo  ritiente,  bibas  !  sic ,  concitus  ira 
Eiciissit  galeam,  suffecitque  omnibus  unda  . 

LCCASO,  lili.  IX.,  V.  510. 


VIAGGIO 


40 


i  per  im^  altra  porta,  e  mi  trovai  nel  ricinto  del 
convento.  Era  già  tardi  ;  avevo  messo  un  po^  più  di  due 
ore  per  venire  a  piedi  da  Gerusalemme .  I  nostri  religiosi  ' 
mi  ricevettero  con  quella  cordialità  e  quel  la  serenità,  che 
ho  trovate  in  tutte  le  comunità  di  Terra  Santa  •  La  loro 
gioia  nel  vedere  un  pellegrino  cattolico ,  è  viva  e  sincera. 
Perseguitati  ogni  giorno,  senza  posa  ludibrio  e  oggetto 
di  oltraggi  e  di  ingiustizie,  serbano  un  contegno  tranquillo 
in  mezzo  ai  dolori ,  e  raccontano  ridendo  i  colpi  e  le  feri- 
te di  cui  portano  le  cicatrici.  Udendoli ,  mi  rammentava 
dei  bei  versi  del  Fontanes  : 

Sotto  i  ctlizi  lor  taccioDo  le  voci 
Della  passione;  ma  non  senza  gioia 
Son  qaet  rigori;  hanno  cercato  Iddio 
Ne  Dio  li  oblia     .     .     .     (1) 

11  superiore  di  Betlenune  era  Portoghese  :  ma  durante 
il  suo  lungo  soggiorno  in  Palestina  aveva  fatto  una  tal  me- 
scolanza dell^  idioma  materno  collo  spagnuolo  e  coir  italia- 
no, che  era  spesso  inintelligibile  anche  pei  suoi  confratelli 
più  avvezzi  al  suo  gergo .  Mi  condusse  al  refettorio ,  do- 
ve, dopo  un  legger  pasto,  una  lettura  e  una  meditazio- 
ne abbreviate  a  mio  riguardo ,  cominciò  una  dolce  con- 
Tersazione  ed  innocente  :  io  mi  ritirai  presto  ;  il  mio  Ietto 
era  slato  messo  su  nella  piii  bella  celletta  di  questo  mo- 
nastero, che  è  una  vera  fortezza,  e  m^ addormentai  pen- 


.1)  La  voii  éa  pasMoos  le  Lait  ìaus  leurs  r.ilif:e»  , 
Miis kais aostérilés  aesoal passim  àibct»'. 
Le  Dica  i|u'  ito  oat  cberché  ne  Ifur  ouMIra  pas 


FitMAXtÀ.  CI*arfrfw«» 


IV. 


60  MAaCBLLUS 

Mndo  ai  miei  ospiti ,  e  quella  vita  che  pare  a  faro  tanto 
felice,  percliè  ignorano  il  m<Nido  e  non  conoscono  che  Dio. 

L' indomane ,  sol  far  del  giorno  ,  gionsi  atlraTerso  alla 
pianura  alla  grolla  dei  poiiari ,  hinge  da  Betlemme  una 
mezza  lega.  Un  campo  d'oliyi  cuopre  Tantico  deserto,  doye 
r  Angelo  annunciò  a'  poveri  paste»!  la  nascita  del  rampol- 
lo di  David  •  Questo  campo,  antica  proprietà  dei  padri  di 
Terra  Santa,  è  stato  lor  t<dlo  per  le  mene  dei  Greci,  che  un 
decreto  del  sultano  Mafamud  ha  investiti  di  questo  possedi- 
mento. A  Betlemme  principalmente  si  fanno  ogni  anno  gli 
usurpamenti  degli  scismatici  ;  e  sarebbero  felici  i  nostri  re- 
ligiosi, se  non  si  perdessero  in  queste  lotte  che  i  luoghi  con- 
secrati  alla  nostra  venerazione!  I  loro  avversari  sanno  at- 
taccarli anche  più  crudelmente  ;  aiutati  dal  loro  credito 
e  dall'  oro ,  attaccano  anche  le  coscienze  e  trascinano  nel 
loro  scisma  spiriti  deboli  e  famiglie  povere .  La  popola- 
zione cattolica  di  Betlemme  è  sensibilmente  scemata.  Son 
queste  pei  nostri  missionari  zelanti  perdite  amare  e  vera- 
mente irreparabili . 

Vidi  ancora ,  procedendo  verso  le  montagne  pietrose  di 
Ebron  pia  luoge  della  grotta  de*  Pasturi ,  antiche  costru- 
zioni che  si  attribuiscono  a  Salomone ,  V  architettura  delle 
quali  veramente  ritragge  molto  da  quella  della  gran  pi- 
scina di  Gerusalemme  :  si  pretende  ritrovare  in  que'  resti 
le  piscine  delle  acque ,  che  il  re  fece  scavare  per  irrigare 
la  selva  de*  suoi  alberi  (1),  e  che  pone  egli  stesso  nel  nu- 
mero di  tutu  quei  grandi  lavori  dei  quali  riconosce  così 
umilmente  la  vanità  e  la  corta  durata . 


li)  Et  exsimxi   tiùki  piscinas  aquarum,  ut  irrigarem  sytoam  Ugno- 
rum  germinantium . 

Ecclesiale  ,  Cjp.  II. ,  v.  6. 


VIAGGIO  51 

Al  mio  ritortto  al  convento ,  fui  condotto  ai  santuarìi  : 
una  scala  buia  ed  angusta  mi  addusse  di  subito  alla  grot-* 
ta  della  Natività  9  ove  si  compiè  il  più  commovente  miste- 
ro della  nostra  fede  9  e  T  avvenimento  più  grande  della 
storia . 

HIG  DE  YIRGINE  MARU 
JESUS  CHRISTIJS  NÀTUS  EST. 

Queste  semplici  parole  io  vidi  scritte  sui  muri  deirantico 
monumento  :  il  presepio^  e  V  altare  ddTadoriiziane  dei  ma-^ 
gij  sono  sotto  la  stessa  volta  ;  e  questo]  volta  è  illaminata 
da  lampade  d'arfeoto,  cbe  i  re  di  Francia  vi  mandavano  in 
omaggio.  Amnurai  successivamente  le  pie  offerte  di  Enrico 
II)  e  de^snoi  discendenti^  fino  a  Luigi  XY.  I  doni  finiscono 
con  Ini  ;  e  a  qaest'  epoca  la  munificenza  dei  Borboni  verso 
la  Terra  Santo  sarebbe  stato  interrotto  per  sempre ,  se  la 
religiosa  filato  di  questi  re  non  avesse  riannodata  la  ca- 
tena. La  Delfina  di  Francia  ba  pensato  a  Betlemme;  lam- 
pade e  vasi  sacri  dati  da  M^  ornano  il  santo  presepio,  co* 
me  pure  i  riccU  ornamenti  cb^elia  ba  fatto  porre  sul  santo 
sepolcro  accrescono  il  lustro  delle  nostre  corimonie  a  Ge- 
rusalemme. 

Seguii  un  corridore  laterale,  e  vidi  i  monumenti  di  santa 
Paola  e  di  santa  Eustachia,  nipoti  di  Scipione,  poi  la  tom- 
ba di  san  Girolamo  e  lo  studio  dove  fece  la  sua  tradu- 
zloM  delta Bibbta«  Questo  luogo  si  cbiama  la  Scuola  di 
Girokmoj  come  si  dice  la  Scuola  d' Omero  a  Scio ,  e  la 
Scuola  di  Virgìlto'  a  Napoli.  Risalendo,  mi  fu  mostrato 
r  altare  e  la  tomba  dei  santi  Innocenti,  quei  fiori  dei  mar* 
tiri ,  svelti  sul  limitar  della  vita ,  come  il  turbine  sehian- 


S2  MARCBLLUS 

ta  le  rose  nascetUi  (1).  Tutti  questi  santuari  spettano  a  una 
chiesa  sotterranea,  costruita  sotto  la  chiesa  maggiore,  pres- 
so a  poco  come  la  cappella  bassa  che  vedesi  a  San  Pietro 
di  Roma  sta  sotto  V  aitar  maggiore .  Tornando  dalla  nava- 
ta del  tempio,  visitai  le  cappelle  greche  ed  armene  riu- 
nite sotto  la  stessa  volta  . 

Salii  in  seguito  sul  tetto  spianato  del  convento:  quasi  per 
tutto  in  Palestina ,  queste  terrazze,  praticate  per  distrarre 
i  racchiusi  dei  monasteri,  godono  d'una  veduta  estesissima. 
À  Betlenune  la  veduta  è  bellissima:  si  scorgono  a  sini- 
stra le  ruinedelPempia  città  di  Zorobabele;  a  dritta  il  monte 
dei  Francesi ,  il  cono  allungato  del  quale  si  perde  fra  le 
nuvole  ;  più  d'appresso ,  i  vigneti  d' Engaddi,  le  colline  e 
la  valle  di  Terebinto  spiegano  la  loro  verdura  ;  e  le  alte 
montagne  d' Hebron ,  e  dei  territorii  di  Moab  e  del  mar 
Morto,  sollevando  all'orizzonte  le  loro  cime  salvatiche  ven- 
gono a  chiudere  questo  vasto  anfiteatro  « 

Mi  fu  fatta  anche  vedere ,  fuori  del  convento,  la  grotta 
della  Madonna  del  Latte  •  La  tradizione  narra,  che  la  Ver- 
gine Maria,  nel  tempo  della  sua  fuga  in  Egitto,  essendosi 
sentita  mancar  il  latte ,  inquieta  pel  nutrimento  del  figlio 
durante  il  viaggio,  passò  alcune  ore  in  preghiera  in  questa 
grotta  e  le  ritornò  subito  il  latte .  Questa  cappella  è  devo- 
tamente visitata  dalle  giovani  spose  di  Betlemme  • 

Suonò  l'ora  deir  orazione  ^  mi  recai  in  chiesa,  dove  co- 
minciò il  vespro  :  fui  sorpreso  della  pompa  religiosa  e  del 
sanlo  raccoglimento  con  che  si  facevano  queste  cerimonie. 
Sopra  la  volta  ove  nacque  il  Salvatore  dei  Mondo,  poveri 
Àrabi,  dei  quali  la  voce  sonora  avvezza  agli  urli  del  Deser* 


(I)  Ciu  turbolnaseentes  rosai, 

inno  )wl  dì  d«'  santi  iDDocrnti  . 


VIAGGIO  53 

to  difficilmente  si  piega  ai  canti  della  chiesa  latina ,  im- 
ploravano la  Regina  degli  Angeli  ;  donne  e  ragazzi,  con  te- 
nere voci  e  soavi,  rispondevano  in  coro,  e  gli  accordi  mae- 
stosi dell'organo  accompagnavano  quella  semplice  melo- 
dia. Ed  anchMo,  ripeteva  quelle  invocazioni,  alla  Vergi- 
ne fedele^  alla  Rosa  mistica^  alla  Stella  matutina^  alla 
consolatrice  degli  afflitti.  Nobili  e  commoventi  preghiere  ! 

Ripresi  la  via  di  Gerusalemme.  Il  vescovo  greco,  preve- 
nuto del  mio  passaggio ,  m'aspettava  al  convento  di  san- 
t'Elia con  sorbetti  e  profumi  :  mi  soffermai  per  qualche 
momento  da  lui  sotto  gli  alberi  vicini  alla  strada  ;  begli 
ulivi  potati  e  coltivati  con  cura  dai  Calogeri  del  monaste- 
ro ,  stannovi  invece  del  ginepro  del  Deserto ,  all'ombra  del 
quale  il  profeta  bramò  la  morte  :  »  Mi  basta ,  Signore,  dis- 
»  se  Elia ,  toglietemi  l' anima  ;  imperocché  io  non  son  mi- 
•  gliore  dei  padri  miei  (1)  i .  Ma  Elia  non  doveva  morire! 

La  notte  s'  avvicinava  :  affrettai  il  passo  ,'^e  toccava  la 
città  santa  nel  momento  in  cui  il  soldato  arabo  che  vigila 
sulle  mura  di  Sionne  stava  per  chiuderne  la  porta . 


(0  Sufieii  nUhi,  Domine  i  (olle  animam  meam:  neque  erUm  melior 
sum  qucun  patrie  mei . 

Bibbia,  Libro  d«i  Rt,  e. \ix.  ,  v-  5. 


«^ 

^-. 

^p^^^j.,g^.,^p„,^jj^5^„^„ 

^^^M* 

É 

GAP.  XVI. 

*" 

ILTIHI  fllOltXI   A   UERUSALBUUE 

IL  PADRE   HCNOZ 

LETTERE 

UELLO    rilATBAUBRIAHin 


(1820) 


SltMO    CUITI, 


_~,  TANNO  quasi  sedicimJU  abilanli  a 
LtJ  Gerusalemme,  d'ogni  culto  e  d'ogni 
I  nazione:  Copti,  Abissini,  Maro- 
i,  Giorgiani,  Armeni,  Greci, 
Torchi,  Ebrei  e  Cattolici .  È  oggi  come  ai  tempi  di  Ala- 
dino: 


Però  che  dentro  a  una  città  commisto 
Popolo  alberga  di  contraiia  fède  : 


56 


MARCE  LLUS 


La  dcbil  parte  e  la  minor  in  Cristo, 

La  grande  e  forte  in  Macometto  crede  (1)  • 

Gli  Ebrei  sono  presso  a  poco  cinquemila.  Hanno  sina- 
goghe ,  scuole ,  ed  aspettano  il  messia  a  pochi  passi  dalla 
sua  tomba:  amano  Gerusalemme  come  se  vi  regnassero 
tuttavia,  sedotti  da  un^  ombra  di  patria.  Da  canto  loro,  i 
Musulmani  cui  il  Corano  ordina  di  credere  che  Gesù  Cri- 
sto  è  un  gran  profeta ,  venerando  la  sua  tomba ,  cercano 
distarvi  vicini:  t  Gesù,  dice  il  Corano,  è  il  figlio  di  Ma- 
»  ria,  mandato  dalF Altissimo, e  suo  Verbo;  Dio  ThaTat- 
»  to  scendere  in  Maria  ;  egli  è  il  suo  soffio  •  i  —  E  più  bas- 
so :  »  Dio  ha  dato  a  Gesù  il  Vangelo,  che  è  la  fiaccola  del- 
>  la  fede»  (2). 

Ebbi  la  visita  dei  capi  delle  principali  nazioni  che  abi- 
tano Gerusalemme  :  gli  Armeni  mi  mandarono  primi  un 
regalo  d' acqua  di  rose  ;  poi  vennero  a  raccontarmi  tutte 
le  loro  doglianze  contro  i  Greci .  I  Greci,  subito  dopo,  mi 
portarono  confetture  di  Damasco ,  vezzi  di  frutti  di  Geri- 
co, e  non  se  ne  stettero  a  lagnarsi  degli  Armeni.  Gli  Ebrei, 
a  loro  volta,  mi  complimentarono:  questi  non  mi  dettero 
nulla  ;  ma  mi  offrirono  denaro  in  presto ,  ed  è  questa 
la  loro  solita  cortesia:  »  Non  v'è  cosa  che  più  rassomigli 
»  ad  un  Ebreo  d' Asia  come  un  Ebreo  d' Europa  » ,  ha  detto 
il  Montesquieu  (3).  A  Gerusalemme  come  per  tutto  altrove, 
costoro  son  banchieri  e  prestano  a  tutti  i  Cristiani,  a  gros- 
so frutto,  le  somme  necessarie  per  comprare  dai  Turchi 
le  prerogative  dei  santuarii . 


(0  Tasso  ,  Gcr  Lib. ,  Canto  i,  st.  85. 

(2)  COBANO ,  Cap.  IV,  detto  la  Tavola  . 

(3)  MONTESQUiEC,  Lettere  persiane ,  Lettera  60. 


VIAGGIO  57 

L^Agà  dei  giannizzeri  della  ciltà)  truppa  poco  nume- 
rosa^  venne  anch^  egli  a  propormi  di  far  testimonianza  al- 
la Sublime  Porta  o  presso  il  pascià  di  Damasco ,  in  favo- 
re dei  nostri  religiosi  9  che  mi  pregarono  di  far  sentire  pu- 
blicamente  questi  attestati  ;  pur  troppo  sanno  essi  per  espe- 
rienza che  bisogna  pagarli  ben  cari  • 

L^  Arabo  Abou-Gosh,  il  quale,  secondo  la  sua  promessa^ 
era  venuto  a  farmi  visita  questo  stesso  giorno ,  assisteva  ai 
nostri  colloqui  di  cerimonia  •  Accosciato  in  prossimità  di 
una  pipa  persiana,  sorrideva  maliziosamente  e  ai  liscia- 
va la  barbanera  durante  queste  varie  conversazioni;  poi 
quando  tutte  le  visita  furono  partite  :  >  Costoro,  mi  di9- 
se,  son  ben  spregievoU;  pretendono  d^ esser  fratelli, e 
vivono  come  niroici  !  Voi  stessi  non  siete  veramente  più 
savL  —  Imitate  almeno  i  nostri  Arabi  •  Io  adoro  Dio  quan- 
to un  altro,  e  a  modo  mio;  ma  non  mi  batto  con  alcu- 
no dei  miei  fratelli,  perchè  F adora  in  altra  guisa.  La 
vostra  manìa  si  è  attaccata  anche  ai  nostri  Turchi  cui  ac- 
consentiva più  buon  senso.  Oh  !  che  non  vengono  attra- 
verso i  deserti  per  punire  uomini  che  non  pregano  Mao- 
metto commessi  fanno?  Son  pazzi  davvero  !  —  Ma  queste 
discordie  civili  degli  Europei  son  vecchie  ^  e  mi  ricor- 
do che  un  giorno ,  quando  accompagnavamo  a  Gerico 
alcune  migliaia  di  pellegrini,  il  mio  nonno  mi  disse: 
Quando  vedrai  tutti  questi  fratelli  Cristiani  adorare  Dio 
nella  stessa  maniera,  trema,  flgliuolmio,  finimondo  è 
vicino.» 

Abou-Gosh  mi  rimproverò  di  non  avergli  fatto  saper 
la  mia  gita  al  mar  Morto,  poiché  m^ avrebbe  accompa- 
gnato egli  stesso;  aveva  dato  ordine  a  tutta  la  sua  tribù 
di  non  inquietarmi  in  alcuna  maniera  nel  mio  viaggio  • 
Fui  molto  sorpreso  dalle  sue  attenzioni,  e  molto  più  ezian- 


IV.  8 


58  MAKCELLUS 

dio  del  suo  rifiuto  ostinato  di  ogni  ricompensa  e  di  ogni 
regalo .  Attribuii  questa  condotta  disinteressata  al  salva- 
condotto che  m^  aveva  dato  il  pascià  di  Tolemaide^  e  più 
ch^ altro  air  influenza  di  Haim-Fahri  • 

Aveva  portato  ai  Greci  lettere  d^  introduzione  da  parte 
del  patriarca  Gregorio  di  Costantinopoli ,  e  del  loro  capo 
diretto,  Policarpo,  patriarca  di  Gerusalemme,  che  risiede 
costantemente  al  fanale.  Aveva  frequentemente  veduti  que- 
sti due  dignitarii  ;  e  il  patriarca  Gregorio ,  col  quale  ero 
in  relazioni  dirette,  m'aveva  spesso  dimostrato  quanto 
desiderasse  una  pace  solida  fra  i  Greci  ed  i  Latini .  In  con- 
seguenza d^una  lagnanza  del  vescovo  greco  di  Gerusa- 
lemme, il  quale  accusava  i  nostri  sacerdoti  d'avere  ag- 
giunto alcune  canne  al  loro  organo,  Gregorio  rispose  : 
»  Aggiugnete  alcuni  cantori  alle  vostre  cerimonie  e  le 
»  cose  saranno  uguali  •  »  —  L' unione ,  la  pace  !  andava 
egli  ripetendomi  in  tutti  i  nostri  colloqui ,  e  mi  rammento 
che  un  giorno ,  aggiugnendovi  una  dimostrazione  allego- 
rica, mi  provò  di  conoscere  gli  apologhi  orientali  e  di  sa- 
perne far  r  applicazione  .  Egli  prese  il  bastone  che  ave- 
vo in  mano  per  difendermi  dai  cani  ringhiosi  del  sub- 
borgo :  »  Vedete  questo  legno,  mi  disse  ;  è  debole  ;  aggiun- 
»  getene  un  altro,  eccoli  forti.  Se  stanno  uniti,  si  prò- 
•  teggono  a  vicenda;  se  si  lasciano,  s'indeboliscono;  il 
t  tarlo  entrerà  fra  loro  e  li  roderà  •  Cosi  mille  sette  im- 
»  pure  hanno  attaccato  le  nostre  due  Chiese  dappoi  che  si 
»  son  separate:  queste  non  saranno  felici  e  potenti sennon- 
»  che  quando  si  riuniranno  » .  Era  questo  presso  a  poco  il 
linguaggio  del  vecchio  di  La  Fontaine,  ma  meno  poetico  e 
forse  meno  sincero: 


«VIAGGIO 


69 


>)  Vedete,  o  figli,  di  concordia  il  frutto  : 

»  Siate  uniti ,  diss'  ei ,  l' amor  v'  accordi  !  (1) 

Trovai^  fra  i  Greci  che  cìrcoodavano  il  vescovo  di  Ge- 
rusalemme,  sacerdoti  giovani  ed  alcmii  laici  istruiti  della 
loro  letteratura;  uscivano  dalle  scuole  di  Scio  e  di  Cido- 
nia .  Qualche  volta  si  provavano  ad  argomentare  contro  i 
nostri  diritti  al  possedimento  de' santi  luoghi,  citandomi 
testi  latini  che  non  intendevano,  e  tutti  in  nostro  favore  , 
altra  volta  parlavano  del  concilio  di  Firenze ,  e  parevano 
dolersi  del  loro  se  isma  e  facevano  voti  pella  riunione .  Poi 
mi  parlavano  di  politica,  e  mi  domandavano  notizie  dei  loro 
principi  del  Fanale ,  di  Valacchia  e  di  Moldavia,  sole  prò- 
vincie  dove  avessero  conservato  un'  ombra  di  potere .  In 
una  di  queste  conversazioni  mi  scappò  detto  :  b  I  torbidi 
B  s'avvicinano,  la  tempesta  non  è  lontana  » .  Queste  pa- 
role che  non  poterono  indovinare  a  Gerusalemme,  e  che 
avrebbero  intese  a  Corinto  e  a  Yassì,  furono  trasmesse  a 
Costantinopoli  siccome  una  minaccia  enimmatica  di  cui 
chiedevano  spiegazione.  Prima  però  che  la  risposta  giù- 
gnesse,  la  rivoluzione  greca  era  bella  e  scoppiata . 

Il  tempo  eh'  io  aveva  prescritto  al  mio  soggiorno  a  Ge- 
rusalemme passava  rapidamente;  volli  visitare  un'altra 
volta  i  luoghi  testimoni  della  Passione ,  ma  questa  volta  , 
nell'ordine  della  narrazione  dell'Evangelio,  ch'io  scarta- 
bellava camminando.  Attraversai  perciò  Gerusalemme  nel- 
la sua  lunghezza  ;  passando  la  gran  piscina ,  la  porta  di 
Sitti  Mariam ,  il  luogo  del  martirio  di  San  Stefano,  e  la- 


(I)  Vous  voyez,  reprit  -  il,  l' eflet  de  la  concorde  : 
Sojez  Joints,  mes  eorants  ;  quo  l' amour  vous  accorde  ! 

La  FONTAtirB.  Favola  xviii. 


60 


MARCELLCS 


sciando  a  destra  il  sepolcro  della  Vergine,  giansi  nella  val- 
le di  Giosafat  ;  poi,  salendo  sui  flanchi  della  montagna,  an- 
dai a  pormi  nelForto  di  Gethsemani  dove  comincia  la  su- 
blime storia . 

Alcuni  olivi,  vecchi  come  quella ,  cuoprono  ancora  coi 
loro  tronchi  enormi  questo  santo  luogo.  Questi  alberi  che 
si  ringiovaniscono  per  polloni  infiniti  e  sempre  rispettati , 
hanno  un  segno  distinto  ;  sono  venerati  dai  Turchi  ed 
esenti  da  una  parte  deir imposizione  :  aggiungo  che  la  pie- 
tà dei  pellegrini  lascia  raramente  venire  a  maturità  i  loro 
frutti . 

Quivi  s*" addormentarono  i  discepoli;  là  Gesà  Cristo 
pregò,  languì ,  s^addolorò  nella  grotta  detta  deìV Agonia  , 
dove  son  stati  eretti  alcuni  altari  *,  si  mostra  il  luogo  del 
bacio  di  Giuda,  e  delP arresto  del  Nostro  Signore.  Sem- 
pre nello  stesso  orto  degli  Olivi,  che  ora  è  soltanto  un  gran 
campo,  il  corteggio  scese  la  valle  di  Giosafat,  mentre  i 
figli  di  Zebedeo  si  nascondevano  nelle  grotte  delle  tombe, 
che  sono  a  destra  sulla  montagna  che  fa  prospetto  a  Ge- 
rusalemme .  Traversò  V  alveo  ghiaioso  del  Cedron ,  e  sa- 
lendo la  collina  di  Sionne  per  un  sentiero  segnatole  sui 
fianchi  fra  il  torrente  e  le  nuove  mura  della  città,  giunse 
alla  casa  di  Anna,  che  oggi  è  un  convento  Armeno. 

Continuai  sulla  montagna  il  mio  pietoso  Itinerario ,  e 
dalla  casa  del  pontefice  Anna ,  passai  al  palazzo  del  suo 
genero  Caifasso,  principe  de' sacerdoti ,  che  era  situato  un 
poco  più  su  verso  la  sommità  di  Sionne;  poi,  siccome 
scendeva  verso  la  città  e  rientrava  dalla  porta  dei  Uegre- 
binij  altra  volta  porta  Sterquilinia^  le  alte  muraglie  del- 
la moschea  che  sta  dov'era  il  tempio  di  Salomone,  mi  ob- 
bligarono a  un  lungo  giro  per  giugnere  al  pretorio  com- 
preso nel  nuovo  ricinto  della  città . 


VIAGGIO  61 

E  ^vì  tattaTia  risiede  il  goTernatore  9  ma  non  è  più 
BoDUcheloinaiMU,  è  GosUntinopoli  :  le  slesse  porte  che 
ciHidacevaiio  a  Pilato,  s^  aprono  oggi  per  guidare  b  Mut- 
selim  :  qoe^  muri  che  videro  Gesii  Cristo  hanno  veduto 
Tito,  Cosroe,  Omar,  Saladino,  i  re  di  Francia  e  d^  Inghil- 
terra ,  i  Boidam  d^  Egitto,  Goflredo,  Lusignano  e  Yacnb 
Mohammed  -  Aga ,  governatore  attuale  di  Gerusalemme  la 
Santa.  Oh  Prowidenia! 

La  finestra  dell"  Ecce  Homo  domina  tuttavia  queste  rui- 
ne ,  e  la  volta  che  la  sostiene  accavalcia  la  via  siccome 
un  ponte .  11  luogo  della  flagellazione  è  una  grotta  che  s 
lascia  a  destra,  risalendo  la  Via  Dolorosa  ^  gli  sciausci  (  sol* 
dati  guardie)  del  governatore  ci  tengono  i  loro  cavalli:  al- 
tra volta  vi  si  trovava  la  colonna  alla  quale  fu  legato  Gesù 
Cristo  durante  F  ignobile  tortura  j  oggi  ella  si  conserva 
nell^  intemo  della  chiesa  del  Santo  Sepolcro  • 

Lasciando  il  pretorio ,  continuai  pella  via  chiamata  in 
Àrabo  Harat  -  f  /  -  aliarne^  cioè  via  del  Dolore:  ella  è  nel  cen* 
tro  di  Gerusalemme .  Segni  fatti  nel  muro  a  varie  distanze 
indicano  i  luoghi  dove  il  nostro  Signore  cadde  sotto  il 
peso  della  croce,  e  una  croce  rossa  indica  il  luogo  delP  in- 
contro con  Simone  Cireneo .  Più  lunge ,  a  un  angolo  della 
Yia ,  la  tradizione  che  si  mescola  per  tutto  ai  racconti 
del  Vangelo ,  narra  che  Maria  scòrse  il  figlio  curvo  sotto 
il  vergognoso  peso  e  si  svenne:  sant^ Elena  aveva  fatto  in 
questo  stesso  luogo  costruire  una  cappella,  che  non  è  stata 
mai  finita,  sotto  nome  di  Svenimento  della  Vergine  •  Di- 
rimpetto è  una  stanza  bassa  e  cupa ,  molto  somigliante  a 
una  prigione ,  ed  è  la  casa  del  povero  Lazzero  ;  avve- 
gnaché la  tradizione  vuole  ancora,  che  questa  parabola  sia 
il  racconto  d' una  vera  storia .  Yedesi,  nelPangolo  sinistro 
della  via,  che  si  ripiega  a  questo  punto,  la  casa  del  ricco 


62  HABCELLUS 

Epulone  :  è  questa  una  delle  più  belle  di  Gerusalemme  , 
quantunque  vecchia  in  apparenza,  ed  anch'oggi  vi  sta  un 
ricchissimo  Ebreo . 

Più  su  il  Salvatore  s' imbattè  nelle  fanciulle  di  Gerusa* 
lemme,  e  volse  loro  parole  profetiche .  Vengono  poscia  la 
casa  di  santa  Veronica  e  la  porta  di  Giudiciaria  ;  e  dopo 
pochi  passi  si  arriva  finalmente  al  luogo  del  supplizio.  Mi 
feci  daccapo  riaprir  la  porta  della  chiesa  del  Santo  Sepol- 
cro; e  là,  sotto  la^olta,  salendo  i  diciannove  scalini  che 
vanno  dal  suolo  alla  sommità  del  Golgota ,  mi  trovai  sul 
Calvario  dove  tutto  fu  consumato  •  Ridiscesi  in  seguito 
presso  la  tomba ,  sublime  scioglimento  di  questa  storia 
tanto  semplice  e  tanto  commovente  !  —  Cosi  fini  la  mia 
santa  passeggiata  per  la  quale  sola  mia  guida  era  stato  il 
Vangelo  • 

In  una  mattinata  vidi  le  tombe  dei  Giudici  poste  sulla 
strada  di  Naplusa ,  e  quelle  dei  Re  più  vicine  a  Gerusa- 
lemme. Le  prime ,  vasti  sotterranei  scavati  nel  sasso ,  pre- 
sentano una  moltitudine  di  cellule  e  di  nicchie  dove  si 
collocavano  i  feretri  destinati  senza  dubbio  a  tutt'  altre 
famiglie  che  quelle  non  erano  dei  Giudici  d' Israele .  Le 
tombe  dei  Re^  grandi  catacombe  praticate  ugualmente  sotto 
gli  scogli  alcuni  piedi  sotto  il  suolo,  presentano  le  vestigia 
d' una  architettura  più  ricca ,  e  sarcofagi  adorni  di  festo- 
ni di  fiori  e  frutti  d'una  certa  eleganza.  —  Queste  ultime 
sculture  mi  sembrarono  appartenere  alFepoca  del  dominio 
romano  • 

La  via  di  Naplusa ,  che  conduce  anche  a  Damasco,  è 
polverosa ,  senz'  ombra ,  senza  vegetazione ,  e  spesso  infe- 
stata dagli  Arabi  del  Deserto.  Maplusa,  TAntica  Samaria  è 
sempre  una  rivale  per  la  città  di  Gipda  ;  i  suoi  abitanti 


VIAGGIO  63 

passano  per  essere  i  più  selvaggi  e  i  più  indomili  della 
Palestina . 

Lo  stesso  giorno  mi  chiusi  nella  chiesa  dei  Santo  Se- 
polcro col  Guardiano,  il  quale,  partendo  per  Malta,  voleva 
anch^  egli  recare  un  ultimo  tributo  al  gran  sepolcro . 

Il  gran  sepolcro  adora,  e  scioglie  il  voto  (!) . 

*  Io  parto  con  un  dolore  profondo  e  con  presentimenti 
ben  tristi ,  mi  disse  il  buon  vescovo  di  Palestina  •  Che 
avverrà  dei  nostri  santi  possedimenti ,  delle  nostre  pie 
prerogative ,  allorquando  i  nostri  fratelli  d^  Europa  ci 
lasciano  senza  forza  e  senza  soccorsi  in  faccia  ai  nostri 
nimici  turbolenti  7  M^  era  stato  detto  che  il  regno  del- 
r empietà  e delP ateismo  era  finito  in  Francia;  che  la 
fede  vi  s^  era  risvegliata  nei  cuori  ;  che  si  cominciava 
a  scuoprirsi  la  fronte  e  a  piegar  il  ginocchio  davanti 
alla  Croce!  Donde  avviene  dunque  che  si  dimentica 
il  santo  sepolcro?  Il  vostro  paese  non  ci  ha  mandato 
né  un  prete ,  ne  un  ricordo ...  e  pellegrini  tanto  ra- 
ri !  !  !  *  Io  stava  silenzioso  a  lagnanze  tanto  giuste  e 
diceva  fra  me  : 

Strusse  il  Signore  la  città  rcina  : 
In  ceppi  stanno  i  Sacerdoti ,  i  regi 
Cacciati  furo  :  Iddio  non  vuol  eh*  ornai 
Si  veggan  le  sue  pompe  (2)  . 

Avevo  chiesto  la  celebrazione  d^  un  servizio  funebre 
pel  duca  di  Berrì  ;  poiché  avevo  data  la  trista  novella 


(1)  Ultimo  Terso  della  Gerusalemme  liberata  . 

(2)  BACINE  Atalia,  Tragedia,  Atto  HI. 


I 

1  64  MARCBLLDS 


della  sua  morte  ai  nostri  religiosi ,  ed  essi  avevano  pianto 
con  me  il  principe  che  visse  operando  il  bene  e  morì  per- 
donando. Onesta  angusta  vittima  delle  nostre  rivoluzioni 
mi  rammentava  un^ottava  del  Tasso  ^  tutta  profetica,  dalla 
quale  io  era  stato  sempre  profondamente  colpito  :  leggest 
questa  nella  Gemsalemme  Conquistata ,  lavoro  poco  cono- 
sciuto j  il^poeta  ispirato  sclama  : 

La  Francia  adorna  or  da  natura  ed  arte  , 
Squallida  un  A  vedrassi ,  e  in  manto  negro , 
Ne  tempio  Illeso ,  o  Inviolata  parte , 
Né  loco  da  furor  rimaso  integro  : 
Vedova  la  corona  ,  ovunque  sparte 
Le  sue  sostanze ,  e  il  regno  afflitto  ed  egro  : 
Della  stirpe  Real  reciso  e  monco 
Il  più  bel  ramo  ,  e  fulminato  il  tronco .  (1) 

II  di  8  luglio  era  stato  destinato  per  le  nostre  preghie- 
re e  per  la  lugubre  cerimonia.  Io  doveva  essere  armato 
cavaliere  del  Santo  Sepolcro  dopo  la  messa,  e  bramai , 
secondo  Tantico  costume,  sottopormi  alla  veglia  delle  ar* 
mi.  I  nostri  canti  e  il  nostro  uflizio  durarono  una  parte 
della  sera .  Verso  mezza  notte  ogni  religioso  si  ritirò  nel- 
r  angusta  sua  cella  ^  io  rimasi  solo  sotto  la  gran  volta  la- 
terale del  tempio .  Quivi ,  immerso  in  una  cupa  medita- 
zione, portai  i  miei  passi  incerti  da  un  pilastro  alFaltro  ; 
riandai  le  età ,  evocai  le  anime  di  tanti  illustri  pellegrini, 
di  tanti  pietosi  cavalieri  •  Aveva  davanti  agli  occhi  il  Cal- 
vario; andava  ad  inginocchiarmi  sul  marmo  della  croci- 
fissione, e  tornava  alle  mie  meditazioni  presso  alla  tomba  : 


(I)  Tasso,  Gerusalemme  conquistata, Canto  HI. 


VIAGGIO  65 

Analmente  i  preti  armeni  ed  i  copti  intuonarono  i  loro  can- 
tici del  mattino . 

L'orologio  non  stette  guari  a  batter  le  tre:  il  giorno 
spuntava  ;  gli  apparecchi  del  sacrificio  cominciarono  •  Te- 
li funebri  cuoprirono  il  sepolcro  :  i  padri  di  Terra  Santa, 
in  numero  di  trenta,  assistettero  alla  cerimonia,  che  fu  so* 
lenniizata  con  profondo  raccoglimento.  Durante  la  fun- 
zione, uno  dei  Turchi  custodi  della  prima  porta  deOa  Chie- 
sa ci  si  avvicinò ,  e  sorpreso  di  quei  canti  insoliti ,  come 
pure  della  nostra  tristezza^  ne  domandò  il  motivo,  t  II  fi- 
glio  del  re  di  Francia  è  morto,  gli  risposi  io:  —  ed  egli:  — 
Dio  solo  è  grande!  — e  se  n'andò. 

Questa  parola.  Dio  solo  è  grande!  (Allah  buytik  dur) 
che  i  Turchi  ripetono  spesso  nei  loro  colloqui  più  fami- 
liari ,  mi  colpi  sotto  la  cupola  del  Santo  Sepolcro ,  e  mi 
rimbombò  nelF  anima  come  se  avessi  sentito  Massillon  pro- 
nunciarla sulla  tomba  del  gran  Re  • 

Dopo  le  lugubri  invocazioni  che  finiscono  la  messa  dei 
morti ,  fui  condotto  neUa  cappella  di  santa  Maria  Madda- 
lena; si  ricordava  il  mio  cuore,  che  quest'ultimo  nome  è 
il  nome  di  mia  madre  •  Colui  che  stava  per  essere  armato 
cavaliere,  rimase  solo  col  sacerdote ,  custode  della  Ter- 
ra Santa: 

E  quel,  prima  in  se  stesso , 
Pianse  i  saperbi  sdegni,  e  i  folli  amori; 
Poi,  chinalo  a'  suoi  pie,  mesto  e  dimesso  , 
Tutti  scoprigli  i  giovenili  errori  (1)  • 

Fu  poscia  portata  la  spada,  gli  sproni  ed  i  guanti  di 
Goffredo  di  Buglione,  fondatore  dell' ordine,  che  fu  il  re 

(I)  TAMO»  GcfBS.  Lib.,  e.  XTIII,  St.  9. 


IV. 


66  MAKGBLLUS 

de'  prodi  conquistatori  di  Gerusalemme  ;  le  porte  furono 
chiuse  ;  la  cerimonia  fu  imponente  9  e  finì  colla  lettura  de- 
gli statuti  che  mostrano  ai  cavalieri  i  loro  doveri  e  le  lo- 
ro prerogative. 

L' indomane  vigilia  della  mia  partenza ,  fuggii  solo  dal 
convento  ;  scesi  rapidamente  la  Via  Dolorosa ,  andai  a  co- 
glier sui  vecchi  olivi  di  Gethsemani  alcuni  frutti  ed  alcune 
foglie;  poi,  traversando  la  via  di  Betania,  andai  ad  assi- 
dermi sotto  r  ombra  d^un  terebinto,  rimpetto  a  Gerusa- 
lemme. Là  volli  leggere  tutte  le  Lamentazioni  di  Geremia, 
e  i  miei  occhi  non  si  staccarono  dal  santo  libro,  sennonché 
per  fissarsi  sulle  mura  del  tempio ,  sulla  cupola  del  Santo 
Sepolcro,  sulla  collina  lontana  di  Sionne,  e  sui  suoi  cipres- 
si ,  sul  Cedron  asciutto  e  sulla  valle  di  GiosaflTatte,  trista  e 
disabitata . 

Davanti  questo  santo  anfiteatro  io  leggeva  queste  paro- 
le. »  Tutta  la  bellezza  della  figlia  di  Sionne  è  sparita;  i 

•  suoi  principi  sono  fatti  come  armenti  senza  pascolo .  • . 
»  Sionne  ha  proteso  le  palme,  né  v'è  stato  chi  rabbia 
»  consolata.  •  •  D  Signore  m'  ha  abbeverato  d'  amarez- 
»  za  e  m'ha  inebriato  di  assenzio.  •  •  E  nondimeno  il 
»  Signore  è  buono  per  coloro  che  sperano  in  lui,  è  buono 
»  per  quell'anima  che  lo  cerca. ••  Ma  egli   ha  sparso 

•  la  sua  collera  e  la  sua  indignazione,  ed  ha  acceso  in 
»  Sionne  un  fuoco,  che  Tha  divorata  fino  alle  fondamen- 
»  ta . .  •  Per  ira  dei  peccati  de'  suoi  profeti  e  delle  ini- 
»  quità  dei  suoi  sacerdoti,  che  hanno  versato  in  mez- 
»  zo  alla  città  il  sangue  dei  giusti  • . .  Signore ,  vedete 
»  il  nostro  obbrobrio  :  gli  schiavi  sonosi  fatti  nostri  pa- 

•  droni,  il  nostro  retaggio  e  le  nostre  cose  sono  passate 
»  in  mani  straniere;  la  gioia  del  nostro  cuore  è  estinta . 
»...  I  nostri  canti  sono  oggimai  canti  di  corruccio.  La 


VIAGGIO  67 

»  montagna  di  Sionne  è  perita.  • .  Voi  solo,  Signore,  du- 
>  rate  eternamente ,  e  il  vostro  soglio  dominerà  le  gene- 
»  razioni.» 

Allorché,  frammischiando  alle  solite  occupazioni  della  vi- 
ta alcmii  pensieri  gravi ,  si  leggono  nel  silenzio  del  riti- 
ro, e  quasi  per  abituarsi  ai  dolori ,  queste  sublimi  lamen- 
tafioni ,  tante  sventure  scuotono ,  inteneriscono .  Ma  allor- 
quando, meditando  sopra  i  sacri  monti,  vedesi  cogli  occhi 
propri  il  compimento  di  quelle  terribili  profezie ,  quando 
Gerusalemme  sta  la  tutta  ravvolta  nella  maledizione  di 
Dio  e  gemente  tuttavia  in  mezzo  alla  sua  polvere ,  allora 
pare  che  T  anima  sola  non  basti  per  adorare  la  potenza  di- 
vina e  per  umiliarsi  al  cospetto  delP Eterno. 

Dopo  aver  detto  addio  a  tutti  questi  monumenti  sacri, 
ch^  io  non  debbo  più  rivedere ,  risalii  la  valle  e  passai  pres- 
so la  grotta  di  Geremia,  come  per  sospirare  un^  altra  volta 
col  profeta;  poi  rientrai  per  la  porta  di  Damasco,  e  tra- 
versai il  quartiere  degli  Ebrei;  finalmente  mi  ridussi  al 
convento,  tutto  tristo  di  aver  finita  la  mia  ultima  passeg- 
giata. 

11  consiglio  dei  padri  di  Terra  Santa  erasi  riunito  mol- 
te volte  durante  il  mio  soggiorno  a  Gerusalemme  ;  nella 
sua  ultima  tornata  egli  stese  una  lettera  pel  re  di  Fran- 
cia, che  il  Guardiano  mi  consegnò  aperta  pregandomi  di  dar- 
la io  stesso  a  Sua  Maestà.  La  lettera  era  scrittain  italiano . 

I  poveri  religiosi  dicevano  al  re  tutto  il  loro  dolore  alla 
nuova  della  morte  del  duca  di  Borrì  ;  i  loro  occhi  avvezzi 
alle  lacrime  ne  avevano  versate  in  gran  copia  sulla  sua  fi- 
ne prematura  •  Domandavano  protezione  per  i  loro  santua- 
ri invasi,  soccorso  contro  le  persecuzioni .  »  Cacciati  fra 
»  poco  dalla  santa  tomba,  che  fu  confidata  alla  nostra  cu- 
•  stodia ,  scrivevano ,  troppo  deboli  e  troppo  poveri  per 


68  MARCBLLUS 


»  resistere  a  tanti  oltraggi  e  a  tante  ingiustizie ,  gittando 
»  un  ultimo  sguardo  sulla  disgraziata  Gerusalemme  9  ci 

*  vedremo  costretti  a  ritornare  in  Europa  e  recarvi  le 
»  nostre  lacrime  e  i  nostri  dolori  •  Cbe  il  primogenito  del- 
t  la  Chiesa  ci  preservi  da  pena  si  dura  !  possano  una  vol- 
»  ta  i  padri  di  Terra  Santa,  nelP  angolo  del  mondo  ove  tra- 

*  scinano  la  loro  penosa  esistenza,  essere  a  parte  dei  bene- 
»  fizi  che  il  re  cristianissimo  sparge  soprai  suoi  sudditi!  » 

Al  mio  ritorno  a  Parigi  consegnai  fedelmente  questa 
lettera  a  Luigi  XYIII.  II  re  ne  fu  intenerito  •  1  Gompian- 

*  go  sinceramente  le  loro  disgrazie,  mi  disse,  ma  che  ci 
»  si  fa  7  —  Denaro  e  sacerdoti ,  sire  —  Ah  J  sacerdoti.  Que- 
»  sto  non  sarebbe  difiicile  ;  ma  denaro ,  lo  sapete  pure , 
9  non  posso  disporre  che  del  mio.  Darò  tutto  quello  che 
»  potrò  e  veramente  di  cuore  •  » 

Uno  degli  ultimi  giorni  passati  a  Gerusalemme ,  passeg* 
giava  secondo  il  solito  sulla  terrazza  del  convento  del  San- 
to Salvatore.  Era  di  sera.  Riposavansl  i  miei  sguardi  sul- 
le montagne  nude  e  rossiccie  che  circondano  il  mar  Mor- 
to, e  sui  vapori  gravi  e  lividi  che  l'avvicinarsi  della  not- 
te sviluppa  appoco  appoco  dal  suo  grembo.  Un  religioso 
che  non  avevo  ancora  veduto  nella  comunità  mi  si  avvici- 
nò,  e  tirandomi  pel  vestito  mi  disse  in  spagnuolo  :  —  »  Scu- 
'  satemi ,  signore,  se  vi  frastorno  nelle  vostre  riflessioni; 
»  è  un  pezzo  che  vò  in  traccia  di  voi ,  e  soltanto  stasera 
»  m' è  dato  trovarvi .  Volevo  domandarvi  se  avete  qual- 

>  che  notizia  d' un  vostro  compatriotta  chiamato  Chateau- 
»  briand.'-Si  davvero,  padre,  gli  risposi  sorridendo, 
»  è  un  nome  questo  piuttosto  conosciuto.  —  Ebbene,  chi 
»  Io  porta  è  amico  mio  —-E  come  vi  chiamate,  padre? 
»  diss'  io  allora  — Ah!  signore,  io  sono  il  religioso  più 

>  spregevole  di  tutti,  né  merita  il  nome  mio  d"*  esser  prò- 


VIAGGIO  69 

>  nanciato .  Ma  che  fa  il  signor  Gliateaubriand  ?  è  onora- 

•  to,  è  potente?»  —Egli  vive  lontano  dalla  corte ,  pa- 
t  dre  --Oh  !  me  ne  rallegro  ;  al  regno  superno  si  giugno 

•  solo  per  un  sratiero  di  spine  :  ma  ^  signore,  se  non  isde- 

>  gnate  la  cella  d'un  povero  solitario 9  fatevi  condurre 
»  domani  a  quella  del  padre  Munoz,  che  avrìi  gran  gusto 
»  di  vedervi!  — C!ome,  siete  voi 9  ripresi  io  con  gioia, 
»  colui  dal  cuor  limpido  e  bianco  1  (1)  —  Sì,  sono  io,  ri* 
»  spose  e  non  ho  mutato  •  Ma  s'avvicina  Fora  della  pre- 

•  ghiera  ;  addio  a  domani  •  * 

Fui  esatto  air  appuntamento:  il  padre  Muiioz  mi  rice- 
vette in  una  cella  angusta  e  buia.  Ci  ponemmo  a  sedere 
sopra  una  panca  vicino  a  un  abbaino  inferriate  :  non  vi 
erano  né  sedie,  né  tavola,  solo  un  inginocchiatoio  come 
quelli  delle  chiese  d' Italia  •  Aveva  accanto  al  letto  due  qua* 
dri,  che  rappresentavano  due  teschi  dipinti  a  color  bianco 
sopra  un  fondo  nero  •  —  >  Ecco ,  mi  disse ,  mostrandomeli 
»  e  scNTrìdendo  della  mia  sorpresa,  ecco  tutti  gli  omamen- 
»  ti  di  camera  mia .  Una  di  queste  triste  imagini  è  quel- 

•  lo  specchio  in  cui  soglio  contemplarmi  ogni  giorno,  non 
»  totalmente  quale  io  sono  ora ,  ma  quale  sto  per  doven* 
»  tare  ;  e  r  altro ,  lo  credereste  ?  è  il  ritratto  della  più  gen- 
»  tu  giovinetta  dell'Andalusia,  delineato  quaranta  dì  dopo 

•  una  festa  di  balio  in  cui  vinceva  di  gran  lunga  in  bellezza 

•  tutte  le  sue  compagne  !  --  Io  rabbrividiva  a  mio  malgra* 
»  do,  ed  ei se  n'accorse:  — Fremete  eh!  credete  a  me, 
»  avvezzatevi  a  questo  spettacolo;  bisogna  disprezzar  que« 

>  sto  mondo  ed  attaccarsi  all'  altro  •  • .  Ma  io  abuso  del 

>  vostro  tempo:  venghiamo  al  vostro  proposito. ..  Io 


(0  VeggsBl  r  Itineràri*  del  lisnor  Chateaubriand . 


70  MAECBLLOS 

»  soQ  sai  punto  di  morire  ;  già  già  non  posso  più  scrive- 

*  re;  la  mano,  obbediente  alla  mia  volontà  per  settanta- 
»  tre  anni ,  ricasa  oggi  il  solito  ufficio  ;  soffro  dolori  ine- 

•  narrabili ,  e  forse  prima  della  vostra  partenza  da  Geru- 
»  salemme  vedrete  i  miei  funerali  >  • . .  Terminando  que- 
ste parole  9  il  padre  s^  appoggiò  al  muro  9  siccome  fosse 
sfinito  dallo  sforzo  fatto  parlandomi  ;  e  dopo  pochi  momen- 
ti di  silenzio,  ripigliò  :  —  »  Dite  al  signor  di  Chateaubriand, 
»  che  muoio  coli' anima  piena  di  gaudio:  Gerusalemme  è 
»  mia  sede  prediletta  :  e  chi  può  ridire  di  quanta  dolcez- 
»  za  sia  finire  la  vita  nei  luoghi  stessi  dove  il  Salvatore 
»  del  mondo  mori  per  noi  !  •  •  •  Il  signor  di  Chateaubriand 
t  non  udrìi  pia  parlare  del  padre  MuRoz ,  ma  ditegli  che 
»  lasuamemoria  m'ha  accompagnato  fino  all'agonia.  >  — 
11  padre  mi  consegnò  allora  V  ultima  lettera  eh'  egli  aveva 
ricevuta  dal  suo  illustre  amico —  »  Sia  questa  la  sola  rispo- 
»  sta,  diss'egli:  il  signor  di  Chateaubriand  saprà  cosi  ad 
»  un  tempo  che  l' ho  ricevuta,  e  eh'  io  non  sono  più  !  >  — 
Mi  pregò  poscia  di  accettare  una  corona,  ch'egli  stesso 
aveva  fatta  colle  olive  di  Gethsemani,  e  di  cui  s'era  servito 
vent'  anni.  —  »  Non  ho  più  tempo  per  recitarla,  soggiun- 

*  se  •  Addio,  signore,  addio;  è  troppo  osare  porvi  sotto  oc- 
»  chio  lo  spettacolo  d' un  povero  monaco  spirante 

•  Lasciatemi,  e  possa  la  vostra  morte  esser  felice  quanto 
»  la  mia  !  » 

Io  mi  ritirai  tutto  contrito  :  alcuni  confratelli  del  pa- 
dre Munoz  vennero  a  recargli  soccorso  ;  ei  non  avea  bi- 
sogno di  consolazione . 

Partii  due  giorni  dopo  questo  colloquio:  il  padre  Munoz 
non  aveva  ancora  lasciato  questo  mondo  per  la  patria 
vera.  Una  lettera  ricevuta  al  mio  giugnere  a  Smime, 
mi  annunziò  la  fine  di  questo  religioso  che  avea  veduto 


VIAGGIO  71 

scorrere  quarant'  anni  deUa  sua  yita  fra  le  mura  di  Ge- 
rusalenune  9  e  che  tenevasi  tanto  beato  di  poterci  mo- 
rire. 

I  Ecco  la  lettera  del  signor  visconte  di  Chateaubriand  al 

I        reverendo  padre  Munoz^  a  Gerusalemme. 


Parigi  13  settembre  1818. 


Reverendo  Padre! 


Spero  vi  rammentiate  tuttavia  d^  un  '  pellegrino  cui 
avete  così  generosamente  dato  ospitalità  •  Quanto  a  me , 
serberò  etema  la  memoria  del  cortese  accoglimento  che 
m'hanno  fatto  i  venerabili  padri  di  Terra  Santa .  Ho  sa- 
puto dal  signor  conte  di  Forbin  tutte  le  vostre  sventure , 
e  le  nuove  persecuzioni  che  provate.  Voi 9  reverendo  mio 
padre ,  siete  avvezzi  al  martirio  9  e  Dio  vi  farà  alla  fine 
trionfare  de' vostri  nemici. 

Il  viaggiatore  che  vi  consegnerà  questa  lettera  è  il  si- 
gnor Bae  Wilson  9  gentiluomo  inglese  che  viene  a  visitare 
i  santi  luoghi.  Nel  suo  paese  egli  ha  renduto  grandi  ser- 
vigi ai  Cattolici  :  io  già  so  che  vi  compiacerete  esser  per 
lui  quel  che  siete  stato  per  me .  La  vostra  carità  si  stende 
a  tutti  gli  uomini  • 

Degnatevi 9  reverendo  padre,  ricordarmi  a  tutti  cotesti 
buoni  religiosi  che  ho  avuto  la  ventura  di  vedere  a  Giaffa 
o  a  Gerusalemme ,  e  credere  che  mi  terrò  felice  quando 
avrò  potato  rimunerare  tante  vostre  bontà.  Se  mai  per 


It  MARCBLLU8 

sorte  veniste  in  Francia ,  spero  che  ninno  fra  Toi  vorrebbe 
cercar  altra  casa  fnor  che  la  mia  • 

Sono  9  con  un  cuor  limpido  e  bianco  ^  mio  reverendis* 
simo  padre  ^ 

Vostro  umil.  obb.  ed  aff.  serv. , 

Il  visconte  DI  CHATEAUBRIAND 

pari  di  Francia ,  cav.  del  S.  Sepolcro  . 


Pochi  giorni  dopo  il  mio  arrivo  a  Parigi  esecutore  fe- 
dele degli  estremi  voti  del  padre  Munoz  9  mandai  al  si- 
gnor di  Chateaubriand  la  lettera  autografa  che  quel  re- 
ligioso gli  rimandava  9  dopo  averla  serbata  per  tutta  la 
sua  vita;  vi  aggiunsi  anche  il  racconto  che  ho  narrato 
poco  fa.  U  signor  di  Chateaubriand  mi  rispose  cosi: 

Parigi  13  dicembre  1820 


Signore  ! 

M^  avete  scritto  una  cara  lettera  ;  eravate  veramente 
degno  di  visitare  la  terra  dei  nnracoli.  Il  brano  del  vostro 
giornale  mi  desta  gran  voglia  di  conoscere  il  resto.  —  Di- 
sgraziatamente sono  costretto  a  ripigliare  in  mano  il  basto» 
ne  del  viaggiatore  ;  vò  a  Berlino  e  le  brighe  della  partenza 
non  mi  lasciano  un  momento  libero  • 

Serbate /signore  ,  colla  maggior  cura,  il  retaggio  del 
buon  padre  Munoz ,  un  cuor  limpido  e  bianco  :  questo 
cuore  è  della  vostra  età,  e  voi  avete  veduto  coli'  esempio 


VIAGGIO  73 

del  nostro  vecchio  ospite  di  Gerusalemme,  che  la  religione 
paò  mantenerlo  tale ,  fra  mezzo  a  tutte  le  pene  e  nell^  età 
pili  avanzata  della  vita  • 

Perdonatemi ,  signore  :  vi  scrìvo  queste  parole  in  fret* 
ta ,  e  avendo  appena  tempo  di  dirmi , 

Vostro  umil.  e  dov.  servitore 
CHATEAUBRIAND 

Ho  cento  lettere  della  mano  del  signore  di  Chateau- 
briand,  gravi  e  laconiche  com^egU  sapeva  scriverle  quan- 
do con  braccio  vigoroso  e  sperimentato  menava  il  timone 
dello  stato  :  sono  esse  tutte  nei  miei  archivi  di  diplomati- 
co, presso  al  mio  portafoglio  di  viaggiatore:  e  nondimeno 
non  ve  n'  è  una,  che  mi  commuova  quanto  questa,  quando 
piglio  a  rileggerle .  Le  alte  questioni  politiche  che  si  agita- 
vano nella  nostra  corrispondenza  spettano  ornai  a  tempi 
dimenticati ,  ma  la  lettera  a  proposito  del  padre  Muiioz 
ricorda  V  evento  pia  prezioso  della  mia  gioventù . 


IV. 


10 


GAP.  XVII 


coirTBirri  di  tbrra  santa 

LOBO  COSTITOZIONB 

POSSEDIMENTI  E  PBEBOGATIVB 

DEI   CATTOLICI  PBOTETTI 

DALLA    FBANCIA 


( 1820) 


Viri  roÙTo  Rìiirnt,  ti  vimttpof  Uyu, 


STATO  delto  tutto  sopra  Genua- 
lemme:  tanti  storici,  tanti  viaggia- 
tori hanno  parlalo  delle  sue  rivo- 
taizioni  e  delle  sue  miesrie!  —  For> 
è  stata  troppo  spiegata,  poicliè  si 
conoMMHio  tanto  poco  in  Francia  i  nostri  diritti  al  posse- 


76  MARCBLLUS 

dimento  dei  luoghi  santi ,  e  io  stato  dei  religiosi  destinati 
alla  loro  custodia.  Io  vorrei ,  sponendo  questi  diritti ,  far 
dividere  altrui  il  profondo  interessamento  e  Pammirazione 
che  m^  ispiravano  il  coraggio  e  le  sventure  dei  nostri  sa- 
cerdoti a  Gerusalemme  •  V^  ha  egli  effettivamente  nulla  di 
più  commovente  di  quest^  uomini  pii  e  fedeli  framezzo 
alle  sette  e  air  idolatria,  esposti  ad  insulti  quotidiani,  veg- 
ghianti  presso  una  tomba  rovinata ,  e  preganti  senza  posa 
pei  loro  fratelli  che  li  dimenticano  7 

La  Terra  Santa^  in  linguaggio  di  pellegrino  significa  tutto 
il  paese  che  il  Signor  Nostro  santificò  colla  sua  presenza. 
I  Luoghi  Santi  y  sono  quelli  dove  operò  i  suoi  miracoli . 
I  Santuari  sono  le  chiese  o  i  conventi  stabiliti  nei  luoghi 
santi . 

Questi  sàntuarii,  fondati  da  Sant^  Elena  e  da  Costantino 
il  Grande,  furono  distrutti  nell^anno  614  delibera  volgare, 
per  ordine  di  Gosroe  re  di  Persia  :  P  imperatore  Eraclio, 
che  regnò  a  Costantinopoli  nel  secolo  V ,  li  riedificò ,  e 
ott^anni  dopo  passarono  sotto  il  dominio  del  califfo  Omar , 
che  ne  assicurò  V  accesso  alla  venerazione  dei  Cristiani . 
Rovesciati  di  bel  nuovo  da  Amuratte  principe  di  Babilo- 
nia, furono  rifatti  daccapo  nel  1009,  dalla  madre  sua  che 
fu  una  cristiana  per  nome  Maria  • 

Guido  di  Lusignano,  vinto  da  Saladino,  fece  ammette- 
re nella  sua  capitolazione,  che  i  Cristiani  rimasti  a  Geru- 
salemme non  sarebbero  per  alcun  modo  inquietati  nel- 
r  esercizio  del  loro  culto . 

Nel  1342,  il  re  di  Sicilia  Roberto,  e  la  regina  Sancha 
sua  sposa,  comprarono  dai  soldano  d^ Egitto  i  santuarii 
della  Palestina,  e  li  posero  sotto  la  custodia  dei  religiosi  di 
san  Francesco  • 


VIAGGIO  77 

Nel  1517,  la  Terra  Santa ,  come  pare  la  Siria,  doven- 
tarono  una  fra  le  molte  conquiste  del  turco  Selimo  ;  e  il 
trattato  conchiuso  fra  il  suo  successore  Solimano  e  Fran- 
cesco I,  pose  sotto  la  protezione  della  corona  di  Francia  i 
luoghi  santi  e  i  religiosi  custodi  dei  medesimi ,  dovendo 
questi  però  pagare  ogni  anno  ed  a  perpetuità  un  canone 
di  quattordici  borse,  equivalenti  a  settemila  piastre  turche 
a  modo  di  tributo  • 

Passarono  dugent'anni  pacificamente  sotto  la  fede  di 
questi  trattati.  Le  prime  usurpazioni  dei  Greci  datano  sol- 
tanto dall'  anno  1757.  Non  già  che  nei  secoli  precedenti 
non  si  siano  veduti  tentativi  di  usurpazione  per  parte  degli 
scismatici ,  e  traccio  di  discordia  fra  loro  e  i  Latini ,  ma 
perinfino  allora  i  nostri  diritti  di  possedimento  e  di  custo- 
dia non  avevano  solTerto  alcuna  lesione  reale ,  e  ad  onta 
dei  firmani  ottenuti  dai  cristiani  dissidenti,  i  santuarii 
rimanevano  sempre  e  senza  partaggio  affidati  ai  nostri  re- 
ligiosi. Fa  d'uopo  notare  altresì,  che  durante  isettant'an- 
ni  che  precessero  il  firmano  del  1757,  ogni  cabala  pareva 
interrotta  e  la  pace  solidamente  ristabilita . 

Nonostante,  alcuni  pellegrini  greci  avendo  nel  1756  sac- 
cheggiato il  convento  cattolico  di  GiafiTa,  questa  scaramuc- 
cia fu  preludio  di  un  attacco  generale .  E  veramente,  po- 
chi giorni  dopo,  a  Gerusalemme,  gli  scismatici  assaltarono 
i  religiosi  ed  i  cattolici  racchiusi  nella  chiesa  del  Santo 
Sepolcro ,  spezzarono  le  lampade ,  ne  dispersero  gli  orna- 
menti: poi,  fiancheggiati  da  processi  verbali  (tlam)  coo- 
perati con  enormi  sborsi,  si  dichiararono  essi  stessi  insul- 
tati ,  e  si  lagnarono  al  divano  imperiale  della  pretesa  ir- 
ruzione dei  Latini:  finatanente,  trovando  favorevole  ai  loro 
desiderii  il  gran  visir  Ragib ,  gittaron  Tia  la  maschera  e 


78 


MAECBLLUS 


presentarono  una  supplica  tendente  a  spogliare  affatto  i 
sacerdoti  Franchi  dei  luoghi  santi . 

La  sublime  Porta  parve  prestare  seria  udienza  a  que* 
stadomanda,  come  pure  alle  istanze  contradittorìe  del* 
r ambasciatore  di  Francia;  e  dopo  alcune  conferenze  ed 
esami  senza  conchiusione^  dopo  aver  da  una  parte  e  dal- 
l'altra citato  flrmani  nati  dalle  volontà  mutabili  e  capric* 
ciose  dei  sultani,  invece  di  attenersi  a  quei  trattati  d'un 
carattere  strettamente  obbligatorio ,  pe' quali  due  stati  si 
legano  con  vincoli  indissolubili  e  stipulano  fra  loro  c(mi- 
cessioni  irrevocabili ,  il  gran  visir  fece  pubblico  Vhaiti 
sceriff(  decreto  imperiale  )  del  1757 ,  che  in  questo  modo 
recò  ai  nostri  privilegii  la  prima  e  più  viva  ferita.  Que- 
sto decreto  cacciava  i  Latini  dalla  chiesa  della  Vergine  , 
dalla  gran  chiesa  di  Betlempie ,  e  affidava  alla  custodia  e 
alla  protezione  speciale  dei  Greci  il  Santo  Sepolcro  e  mol* 
ti  altri  santuarii . 

Le  proteste  degli  ambasciatori  francesi  contro  questa 
spoliazione,  frequentemente  rinnuovate  in  seguito,  furono 
sempre  senza  frutto  :  che  anzi  ogni  anno ,  dappoi  quella 
epoca,  la  Francia  ha  veduto  togliersi  qualcuna  delle  sue 
antiche  e  sante  prerogative  ;  e  firmani  ottenuti  di  tanto 
in  tanto  dalla  imparzialità  di  qualche  sultano ,  conferendo 
ai  Latini  minimi  privilegi,  non  hanno  potuto  controbilan- 
ciare il  credito  dei  loro  ostinati  avversari,  i  Greci  ete- 
rodossi . 

Nel  1808 ,  P  incendio  del  Santo  Sepolcro  fu  per  gli  sci- 
smatici un  pretesto  per  far  valere  novelle  pretensioni  • 
Ottennero  dalla  sublime  Porta  il  dritto  di  rifabbricar  la 
cupola  ;  e  questo  diritto  non  potevano  loro  disputare  i  La- 
tini, poiché  i  mezzi  dei  conventi  erano  allora  esausti  af- 
fatto .  I  Greci  riedificarono  cosi  la  cupola  del  Santo  Sepol- 


VIAGGIO  19 


'  ero ,  che  le  fiamme  averaiio  interamente  consumata ,  e 
si  autorizzarono  da  questo  fatto  per  riclamare  una  folla  di 
prerogative. 

I  n  loro  architetto  ebbe'  allora  la  gioia  maligna  di  distrug- 

I        gere  le  tombe  di  Goffredo,  di  Baldovino  e  dei  re  di  Geru- 

l  salemme,  conservate  sotto  una  volta  laterale  del  tempio  ; 
ne  sperse  gli  avanzi,  o  li  fece  murare  fra  le  costruzioni 
della  nuova  cupola  • 

E  nulladimeno ,  per  combattere  V  influenza  greca,  e  ser- 
bare tuttavia  diritti  sopra  alcuni  santuarii,  faceva  biso- 
gno di  oro  e  di  molto  oro:  e  che  potevano  i  religiosi  La- 
tini? Le  nazioni  dell^  Europa,  sfinite  dalle  guerre  che  de* 
solavano  il  mondo,  non  spedivano  pia  alcun  soccorso  alla 
Terra  Santa .  I  Francescani  pensarono  prima  a  vendere 
i  vasi  sacri  dei  loro  conventi;  ma  davasi  loro  si  poco  de- 

I  naro  di  quelle  pietose  oCTerte  di  tanti  re ,  ch^  e'  si  risolvet- 
tero finalmente  di  accettare  a  preferenza  le  condizioni  più 
dure:  e  questa  è  r<Mrigine  dei  debiti  esorbitanti  che  gra- 
vitano oggi  sulla  loro  finanza. 

>  Da  un  altro  lato ,  i  Greci  non  erano  i  soli  antagcmisti  : 

gli  Armeni ,  pia  ricchi  ancora  di  essi,  ma  d^  una  influenza 
meno  eflScace,  avevano  acquistato  dalle  autorità  turche, 
ad  epoche  svariate,  la  facoltà  illegale  di  spartire  il  nostro 
godimento  di  alcuni  santuarii,  e  di  allontanarci  da  molti 

;  altri  •  —  Spesso  queste  due  sette  si  disputano  fra  loro  una 
prerogativa ,  e  lottano  insieme  di  credito  e  di  pecunia  :  ma 

'  qualche  volta  eziandio,  sudditi  comuni  della  sublime  Por- 
ta, riuniscono  i  loro  sforzi  contro  i  preti  stranieri ,  ed  al- 

I        lora  nuUa  può  ad  essi  resistere. 

QueUa  somma  di  settemila^piastre  turche,  esatta  in  for- 
za dei  trattati  di  Francesco  I  con  Solimano,  è  dunque  spa- 


80 


MARCELLUS 


rita  sotto  gli  enormi  balzelli  che  opprimono  i  Latini  •  Im- 
poste d^ogni  genere  sMmpongono  loro  arbitrariamente: 
alcuni  Turchi ,  anche  senza  autorità ,  riclamano  coi  più 
ingiusti  pretesti  canoni  o  regali,  che  non  osano  negar  loro 
per  tema  di  avere  a  comparire  al  cospetto  d' un  tribunale 
venduto  ^  imperocché  la  venalità  più  svergognata  regna  a 
Gerusalemme  •  Il  godimento  degli  altari ,  il  diritto  di  ador- 
narli, il  favore  di  pregarvi  o  anche  di  vederli,  tutto  è  al- 
r  incanto,  e  si  vende  ad  un  culto  escludendone  gli  altri,  op- 
pure a  molti  ad  un  tempo  ! 

I  Musulmani  de^  nostri  di  non  hanno  veramente  le  virtù 
e  la  rigorosa  probità  degli  Arabi  antichi,  o  de^  Turchi  loro 
antenati  :  gli  spiriti  increduli  si  moltiplicano  in  grembo 
allMslamismo  ;  numerosi  filosofi,  senza  riconoscere  la  sola 
religione  vera,  scuotono  tra  essi  il  giogo  del  Corano  :  la 
indifierenza  conduce  di  mano  a  mano  all'ateismo,  e  quindi 
air  oblivione  di  tutti  precetti  della  morale  •  La  tirannide 
e  r  avarizia  dei  pascià  lontani  dalla  capitale  non  hanno  più 
freno,  dappoiché ,  ribelli  al  sultano  figlio  di  Maometto  e  ca- 
po del  loro  culto,  pongono  in  non  cale  il  codice  dei  loro  do- 
veri civili  e  religiosi  • 


Ponendo  fine  a  questo  piccolo  ristretto,  aveva  dappri- 
ma voluto  riserbare  per  una  nota  lo  specchio  sinottico  dei 
possedimenti  e  dei  privilegi ,  che  transazioni  pubbliche 
colla  sublime  Porta  guarentiscono  in  Palestina  alla  na- 
zione francese  :  ma  questo  specchio  m'é  sembrato  poscia 
appartenere  troppo  strettamente  al  subbietto  ch'io  mi 
provava  a  trattare ,  per  non  farlo  figurar  nel  testo  — 


VIAGGIO  81 

D'altronde,  queste  particolarità,  minute  od  aride  per 
taluni,  possono  ofiérire  una  certa  importanza  per  altri. 
Mi  sono  perciò  risoluto  a  porle  qui ,  aggiugnendovi  alcu- 
ne osservazioni  le  quali  dimostrino  le  usurpazioni  degli 
scismatici . 

Ecco  dunque  questa  spezie  d' inventario  (1)  . 


(I)  Per  capir  meglio  la  prima  parte  di  questo  specchio ,  si  può  consultare 
la  pianta  della  chiesa  del  Santo  Sepolcro ,  inserita  nel  Viaggio  in  Levante  del 
conte  di  Forbin . 

Noi  abbiamo  annessa  una  pianta  di  questo  tempio  al  Viaggio  del  Ro- 
binson, che  fo  parte  della  presente  Raccolta .  nota  del  gohpilatobi 


Pf 


IV. 


11 


OSSERVAZIONI 


3. 1  Greci,  dappoi  la  ricostruzione  dei  I8O89  pretendono 
possedere  la  metà  del  Sepolcro ,  che  loro  accorda  on  fir- 
mano pubblicato  nel  1818. 

5.  Nella  galleria  superiore,  sono  diciassette  arcate;  i 
Cattolici  ne  posseggono  undici ,  e  sei  gli  Armeni .  Un  muro 
rozzo,  alzato  da  questi,  separa  i  due  possedimenti. 


POSSEDIIENTI  E  PREROGATIVE 


DEI  FRANCESI 


§.  1.  NELLA  CITTA  DI  GERUSALEMME 


1  •  La  chiesa  del  Santo  Sepolcro . 

2.  II  monastero  di  D^rui-Amudy  o  San  Salvatore,  sue 
attenenze  e  dipendenze. 

3.  11  sepolcro  di  Nostro  Signore  Gesù  Cristo  j  che  sta 
in  mezzo  della  chiesa  dello  stesso  nome . 

4.  La  grande  e  la  piccola  cupola,  guarnite  di  lastre 
di  piombo  che  le  ricuoprono  • 

5.  Le  volte  e  le  colonne  che  sono  attorno,  fino  ai  can- 
celli di  ferro  messivi  per  segnar  la  linea,  laddove  comin- 
cia la  chiesa  dei  Greci. 

6.  Le  gallerie  e  le  case  dei  religiosi  Latini  sotto  le  volte 
e  le  colonne  citate . 


84  MARCBLLUS 


7. 
8 


Questi  tre  oggetti ,  bruciati  nel  1808 ,  non  sono 
stati  più  rifatti  • 


11.  Quattro  di  queste  arcate  sono  state  usurpate  dai 
Greci  • 


15.  Questa  grotta ,  che  si  chiama  anche  Cappella  di 
Sant^EUnaj  è  quasi  sempre  invasa  dai  Greci,  né  ci  ap- 
partiene più  che  di  nome. 


19.  Questa  sedia  non  v^è  più. 

20.  La  pietra  dell'unzione  è  stata  messa  a  comune  fra 
1  Latini  edi  Greci» 


TIAGGIO  95  I 

X  D  TolliMie  aiuto  sopra  i  detti  cancelli  dì  ferro. 

8.  La  slama  che  è  a  capo  della  muraglia  del  citato        j 
Toltone . 

9.  I  candelieri  postivi  da  Soa  Maestà  il  re  dì  Francia        i 
sotto  qoeslo  stesso  ▼«dtone. 

10.  Za  pMira  delta  di  sania  Maria  Maddalena^  e  tatto 
i        il  posto  dal  gradino  della  sagrestia  dei  religiosi  franchi , 

fino  ai  gradini  della  porta  della  cisterna  ;  e  dal  di  sotto 
delle  colonne  fino  ai  gradini  della  cappella  cattolica. 

11.  La  parte  superiore  delle  sette  arcate^  dette  gli  Ar- 
dii di  San/a  ifana . 

12.  La  parte  ìnferioce  dei  detti  archi.  ì 

13.  L^ altarino  che  è  sotto  i  detti  archi .  j 

14.  Tutto  il  posto  dalla  Piitra  di  santa  Maria  Madda* 
lena  fino  al  portone  che  è  accanto  alla  porta  della  cappel- 
la dei  Greci 9  e  dalla  muraglia  della  detta  cappella  fino  a 
quella  de' luoghi  santi. 

15.  La  parte  inferiore  della  grotta  deìT  Invenzione  del- 
ia Santa  Croce . 

16.  La  metà  del  monte  Calvario,  detto  della  Crocifissione. 

17.  Le  quattro  T<dte  del  monte  Calvario. 

18.  I  suoi  due  altari. 

19.  La  sedia  d'appoggio  in  marmo  • 

20.  La  pietra  dell' uniione. 

21.  Tutto  il  posto  dai  gradini  del  monte  Calvario  fino 
al  di  sotto  dell'arco  posseduto  dagli  Armeni ,  e  dalla  mu- 
raglia della  cappella  dei  Greci  fino  al  gradino  della  porta 
del  tempio  del  Santo  Sepolcro . 

22.  La  cappella  detta  il  Calvario  estemo  j  posta  sulla 
sommità  del  tempio  alla  quale  si  accede  per  gradini  • 


M 


MARGBLLUS 


23.  ; 

24.  S 


i  dae  ttiitaàri  sodo  stati  usurptli  dai  Greci 
nel  1757. 


27.  Noi  ora  non  ablMam  piìi  che  od  terio  del  convento 
dt  Betlemme  ;  il  resto  è  armeno  o  greco . 


31.  La  gran  chiesa  di  Betlemme  è  stata  usurpata 
Greci  nel  1757  ;  poi  gli  Armeni  hanno  tolto  ai  Greci  il 
coro  di  questa  chiesa .  I  Latini  ci  avevano  conservato  nna 
porta,  e  il  dritto  di  processione  quotidiana  ;  gli  Armeni 
hanno  morata  questa  porta  il  25  afM-Ue  1819 ,  e  la  prò* 
cessione  ha  dovuto  cessare  • 

33.  II  primo  di  questi  altari  è  stato  usurpato  dai  Greci 
e  dagli  Armeni . 

35. 1  Greci  si  sono  impadroniti  nel  1757  d' uno  di  que- 
sti giardini  • 


VIAGGIO 


87 


§.  IL  FUORI  DELLA  CITTÀ  DI  GERUSALEMME 
NELLA  VALLE  DI  GIOSAFFATTE 

23.  Una  grotta  che  serve  di  chiesa,  dov^  è  il  sepolcro  dì 
Maria  Vergine  • 

24.  Le  cappelle  di  san  Giovaccfaino ,  di  sant^  Anna ,  di 
san  Giuseppe ,  e  una  stanza . 

25.  La  grotta  che  è  accanto  alla  prima  grotta  sopra 
enunciata ,  sopra  e  attorno  ai  giardini . 

26.  Il  campo  dove  sono  le  tombe  dei  religiosi  franchi , 
e  di  quelli  delle  loro  nazioni . 


§.  UL  NEL  VILLAGGIO  DI  BETLEMME 


27.  Il  convento  di  Betlemme  • 

28.  I  suoi  giardini . 

29.  La  chiesa  di  santa  Caterina . 

30.  La  grotta  di  san  Girolamo  ;  gli  altari  di  santa  Pao- 
la,  di  santa  Eustachia,  di  san  Giuseppe  e  dei  santi  Inno- 
centi. 

31.  La  chiesa  detta  Gran  Chiesa  di  Betlemme  . 

32.  V  interno  della  grotta  dov'  è  il  presepio  della  na- 
tivita  del  Nostro  Signore  Gesù  Cristo . 

33.  Nella  stessa  grotta ,  i  due  altari  della  Natività  e 
della  Adorazione  dei  re  Magi  • 

3i.  Il  Presepio  • 

35. 1  due  giardini  appartenenti  al  citato  Presepio  • 


88  MARCBLLUS 

'  (  Questi  tf®  oggetti  sono  stati  anch'  essi  usurpati 

^^*  (  dai  Greci  nel  1757. 

38.  ) 


40. 1  Greci  iianno  tolto  questo  gran  giardino ,  son  po- 
chi anni. 

41.  \   Queste  tre  proprietà  sono  state  cedute  ai  Greci  io 

42.  I     forza  d^  un  firmano  datato  dal  mese  d' ottobre 

43.  ^     1 81 9,  e  posto  in  vigore  nel  mese  di  marzo  1820. 


47. 1  nostri  possedimenti  non  hanno  avuto  da  patire  al- 
cuna violenza  nella  città  di  Giuda ,  che  è  anche  villaggio 
di  San  Giovanni. 


48  al  53.  Vuoisi  notare,  che  tutti  i  nostri  possedimenti , 
in  Palestina  ed  in  Siria ,  sono  stati  fino  ad  ora  rispettati . 
Tutti  que^  conventi  e  loro  dipendenze  ci  appartengono 

senz^  altro .  Soltanto  a  Gerusalemme  e  a  Betlemme  i  no- 
stri diritti  sono  usurpati ,  i  nostri  godimenti  interrotti ,  le 
nostre  proprietà  violate . 


VIAGGIO  89 

36.  La  piazza  detta  delle  Colorine^  e  il  corridore  della 
gran  chiesa,  detta  anche  Chiesa  delle  Colonne  • 

37.  La  stanza  detta  il  Mulino  Vecchio^  nel  corridore  della 
detta  chiesa  • 

38.  La  continuazione  del  detto  corridore  fino  alla  porta 
donde  si  esce  sulla  via  • 

39.  La  rovina  detta  Bed  -  e/  -  SuUan  • 

40.  n  gran  giardino  clA  serve  di  cimitero  ai  religiosi 
franchi,  e  alle  persone  delle  loro  nazioni  • 

41.  Il  campo  dov'  è  la  Grotta  de^  Pastori . 

42.  n  muro  detto  Muraglia  Romana  • 

43. La  cisterna  e  il  bosco  d'ulivi  detto  di  Betlemme. 


§.  IV.  NEL  VILLAGGIO  DI  SAN  GIOVANNI 

44.  n  convento  detto  di  San  Giovanni . 

45.  La  chiesa  detta  della  Nascita  di  San  Giovanni. 
46. 1  due  giardini  del  convento . 

47.  La  rovina  detta  della  Visitazione  di  Santa  Elisabetta^ 
nella  montagna  poco  lontana  e  dirimpetto  al  convento  di  San 
Giovanni • 

§.  V.  IN  PALESTINA 

48.  U  convento  di  Rama  (  Arimatea),  suoi  giardini  ed 
attenenze . 

49.  Il  convento  di  Giaffa  (loppe  ),  e  sue  attenenze. 

50.  Il  convento  d'Acri  (  Tolemaide)^  e  tutto  ciò  che  gli 
spetta . 

51.  Il  convento  di  Nazareth,  i  suoi  giardini,  appartenen- 
ze, chiesa,  cappella,  ed  altri  luoghi  di  visita  in  Galilea. 

52.  Il  convento  di  Seida  (  Sidone  )*,  e  sue  dipendenze  • 

53.  Il  convento  di  Damasco  (in  Siria),  e  tutto  ciò  che 
ne  dipende . 


IV.  12 


dO  HARCBLLUS 


1.  Turchi,  gelosi  di  questo  privilegio,  si  sono  impos- 
sessati delle  chiavi  del  santo  Sepolcro  a  Gerusalemme ,  e 
le  ritengono  soli.  A  Betlemme,  T accesso  dell'altare  del 
Presepio  è  permesso  a  tutti  • 


5.  Oggi  non  si  può  ne  accender  lampade ,   né  dir  la 
messa  nella  metà  del  Calvario  appartenente  ai  Greci . 

6. 

7.  }  Questi  Ire  privilegi  sono  perduti. 

8. 


9.  Questo  articolo  d'Anna  vecchia  convenzione  non  è 
più  eseguito. 


VIAGGIO  91 


]P!2320(Bm'2¥3i; 


1.  I  reverendi  padri  di  Terra  Santa  posseggono  soli  le 
chiavi  delle  porte  dei  conventi  o  santuarii  accennati  di 
sopra,  e  precisamente  le  tre  chiavi  dell^  aitar  del  Presepio 
di  Betlemme  • 

2.  II  diritto  di  vigilare  i  detti  luoghi ,  di  ristaurarli , 
ripararli,  mantenerli ,  ornarli ,  e  accendervi  le  lampade . 

3.  Di  celebrarvi  la  santa  messa,  e  di  praticarvi  i  riti  e  le 
cerimonie  ecclesiastiche . 

4.  Di  aver  la  preferenza  sulle  altre  nazioni  nelle  visite 
e  pellegrinaggi  ai  luoghi  Santi  • 

5.  Il  diritto  di  visitare  quella  metà  del  monte  Calvario 
che  loro  non  appartiene ,  di  celebrare  la  messa  su  questa 
citata  meta ,  e  di  accendervi  le  lampade . 

6. 1  religiosi  franchi  hanno  il  diritto  esclusivo  di  prati- 
carejl  loro  culto  nel  sotterraneo  basso  della  gran  chiesa 
di  Betlemme . 

7.  Di  vietare  alle  altre  nazioni  di  visitare  i  luoghi  Santi 
posseduti  dai  loro  religiosi  franchi . 

8.  Di  vietare  ugualmente  alle  altre  nazioni  di  accender- 
vi lumi ,  celebrarvi  le  loro  messe  e  praticarvi  il  loro 
culto. 

9.  Le  liti  accese  contro  i  religiosi  franchi  non  denno  es- 
sere sottoposte  alle  autorità  del  paese,  ma  sibbene  avocate 
alla  Sublime  Porta. 

10.  È  proibito  ai  Mogrebini  di  fare  alcuna  avania  ai 
religiosi  franchi  ad  Àtni  -  q*  arim  . 

11.  È  proibito  ai  doganieri  turchi  a  Gerusalemme  di 
visitar  le  robe  dei  religiosi  o  pellegrini  Cattolici,  che  f os- 
ser  già  state  visitate  negli  Scali  dove  avranno  approdato . 


92  MARCELLUS 


14.  Questa  prerogatiya^rabbiamo  già  veduto,  è  caduta 
affatto  in  disuso;  le  autorità  turche  sono  abili  ad  elude- 
re il  senso  dell'articolo  9  e  pretendono  che  ricever  regali 
o  tributi  che  sanno  esigere  in  segreto ,  non  sia  torre  de- 
naro. 


Nola .  —  Tutti  quelli  fra  questi  privilegi  V  esercizio  dei 
quali  dipende  unicamente  dai  Turchi ,  sussistono  tuttavia 
interamente.  Bisogna  però  eccettuarne  T  articolo  14  qui 
sopra  inserito  • 


VIAGGIO  93 

12.  È  Ugualmente  vietato  di  prender  gli  abiti  e  gli  or- 
namenti delle  chiese  latine  • 

13.  Di  obbligare  i  religiosi  franchi  a  ricever  monete  false. 

14.  Di  toglier  loro  denaro  • 

15.  D' esiger  da  essi  una  retribuzione  per  diritto  di  se- 
poltura dei  loro  morti  • 

16.  Di  fare  alcun  cattivo  trattamento  ai  religiosi  che 
portano  dai  paesi  franchi  i  tributi  soliti,  nel  caso  in  cui 
giugnessero  troppo  tardi . 

17.  Di  dar  noia  per  qualunque  caso  ai  religiosi  e  pelle- 
grini di  Terra  Santa  nel  corso  del  loro  pellegrinaggio . 

18.  Di  sturbarli  mai  neir  esercizio  del  loro  culto ,  fino  a 
tanto  che  al  di  fuori  questo  culto  non  urti  le  leggi  mussul- 
mane. 

19.  È  proibito  alle  autorità  turche  di  far  più  d^  una 
visita  d' ispezione  ogn'  anno  al  Santo  Sepolcro  • 

20.  D^  obbligare  i  religiosi  franchi  a  comprare  grano 
andato  a  male . 

21.  I  padri  Latini  hanno  irdiritto  esclusivo  di  mandare 
a  Costantinopoli  pelle  loro  faccende ,  senza  che  siavi  op- 
posizione . 


94  MARCELLUS 


Tale  era,  nel  1820^  Io  stato  delle  proprietà  e  delle  prero- 
gative de' Latini  nella  Terra  Santa ,  resultante  da  questo 
esame ,  fatto  a  modo  d' inventario  sul  testo  dei  trattati 
tra  la  Francia  e  la  Sublime  Porta. 

Passo  ora  all'  ordinamento  e  alla  situazione  interna  dei 
conventi  • 

Il  giuirdiafw^  che  ha  titolo  di  vescovo  della  Palestina,  è 
il  superiore  generale  ^  è  Italiano  di  diritto ,  e  nominato 
ogni  tre  anni  dal  papa . 

Il  vicario  generale  dev'esser  Francese  :  è  eletto  per  tre 
anni  dalla  comunità,  ed  è  incaricato  della  direzione  spiri- 
tuale ed  interna  dei  conventi.  Oggi  (1820)  questo  posto  è 
occupato  a  vicenda  da  uno  Spagnuolo  e  da  un  Italiano  j 
perchè  non  è  in  Pales  tina  che  un  solo  prete  Francese , 
nato  a  Nizza  quando  apparteneva  alla  Francia,  ed  edu- 
cato in  Piemonte. 

Il  procurator  generah^b  Spagnuolo  di  diritto  :  anch'  egK 
è  eletto  per  tre  anni  dalla  comunità  ;  dirige  tutte  le  rela- 
zioni estere  e  le  finanze  della  Terra  Santa  ;  è  aiutato  nelle 
sue  funzioni  da  un  vice  procuratore  generale^  che  è  più  par- 
ticolarmente il  tesoriere^  e  che  è  pure  Spagnuolo  di  diritto. 

U  consiglio  generale  della  comunità  si  chiama  discreto' 
rio ,  ed  è  presieduto  dal  guardiano  ;  si  compone  del  vi- 
cario generale,  del  procurator  generale,  e  di  tre  discreti 
eletti  fra  i  sacerdoti . 

I  Francescani ,  missionari  che  studiano  le  lingue  del- 
l'Oriente,  esercitano  le  funzioni  di  curati  presso  la  popo- 
lazione cattolica  della  Palestina ,  e  sono  obbligati  a  dodici 


VIAGGIO'  95 

anni  di  residenza.  I  monaci,  unicamente  occupati  del  ser- 
vizio intemo  dei  santuarii  e  dei  conventi ,  non  hanno  più 
di  tre  anni  di  pellegrinaggio  e  di  custodia  • 

Ogni  convento  è  9  o  dovrebb'essere,  sotto  la  presidenza 
d'^un  monaco  guardiano,  al  quale  si  aggiunge  un  missiona- 
rio che  uffizia  la  parrocchia . 

U  convento  del  Santo  Salvatore  nel  ricinto  di  Gerusalem- 
me, fu  dato  altra  volta  dai  Turchi  ai  padri  di  Terra  Santa, 
in  cambio  del  monastero  situato  sulla  montagna  di  Sionne , 
fuor  delle  mura  dov^  abitano  oggi  alcuni  dervicbi  •  Questo 
convento  del  Santo  Salvatore  è  considerato  come  |1  capo- 
luogo e  quartier  generale  dei  religiosi  Latini.  Quivi  si  scel- 
gono periodicamente  i  dieci  Francescani,  che  vanno  a  chiu- 
dersi per  tre  mesi  consecutivi  nella  chiesa  del  Santo  Sepol- 
cro senza  uscirne  mai  ;  imprigionati  là  sotto  la  chiave 
de' Turchi,  privi  della  luce  del  sole,  consacrano  le  loro 
lunghe  giornate  e  le  loro  notti  alle  preghiere  e  alle  cure 
della  loro  custodia  ;  abitano  una  fabbrìcuccia  mezza  rovi- 
nata unita  alla  chiesa ,  in  mezzo  ai  Copti ,  agli  Armeni , 
ed  ai  Greci  ;  si  fanno  loro  passare  pochi  alimenti  attraverso 
di  un  cancelletto  che  solo  può  aprirsi ,  imperocché  la  por- 
ta maggiore  non  s'apre  che  a  forza  di  denaro  e  per  ordi- 
ne delle  autorità .  Il  custode  turco  di  questa  porta,  che  per- 
cìpe  i  diritti  di  pellegrinaggio  a  nome  del  mollah  di  Geru- 
salemme, è  egli  stesso  uno  dei  più  ricchi  della  città. 

I  conventi  di  Terra  Santa  non  appartengono  tutti  alla 
stessa  direzione  nella  comunità  :  sottoposti  a  una  suddivi- 
sione totalmente  impolitica,  sono  mantenuti  a  spese  della 
nazione  dalla  quale  dipendono.  Quattro  conventi  soli  sono 
spesati  da  fondi  comuni  ;  gli  altri  sono  serviti  da  Spagnuoli 
0  Italiani,  senza  che  si  renda  ai  primi  alcun  conto  generale 
di  queste  differenti  gestioni,  che  il  superiore  stesso  non 


M  MARCBLLUS 

sindaca  mai  •  Un  solo  convento  appartenente  ai  Francesi^ 
ed  è  interamente  deserto ,  per  mancanza  di  preti . 
Ecco  uno  specchio  di  questa  ripartizione . 

I.  Convento  del  Santo  Salvatore  ^. 

2 del  Santo  Sepolcro    / 

o  j.  i>  *i  >  in  Siria 

3 di  Betlemme 

4 di  Nazarette 

Questi  quattro  conventi  sono  comuni  alle  tre  nazioni. 

5.  G()nventodi  San  Giovanni 

6 di  GiafTa  f  in  Palestina 

7.  •  ....  di  Rama 

8 di  Damasco  in  Siria. 

9.  •  •  .  •  .  di  Nicosia  in  Cipro 

10 di  Costantinopoli  in  Romelia . 

Questi  sei  conventi  appartengono  agli  Spagnuoli. 

II.  Convento  d^ Acri  in  Palestina. 

12 di  Tripoli 

13 di  Latakia 

14 d'Aleppo  ^  *"*  Siria 

15 d'Avissa 

16 di  Larnaca  in  Cipro 

17 del  Cairo  \ 

18 di  Rosetta  j  J°  E«*"<> 

19 d'Alessandria  / 

Questi  nov^  conventi  dipendono  dagli  Italiani  • 

20.  Convento  di  Seida  in  Siria  appartenente  ai  Francesi. 


VIAGGIO        -  91 

Cinque  di  questi  conventi  sono  affatto  abbandonati  -,  io 
stesso  ne  ho  visitati  quattro  dove  ho  trovato  un  solo  reli- 
gioso; finalmente,  invece  di  cento  sessanta  Francescani  che 
richiederebbe  il  servizio  dei  monasteri,  nel  1820  non  si 
contavano  più  di  novantasei  frati ,  cioè  :  [cinquantuno  Ita- 
liano, quarantadue  Spagnuoli,  due  Pwtoghesi  ed  uno  Fran- 
cese. 

La  spesa  annua  di  tutti  i  conventi  può  valutarsi  tre- 
centomila franchi,  cui  fa  d' uopo  aggiugnere  circa  cento- 
mila franchi  di  frutti  del  debito ,  che  monta  a  più  d'un 
milione .  Ho  già  notato  V  origine  di  questo  debito;  aggiun- 
go, che  stabilendo  imprestiti  a  un  frutto  del  12  ,  15  e  20 
per  cento,  i  religiosi  Latini,  confidati  nella  pietà  dei  loro 
fratelli  d' Europa ,  s' erano  esplicitamente  riserbati  la  fa- 
coltà del  riscatto,  appena  i  sovrani  cattolici,  che  è  quan- 
to dire  i  tre  rami  primogeniti  della  easa  di  Borbone,  sa- 
rebbero ristabiliti  sui  loro  troni  legittimi . 

Per  far  fronte  alle  spese  suindicate  di  quattrocentomila 
franchi,  ecco  quali  sono  le  rendite  annue  :  —  La  Spagna  ha 
quasi  cessate  le  sue  retribuzioni  alla  Terra  Santa  ;  il  solo 
Portogallo,  che  gli  Spagnuoli  considerano  siccome  una 
loro  provincia,  forniva  tuttavia  abbondantemente  nel  1820: 
si  potrebbero  valutare  a  cento  ottantamila  franchi  le  ele- 
mosine che  partono  ogn'  anno  da  Lisbona  e  dal  Brasile  per 
Gerusalemme.  L'Italia  dà  presso  a  poco  centoventimila 
franchi  •  La  Germania  manda,  senz'  epoca  fissa,  alcune  pic- 
ciolo somme  .  Finalmente  la  Francia,  non  aveva  dato  mai 
nulla  dappoi  trent'  anni .  Da  questo  specchio  risulta  un  de- 
ficit  annuo  di  circa  cento  mila  franchi  nelle  finanze  di 
Terra  Santa . 

Avrei  avuto  qualche  ripugnanza  a  svelare  in  questo  mo- 
do  r ordinamento  dei  conventi  latini  e  la  loro  miseria. 


IV.  13 


~1 


M 


ARCELLUS 


s' io  non  ne  avessi  prima  avuto  il  permesso  dai  poveri  re- 
ligiosi :  —  •  Non  abbiate  paura  di  umiliarci,  mi  dissero^  con 
t  scbiarimenti  troppo  pieni  ;  narrate  i  nostri  mali  come 
»  sono;  scuoprite  le  nostre  piaghe  ai  nostri  fratelli;  forse 
»  cercheranno  di  guarirle  .  » 

Dopo  questa  sposizione  di  tante  sventure,  mi  sarà  senza 
dubbio  domandato  di  indicarne  i  rimedi .  Lo  tentai  al 
mio  ritorno  dalF Oriente,  in  alcune  note  le  quali  comuni- 
cai a  parecchi  ministri  francesi  ;  e  queste  note,  che  non 
bau  nulla  che  fare  colla  politica ,  né  colle  mie  funzioni , 
e  di  cui  posso  qui  far  c4)noscere  il  succinto  senza  tradire 
grimpegni  di  discrezione  presi  con  me  stesso,  ebbero  V  ap- 
provazione di  alcuni  nostri  prelati  più  illustri.  Ma  T iniziati- 
va stava  al  solo  governo.  Prima  di  tutto,  parevami  indi- 
spensabile mandare  a  Gerusalemme  denaro  e  sacerdoti  • 

E  per  cominciar  dal  denaro,  proposi  una  questua  annua 
in  ogni  parrocchia,  da  annunciarsi  dai  vescovi.  Mi  parve 
che  tante  soscrizioni  aperte  allora  in  favore  dei  Greci , 
tanti  cuori  tocchi  dai  loro  infortuni! ,  non  si  chiuderebbe- 
ro per  cattolici  europei  anche  più  disgraziati ,  e  tutori 
d^  una  delle  più  belle  prerogative  deUa  corona  di  Francia. 
Fissai  approssimativamente  a  sei  franchi  per  parrocchia , 
runa  per  T altra,  il  prodotto  di  questa  questua  annua,  e 
faceva  ammontar  in  questo  modo  la  retribuzione  della 
Francia  a  150,000  franchi  in  circa  ;  portando  poi  le  ele- 
mosine deir  Italia  e  del  Portogallo  a  300,000  franchi ,  co- 
priva facilmente  le  spese  annue  di  Terra  Santa.  Proposi 
in  seguito  di  fondare  colle  somme  eccedenti  una  cassa  di 
riserbo ,  dove  verrebbero  a  fondersi  ugualmente  i  tributi 
più  piccoli  ed  irregolari  della  Spagna ,  delF  Austria  e  degli 
altri  stati  cattolici  d*"  Europa  :  questi  fondi  dovevano  sal- 
dare alla  fine  d^  ogni  anno  quei  crediti,  che  avevano  da  pa- 


VIAGGIO  f9 

gar  fratti  pia  onerosi  j  e  seguendo  cosi  U  sistema  di  molte 

!        grandi  potenze  europee ,  col  mezzo  di  questo  ammortizza* 
mento  base  essenziale  del  credito ,  le  finanze  dei  conventi 

I        si  sarebbero  presto  liberate  dal  peso  incomportevole  del 

I        loro  debito  • 

I  Rispetto  airinvio  di  religiosi  f rancesi,  voleva  cbe  nei  se- 

minarii  istituiti  per  ogni  diocesi ,  si  scegliessero  alcuni  in- 
dividui fatti  per  la  vita  monastica ,  o  cbiamati  dalla  lo- 
ro vocazione  al  ministero  delle  missioni  :  insigniti  degli 
ordini  sacri ,  dopo  il  loro  corso  di  teologia  ^  questi  gio- 
vani leviti  avrebbero  formato  a  Roma  un  nuovo  semi- 
nario sotto  la  protezione  speciale  dell'ambasciatore  di 
Francia,  e  sotto  la  direzione  d' un  prete  Francese .  !Qui vi , 
col  carattere  sacerdotale ,  avrebbero  ricevuto  P  abito  di 
san  Francesco;  e  coloro  che  si  fossero  destinati  alle  mis- 
sioni,  avrebbero  trovato  a  Roma  gli  abili  professori  di 
arabo  e  di  turco  che  vi  mantiene  la  Propaganda .  In  tal 
modo  disposti  9  questi  sacerdoti  come  pure  i  religiosi 
d'Italia  e  di  Spagna,  avrebbero  compiuto  i  tre  anni  di 
pellegrinaggio  e  di  custodia ,  o  esercitato  le  funzioni  di 
missionarii  per  dodici  anni .  Per  provvedere  alle  spese  del- 
lo stabiUmento  dei  novizi  a  Roma,  sarebbe  stato  neces- 
sario distogliere  una  somma  dalla  elemosina  periodica  che 
si  fosse  raccolta  in  Francia,  e  forse  sarebbe  sfato  sufflcen- 
te  un  appello  per  questo  obbietto  alla  munificenza  del  re 
e  all'  attenzione  del  ministro  degli  affari  ecclesiastici . 

Aggiungo  solo,  che  ad  ogni  passo  in  Palestina  io  consi* 
dorava  con  dolore  sempre  più  forte  V  assenza  dei  sacerdoti 
francesi;  ed  ho  abbandonato  Gerusalemme  pienamente 
persuaso,  che  non  tarderemmo  a  perdere  i  nobili  privilegi 
guarentitici  dai  trattati ,  se  i  nostri  sacerdoti ,  e  pia  ch'ai- 


100  MARCELLUS 

tro  il  nostr^  oro,  non  soccorrono  a  queste  pietose  ed  anti* 
che  fondazioni . 

Il  procurator  generale ,  pochi  giorni  dopo  il  mio  arrivo^ 
aveva  saputo  le  persecuzioni  esercitate  a  Damasco  contro 
i  Cattolici  ;  e  di  subito  lo  spavento  si  sparse  pei  conventi. 
In  questo  modo  si  annunciano  quasi  sempre  pei  padri  fran- 
cescani le  usurpazioni  e  le  avanie:  essi  mi  raccontarono 
r origine  di  quelle  nuove  disgrazie. 

L' arcivescovo  greco  di  Acri  e  il  patriarca  di  Antiochia 
avevano  presentato  al  divano  imperiale  una  memoria  di 
lagnanze  contro  i  Cattolici ,  sudditi  commessi  della  sublime 
Porta.  Fra  le  molte  accuse,  v^era  pur  quella  soprattutto 
d'avere  abbandonato  i  loro  antichi  costumi  per  attaccar- 
si ai  principii  politici  professati  dai  Franchile  di  aumenta- 
re il  numero  dei  nemici  del  Gran  Signore .  Di  tal  modo , 
diceva  quella  strana  memoria,  che  se  un  imperatore  del- 
r Europa  dichiarasse  la  guerra  al  sultano,  si  vedrebbero 
infallibilmente  i  Cattolici  collegarsi  agii  eserciti  nimici  per 
facilitare  la  conquista  delle  provincie  musulmane.  Cosi 
s' esprimevano  alcuni  Greci,  dieci  mesi  prima  della  loro  ri- 
voluzione ! 

Un  firmano  ordinò  il  gastigo  dei  Cattolici  così  falsamen- 
te tacciati,  e  P  esecuzione  fu  affidata  al  pascià  di  Damasco  • 
Costui  nuUadimeno,  per  certo  spirito  di  giustizia  e  di  probi- 
tà, credette  di  dover  sospendere  i  rigori,  pienamente  convin- 
to della  innocenza  dei  Cattolici:  ma  i  loro  avversarli,  sven- 
tati i  loro  primi  progetti ,  pretesero  essere  stati  oltraggiati  e 
maltrattati  j  e  queste  allegazioni ,  sostenute  con  molti  intri- 
ghi e  molto  oro  sparso  fra  i  ministri ,  finalmente  preval- 
sero. 

Apparecchiati  alla  tempesta ,  i  sacerdoti  cattolici  ebbe- 
ro tempo  di  schivarla  ;  essi  fuggirono  di  Damasco ,  e  si 


VIAGGIO  lOI 

ritirarono  sul  Libano,  in  Palestina  e  a  Gerusalemme  :  alcu- 
ni andarono  anche  fino  in  Egitto  ;  cinque  soli  furono  sor- 
presi e  cacciati  in  carcere.  Io  avevo  veduto  uno  dei  fug- 
giaschi a  Seida  *,  ne  trovai  molti  a  Gerusalemme ,  e  tentai, 
per  alleviare  i  loro  mali,  qualche  via  che  non  andò  total- 
mente fallita. 

Pochi  giorni  prima  ch'io  dicessi  addio  a  Costantinopo- 
li, aveva  veduto  partirne  lacaravana  della  Mecca  sotto  la 
custodia  di  un  ministro  di  stato  influente,  che  andava  a  pic- 
cole giornate,  ed  era  giunto  poco  fa  a  Damasco.  Sapeva 
io  che  11  pascià  di  questa  provincia  è  obbligato,  per  i  suoi 
doveri  religiosi  e  civili,  come  pure  neir interesse  d'una 
astata  politica,  a  cattivarsi  il  favore  e  la  benevolenza  del . 
superiore  della  caravana:  scrissi  dunque  a  questo  la  lette- 
ra seguente. 

»  Illustrissimo,  graziosissimo ,  clementissimo ,  miseri- 

•  cordiosissimo  signore  !  Voi  che  siete  Surra-Emini  della 

•  caravana  della  Mecca,  dopo  avere  offerto  al  cuore  su- 
»  Mime  di  Vostra  Eccellenza  voti  puri,  e  le  perle  delle  ve- 
»  re  e  cordiali  salutazioni,  ecco  qual  è  il  nostro  amiche- 

•  vole  esposto  : 

»  Abbiamo  con  somma  nostra  contentezza  saputo  il 
»  Vostro  felice  arrivo  a  Damasco,  e  preghiamo  TAltissi- 
»  mo  Dio,  che  il  vostro  viaggio  si  compia  con  ogni  bene 

•  possibile  •  Partiti  da  Costantinopoli  alcuni  giorni  dopo 
»  r  Eccellenza  Vostra  per  venire  a  visitare  Gerusalenune 
»  la  Santa,  noi  colla  grazia  di  Dio  ci  siamo  arrivati;  e  col- 
»  ghiamo  occasione  della  nostra  prossimità  a  Damasco  per 

•  pregarvi  di  far  render  giustizia  ai  reclami  dei  religiosi 
»  franchi,  spogliati  dei  loro  diritti  in  onta  ai  trattati,  e  con 
1  insaputa  del  maestosissimo ,  magnificentissimo  e  poten- 
»  tissimo  imperatore  Vostro  signore  •  Vi  facciamo  sapere 


m  MARCBLLUS 

inoltre,  che  tornati  presso  il  nostro  capo ,  T  illastre  am- 
basciatore di  Francia ,  ci  faremo  un  debito  di  far  valere 
Io  zelo  e  r  interesse  9  che  il  nostro  amico  il  Surra-Emini 
arra  avuto  pelle  nostre  cose,  come  per  lo  avanti  già  Io 
aveva  promesso .  Essendo  i  cattolici  di  Damasco  nostri 
fratelli  di  religione ,  riputiamo  eziandio  adempiere  a  un 
nostro  dovere  supplicando  V  flccellenza  Vostra  di  accor- 
dar loro  la  sua  protezione  e  il  suo  appoggio  nelle  loro 
perplessità .  Vi  chiediamo  instantemente  per  essi  la  Vo- 
stra benevolenza,  illustrissimo,  graziosissimo  e  mise- 
ricordiosissimo signore ,  e  vi  assicuriamo,  che  ve  ne  sa- 
remo per  sempre  riconoscenti;  e  che  P ambasciata  del- 
l' imperator  di  Francia  non  trascurerà  in  veruna  occa- 
sione di  servire  gli  interessi  della  Vostra  nobile  persona. 
»  Finiamo  ,•  desiderandovi  gloria ,  avanzamento  e  conti- 
nua prosperità. 

»  Gerusalemme  la  Santa,  il  25  ramazan  1235  (3  lu- 
glio 1820). 

1  Firmato lU  Ser-Kiatib  (segretario)  dell'ambasciata 
francese  » 

Al  mio  ritorno  a  Costantinopoli  seppi ,  che  dopo  alcune 
somme  pagate  da  una  parte  e  dell'  altra,  dopo  pubblici 
esami  suUe  varie  accuse  affacciate  contraessi,  i  Cattolici 
avevano  ottenuto  dai  Greci  una  spezie  di  triegua,  che  Tau- 
torifli  del  pascià  di  Damasco  aveva  sanzionata  . 


3«S-^'SS^ 


■^  *WIMjMMaMeMiMlHKMMMCN>gK<» 


^^i^MM>4»^^Ma»«B»«^»^a^^M^<>*i'*ia»^»^» 


GAP.  XVIII. 

PABTBNZA  DA  GBBtISALEMHE 

ABDAIXAH  CAPO  DBl  WEHHABBITI 

GIAFFA 

(1820) 


'Ori  70ÙV  mi  ulTÌ'i 
n  ^*>i  TÙv  òxsuirOiyTui 


>.  So».». 


E  mie  bagaglie  g''eraDo  aumen- 
late  di  lulte  le  riccliezze  di  un 
-!>»„.■■ -iw^i.i,.n  pellegrino:  aveva  meco  migliaia 
di  corone  io  madreperla  del  mar  Rosso,  in  legno  e  in  noccioli 
di  fratti;  alcuni  rami  degli  olivi  di  Gethiemani;  coocbiglie 
ceMllate,  che  rappresentavano  santi,  grandi  croci  cariche 
di  pitture,  o  riccamente  scoJpite  dagli  Arabi  di  Betlemme; 


104  MAIICELLUS 

modelli  della  cappella  interna  del  santo  Sepolcro;  misare 
della  lunghezza  e  larghezza  della  tomba,  ricamate  a  lettere 
greche  e  latine  ;  rose  di  Gerico  ;  croci  di  bitume  e  acqua 
del  mar  Morto  ;  una  canna  e  alquanta  acqua  del  Giordano  ; 
balsamo  di  Gerusalemme  prodotto  della  gomma  e  delle 
piante  aromatiche  della  Giudea,  il  qual  balsamo,  emulo  di 
quello  della  Mecca,  m^era  stato  dato  dal  padre  farmaco  del 
convento  del  Santo  Salvatore ,  con  una  ricetta  sul  modo  di 
servirsene:  poi  alcuni  vezzi  verdi  e  scuri,  che  i  Musulma- 
ni nel  loro  silenzio  estatico  sogliono  scorrer  fra  le  dita  ripe- 
tendo internamente  Dio  è  grande ,  Dio  è  buono ,  ec.  ec.  ;  fi- 
nalmente il  mio  diploma  di  cavaliere,  il  mio  brevetto  di  pel- 
legrino, e  la  corona  del  padre  Muiioz.  —  Anche  oggi  riveg- 
go con  piacere  infifiito  ciò  che  mi  avanza  di  queste  testimo- 
nianze del  mio  pellegrinaggio. 

Partii  da  Gerusalemme  il  di  dieci  di  luglio  sul  far  del 
giorno:  i  Turchi  custodi  della  por ta di  David ,  dormivano 
tuttavia;  né  potendo  venire  a  capo  di  svegliarli,  andammo 
a  passare  dalla  porta  del  monte  Sionne ,  dove  le  scolte  era- 
no più  vigilanti. 

Attraversai  di  bel  nuovo  la  valle  di  Terebinto  e  Anatoth^ 
patria  di  Geremia  :  vidi  le  tombe  dei  Maccabei,  ed  entrai 
nelle  gole  delle  montagne  di  Giuda .  Giunto  sulla  sommi- 
tà delle  colline  pietrose ,  lanciai  un^  occhiata  dal  Iato  di 
Gerusalemme  che  era  sparita  affatto  :  non  vidi  che  roccie, 
botri ,  e  monticelli  confusamente  mescolati ,  che  si  disten- 
devano fin  nella  valle  del  Cedron,  di  cui  non  poteva  più 
conoscere  il  letto  sennonché  dalla  linea  delle  ombre  che 
si  progettavano  sul  monte  Oliveto .  Su  queste  alture  triste 
ed  aride,  rocchio  non  scuopre  altro  che  scogli  e  qualche 
albero  d^  una  vegetazione  languidissima .  Eppure,  io  andava 
dicendo,  eppure  in  Gerusalemme  t7  re  Salomone  avea  prò- 


105 


VIAGGIO 

fuso  in  copia  aro  ed  argento  siccome  sassiy  e  cedri  qm$i  non 
f osterò  che  tieomori^  che  crescono  in  tanto  numero  nelle  jo- 
litudini  (1)  !  —  Per  distrarmi  dalla  aflDUizione  e  dai  miei  do- 
lorosi pensieri)  lasciando  la  citta  santa  ^  spinsi  gii  occhi  sul- 
le vaste  campagne  di  Saron  verso  le  quali  io  scendeva,  di 
Saron  patria  dei  narcisi  e  delle  rose,  di  cui  erano  smal- 
tate le  pianure ,  lussureggianti  in  quel  momento  di  messe 
biondeggiante siccome  allora  che  Sansone,  flagello  dei  Fi- 
listei, le  incendiava.  A  mezzogiorno  era  giunto  a  Ram- 
la:  ci  visitai  la  casa  di  Nicodemo  e  F altare  di  san  Giu- 
seppe d' Arimatea,  che  si  trova  nel  convento:  poi  prenden- 
do la  via  di  GiafiTa,  mi  fermai  alla  piscina  di  sanr  Elena, 
gran  cbterna  mezza  diruta ,  le  volte  della  quale  cuoprono 
tuttavia  un^ acqua  stagnante. 

Poco  più  lontano  fui  raggiunto  da  un  sipahi  (cavalie- 
re turco),  il  quale  avviavasi  per  la  stessa  direzione,  e  che 
intavolò  conversazione  col  mio  giannizzero.  A  poco  a 
poco  mi  mescolai  ai  loro  colloqui  che  mi  parvero  di  qual- 
che interesse .  11  nostro  compiignodi  via  aveva  fatto  parte 
deir esercito,  che  Ibrahim  pascià,  figlio  del  vice-re  d'Egit- 
to aveva  condotto  contro  i  Webhabbiti .  Raccontò  mille  par- 
ticolarità di  questa  spedizione  ^  ed  ecco  ciò  di  cui  mi  ram- 
mento, ayendone  preso  nota  la  sera  stessa. 

»  Derié,  capitale  degli  empi  (2), è  situata,  egli  diceva, 
in  una  valle  circondata  di  altissime  montagne.  Lunghe 
pioggie  ci  formano  qualche  volta  un  torrente  che  preci- 


(1)  PraehuUque  rex  argmUum  «1  aurum  in  Jerusalem,  quasi  lapides, 
et  cedro»  qwui  tycamoros ,  quae  ncucunlur  in  campestribut ,  multitudine 
magna.  paralipohziii  ,  lìb.  n,  cap.  !,▼.  16. 

(2)1  misulmaai  noo  osano  pronunciare  la  parola  Wehbab;  Il  nome  d'un 
sacrilego  riformatore  del  Corano  ne  contaminerebbe  la  bocca . 


IV. 


li 


106      \  HABCBLLUS 

pila  con  gran  violenza ,  e  va  a  perdersi  nel  Golfo  Persi- 
co 9  distante  ad  oriente  sette  giornate  di  cammello  (circa 
ottanta  leghe).  ìiél  letto  di  questo  torrente  y^  è  acqua  tut- 
to Tanno,  cosa  rarissima  in  Arabia.  Sulle  due  sue  rive  si 
stendono  grandi  giardini  ricchi  di  palmizi  d^  un' altezza 
prodigiosa  9  di  cedri,  di  vigneti,  di  limoni,  di  fichi  e  d'al- 
tri alberi  fruttiferi.  L'acqua  dei  pozzi  è  d'un  gusto  sal- 
mastro, ma  pura;  la  poca  terra  atta  alla  cultura  vi  è 
fertilissima;  il  resto  è  deserto. 

»  La  citta  contiene  dieci  mila  abitatori  ;  ha  due  leghe 
di  lunghezza,  e  un  miglio  di  larghezza:  le  case  vi  son 
fabbricate  meglio  che  in  Egitto .  Derié  e  i  suoi  giardini 
sono  attorniati  da  muri  di  pietra ,  fiancheggiati  da  torri 
di  varie  dimensioni ,  sopra  ciascuna  delle  quali  erano 
adattati  uno  o  due  pezzi  di  cannone  .  In  mezzo  a  questo 
ricinto  è  un  ridotto  o  cittadella,  e  quivi  Abdallah,  capo 
degli  empi  erasi  chiuso  con  più  di  quattromila  uomini. 
Le  nostre  forze  per  attaccarlo  erano  poche:  avevamo  due- 
mila uomini  d'infanteria,  mille  seicento  cavalieri,  sette 
cannoni ,  diciottomila  palle,  trecento  bombe ,  un  mortaio 
ed  un  obice . 

1  Dopo  un  fuoco  continuo  che  durò  quarant'  olt'  ore,  le 
torri  furono  rovesciate  e  l' artiglieria  degli  empi  tacque  ; 
il  primo  assalto  fu  micidiale  pelle  due  parti ,  il  secondo 
attacco  non  lo  fu  meno  :  Ibrahim  pascià  s' avvide  che  bi- 
sognava aspettar  rinforzi  e  trasformar  V  assedio  in  blocco. 

•  Di  fatti ,  per  cinque  mesi  ci  furono  poche  e  leggie- 
re scaramuccie:  tre  caravane  da  Bagdad  giunsero  al  cam- 
po egiziano  ;  altra  gente  venuta  dal  Cairo  rinforzarono  il 
nostro  esercito  fino  a  cinquemila  uomini  :  allora  ventitré 
villaggi  vicini  a  Derié  si  arrendettero ,  ed  altrettanto  fece- 
ro vari  capi  degli  empi . 


VIAGGIO  107 

»  Infrattanto  AbdaDth  restauraya  le  breccie  delle  sue 


i  fortiltcazioiii  j  e  eonfortava  gli  amici  contro  gli  orrori 
i  della  fame  eoo  eflortazioai  fanatiche ,  e  più  ch'altro  col- 
r  esempio  •  Poco  dopo  pen»  con  nno  strattagemma  ardito^ 
pose  il  fuoco  al  nostro  convoglio  di  muouioni  ;  poi  sosten- 
ne bravamente  numerosi  assalti  :  ma ,  tradito  dai  parenti 
e  da  un  fratello  che  venne  ad  assoggettarsi  ad  Ibrahim^ 
Ahdallah  fu  costretto  a  sloggiar  dalla  città .  Egli  si  chiuse 
nella  cittadeUa,  accompagnato  da  dugentodei  suoi  soldati 
disperati  come  Ini . 

•  Pochi  giond  dopo^  durante  una  pugna  che  non  ebbe 
risultato  9  il  luogo  tenente  di  Abdallah  e  uno  dei  capi  della 
sua  religione  ^  vennero  a  darsi  vilmente  ad  Ibrahim^  che 
per  ispregio  fece  loro  rader  la  barba  9  svellere  i  denti ,  e 
li  espose  COSI  alle  pubbliche  beife  • 

•  Indebolito  da  queste  defeaioni  9  T  empio  previde  al- 
lora qual  sorte  lo  attendesse  t  permise  a  tutti  i  villaggi 
che  dipendevano  da  lui  e  agli  amici  che  lo  attorniavano 
di  far  la  pace  col  vincitore  ;  e  per  ottener  loro  migliori 
patti  9  mandò  anche  in  regalo  ad  Ibrahim  cinque  superbi 
cavalli .  Nondimeno  9  gialleggiato  da  pochi  servitori  fé- 
delÌ9  egli  sempre  combatteva  • 

•  Finalmente  lbrahial^  sorpreso  di  trovar  tanto  coraggio 
in  un  nimico  dei  veri  figli  di  MaiNnett09  si  degnò  entra- 
re  in  negoaafti,  e  gli  mandò  il  suo  Diviciar  (segreta- 
rio  )  •  Abdallah  chiese  amnistia  piena  pel  suoi  fratelli  9 
libertà  per  coloro  che  avevano  combattuto  con  lui  9  e  ri- 
spetto pelle  donne  •  Il  vincitore  acconsenti  a  tutto  9  di- 
chiarando soltanto  che  aveva  ordine  di  bruciare  Derié  e 
che  non  poteva  rispondere  della  vita  di  Abdallah.  —  »  Non 
si  tratta  della  mia  vita 9  rispose  costui  ;  ve  n'ho  io  parla- 
to ?  •  —  e  firmò  tosto  la  capitolazione. 


f 

t  i 


I 


108  MARCBLLUS 

* 

»  Ibrahim  accolse  allora  cmi  molta  benoTolenza  Abdal- 
lah,  e  Io  ammise  alla  sua  tavola.  Poco  dopo,  questori- 
belle,  seguito  dal  suo  più  giovine  fratello ,  cbenou  volle 
mai  lisciarlo ,  e  da  un  imano  della  sua  setta  (  che  Dio  Io 
confonda  !  ) ,  fu  tratto  via  fuori  del  campo  . 

»  Distruggemmo  Derié  dalle  fcmdamenta:  avevamo  per- 
duto duemila  uomini  in  questo  lungo  assedio  ;  tremila 
de^'nostrì  nimici  vi  perirono,  ma  Tempietà  vive  anco- 
ra .  » 

A  questo  punto  del  racconto ,  il  sipahi  uscì  di  strada 
per  andare  a  fare  la  sua  preghiera  alla  tomba  d' un  san- 
tone rinomato  pella  sua  santità  •  Mi  fermai  anch'  io  per 
ammirare  relegante  edificio  che  cuopriva  quella  tomba , 
la  sua  cupola ,  la  sua  fontana ,  e  i  platani  e  i  bei  palmizi 
che  lo  circondavano  • . 

II  sipahi  venne  a  raggiugnermi  dopo  la  sua  preghiera,  e 
seguitò  a  parlare  di  Abdallah  •  —  t  Quand'  egli  si  presentò 
»  ad  Ibrahim  pascià ,  diss'  egli ,  era  vestito  d' una  tunica 
•  di  lakor  (  caMndra  bianca  )  ;  portava  una  cintura  ed 
»  un  turbante  della  stessa  roba ,  due  pistole  ed  una  sci- 
»  mitarra  fregiata  d' oro .  Montava  un  cavallo  riccamen-* 
»  te  bardato ,  e  tre  cavalli  condotti  a  mano  e  venti  uomini 
»  lo  seguitavano.  Egli  è  alto  della  persmia,  nobile  del 
»  portamento ,  e  ci  ha  provato  d' esser  pieno  di  coraggio 
»  e  di  alte  virtù.  Che  peccato  che  tante  grandi  qualità  si 
»  trovino  riunite  in  un  cane  d^  incredulo  !  »  — 

Io  sapeva  la  fine  della  storia  di  Abdallah,  e  seguitai 
il  racconto  •  La  presa  di  Derié  era  stata  offlcialmente  an- 
nùnciata  dalla  Sublime  Porta  a  tutte  le  ambasciale  a  Co* 
stantinopoli  :  il  cannone  aveva  rimbombato  tre  giorni  con« 
secutivi  nel  Bosforo .  Era  stata  mandata  una  pelliccia 
d' onore  ad  Ibrahim  pascià,  e  il  viceré  d' Egitto  aveva  ri- 


1 


VIAGGIO  100 

cevnto  il  titolo  di  khan  ;  la  qual  dignità ,  attributo  della 
nazione  ottomana,  non  si  largiva  in  altri  tempi  che  ai 
sovrani  della  Crimea  :  sono  poche  le  eccezioni  a  questa 
regola ,  e  questo  era  veramente  il  pia  grande  onore  che 
il  sultano  avesse  potuto  conferire  al  pascià  d^ Egitto. 

Di  mezzo  alle  feste  che  celebravano  la  sua  disfatta,  A- 
bdallah,  giunto  a  Costantinopoli,  si  preparava  alla  morte , 
e  la  ricevette  con  un  coraggio  che  non  lo  abbandonò  un 
solo  istante .  11  ministro  del  suo  culto  volle  morir  Tultimo, 
e  durante  il  supplizio  di  Abdallah  e  del  fratello  minore  ri- 
mastogli fedele ,  i  canti  e  le  preghiere  delF  imano,  che  non 
cessarono  mai ,  sublimavano  le  loro  anime:  finalmente  le 
tre  teste  ruotolarono  ,  e  furono  esposte  alla  porta  del  ser- 
raglio, sotto  un  versetto  del  Corano  che  fulminava  gli  em- 
pi .  Aveva  io  stesso  veduto  quelle  belle  teste  pallide  nella 
nicchia  sanguinosa ,  e  m^era  sentito  rabbrividire  • 

Avevamo  oltrepassato  il  villaggio  di  Yazor,  e  giugnem- 
roo  al  campo  ove  si  recava  il  cavaliere  turco  :  prima  di 
acconiiatarsi  mi  disse,  che  le  numerose  tende  delle  quali 
era  seminata  la  pianura,  contenevano  circa .  millecinque- 
cento uomini  dipendenti  dal  Pascià  di  Tolemaide.  Il  si- 
pahi  faoeva  allora  parte  di  queUa  truppa  sotto  gli  ordini 
del  bey  di  Giaffa  . 

Prima  di  torvar  la  città,  io  seguii  per  quasi  una  mezza 
lega  un  viale  cinto  della  vegetazione  più  bella  •  I  giardini 
di  Giaffa  sono  celebrati  In  Oriente  per  T  abbondanza  e  per 
la  qualità  dei  loro  frutti  :  gli  aranci ,  i  banani ,  i  fichi,  le 
pesche  e  l'uva  vi  sono  squisiti;  i  poponi  ed  i  cocomeri , 
che  vi  si  raccolgono  sono  i  più  beUi  e  i  più  riputati  dell'A- 
sia: se  ne  mandano  ogn'anno  al  Gran  Signore ,  e  se  ne 
esagera  siffattamente  la  grossezza  che  narrasi,  che  un  solo 
popone  sopra  ogni  parte  del  basto  serve  a  caricare  un  asi- 


no  MAUCBLLCS 

DO  ;  e  quÌTi  io  sono  storico  infedele ,  imperocché,  per  dirla 
come  mi  fu  raccontata,  avrei  dovuto  dire  d^un  cammello. 

Spossato  dal  calore  del  giorno ,  dopo  le  pianure  di  sab- 
bia che  finalmente  aveva  traversate ,  mi  fermai  all^  om- 
bra dei  boschetti  di  Giaffa,  e  sugli  orli  delle  fontane  che  li 
innaffiano .  Passai  dalla  tenda  d^un  giardiniere  air  altra, 
attraverso  una  selva  di  alberi  fruttiferi  piantati  senza  si- 
metria,  e  per  dovunque  mi  sioffisrivano  cocomeri,  uva ,  fi- 
chi e  susine  ;  ma  io  mi  fermai  a  guardar  più  d^  ogni  altra 
cosa  le  canne  di  zucchero  e  i  banani . 

Queste  rive  del  mare  dove  riposa  Giaffa  non  offrono  ve- 
ramente alla  vista  quelle  bellezze  pittoriche  di  cui  il  Li- 
bano arricchisce  Seida  e  Borito  •  Quivi  sono  soltanto  colli- 
ne o  piuttosto  innumerevoli  tumuli  vestiti  del  fogliame  piìi 
verde,  che  formano  quasi  lunghe  ondulaaioiii  che  s'incli- 
nano insensibilmente  verso  le  pianure  infuocate  del  mar 
Rosso  e  dell'  Egitto .  Dopo  il  Libano  ^  il  Carmelo,  suo  figlio, 
signoreggia  la  gran  piaggia  di  Tolemaide .  Più  presso  an- 
cora, la  montagna  di  Samon  si  prolunga  a  niodo  di  pro- 
montorio ,  superba  di  sostenere  le  none  di  Cesarea.  Ma  a 
Giaflà  più  non  veggionsi  grandi  scogli  nel  mare,  non  erte 
montagne  all'orizzonte.  Il  Deserto  comincia  dopo  quei  ma* 
ravigUosi  boschetti  che  attorniano  la  città,  e  si  dilunga  in 
onde  di  sabbia  fino  ai  confini  dove  ha  principio  V  Affrica  • 

Giunsi  a  GiaflBi  in  sulle  sei  di  sera,  e  il  mio  cavallo  era 
sempre  andato  di  passo;  quindi  si  debbe  conchiudere,  es- 
sere facile  andare  in  un  giorno  dalla  spiaggia  del  mare  a 
Gerusalemme  •  In  questo  proposito,  giova  però  osservare , 
che  le  porte  di  Giafiìt  ain^endosi  soltanto  sul  far  del  giorno, 
e  quelle  di  Gerusalemme  essendo  chiuse  dai  Turchi  dopo 
la  loro  preghiera  serale,  fa  d' uopo  munirsi  d'un  permesso 


VIA  G6IO 

dei  governatori  delle  duo  città,  o  affrettare 
passo. 
Ecco  le  distanza  di  quest*  itinerario  . 


1.  —  Da  Giaffa  a  Yazor  ,  villaggio  situato  a  manca  del* 
la  via Un'ora 

2.  —  Da  Yazor  a  Beit-Dedgel ,  secondo  villaggio  a 
manca Una  mezz'ora 

3  —  Da  Beit  •  Dedgel  a  Serfan,  villaggio  a  dritta  della 
vìa Tn*  ora 

i.  —  Da  Serfan  a  Ramta  (  Arimalea  ) ,  convento  e  ri> 
poso Una   nuzz*  ora 

5.  —  Da  Ramla  a  Elkdmb ,  villaggio  a  manca  sopra  una 
altura Un'' ora  e  mezza 

6.  —  Da  Elkebab  a  Latrun ,  posto  a  dritta  sopra  una 
'       colliua VrC  ora  e   un  quarto 

7.  —  Da  Latrun  ad  un  pozzo  scavato  dove  finisce  la 
pianura Vn quarto  d'ora 

H.  —  Dal  pozzo  a  Kariet-Eleneb-Gafar ,  residenza  di 
Àbu  •  Go$h .........     Due  ore  e   mezza 

9.  —  Da  Kariet-Eleaeb-Gafar ,  pella  valle  di  Terebin- 
to, a  Gerusalemme Tre  ore  e  mezza 

In  tutto Dodici  ore . 

I  Traversai  il  bazar  di  GiaOti:  i  caffè  «raoo  pieni  di 

I  soldati  Turchi  ed  Arabi  allontanatisi  da)  campo  vicino 

I  della  città:  il  mio  abito  europeo  mi  attirò  alcuni  gesti 

!  minaccievoli ,   ed  alcune  ingiurie  cbe  feci  vista  di  non 

I  capire . 

Passai  pochi  momenti  al  convento  di  Terra  Santa  nella 

I  camera  che  aveva  occupata  Booaparte:  era  appresso  a  poco 


US 


MARCBLLCS 


la  Stanza  stessa  dove  dimorò  San  Pietro,  quand'egli  abitata 
la  casa  di  Simone  cuoiaio  che  sta  vicino  al  mare  (1)  :  ma 
io  aveva  il  cuore  troppo  pieno  di  Gerusalemme  per  occu- 
parmi seriamente  di  Joppe;  e  in  generale  Giaffa ,  tenuta  in 
gran  conto  dai  pellegrini  che  arrivano  e  pella  prima  volta 
toccano  la  Palestina ,  è  alP  incontro  molto  spregiata  da 
quelli  che  si  lasciano  dietro  il  mar  Morto,  Sionne  ed  il 
Giordano • 

•  —  Sappiate  che  Giaffa  è  la  città  più  antica  del  mon* 
»  do ,  imperocché  la  fu  fondata  avanti  il  diluvio  ;  Noè  è 

>  in  corpo  sepolto  nella  roccia  dove  furono  attaccate  le  ca- 
•  tene  di  ferro ,  di  cui  un  gran  gigante  che  ebbe  nome 
t  Andryomadas  fu  incatenato  dai  tigli  di  Noè ,  del  qual 
»  gigante  V  osso  d^  una  delle  sue  costole  ha  quaranta  pie- 

>  di  di  lunghezza  (2) . 

Questo  racconto  d^  un  pellegrino  del  secolo  decimoquar- 
to, frammischia  curiosamente  la  costruzione  delF  arca  alla 
favola  di  Andromeda ,  e  queste  due  tradizioni  fanno  tut- 
tavia la  celebrità  di  Gìaffai  • 

VEstafette  m^  aspettava  ancorata  distante  due  miglia 
in  mare,  e  non  aveva  potuto,  a  malgrado  della  picciolezza 
delle  sue  forme  e  della  leggerezza  della  sua  costruzione, 
penetrare  nel  porto  inospitale  di  Giaffa  •  I  religiosi  mi  ac- 
compagnarono alla  riva:  poi  i  loro  occhi  e  le  loro  pre- 
ghiere mi  seguitarono  iinchè  la  mia  scialuppa  ebbe  oltre- 
passata la  scogliera  e  i  pilastri  che  cingono  il  porto  •   Il 


(1)  Hic  hospitaiìir  c^ud  Simonem  quemdam  cori€urium,  c^jug  est  do- 
mus  juxta  mare ,  Atti  dr^iì  Aposiuli  cap.  x,v.  0. 

(2)  llanoscriCto  francese  dei  Viaggi  del  sire  di  Mandcville . 


TIAGGIO 


113 


nare  era  agitato^  ao  vento  gagliardo  lo  gonfiava  ^  sic- 
ché a  gran  stento  giunsi  alla  goletta .  I  primi  albori  mi 
avevano  veduto  uscir  da  Gerusalemme  ^  le  ultime  tinte 
del  crepuscolo  abbandonarono  le  nostre  vele  superiori , 
quand'  io  era  già  distante  due  leghe  dalle  coste  della  Pa- 
lestina • 

Nella  notte  dell' 11  luglio  ^  poche  ore  dopo  aver  lasciato 
Giaffa  il  vento  si  dichiarò  contrario  alla  nostra  navigazione 
verso  r  Egitto  9  e  ci  spinse  di  subito  rimpetto  alle  ruine 
di  Cesarea*  LMndomatne,  in  sul  levar  del  sole  scòrsi  quelle 
vaste  ruine  coperte  da  siepaglie^  come  anche  le  ccrionne 
defla  riva  annerite  dalla  schiuma  dell'onde  •  Rividi  poscia 
il  Carmelo^  il  12,  a  mezzogiorno,  si  mostrava  tuttavia  al- 
l' orizzónte ,  e  Sparve ,  quando  un  vento  di  mezzodì  mol- 
to gagliardo  ci  costrinse  a  far  via  verso  l' isola  di  Cipro , 
che  dlscooprimmo  il  13 ,  sul  far  del  giorno .  Due  lunghe 
giornate  passarono,  nel  tempo  in  cui  risospinti  tra  il  ca- 
po di  Pafo  e  quello  di  Amatunta  non  riuscivamo  a  fare  un 
passo  verso  Alessandria .  Più  tardi ,  la  calma  successe  al 
vento  dì  mezzodì  j  e  la  nave  rimase  nella  stessa  immo- 
bilità ,  e  come  inchiodata  sempre  in  vista  del  capo  di 
Giaffa  da  cui  eravamo  distanti  per  traverso  circa  venti 
miglia . 

Il  16  finalmente  aiutati  dai  pappafichi  e  dalle  vele  di 
straglio,  son  questi  i  nomi  delle  vele  sussidiarie  che  fa  d'uo- 
po spiegare  ai  venti  infingardi ,  volgemmo  la  proda  sul 
Nilo,  e  l'Olimpo  di  Cipro  che  cominciava  ad  annoiarmi 
gli  occhi  si  nascose  sotto  le  nebbie  lontane.  11  nostro  andare 
era  lento;  facevamo  appena  quattro  miglia  Torà:  non 
ostante,  il  17  distinsi  rimpetto  a  noi,  a  una  forte  distanza , 
la  linea  gialla  delle  sabbie  dell'Egitto,  e  più  lardi  alcuni 


IV. 


15 


IH  HARCBLLDS 

tronchi  di  palmiaio .  Ci  trovavamo  all'oriente  di  Damiata 
parecchie  miglia. 

Gioverà  egli  raccontare  che  i  nostri  provvisionieri  dei 
viveri,  contando  sopra  un  viaggio  rapido,  avevano  scarsa- 
mente provveduto  alla  nostra  sussistenza,  di  modochè 
Io  stesso  sole  che  ci  mostrò  V  Egitto,  vide  anche  morire  il 
nostro  ultimo  pollo  7  Durante  i  quattro  giorni  che  prece- 
dettero il  nostro  arrivo  ad  Alessandria ,  fummo  costret- 
ti a  contentarci  d' un  biscotto  muffato ,  fatto  a  Tolone  die- 
ci mesi  prima ,  di  alcune  fave  e  di  fagioli  vecchi  di  Pro- 
venza. 

Non  ostante  non  fummo  mai  più  gioviali  e  più  felid 
che  in  quei  giorni  di  astinenza  forzata  :  era  tornato  il  bel 
tempo^  TEgilto  ci  aspettava  ; . . . .  mille  scherzi  sul  nostro 
appetito  burlato ,  mille  sogni  forieri  della  buona  vita  che 
Alessandria  ci  prometteva  ;  deUe  canzonette,  la  chitarra, 
versi  improvvisati  stavano  a  vece  di  cibo;  ed  io  non  dimen- 
tico nella  mia  memoria  certi  canti  berneschi  quasi  improv* 
vìsati  che  ci  fece  sentire  un  giovine  oflSziale  della  marina, 
il  signor  Youtier  (1),  nel  tempo  d' uno  di  quei  pasti  magri, 
e  che  interrotti  da  mille  scoppi  di  risa  facevano  eco  in 
tutti  gli  ordini  dell- equipaggio. 


(t)  Mi  perdonerà  egU,  il  coloanello  VouUer,  le  mai  legge  la  mia  narrazione, 
di  ayerlo  nominato  ?  .  . .  .  Qualclie  volta,  in  mezzo  ai  duri  comlMttlmenti 
eli' egli  ha  soste  nuli  per  l'indipendenza  della  Grecia,  neirinsonniodelòtvocr/bi, 
l'imagine  delle  nostre  gioie,  e  della  nostra  quieta  navigazione,  gli  ha  ella  ricor- 
dato una  felice  memoria  ?  Quanto  a  me,  non  dimenticherò  le  grazie  del  suo 
spirito ,  la  vivacità  delle  sue  giovani  impressioni  e  i  nostri  lunghi  colloqui  al 
rumor  delle  onde ,  quando  la  notte  ci  sorprendeva  appoggiati  alle  sarte  del 
vascello  accanto  alla  vela  maggiore . 


VIAGGIO  115 

Il  18  9  non  solewamo  più  le  onde  azzurre  del  mare  ; 
eraramo  neUe  acque  giallastre  del  Nilo,  che  facilmente 
8' indovinano  al  loro  colore,  molto  prima  di  scuoprirne  le 
rive  ;  passavamo  sopra  banchi  di  fango  e  di  corallo  alia 
profondità  di  otto  fino  a  undici  braccia  •  —  »  La  natura 
>  dell^ Egitto  è  tale,  dice  Erodoto,  che  se  ci  andate  per 
»  acqua ,  e  alla  distanza  d' una  giornata  dalle  terre  get- 
»  tate  k)  scandaglio,  ne  traete  fuori  il  fango  che  vi  porta 
t  il  Nilo  (1)  • .  —  La  prova  fu  fatta  :  Erodoto  aveva  ragio- 
ne .  In  sulla  sera ,  distinguevamo  la  prima  bocca  del  fiu- 
me presso  Damiata. 

Giugnemmo  sopra  Rosetta  il  dì  19  ;  una  nave  russa  a 
tre  alberi  avea  rotto  contro  i  lunghi  frangenti  della  sbar- 
ra del  Nilo .  La  ripa  è  così  piana  che  quasi  pertutto  eUa 
sfugge  all'occhio;  non  si  scorgono  che  minaretti,  al- 
cuni alberi  di  navigli,  e  quantità  di  palmizi,  che  paiono 
alzarsi  dal  grembo  delle  acque  senza  lasciar  riconoscer  la 
terra. 

La  catana  che  ci  ritiene  air  imboccatura  del  fiume  era 
ogni  tanto  interrotta  da  una  brezza  poco  favorevole .  Ve- 
demmo Abukir  :  allora  io  chiamai  un  vecchio  marinaio 
testimone  del  gran  disastro  j  egli  mi  raccontò  quella  terri- 
bile pugna ,  eh'  io  non  leggo  mai  senza  fremere  nel  libro 
di  Vittorie  $  Conquiste ,  e  parvemi  sentire  io  stesso  la  spa- 
venteyole  esplosione  che  fece  saltar  in  aria  la  superba  nave 
i'  Orimt$ .  Gli  officiali  che  mi  attorniavano ,  col  cuore  e 


(I)  kiyiffttw  Tap  fuotc  t4c  ^f^  ^tc  tocMc  .  npùra  yLÌ¥  npaanUéHì/ 
ixi  acot  ÀfièpiK  'p^fiov  flbr/^^ttv  «brè  y^ ,  xarcic  xarmctt^mpuiv,  fmXo'v  ri 

B«o»«TO,  Bttt«rpe,  cap.  ▼. 


Il*  MAUCBLLDS 

colla  memoria  pieni  di  qaella  cataitrofO}  compievano  il 
racconto  del  marinaiot  e  m'indicavaao  il  posto  di  ogni 
nave  delle  sqqadre  francese  ed  ioglesa ,  proBSO  l'ipolot- 
(o  e  nella  rada  di  Aboukir,  siccome  nel  di  del  combat- 
timento. 

lo  era  rimpetto  al  Porto  Nuovo  d' AloMandria  il  dì  20 
di  lugliOf  aua''ora.  I  piloti  del  paese  ci  fecero  girar  la 
punta  del  Faro,  e  ci  ancorarono  nel  Porto  Vecchio. 


BASSO  EGITTO 


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CAP.  xa. 


t  fMt  taiaU  di'  ■ 


ALESSANDRIA  ED  IL  NILO 


PPBNA  gittata  l'ancora,  mi  recai  al 
,  ì  consolato  di  Francia  dove  mi  furo- 
no assegnati,  siccome  a  Giaffa,  la 
camera  ed  il  letto  che  aveva  occupati  il  general  Bonaparte. 
Entrai  subito  io  negoziati  per  dar  fine  ai  numerosi  affari 


190 


M AaCBLLUS 


politici  e  commerciali  di  cui  ero  incaricato  ;  passai  la  sera- 
ta  in  visite  consolari ,  e  feci  domandare  a  Mehemet-Ali , 
arrivato  di  poco  ad  Alessandria,  una  udienza ,  che  senza 
dilazione  e  senza  complimenti,  mi  fu  accordata  per  Tindo* 
mane. 

Io  aveva  veduta  la  pompa  della  corte  del  giovine  pascià 
di  Tolemaide  :  qui  tutto  respirava  la  semplicità  d' un  ca- 
po meglio  occupato  di  affari  che  di  piaceri.  Fui  accolto 
da  Mehemet-Ali  con  tale  una  confidenza,  che  mi  commos- 
se :  scorsero  parecchie  ore  in  colloqui  franchi  ed  istruttivi 
per  me .  Il  chiosco  dove  ci  riposavamo  è  costruito  nelP  isola 
di  Faro;,  quivi  Omero  pone  rincontro  poetico  di  Mene- 
lao e  di  Proteo  :  dominavamo  il  Vecchio  Porto  d' Alessan- 
dria ,  e  Paltò  mare.  Due  paggi ,  foggiati  militarmente,  in- 
terrompevano cogli  onori  del  caffè  e  dei  sorbetti  la  nostra 
conversazione,  che  ebbe  luogo  faccia  a  faccia  in  terzo 
col  dragomanno .  In  Oriente  gli  a  qtMtlr'^  occhi  ponno  farsi 
anche  in  quattro  persone ,  imperocché  ogni  forestiero  può 
e  deve  condur  seco  V  interprete  ;  or ,  questi  essendo  pu- 
ramente il  porta- voce  dell*  altro ,  si  tengono  siccome  una 
sola  persona. 

Mi  rincresce  di  credermi  costretto  a  tacere  circa  le  mie 
comunicazioni  intime  col  pascià:  dovetti  allora  farle  co- 
noscere a  Parigi  ;  più  tardi  ne  narrerò  alcune  particolarità 
senza  troppa  importanza.  Siami  scusata  questa  renitenza^ 
ho  sempre  riguardato  il  carattere  diplomatico  siccome  una 
specie  di  sacerdozio,  e  sarò  fedele  alla  mia  circospezione, 
avess*ella  a  destare  ii  ghigno  degli  auguri  più  consumati 
in  questa  scienza  dei  doppi  fogli  (1) . 


(0  Tradoz'HMie  etimologica  della  |Mrola  iXplomazia. 


VIAGGIO  121 

Il  pascià  mi  dette  alcune  lettere  per  il  Cairo,  superbo  al- 
lora 9  a  buco  dritto,  del  magnifico  canale  cbe  aveva  finito  : 
mi  pregò  di  percorrerlo  con  attenzione,  e  mi  dette  egli 
stesso  una  nota  esatta  sull'eseguimento  di  questo  gran  la- 
voro (1);  poi  mi  fece  promettere  di  tornare  nelF  isola  del 
Faro ,  al  mio  ritorno  dalle  Piramidi  e  ci  separammo . 

Restai  pochi  giorni  ad  Alessandria ,  traversando  sera  e 
mattina  quelle*  triste  ruine  della  piii  beila  .città  delF  Orien- 
te. Talora,  uscendo  dal  ricinto  d'oggi,  errava  in  mezzo  a 
quegli  immensi  rottami  cbe  ingombrano ,  alia  distanza  di 
una  mezza  lega,  il  suolo  vicino  alle  mura.  Quivi,  siccome 
nella  città  deserta ,  erano  antichi  massi  di  granito  dei  di- 
scendenti di  Sesostri  ;  colonne  di  marmo  più  moderne,  ri- 
cordanti il  regno  dei  Tolomei  ;  ma  io  cercava  indarno  il  sito 
e  le  ceneri  delP  antica  biblioteca ,  o  qualche  ricordo  di  An- 
tonio e  di  Cesare .  Nulla  vi  serba  pure  le  traccie  di  Cleo- 
patra, seppur  non  sono  due  guglie  tolte  ad  £liopoli,  una 
rittaeTaltra  per  terra,  cui  si  dà,  non  so  perchè,  il  nome 
della  voluttuosa  regina .  Finalmente  nulla  parlerebbe  di 
Pompeo ,  senza  la  colonna  dedicata  a  Diocleziano . 

Ogni  sera  me  n'  andava  fino  a  quella  colonna ,  e  di  qui- 
vi vedeva  il  sole  tramontare  dietro  le  ondulazioni  sabbio- 
se del  Deserto-,  la  mia  vista  spinge  vasi  allora  sulla  rada  di 
Alessandria,  sull'altomare,  e  sulle  paludi  del  lago  Ata- 
reotide.  A  quest'ora  dopo  gli  ardori  soiTocanli  del  giorno, 
una  rugiada  impercettibile  innafTiava  le  sabbie ,  ed  impre- 
gnavane  le  mie  vesti  in  modo  eh'  io  era  obbligato  tornan- 
do a  casa ,  a  mutarmi  dal  capo  ai  piedi . 


(I)  L'ii  ristretto  di  quella  nota  eli'  io  compilai  a  Parigi ,  Tu  inserita,  \ìer  or< 
dine  del  ministro  degli  Affari  Esteri ,  nel  Monitore  del  26  dicembre  id;^o. 


( 


IV.  16 


132  1IARCBLLD8 

Noiato,  P  ultima  notte,  dal  calore  concentrato  nelle  no- 
stre piccole  stanze  9  e  adescato  dal  cbiaror  della  luna  dea 
delle  ruine,  così  puro  in  Egitto ,  andai  a  svegliare  un  gian- 
nizzero del  consolato,  e  attraversando  con  lui  la  piazza 
d' Alessandria ,  mi  spinsi  fino  al  lago  Mareotide  ;  percorsi 
lentamente  questo  vasto  ricinto,  parte  breve  delP  antica  ca* 
pitale  dell'Egitto  «Tronchi  informi  di  colonne,  massi  di 
granito  che  la  mano  degli  uomini  de'  nostri  giorni  non  ha 
saputo  sollevare ,  ecco  cib  che  avanza  ancora  della  gran 
citth ,  regina  del  commercio  del  mondo .  In  vece  di  quel 
popolo  immenso  che  si  accalcava  traile  sue  mura,  un 
piccolo  numero  d'Arabi  misti  a  pochi  Europei,  campeg* 
già  sopra  le  sue  ruine.  Cinquecento  mila  anime  hanno  ce- 
duto il  luogo  a  diecimila  (1) ,  e  V  imaginazione  si  sofiTer- 
ma  rimpetto  a  tanto  spaventoso  decadimento  •  Parevami 
udir  rimbombare  negli  orecchi  le  terribili  parole  del  Dio 
di  Ezecchiello  :  »  —  Sperderb  le  statue ,  ed  annichilirò  gli 
»  idoli  di  Memfi ...  —  Spanderò  la  mia  collera  sopra  Pe* 
»  lusio,  baluardo  dell'Egitto,  e  sterminerò  lamoltitudi- 
»  ne  d' Alessandria  (2) . 

Io  meditava  cosi  all'  ombra  di  alcuni  palmizi ,  che,  a  ri- 
prese, mi  celavano  la  luna;  poi,  uscendo  dalle  mura  per  una 
doppia  porta  di  costruzione  làoderna,  mi  avviai  verso  la 
colonna  di  Pompeo,  che  era  tutta  investita  dai  raggi  del- 
l' astro  notturno  :  i  suoi  chiarori  misteriosi  accrescevano 
r  altezza  del  imponente  raonolite ,  ne  ammirai  l' enorme 
volume  più  che  V  eleganza  •  Sempre  ritta ,  questa  colonna 
gigantesca  vede  tutto  cader  d'attorno  ad  essa;  quante  volte 
i  venti  del  mezzogiorno,  le  onde  del  mare  e  gli  sforzi  degli 


(1)  La  popolazione  d' Alessandria  non  ammontava  prcclsameiAc  a  diecimila 
anime  nel  i820.  Oggi  (1839)  e  quadruplicata  . 

(2)  Ekpxciiikllo,  Cap.  ui,  Vers.  13  e  15. 


VIAGGIO  m 

uomini  liannp  mutato  P  aspetto  di  quelle  campagne  eh'  el* 
la  sola  domina  e  dov'  ella  regna  nella  sua  immobilità  7 
Dalla  guerra  d'Egitto  in  poi,  le  acque  del  lago  Mareoti- 
de^  rovesciando  le  loro  vecchie  dighe,  hanno  invaso  la 
lunga  pianura  solcata  oggi  dal  canale  d' Alessandria  :  le 
opere  degli  uomini  spariscono,  altre  opere  vi  si  impian- 
tano ,  e  le  generazioni  scorrano  come  le  onde  d*  un  rapido 
fiume  (1)  ;  mentre  che^sola,  protetta  dalla  sua  massa  indi- 
struttibile, la  colonna  di  Pompeo  affronta  lo  sforzo  del 
tempo  ! 

Io  era  in  questo  mie  riflessioni  quando  il  mio  gianniz- 
zero mi  raccontò  di  aver  veduto  la  principessa  di  Galles, 
salita  fin  sulla  cima  della  colonna ,  con  grande  scandalo 
degli  Egiziani  ;  aggiunse  esserne  discesa  poco  soddisfatta 
d' esservi  andata  «  »  —  Imperocché,  diceva  egli,  vedesidi 
lassù  un  poco  più  di  mare,  un  poco  più  di  sabbia  e  non  al- 
tro. >  —  Cosi  fini  prosaicamente  la  mia  passeggiata  melan- 
conica^  tomai  al  consedato  prima  del  far  del  giorno,  ed  era 
quello  il  momento  in  cui  il  calore  è  meno  sensibile  ed  il 
sonno  più  facile  : 

Era  la  notte  ancor  nella  stagione 

Ch'  è  più  del  sonno  e  del  sUcozlo  amica  (i) . 

Voleva  partir  per  il  Cairo  :  il  console  fece  di  tutto  per 
trattenermi;  e  per  far  piacere  alla  mia  giovinezza,  mi 
offri  di  riunire  in  un  ballo  tutte  le  bellezze  europee  che 
conteneva  la  citt^ .  Io  gli  risposi  gravemente  con  Ovidio;  — 
»  non  son  venuto  nella  celebre  città  d^  Alessandro  per  ve- 


(OaFiuklon  ;  Telemaco,  lib.  in. 

(s)  Tasso»  Gennai,  llb.,  Canto  vui,  ftania  u. 


124 


M  ARCJBLLUS 

I 

derri  le  tue  delizie ,  o  Nilo  voluttuoso  (1)  !  »  — li  Signor 
Pillavoine  ebl>e  la  bontà  di  gradir  ìp  mie  scuse  classiche  : 
nonostante,  debbo  dirlo?  mi  rincresceva  nel  fondo  del 
cuore  questa  riunione  di  donne  di  tutte  le  nazioni  tra- 
piantate in  Egitto:  il  signor  Pillavoine,  vecchio  scapolo, 
alquanto  malizioso ,  me  ne  narrava  parecchi  aneddoti  pic- 
canti :  mi  rammento  di  questo  solo ,  che  nel  mio  passaggio 
era  soggetto  di  tutte  le  ciarle  della  citta. 

Un  negoziante  austriaco,  che  mi  fu  nominato,  di  fresco 
stabilito  ad  Alessandria,  cacciò  in  un  postscriptum  d^  una 
lettera  spedita  ad  un  suo  corrispondente  di  Livorno,  che 
s'egli  sMmbattesse  in  una  ragazza  la  quale  non  sapesse 
che  farsi  in  Europa,  lo  pregava  a  spedirgliela  in  Africa: 
vuoisi  che  inoltre  indicasse  Fetà ,  il  color  dei  capelli ,  il 
personale  secondo  il  suo  genio  ;  ma  forse  queste  partico- 
larità potrebbero  essere  state  aggiunte  dopo  T  arrivo  della 
bella  Italiana,  che  vinceva  le  esigenze  del  committente  più 
difficile  nelle  sue  commissioni.  Tre  mesi  dopo  la  lettera, 
giugno,  alPindirizzo  del  negoziante  austriaco ,  riccamente 
involtata  e  con  lettera  di  avviso,  una  Venere  di  diciasset^ 
te  anni ,  della  quale  fu  sollecito  ad  annunciare  il  ricevi- 
mento ,  e  risolse  di  farsene  una  moglie  appena  le  fatiche 
del  viaggio  e  le  convenienze  glielo  permettessero.  In  que- 
sto mezzo,  il  console  generale  d^  Inghilterra,  passando  sotto 
le  finestre  della  vezzosa  Italiana,  fu  colpito  della  sua  bel- 
lezza; di  subito  si  dichiarò  rivale  dell'Austriaco  ,  e  for- 
mò anch^egli  una  proposizione  di  nozze,  che ,  prontamen- 
te accettata  ed  eseguita,  autorizzò  il  ratto  della Livorne- 


(I)  Non  ui,  Alfxandri  eìaram  delatus  in  urbem , 
Uéiieia»  videam  ,  NHejoeote ,  tuat . 

Ovidio  ,  Tnsti,  lib.  i,  v\e^.  2. 


L 


V  I  A  G  G  I  O 


125 


se;  e  qnest'  ultimo  fatto  era  avvenolo  a  prò  del  console  ge- 
nerale. 

Il  negoziante  austriaco  sputò  fuoco  e  fiamme  :  ma  in 
Oriente ,  che  può  fare  un  uomo  in  furia  contro  la  indi- 
pendenza e  contro  P  autorità  d^un  console  generale?  Fu 
fatto  ricorso  al  consolato  austriaco^  e  la  causa  s"*  impegnò 
per  sapere  in  principio  : 

Primo .  Se  Ti  sia  qualche  stipulazione  dei  codici  o  trat- 
tati di  commercio,  che  permetta  a  Paolo  d^  impossessarsi 
della  merce  spedita  a  Niccoli,  e  posta  a  terra  in  consegna 
fino  air  ingresso  del  magazzino. 

Secondo.  Se,  neir  affermativa,  Paolo  non  debba  pagar 
tutti  i  danni  e  spese  a  Niccola  spodestato . 

Queste  quistioni  erano  gravi.  Dopo  lunghe  note  scam- 
biate fra  le  cancellerie  dMnghilterra  e  d' Austria,  non  si 
poteva  venire  a  capo  d^  intendersi  :  una  terza  cancelleria 
fu  scelta  per  arbitra;  e  questa,  considerando  che  Parti- 
colo  non  era  stato  debitamente  incassato ,  dette  la  causa 
vinta  al  console  generale  d^lnghìlterra  nel  primo  caso, 
ma  lo  condannò,  rispetto  al  secondo,  a  rimborsar  tutte 
le  spese  d^  imbarco  a  Livorno ,  noli ,  sbarco  ad  Alessan- 
dria, bollo,  diritti  di  deposito,  porto  di  lettere,  e  general- 
mente qualunque  spesa  avesse  potuto  occasionare  F  im- 
portazione del  detto  articolo  • 

Questo  giudizio,  di  cui  non  fu  tentato  V  appello,  fu  stret- 
tamente eseguito:  ecco  ciò  che  era  avvenuto  nel  1820, 
nella  città  di  Cleopatra . 


Il  console  mi  dette  un  giannizzero,  il  quale  diceva  saper 
qualche  parola  di  francese:  mMmbarcai  con  lui  per  il  Cai- 
ro, il  25  luglio  alle  tre  dopo  mezzogiorno ,  sul  nuovo  ca- 
nale, vicino  alla  colonna  di  Pompeo .  La  mia  kandgia ,  lun- 


126 


M ARCEtLUS 


ga  barca  eoa  un  casette  io  meixo  9  e  qq  piccolo  fornello 
a  prua ,  era  menata  da  sei  rematori  arabi  e  fornita  di  un 
albero  e  di  due  piccole  vele  • 

Appena  staccatici  dalla  rira  fummo  spinti  rapidamente 
da  un  vento  di  settentrione:  io  strisciava  cosi  fra  le  due 
grandi  dighe  che  preservano  le  acque  del  Nilo  dal  miscu- 
glio delle  acque  salate  :  queste  opere^  intraprese  sulle  trac- 
cie  dell' antico  canale  9  eransi  fatte  d^una  esecuzione  dif- 
ficilissima 9  dappcMchè  il  lago  Mareotide,  invadendo  la  pia- 
nura^  s' era  congiunto  col  Iago  Mahdié  •  Su  questa  pianura 
appunto  si  dovette  scavare  una  fossa  profonda,  guarentir- 
la dalle  acque ,  e  dagli  stagni  che  ricnoprivano  e  avvicina- 
vano il  suolo,  e  renderla  in  qualche  modo  impermeabile; 
poiché  non  si  trattava  soltanto  di  condurrete  flotte  del  Ni- 
o  ad  Alessandria,  ma  bisognava  eziandio  abbeverar  la 
città ,  e  condurvi  le  acque  del  fiume ,  libere  da  ogni  con* 
tatto  eoi  laghi  salini  • 

Il  nuovo  canale  fu  cominciato  coiranno  1819,  e  nel  me- 
se d'ottobre  seguente,  T acqua  del  Nilo  giunse  trionfante 
ad  Alessandria.  Ecco  le  particolarità  di  questa  prodigiosa 
opera ,  tali  quali  le  ho  estratte  dalla  nota  del  pascià ,  e  dai 
racconti  dei  miei  compatriotti  • 

La  lunghezza  ^el  canale  d^  Atessandria  è  di  40,705  te- 
se (più  di  quattordici  leghe).  La  sua  larghezza  è  di  90 
piedi,  e  la  profondità  di  18  :  vi  passerebbe  una  fregata .  I 
lavori  cominciarono  il  5  di  gennaio  1819:  verso  la  fine 
di  febbraio ,  il  numero  dei  lavoranti  era  di  dugento  cin- 
quanta mila,  tutti  pagati  esattamente  a  ragione  d'una 
piastra  d'Egitto  al  giorno  {dieci  soldi).  Erano  divisi  per 
brigate  di  quindici  uomini ,  ciascuna  comandata  da  due 
capi  a  tre  piastre  il  giorno  (  irmta  soldi).  Nel  mese  di  mag- 
gio arrivarono  altri  trentamila  fellanl  (contadini  )  daiPAI- 


VIAGGIO  ir7  j 

to  Egitto;  e  il  gran  canale^  finito  il  13  settembre,  rice- 
ìette  il  nome  di  Maknmiii*  Il  piccolo  canale  9  che  serve 
a  fare  scolar  nei  mare  e  a  dirigere  sopra  Alessandria  le 
acque  sovrabbondanti  che  versa  il  Nilo  nel  Mahmdié  9  fu 
finito  il  10  ottobre  seguente  :  egli  ha  1400  tese  di  lunghez- 
la  9 10  di  larghezia ,  e  15  piedi  di  profondità. 

Questi  canaU)  essendo  scavati  fra  due  laghi,  e  spesso  an- 
che sotto  al  loro  livello ,  gli  operai  contrassero  in  quelle 
acque  fangose  gravi  malattie ,  che  ne  fecero  perire  circa 
mille  seicento  ;  e  le  pioggie  malsane  dei  mesi  di  febbraio  e 
marzo,  ne  tolsero  quasi  altri  due  mila  trecento:  —  furono 
accordate  pensioni  e  indennità  alle  vedove  e  agli  orfani . 
Sei  ingegneri  Europei  diressero  soli  i  lavori  ;  ricevettero 
ciascuno  mille  piastre  al  mese  d'onorario , e  una  gratifica- 
zione di  duemila.  Su  queste  basi  esatte,  il  canale  d'Ales- 
sandria sarebbe  costato  presso  a  poco  quaranta  milioni  di 
franchi. 

Ritto  sul  ponte  della  mia  barca  non  poteva  saziarmi  di 
ammirare  questa  nuova  maraviglia  delP  Egitto  -,  le  due  ri- 
ve del  canale  erano  tuttavia  una  estesa  ed  uniforme  soli- 
tudine • 

Di  tanto  in  tanto  alcuni  fenicotteri  color  di  rosa  traversa- 
vano da  un  lago  all'altro  e  volavano  lentamente  sopra  le 
nostre  teste.  Otto  ore  dopo  la  mia  partenza,  giunsi  a  Fuèh, 
sempre  sotto  l'impressione  d'uno  stupore  reale  alla  vista 
d* un'opera  tanto  grande,  cosi  perfettamente  e  pronta- 
mente condotta  a  fine ,  da  una  amministrazione  e  in  un 
paese  che  sogliamo  chiamar  barbari . 

Posi  piede  a  terra  intanto  ohe  la  mia  kandgia  passava  dal 
canale  nel  fiume.  Il  sole  s'era  coricato,  e  gittava  tuttora 
alcune  tinte  rosee  sulla  cima  dei  palmizi  ;  col  crepuscolo , 
al  canto  dei  beccaccini  e  dei  courlis  celati  fra  i  giunchi , 


128  MARCELLCS 

cominciò  la  mia  navigazione  sul  Nilo:  la  notte  fu  super- 
bamente bella  ;  la  vidi  passar  quasi  tutta  senza  poter  la- 
sciare il  ponte  della  barca:  ora,  colla  testa  volta  in  su, 
cercava  nel  cielo  quelle  stelle  che  m^  erano  familiari ,  e 
che  nella  mia  infanzia  m**  esercitava  a  riconoscere  sopra 
il  tetto  della  casa  paterna,  nel  tempo  stesso  che  mi  si  fa- 
cevano imparare  questi  versi  d^  un  poeta  religioso .  E  fu 

Quei  che  del  Nilo  Tarse  rive  cole  , 
Soiio  un  ciel  senza  nubi  a  lungo  in  esse 
L'occhio  afljssò  (1). 

questo  stesso  popolo  contemplatore,  che  dette  alle  diverse 
costellazioni  i  primi  nomi  che  serbano  tuttavia  :  ora,  ri- 
condotto verso  la  terra  dai  rumori  quasi  insensibili  delle 
onde  che  la  nostra  prora  solcava,  o  ch^lla  rispingeva 
verso,  la  spiaggia ,  io  godeva  degli  aliti  profumati  delle 
rive. 

La  brezza  deliziosa  che  era  succeduta  al  calore  del  gior- 
no cessò  verso  mezza  notte;  si  dovette  ammainar  la  vela  e 
por  mano  ai  remi.  Tantosto  due  dei  miei  Arabi  intuona- 
rono un  canto  a  tre  voci ,  passando  alternativamente  dal 
tuono  maggiore  al  minore  ;  canto  patetico  e  misurato,  che 
riconduceva  in  cadenza  il  tempo  in  cui  bisognava  aggravarsi 
sui  remi:  io  v^ho  posto  le  note  ;  ed  è  più  armonico  e  d^un 
carattere  più  nautico,  se  lice  dirlo,  della  maggior  parte  del- 
le canzoni  de' nostri  marinai.  La  voce  dei  remiganti  vi- 
brava sulle  onde  taciturne,  ma  nulla  la  ripeteva  inlonta- 


•j)  Le  peuple  qui  du  Nii  culti vait  les  rivages  . 
Les  obsena  longtemps  mu%  un  ciel  sans  nuagos . 

Rac.i^c  f  il  tìglio  ;  Po«tna  della  Bvlifioac. 


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130 

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e  sabbiose  non  vi 

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«ASSO   EGITTO 


VIAGGIO  130 

I        Danza,  imperocché  sa  quelle  rive  piane  e  sabbiose  non  vi 


ha  eco. 

j  Nella  notte  oltrepassammo  Kum  Scherik  e  il  porto  di  Da- 

manur  ^  eravamo  in  suIPalba  presso  Sciobra.  In  su  quella 
ora  che  il  sole  si  levò,  contemplai  con  estasi  il  Nilo  e 

t  le  sue  campagne  .  Debbo  confessarlo  ;  qualunque  fosse 
ridea  che  delF  Egitto  m^  aveva  data  tutto  ciò  che  avevo 
avidamente  Ietto  degli  antichi  storici  e  dei  viaggiatori  mo- 
derni, il  mio  pensiero  non  s^era  mai  spinto  fino  all'altez- 
za della  realità  ,  e  dispero  di  poter  enumerare  questi  eter- 
ni miracoli  d^una  natura  unica.  Una  valle  di  centocin- 
quanta leghe ,  larga  da  quattro  a  sette  fino  al  Delta  ;  poi 
una  vasta  pianura  triangolare  di  trenta  leghe  su  tutte  le 
faccie,  innaffiata  da  mille  canali,  e  dilungantesi  fino  al 
mare;  ecco  T Egitto  fertile  e  vivo:  per  tutto  altrove  ,  sta 
il  Deserto  e  la  morte  (1) .  Laddove  V  onda  del  fiume  be- 
nefico si  ferma,  comincia  la  più  nuda  sterilità . 

In  questa  valle  avventurosa ,  eh'  è  fecondata  dal  Nilo , 
nascono  quasi  senza  sudarvi  attorno,  e  crescono  sparse  le 
produzioni  di  tutti  i  climi  :  il  grano,  il  durah ,  il  formento- 
ne, tutti  i  legumi,  il  cotone,  la  canapa,  la  canna  da  zuc- 

<  chero ,  e  P  indaco.  La  popolazione  di  queste  ricche  campa- 
gne  è  veramente  troppo  debole ,  ma  le  braccia  mancano 
alla  raccolta ,  non  alla  cultura.  Tutti  i  frutti  dell'Euro- 
pa  maturano  sotto  questo  bel  cielo;  in  oltre,  il  dattero, 
il  delizioso  kisctè ,  il  banano  :  nissuna  terra  al  mondo , 
dice  Teocrito,  non  produce  tanto  quanto  la  pianura  del- 


(I)  Ho  trovato  dopo  In  Volney  questa  deQaizione,  esprimente  In  termini 
quasi  Identici  con  ciò  ch'io  leggo  nelle  mie  note  scritte  sul  Nilo,  nel  tempo 
della  mia  navigazione .  Lo  dico  qui ,  riconoscendo  subito  il  torto,  se  pur  lo  e 
d' avere  Imitato  senza  saperlo  questo  primo  pittore  dell'Egitto . 


IV.  n 


130  MARCBLLUS 

P  Egitto  9  quando  il  Nilo  inondandola  spezza  e  disscrive 
sotto  le  acque  le  umide  glebe  (1).  Nondimeno,  in  que- 
sta abbondanza ,  un  pugno  di  durah,  pochi  datteri  che 
l'Arabo  a  furia  di  sassate  spicca  dalla  cima  dei  palmizi , 
e  V  acqua  melmosa  del  Nilo  Inastano  alla  sua  sobrietà  •  Io 
mi  sentiva  beato  di  poter  navigare  su  questo  bel  fiume,  di 
percorrere  questa  maravigliosa  contrada  che  tante  volte  io 
aveva  desiderata  nei  miei  progetti  fantastici  ;  ma  che  nul- 
la di  tutto  ciò  eh' eramisi  allora  offerto  all'occhio,  aveva 
potuto  farmi  capire  quale  ella  è  veramente  • 

Per  tutta  quell'  ora  del  giorno,  in  cui  la  orezza  del  mat- 
tino  cessa,  e  quella  della  sera  non  ha  cominciato  a  spirare, 
ora  soffocante,  io  feci  sostare  la  mia  kandgia  per  ristorar  le 
forze  dei  rematori ,  e  passeggiar  sulla  riva ,  cacciandomi 
davanti  quelle  rondinelle  del  Nilo  (2),  molto  somiglianti 
per  grossezza  e  per  la  piuma  alla  pavoncella,  le  quali  cor* 
rono  così  leggermente  presso  le  rive,  come  anche  alcuni 
ibi,  bianchi  come  la  neve ,  che  volavano  gravemente  e  an- 
davano a  posarsi  sui  palmizi  dell'altra  riva.  Aveva  il  fu- 
cile ,  ma  Don  mi  venne  mai  in  capo  di  usarne  contro 
questi  uccelli ,  che  familiari  e  graziosi  parevano  scher- 
zarmi di  attorno .  È  vero  però ,  eh'  io  non  aveva  pia 
paura  della  sentenza  di  morte ,  che  rammenta  Erodoto  :  » 
Chiunque,  dice  egli,  uccide  ,  anche  senza  volerlo,  un 
»  Ibi  o  uno  sparviero,  bisogna  che  muoia  (3)  •  —  Il  tempo 


(0  'AÀX'  ouTCC  T09SC  f^it,  Off/I  yBxyiu'é.ò;  ActuR'to;, 

TeocKiTO ,  Idil.  XTii ,  ir.  79. 

(2)  Sterna  Nilotica ,  Ardea  Ibis . 

(3)  "O;  à'  àv  i6i»  h  IfiyixoL  oatQxr Àifn  ,  r,v  n  i^wv ,  J»  re  dtixsiv,  rc9vayzi 
dcvàyxi) . 

Erodoto,  Euterpe,  cap.  L1T« 


VIAGGIO  131 

ha  distrutto  dappoi  gran  tempo  queste  leggi  della  religione 
dei  popoli  9  e  gPibi  che  esse  non  proteggono  più,  non  han« 
no  cessato  di  volar  tuttavia  lungo  il  Cume .  Non  mi  ram- 
mentai le  mie  passioni  di  cacciatore  se  non  quando,  ripi- 
gliando la  nostra  navigazione,  mi  vidi  passar  sul  capo  dei 
palombi  a  torme  innumerevoli  :  ne  colsi  molti ,  che  ven- 
nero a  cadere  sulla  mia  kandgia ,  e  rinforzarono  i  nostri 
pasti.  Quest'uccello  è  così  comune  in  Egitto,  che  vi  si 
vende  per  una  moneta  appena  equivalente  a  un  soldo  dì 
Francia. 

Il  mio  servo  francese,  che  mi  faceva  da  cuoco  fuori  della 
Esiafètie ,  ebbe  campo  di  mostrare  altresì  i  suoi  talenti 
improvvisati  sopra  un  superbo  pesce  della  forma  del  bar- 
bio, che  un  pescatore  mi  portò  nella  barca.  L* acqua  del 
Nilo,  racchiusa  in  brocche  di  terra  sospese  al  vento  di 
settentrione,  si  depurava  in  queste  spezie  di  filtri,  e  mi- 
schiata al  sugo  dei  limoni  e  delle  arancie,  ci  offeriva  una 
bibita  rinfrescante.  Questi  vasi ,  fabbricati  a  Kéné,  nello 

Egitto  Superiore,  hanno  tuttavia  la  forma  delle  anfore  in- 
cise nei  quadri  geroglifici,  »  sMmpiegavano  tremil'anni  fa 

agli  stessi  usi  com^  oggi . 

Nel  dopo  pranzo ,  fummo  assaliti  da  un  vento  di  sabbia 
simile  a  quello  ch^  ioavea  provato  nelPisola  di  Cipro,  e  cer- 
cai indarno  a  scansarlo  tenendomi  in  mezzo  al  fiume  ;  la 
pioggia  di  polvere  ci  ofléndeva  pertutto ,  e  inaridivaci  la 
pelle  delle  mani  e  della  faccia;  e  gli  occhiali  coperti  di  seta 
verde  di  cui  ci  eravamo  provvisti  ad  Alessandria,  non  ba- 
stavano a  guarentircene  gli  occhi  pienamente .  Questo  ven- 
to, diminutivo  del  terribile  ft^m^in,  durò  una  mezz'ora; 
ci  lasciò  la  gola  secca,  la  testa  grave  e  le  membra  rotte . 

Intanto  risalivamo  il  Nilo  con  rapidità:  passavamo,  ai- 
tati da  un  vento  sempre  favorevole ,  davanti  le  sue  rive 


132  HARCELLCS 

spumose ,  ombrose  di  palmizi  verdeggianti^  secondo  T es- 
pressione d^  un  antico  viaggiatore  francese .  LMngrossamen- 
to  annuo  del  fiume ^  quantunque  incominciato,  era  tutta- 
via ben  poco  sensibile . 

Cedei  alla  inOuenza  de^  violenti  calori  e  della  stanchez. 
za,  efietto  del  khamsin-^  m^  addormentai  sopra  un  banco 
dei  nostri  rematori ,  rimasto  vuoto  allorché  le  vele  enfiate 
dispensavano  V  equipaggio  da  ogni  fatica .  Le  ultime  ima- 
gini  capricciose  che  precedono  il  sonno  cessavano  appena 
d^  errarmi  d^  attorno ,  quando  mi  parve  di  sentir  molto  va- 
gamente ,  e  siccome  un  seguito  d^  illusioni  che  svaporano 
questi  versi  delF  opera  di  Zemira  ed  Azor:  —  Ali  tu  dormi  ? 

Tu  dormirai  più  placido 
Quando  sarai  fra  i  tuoi . 

Non  mi  sarebbe  parso  vero  di  continuar  questo  sogno 
che  mi  ricordava  una  memoria  confusa  di  Parigi ,  se 
non  fossi  stato  nello  stesso  lempo  riscosso  da  una  mano 
grossolana  anziché  nò  per  farmi  scappare  il  sogno.  Sursi 
improvviso ,  e  mi  trovai  faccia  a  faccia  col  mio  gianniz- 
zero che  sorrideva  sotto  le  basette .  —  •  Eri  tu  che  can- 
>  tavi?  gli  dissi .  >  —  Si ,  Effendi,  mi  rispose  :  Afi,  vec- 
•  chio  servitore  ;  Parigi  Feydeau  >  —  Chiamai  tosto  Tin- 
terprete ,  poiché  Ali  non  sapeva  troppo  di  francese ,  né 
io  troppo  di  arabo  per  capir  ciò  che  volesse  dirmi . 

In  questo  modo  seppi,  che  il  mio  giannizzero,  nato  ad 
Alessandria,  s^era  di  buon  ora  unito  ai  Francesi  durante  la 
spedizione  d^ Egitto;  e  che  ispirando  al  general  Bonaparte 
una  fiducia  ch^  egli  ha  sempre  meritata  dai  miei  compa- 
triotti,  era  stato  mandato  come  corriere  a  Parigi.  Ora,  di 
tutto  ciò  che  aveva  veduto  nella  nostra  capitale,  nulla 
ayevagli  prodotto  maggior  sensazione  deir  opera  della  sala 


'  VIAGGIO  133 


r 


Feydeau  9  e  della  scena  di  Zemtra  ed  Azor^  di  cui  serbava 
memoria  • 

AH  si  scusò  d^ avermi  svegliato,  ma  voleva  mostrarmi 
i  numerosi  punti  neri  che  si  vedevano  galleggiare  attor- 
no a  noi  :  il  caldo  era  soffocante  ;  radevamo  molto  d^ap- 
presso  i  giunchi  della  riva,  e  ad  ogni  momento  alcune  bufa* 
le  si  avanzavano  lontane  dalla  sponda  per  lanciarsi  a  nuoto 
nel  6ume .  Le  loro  teste  ispide  di  pelo ,  e  quelle  corna  mi- 
nacciose, si  muovevano  sulla  superficie  delF acqua;  spesso 
i  pastori,  ed  anche  le  pastorelle ,  nude  come  natura  ave- 
vaie  fatte ,  si  mettevano  a  correr  dietro  a  nuoto  alla  mia 
kandgia,  ora  attuffandosi,  ora  scavalcando  sulle  schiene 
delle  loro  bufale,  qualche  volta  attenendosi  alle  corna: 
erano  questi  schiavi  della  Nubia  comprati  dai  coltivatori . 
Ai  loro  capelli  crespi,  alla  loro  pelle  abbronzata,  al  loro 
naso  schiacciato,  sarebbonsi  potuti  agevolmente  confondere 
coi  loro  schifosi  armenti . 

Giunsi  la  sera  a  Terraneh . 

Verso  mezza  notte  passai  vicino  alle  case  di  Uardan , 
fabbricate  di  terra  cotta  al  sole ,  e  rotondate  al  loro  comi- 
gnolo a  guisa  di  forni:  T  oscurità  non  mi  lasciava  vedere 
distintamente  altra  cosa  tranne  alcune  torrette,  che  cam- 
peggiavano sopra  un  cielo  seminato  di  innumerevoli  stelle  • 

11  27  luglio,  il  vento  sempre  favorevole  ci  fece  volger 
la  punta  del  Delta  :  vidi  per  la  prima  volta  le  piramidi;  ma 
tanto  altee  cosi  vicine,  che,  in  questa  illusione  di  ottica 
le  credeva  presso  alla  riva,  eppure  io  ne  era  distante  dieci 
leghe .  Fino  allora  aveva  navigato  sopra  un  solo  ramo  del 
fiume:  sopra  al  Delta  era  il  Nilo  tutto  intero,  che  mi  por- 
tava nella  sua  vasta  estensione  •  Quivi  gli  Arabi  lo  chiama- 
no il  mare. 


134 


V  lAGGlO 


La  calma  sorprese  lamia  kandgia  presso  Bulakj  i  miei 
sguardi  non  abbandonavano  le  colline  di  Mokatam,  le  nu- 
merose torrette  del  Cairo,  e  soprattutto  quelle  grandi  pi- 
ramidi diGizè,  le  quali,  mostrandosi  per  tutto,  pareva- 
no seguirmi  e  muoversi  meco .  Si  ripiegarono  le  vele , 
quasi  sempre  spiegate,  a  cui  doveva  la  rapidità  del  viag- 
gio: i  remi  mi  introdussero  in  porto  ;  e  vi  era  arrivato  da 
Alessandria  in  quarantotto  ore . 


l^ 


\èiiWMt 


t.        _ 


I 


IT. 


IL   CAIA  O 


BouLAK,  mi  furono  ofierti  degli  asi* 
ni  per  andare  al  Cairo:  annoiato 
Una  pmr^l  Cairo"  '"'  dolla  immobilità  dei  battello,  pre- 
ferii fare  la  strada  a  piedi  ;  cosi  dopo  aver  traversata  la 
gran  piazza  delPEzbekieh  e  le  vie  popolose  ed  anguste  del- 
la città,  giunsi  al  convento  di  Terra  Santa,  dove  io  doveva 
alloggiare  • 

Fui  subito  oggetto  delle  cortesie  dei  miei  compatriotti  :  vi- 
di assiduamente  i  signori  Gaspary  e  Asselinde  Gherville, 
agenti  francesi,  ma  più  spesso  anche  il  signor  Drovetti,  che 


136  HARCBLLUS 

non  aveva  allora  riprese  le  redini  del  consolato  generale.  Il 
signor  Drovetti  mi  mostrò  fin  da  principio  una  piena  fiducia, 
trovai  in  lui  un'alta  intelligenza  dei  nostri  interessi  po- 
litici; quella  ragione  tranquilla  e  riOessiva ,  frutto  d' un 
lungo  soggiorno  in  Oriente ,  che  Mebemet-AFi  aveva  sa- 
puto tanto  pregiare;  e  delle  indicazioni  eruditissime  sui 
lavori  e  sui  monumenti  deir  antico  Egitto .  La  nostra  amici- 
zia reciproca  e  sincera,  cominciata  in  Africa,  s'è  continua- 
ta e  rafforzata  più  tardi  in  Europa  ;  ella  ha  sopravvissuto 
da  una  parte  e  dair  altra  alle  nostre  funzioni  e  ai  nostri 
pubblici  doveri . 

10  mi  legai  subito  anche  col  signor  Selves,  già  capo  squa- 
drone della  guardia  imperiale  ;  egli  era  da  poco  tempo  colon- 
nello al  servigio  del  viceré:  oggi  chiamasi  Solimano  pa- 
scià, uno  fra  i  generali  più  distinti  delFesercito  d'Ibrahim. 
Io  fui  prontamente  attratto  verso  il  signor  Selves  per  via  di 
un*  accoglienza  aperta  ed  affettuosa,  d'una  franchezza  tutta 
militare,  e  d'una  giovialità  senz'alcuna  ombra  di  pensieri, 
che  non  si  smentiva  mai.  Egli  aveva,  fin  da  quell'epoca, 
adottato  il  turbante  e  molte  costumanze  della  vita  musul- 
mana ,  senza  rinunciare  affatto  ai  costumi  e  alle  remini- 
scenze dell'Europa;  ritrovai  in  lui  queir  ardire  brillante, 
quel  fatalismo  festevole,  quella  confidenza  avventurosa  de- 
gli officiali  dell'Impero,  virtù  o  vizi  dell'epoca  delle  con- 
quiste ,  che  le  nostre  istituzioni  pacifiche  hanno  dovuto  at- 
tutire . 

11  capo  dei  trentatre  Francesi  (1  )  dell'  esercito  d' Egitto, 
che  erano  allora  le  più  intime  guardie  del  corpo  del  vice- 


(I) Non  ne  restavano  che  17  nel  1830. 


VIAGGIO  137 

re,  mi  si  presentò  ìb  casa  la  sera  stessa  del  mio  arrivo  ;  egli 
era  quello  di  tutta  questa  picciola  truppa  che  aveva  dimen- 
ticato meno  la  lingua  materna.  Cortesemente  egli  dichiarò 
subito  di  essere  amia  disposizione  con  tutti  i  suoi  subordina- 
li, ed  aveva  condotto  con  lui  per  non  lasciarmi  più,  una 
guardia  che  divise  presso  di  me  il  servizio  col  gianniz- 
zero. 

Quando  il  mio  pensiero,  per  dar  tregua  alle  triste  agita- 
zioni del  giorno,  si  spinge  verso  queir  epoca  felice  della  mia 
vita  dappoi  si  gran  tempo  trascorsa,  parmi  sempre  avere 
davanti  quella  faccia  smunta  e  bronzina  del  mio  fedele  sol-        ^ 
dato,  antico  tamburo  dell'esercito  egiziano,  e  i  suoi  occhi        i 
scintillanti  sotto  il  turbante  a  larghe  pieghe  che  gli  cuopriva 
la  testa.  Egli  siqpeva  tuttavia  qualche  parola  di  francese  •        { 
Gli  domandai  come  si  chiamava,  e  mi  rispose  chiamarsi  Ro- 
schouan;  aveva  accompagnato  nel  loro  lungo  soggiorno  al 
Cairo  i  signori  de  Chateaubriand  e  de  Forbin,  di  cui  con^        j 
servava  alcune  memorie  in  iscritto .  —  Così  vi  chiamano  i       < 


Turchi,  dissMo  allora;  ma  in  Francia ,  come  vi  chiama-        j 
vate  7  —  Durai  gran  fatica  a  strappare  a  Roschouan  la  con-        ' 
fessione  del  suo  nome  da  cristiano  ;  e  per  un  senso  di  ver- 
gogna 0  di  dispiacenza ,  aveva  una  repugnanza  visibile  a 
rispondermi  •  Seppi  finalmente  da  lui  che  si  chiamava  PtV 
irò  Gary^  e  che  era  nate  a  Puymtc/an,  nel  dipartimento  di 
Lai.  el.  Garonne^  due  leghe  circa  distante  dal  luogo  in  cut 
io  stesso  era  nato .  Glielo  dissi,  e  subito  gli  domandai  in        ^ 
dialetto  guascone  se  aveva  dimenticato  il  suo  paese,  le  no- 
stre belle  campagne,  le  nostre  città  vicine .  Gli  rammemo- 
rava il  suo  viUaggio,  il  suo  fiumicello,  sotto  quel  nome  che 
gli  danno  i  nostri  contadini  \  il  povero  Roschouan,  incantato 
da  questo  linguaggio  dappoi  sì  lungo  tempo  estraneo  aUe  sue 


IV.  18 


138  MABCBLLUS 

orecchie  (1)^6  ch^egli  non  capiva  pia  che  per  istinto,  si  mise 
a  sorrìdere ,  poi  si  sforzò  di  raccapezzarne  qualche  paro- 
la,  ma  invano  ;  apriva  bocca ,  ed  i  suoni  non  arrivavano; 
appena  potè  dire  •  Ah  I  mio  Dio  l  ••  Allah  ! .  •  mio  Dio  !  > 
e  due  grosse  lagrime  gli  solcarono  le  gote  n^^e  ed  ossu* 
le:  allora  non  potendo  più  raffrenare  la  sua  emozione 
mi  si  precipitò  sulle  mani  che  baciò  avidamente.  Commos- 
so anch'  io  di  ritrovare  un  fratello  a  pochi  passi  dalle  pi- 
ramidi ,  mi  gettai  fra  le  sue  braccia ,  e  ci  stringemmo  in- 
sieme da  veri  figli  dello  stesso  fiume . 

Visitai  più  volte  la  cittadella  ed  alcune  grandi  case  ara- 
be, degne  d'essere  osservate  dai  curiosi  viaggiatori  per  la 
loro  singolare  struttura .  Ora  per  sempre  ,  dichiaro  qui 
ch^  lo  mi  sono  inibito  ogni  descrizione  delle  particolarità 
architettoniche  ;  e  la  mia  riserva  si  estende  eziandio  dalle 
volute  ioniche  ai  monumenti  giganteschi  dei  Faraoni,  e  ai 
trafori  moreschi.  Mi  rammento  dei /*es/on»,  e  degli  aura- 
gali  di  Boileau ,  e  sono  d'altronde  convinto,  che  lo  schiz- 
zo più  informe  d' un  disegnatore  meno  destro,  vai  più,  in 
questo  genere,  di  venti  pagine  della  descrizione  più  mi- 
nuta e  più  lucida  • 

In  questo  castello  del  Cairo  abita  appunto  la  famiglia 
del  viceré .  Penetrando  ora  in  questa  fortezza ,  scendeva 
Je  rampe  buie  ed  umide  dei  pozzi  di  Giuseppe,  fico  al 
largo  bacino  dove  venivano  ad  attignere  ad  un  tempo,  a 
dugento  passi  sotterra,  uomini  e  donne,  bovi,  asùii ,  e 


(I)  Veramente  >'é  sopra  noi,  verso  le  momagne,  un  CuascoDe  ebe  (larmi 
singolarmente  bello,  Fecco,  breve,  signlflcante,  e  a  vero  dire,  un  linguaggio  ma- 
schio e  militare  più  di  alcun  altro  ch'Io  m'abbia  udito,  tanto  nervoso,  potente 
ed  adaUo,  quanc^il  Francese  è  i;raxiosO|  abbondante  e  delicato. 

Montaigne,  lil».  H,  f«i>.  17. 

CIÒ  sia  detto  (passando)  ri  detrattori  del  Guasconi  e  del  loro  dialetto . 


VIAGGIO 


139 


cammelli  ;  ora  io  errava  all^  ombra  delle  volte  romite  del 
palazio  di  Saladino  •  Un  giorno,  io  salii  sulla  sommità  del 
Mokatam  :  è  questa  wi^  alta  collina  di  sabbia,  piuttosto  cbe 
una  montagna^  ed  è  la  più  alta  di  queste  grandi  dune  cbe 
racchiudono  il  Nilo  nella  sua  valle,  e  si  abbassano  insen- 
sibilmente verso  il  Mar  Rosso. 

Dair  alto  del  Mokatam,  la  veduta  è  immensa,  e  niun 
quadro  può  disegnarla  interamente.  Avevo  sulla  drittate 
campagne  di  Elii^li  e  del  Delta  ;  a  manca  le  pianure  cbe 
si  dilungano  Ano  ai  laghi  di  Natro  ;  all'  orizzonte ,  rim- 
petto  a  me ,  divise  in  tre  gruppi ,  tutte  le  piramidi ,  le 
masse  delle  quali  sidisegnavano  sulla  lunga  Knea  delle  sab« 
bie  libiche  ;  più  vicino,  il  Nilo,  in  un  corso  di  venti  leghe 
segnando  un  largo  seko  d' argento^  in  mezzo  alle  sue  selve 
di  palmizi  ed  alla  sua  ricca  verdura^  poi  il  vecchio  Cairo, 
le  tombe  dei  califfi  ombreggiate  di  cipressi ,  le  antiche  mo- 
schee ;  finalmente,  ai  miei  piedi,  la  gran  città,  i  suoi  mille 
minaretti  e  la  sua  cittadella  •  Uno  strepito  confuso  sorgeva 
dal  seno  di  qudla  numerosa  popolazione,  accalcata  in  vie 
tortuose  e  in  seuri  bazzarri . 

Tutti  i  giorni  io  visitava  minutamente  qualche  moschea  ; 
dapprima  i  templi  di  Basane^  di  Gamahi^  il  Muriiiano  spe* 
daledei  pazzi;  la  Dgiami-el  •  Azhar^  gran  moschea  dei  cie- 
chi ;  poi  akuni  monumenM  meno  celd>rì  •  Si  pretende  in  Ita- 
lia, elle  niun  Romano  e  niun  forestiero  abbia  mai  veduto 
tutte  le  chiese,  cappelle  o  oratori  di  Roma  ^  mi  è  stato  detto 
m  Egitto,  che  mai  uomo  non  ha  potuto  conoscere  tutte  le 
moschee  del  Cairo.  Io  non  so  neppure  qual  viaggiatore  fran- 
cese ha  la  stravaganza  di  fame  ammontare  il  numero  a 
ventidue  mila  otto  cento  quaranta;  avrebb'egli  forse  tolto 
in  prestito  questa  cifra  dalle  Mille  e  una  Notte  ! 


140  MABCBLLU8 

Percorsi  anche  i  bagni  più  celebrati ,  usai  smoderata- 
mente di  questo  indispensabile  preservativo  contro  gli 
ardenti  calori  del  clima  •  Talora ,  seguendo  la  moda  euro- 
pea y  mi  attuffava  in  catini  pieni  d' acqua  del  MUo  puri- 
Beata;  ed  ora  mi  accomodava  alle  abluzioni  orientali ,  e 
alle  cure  dei  nuueggiatori  più  abUi.U  caldo  ^  all^  epoca 
della  canicola ,  era  tale  anche  nelle  case  e  nelle  strade  do- 
ve il  sole  non  penetra  mai,  che  in  tutto  il  tempo  della  mia 
vita  non  ne  avevo  mai  sentito  F uguale}  nullostante  pero 
i  suoi  effetti ,  talora  incomodi ,  mi  riuscirono  sempre  sa- 
lutevoli • 

Il  signor  Selves  associavasi  spesso  alle  mie  passeggiate, 
e  mi  faceva  osservare  nelF  immenso  laberinto  che  ehia- 
masi  il  nuovo  Cairo,  tutto  quel  ch^egli  riputava  degno  del- 

• 

le  mie  considerazioni:  i  conventi  dei  dervicchi,  i  quartiere 
giudei,  i  caffè  d^ oppio,  tutte  ripetizioni  molto  imperfette  di 
quello  che  giornalmente  aveva  veduto  a  Costantinopoli  • 
Una  cosa  sola  mi  riusci  nuova  affatto  j  le  Almee,  il  loro 
ballo  e  il  loro  pantomima,  che  tutti  hanno  descritto  ed  am- 
mirato ;  questo  spettacolo  di  cui  tornerò  a  parlar  più  tardi, 
e  che  non  ammirai,  mi  parve  poco  degno  dell^  entusiasmo 
voluttuoso  dei  viaggiatori  che  mi  hanno  preceduto . 

Fui  ricevuto  colla  solita  pompa  dai  luogotenenti  del 
viceré  :  era  in  essi  tutto  il  lusso  delle  cerimonie  ottomane, 
che  avevo  dimenticate  dopo  i  modi  semplici  e  faHiiliari 
del  loro  padrone. 

Un  medico  francese  stabilito  dappoi  gran  tempo  in  Egit- 
to, e  molto  riputato  presso  i  Musulmani,  dei  quali  aveva 
adottate  le  foggie,  i  costumi  ed  il  culto,  si  offerì  per  con- 
durmi al  mercato  degli  schiavi.  A  Costantinopoli,  la  com- 
pra degli  schiavi,  la  vista,  e  spesso  V  entrata  del  bazzarro 


VIÀGGIO  141 

esclusivamente  destinato  a  questa  vendita,  sono  vietati  agli 
Europei;  al  Cairo  l'accesso  e  aperto  a  tutti. 

Yidi  dapprima  alcune  giovinette  d'Etiopia,  appena  co- 
perte di  una  rozza  cintura  ;  avevano  dai  dodici  ai  sedici 
anni ,  e  le  tenevano  accalcate  in  una  specie  di  loggia  o  di 
prigione  :  quivi  i  Turchi  le  contrattavano  e  le  sottopone- 
vano in  faccia  al  padrone  all'esame  più  bizzarro  e  più 
minuto .  L' ultima  loro  prova  era  di  far  tirar  fuori  alla 
schiava  la  lingua  in  tutta  la  sua  lunghezza:  m' imagi- 
naì  che  ciò  fosse  per  riconoscervi  i  sintomi  della  salute,  ed 
aveva  su  questo  punto  ragione;  ma  la  mia  guida  mi  fe- 
ce osservare,  che  non  il  di  sopra  ma  solamente  il  di 
sotto  solevano  i  Turchi  esaminare.  E  veramente,  diceva- 
mi,  sotto  la  lingua  si  trovano  i  segni  indicatori  ;  e  rideva 
il  primo  di  questo  precetto  della  medicina  araba  tutto  a 
rovescio  del  processo  prescritto  dalle  facoltà  europee .  ^ 

Queste  schiave  erano  d' un  mediocre  personale,  ma  ben 
fatto;  la  loro  pelle  bronzina,  il  naso  larghissimo  e  la  testa 
lanosa,  non  ributtavano  i  Turchi.  Ne  vidi  condur  via  due 
(sorelle  mi  si  disse),  che  costarono  insieme  circa  duemi- 
la piastre  (  1,000  franchi) .  Le  si  dicevano  felici,  lascian- 
do il  bazzarro,  tanto  più  che  per  un  momento  avevano 
avuto  paura  di  esser  comprate  da  quel  cane  d'infedele 
che  era  Fi.  E  questo  complimento  era  per  me.  Mi  fu  in- 
terpretato questo  con  tutti  i  riguardi  possibili  :  ma  io  avrei 
potuto  indovinare  il  pensiero  delle  mie  dolci  Etiopi,  agli 
sguardi  che  mi  gittavano,  e  alle  maledizioni  che  segreta- 
mente mi  lanciavano  •  Siccome  queste  ingiurie  erano  pro- 
ferite nel  linguaggio  del  Sennaar,  io  non  durai  fatica  a  ser- 
bare il  mio  contegno  flemmatico . 

Passammo  ad  altri  articoli  d'un  prezzo  più  alto,  ma  di 
quasi  lo  stesso  colore  •  Erano  Abissinie,  più  grandi  e  meno 


142  HAECELLUS 

olivastre  delle  loro  Ticine  :  erano  più  sciolte  d'ogni  icesti- 
mento  ]  i  soli  loro  capelli,  d'un  rosaoenpo,  le  cnopriyano. 
Mi  veniyano  nominate  ona  aUa  volta,  dicendomisi  fl  loro 
prezzo,  come  s' io  fossi  stato  un  buono  avventore  • 

Una  giovine  incinta,  seduta  in  un  canto,  andò  a  un  gran 
prezzo  ;  e  mi  fu  spiegato',  che  siccome  stava  per  doventar 
madre,  in  essa  non  si  comprava  uno  schiavo  ma  due. 

Fummo  finalmente  introdotti  in  alcune  cellette  separa* 
te ,  dove  due  Circasse  e  una  Giorgiana  ci  offersero  i  veri 
tipi  della  bellezza,  e  quel  colorito  brillante  di  biancheEsa^ 
a  cui  i  nostri  occhi,  stanchi  di  tutte  le  sfumature  nerastre, 
furono  contenti  di  t<Hrnare .  I  loro  lineamenti  lunghi ,  le 
belle  forme ,  i  loro  lungfal  capelli ,  erano  piìi  particolar- 
mente ricercati  al  Cairo;  esse  erano  destinate  per  gli  ha- 
rem dei  signori  più  opulenti ,  e  il  loro  prezzo  molto  car« 
mi  fece  avvedere ,  che  i  Musulmani  conoscitori  davan  la 
preferenza  aUa  beltà  quale  anche  noi  apprezziamo  in  Eu- 
ropa. 

Vidi  eziandio  alcuni  schiavi  maschi  che  comprano  i  con- 
tadini ,  e  talora  anche ,  mi  f u  detto ,  le  vedove  Arabe  • 
Non  mi  rammento  tutto  quello  che  mi  fu  detto  in  quella  cir- 
costanza; era  stanco  di  tutti  quegli  orrori  umilianti;  il 
cuore  mi  si  solfevava  per  indignazione,  e  fuggii  dal  baz- 
zarro  senza  volere  udire  te  rivelazioni  del  dottore  sulla 
educazione  delle  Abissilite,  sulle  guarantigie  date  forzata- 
mente alla  loro  virtù,  sui  misteri  deHa  loro  toeletta .  Egli 
poi  era  un  frequentatore  assiduo  del  mercato  ;  aveva  po- 
polato il  suo  harem  di  queste  schiave  che  facevano  il  ser« 
vizio  della  casa,  e  che  impiegava,  diceva  egli,  a  diverse 
esperienze  relative  alla  sua  arte^  con' anche  n'ebbi  più 
tardi  la  certezza  ad  altri  usi  estranei  alla  medicina .  Que- 
sto Francese  mi  rammentava  un  venturiero  che  è  citato 


VIAGGIO 


143 


dal  viaggiatore  YillaaioDt,  il  quale  »  andò  a  farsi  Turco  per 
»  campare  e  coU^nteozIone  di  giuguere  a  qualche  alto 

•  grado  d^  onore  9  come  è  facile  ai  rinnegati  che  hanno 

•  criterio,   nel  numero  dei  quali  io  lo  pongo ,  quantun- 

•  que  abbia  mostrato  il  contrario  rinnegando  il  suo  Dio 
»  e  la  sua  salute  per  il  falso  profeta  Maometto  ed  i  suoi 

•  inferni» 

Fui  introdotto  dal  signor  Asselin  di  C^herville  stesso  nel  la- 
boratorio dove  egli  accumulava  i  numerosi  manoscritti  che 
con  gran  dispendio  aveva  raccolti,  e  dove  finiva  i  suoi  com- 
mentarii  e  le  sue  traduzioni.  Assorto  da  un  pezzo  nei  suoi 
studi  profondi,  questo  orientalista  area  contratta  Tabitu- 
dine  del  ritiro  e  del  silenzio .  Lo  trovai  vestito  alla  foggia 
ottomana,  piegato  sopra  i  suoi  fogli  e  le  sue  carte  pecore, 
in  quella  guisa  appunto  che  la  scuola  olandese  rappresen- 
ta Erasmo  ,  con  una  lunga  toga  e  un  berretto  di  pelo  affo- 
gato fra  i  suoi  libri  ed  i  suoi  scritti  •  Il  signor  di  Cherville, 
rinunciando  ad  ogni  distrazione  esterna,  erasi  imposto  un 
grandMmpegno .  Egli  cercava  di  rintracciar  T  origine 
delle  nazioni  col  confronto  e  coir  analisi  dei  dialetti .  Mi 
diceva  :  •  Io  combatto  contro  la  immensa  barriera  opposta 
»  alla  civiltà  del  mondo  ;  tutti  gli  sforzi  degli  Inglesi  e 
»  dei  nostri  missionarii  francesi  (  i  più  ingegnosi  e  i  più 
»  zelanti  de^  nostri  moderni  filantropi  )  fan  naufragio  con- 

•  tro  lo  stesso  ostacolo:  la  differenza  dei  dialetti^  e  que* 

•  sta  differenza  è  soprattutto  più  pronunciata  in  Africa  . 
»  Non  si  possono  traversare  alcune  centinaia  di  miglia  a 
»  mezzogiorno  e  all'^occidente  deir  Egitto  senza  imbatter- 

•  si  in  popoli  nuovi,  che  colle  loro  idee  morali ,  coi  loro 

•  bisogni,  e  più  ch^  altro  col  loro  linguaggio,  sono  perpe- 
»  tuamente  stranieri  gli  uni  agli  altri.  Fermatomi  al  Cairo, 
>  centro  del  commercio  e  punto  di  convegno  delle  nazioni 


144  MAECBLLUS 

•  inciyilite  deir  Oriente,  e  dei  popoli  selvaggi  del  ]t 

•  giorno  bo  volato  conoscere  tatti  i  dialetti  del  Nilo,  dalle 
»  sue  sorgenti  fino  alle  sue  foci,  e  gli  idiomi  dei  Tasti  de- 
>  serti  che  ci  circondano.  Finalmente,  a  dispetto  della  ay- 

•  versione  naturale  e  dei  pregiudizi  dei  Musulmani  an- 

•  che  più  culti  verso  un  cristiano,  son  giunto  a  forma- 

•  re  una  specie  d^  accademia  di  traduttori  nel  seno  della 
»  moschea  di  El  -  Azhar  •  • 

Il  Signor  de  Gherville  mi  fece  vedere  innumerevoli  ma- 
noscritti, frutto  delle  sue  fatiche,  i  quali  mi  risvegliavano 
nella  mente  la  fecondità  prodigiosa  degli  scrittori  spa- 
gnuoli;  ho  ritenuto  a  memoria  i  titoli  di  parecchie  fra  qud- 
le  elucubrazi<mi  importanti  • 

Prima  la  traduzione  intiera  della  Bibbia  in  dialetto  abis* 
sinio:  quest^opera  riGutata  a  Parigi,  fu  comprata  per  mille 
sterlmi  (  25,000  franchi  )  dalla  società  biblica  di  Londra. 

L^ esame  critico  degli  storici  arabi  deir Egitto. 

Molti  dizionari  comparativi  degr  idiomi  parlati  e  cosi 
raramente  scritti  nella  Nubia ,  nel  Sennaar ,  nel  Darfur, 
nelle  Oasis ,  nelle  isole  del  mar  Rosso ,  e  dagli  Arabi  del 
deserto  in  Africa,  come  dagli  Aguhani ,  dai  Kurdi,  e  dai 
Malesi  in  Asia. 

Dalle  traduzioni  di  Lockman,  di  Pilpay,  delle  opere  com- 
piute di  Saady  e  dei  poeti  più  celebri  arabi  e  persiani. 

Finalmente  y  il  catalogo  dei  manoscritti  che  si  trovano 
nelle  biblioteche  del  Cairo  :  quantunque  le  biblioteche 
siano  un  trovato  delT  antico  Egitto,  dove  si  chiamavano  il 
tesoro  dei  rimedi  deir  anima  (1) ,  vi  sono  in  tal  disordine 
oggi  e  di  un  accesso  tanto  difficile  che  questo  lavoro  (  ogni 


(1)  BossuET,  storia  tnìTtnale,  Cap.  ni. 


VIAGGIO  145 

Levantino  ne  converrà  )  è  uno  dei  più  penosi  che  si  possa 
iDiaginaEre . 

Io  mi  lascio  trascinare  dalla  mia  passione  pei  libri  vec- 
chi, che  ho  amati  sempre  senza  trarne  un  gran  profitto , 
a  raccontar  troppo  minutamente  ciò  eh**  io  vidi  presso  il 
signor  di  Cherville  ;  e  non  nomino  soltanto  la  metà  degli 
scritti  ch^  io  scartabellai,  e  che  mi  enumerò  egli  stesso . 

Non  ostante,  volli  partir  per  le  piramidi:  il  signor  Sel- 
ves,  trattenuto  da  alcuni  doveri  militari,  era  dolentissimo 
di  non  potere  venir  meco;  ma  volle  che  la  sua  tenda  da 
campagna  mi  seguitasse:  —  questa  mi  fu  d^un  grande  aiuto, 
non  tanto  per  offrirmi  ombra  nella  giornata  quanto  per 
mettermi  al  coperto  nella  notte  ;  caricata  sulla  schiena  di 
un^  asino,  ella  fu  confidata  a  Boschouan,  che  a  tutte  le 
nostre  fermate  la  metteva  su  in  un  baleno . 


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IV.  19 


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PIRAMIDI    DI   CTZEO 


LE    PIRA  MIDI 


I  furoBo  portati  degli  ubielll 
neri,  vivaci,  intelligeotl, di- 
rei quasi  graziosi ,  come  ooo 
De  bo  vedati  altrove  fuori 
cbè  in  Egitto  ;  essi  mi  provarono,  che  erano  dolati  d'una 
forza  e  d*ana  pazienza  tali  da  stancare  i  cavalli  piii  vigo- 
ron.  Quivi,  siccome  io  Arabia,  il  cavallo  dod  porta  mai 
altro  peso  cbe  TaiMno.  Sonovi  eziandio  alcune  contrade 


148  MARCELLUS 

nel  Deserto,  dove  V  asino  è  a  parte  di  questa  nobile  prero- 
gativa. AI  Cairo  si  servono  per  tutto  di  asini;  le  numerose 
nazioni  clie  popolano  quell^  immensa  città  non  hanno  altro 
veicolo  :  bisogna  eccettuarne  però  gli  aiti  dignitari! ,  che 
soli  adoperano  il  cavallo;  e  gli  Ebrei,  che  facendo  per  tutto 
razza  da  loro,  vanno  sempre  a  piedi.  Questi  asineli!,  ecci- 
tati delle  grida  rauche  de*  loro  conduttori ,  traversano  in 
tutti  i  sensi  e  prestissimo  le  mille  vie  della  citta,  e  le  ingom- 
brano a  carico  dei  poveri  pedoni  :  abituati  a  correre  sotto 
i  loro  padroni,  e  fregiati  di  sella,  portano  alta  la  testa,  e 
paiono  andar  superbi  di  una  carica  si  belìa^  mentre  i  loro 
fratelli,  semplici  bestie  da  soma,  vanno  lentamente  e  si 
ripiegano  avviliti  sotto i  pesi  piii  ignobili.  La  Fontaine  ave- 
va indovinato  gli  asini  d^  Egitto  quando  dipingeva  : 

Due  corsier  dal  lungo  orecchio  ; 
L' uno  andava  come  il  vento  ; 
L'  altro ,  debole  e  da  vecchio  , 
Strascicavasi  dietro  il  corpo  a  stento.  (1} 

Questo  capitolo  degli  asini  sarebbe  riuscito  più  lungo  ed 
anche  piii  saporito,  s^  io  sapessi  ridire  qui  ciò  che  ho  senti- 
to raccontare  al  signor  di  Chateaubriand  sulla  nobiltà  ori- 
ginaria deir  asino  ,  sulla  storia  del  suo  decadimento,  che 
data  dalle  Crociate,  sul  suo  carattere  paziente  e  coraggioso; 
finalmente  i  tratti  distinto  e  dMnflessibilità,  che  avrei  vo- 


ci) Deui  coursiers  à  lonRues  oreilles  ; 

L' un .  .  .  .  roarchait  comme  un  courrier , 

Et  r  autre  se  Taisant  prìer 

Vortait ,  comme  on  dii,  les  bouleilies  . 

La  Fo.ntaine,  Favola  X,  lìl>.2. 


VIAGGIO  149 

lati  yedere  aggiunti  al  Buffon,  siccome  una  delle  appen- 
dici sue  più  curiose. 

La  nostra  picciola  caravana  ,  capitanata  da  Roscbouan, 
e  con  Afi  cbe  chiudeva  il  corteggio,  traversò  la  gran  piazza 
deìVEzbektèhj  dove  si  facevano  già  gli  apparecchi  polla 
festa  del  Nilo^  rasentò  le  mura  e  i  cancelli  delle  tombe  dei 
califfi  Fatimiti^poi  s^  inoltrò  nel  porto  del  vecchio  Cairo, 
dove  io  doveva  imbarcarmi  e  poi  tornare.  Il  fiume  mi  par- 
ve essersi  insensibilmente  accresciuto  dopo  il  mio  arrivo 
a  Bulab^  egli  non  allagava  ancora  le  campagne,  ma  era 
gonfio  eccessivamente  ;  alcuni  colpi  di  remo  bastarono 
per  condurmi  nelP  isola  diRodha,  dove  i  custodi  del  Mek- 
kias  mi  spiegarono  cortesemente  i  progressi  delle  acque 
quali  sono  indicati  sulla  colonna  sotterranea  (Nilometro): 
mi  mostrarono  le  linee  che  additano  la  sterilità  e  l'abbon- 
danza, e  ritrovai  nei  loro  calcoli  le  indicazioni  seguenti  di 
Plinio . 

•  L' aumento  veramente  favorevole  è  di  sedici  cubiti  ; 
»  una  minor  quantità  di  acqua  non  irrigherebbe  tutte  le 
»  campagne  ;  una  maggiore  ritarderebbe  la  cultura,  dis- 
»  sipandosi  con  soverchia  lentezza.  A  dodici  cubiti  v'è 
V  carestia  in  Egitto  ;  a  tredici  si  sofire  nonostante;  quat- 
»  tordici  cubiti  producono  la  prima  gioia  d'esser  fuori 
»  dalla  carestia  ;  a  quindici  viene  una  piena  assecuranza; 
>  a  sedici  le  delizie  dell'abbondanza.  •(!) 


(1)  Justum  iocFementum  est  cubltorum  seidecim .  Minores  aquae  non  om- 
nia rlgant  :  ampliores  detlneot,  tardius  recedendo  ;  in  duodeclm  cubitìa  AEgy- 
plus  famem  sentii  ;  in  tredecim  eiiam  nunc  esurit  ;  qaatuordecim ,  liilaritatem 
afferunt  ;  qulndaclm,  securltatem;  sexdecim,  deUcias  . 

PLINIO,  Stor.  Nalar.,Lib.    V,  Cap.  xi. 


_J 


150  MARCBLLUS 

Tatto  annunciava  per  V  anno  una  inondazione  felice^  ed 
io  copiai  sulla  colonna  indicatrice  le  seguenti  cifre,  segna- 
te dal  basso  alPalto. 

Il  5  luglio ,  le  acque  erano  sulla  parte  inferiore  della 
colonna  a  296  pollici,  livello  delle  acque  basse.  Nel  loro  pri- 
mo incremento,  fino  al  9,  esse  salirono  •  .  a    288 

11 14  Luglio a    249 

Il  16 a    237 

Il  19 a    230 

Il  21 a    226 

Il  25 a    198 

Il  28 a    180 

Ciò  faceva,  come  si  vede,  quasi  dieci  piedi  in  ventitré 
giorni  ;  ossia ,  più  d^un  gran  terzo  dei  sedici  cubiti  di  Pli- 
nio ,  il  cubito  del  quale  autore  io  lo  stabilisco  a  dicìotto 
pollici  di  Francia  (1) ,  per  abbreviare  il  mio  calcolo  e  per 
ovviare  da  ogni  frazione  ed  operazione  aritmetica. 

Dal  Nilometro  passai  alle  ombre  di  Rboda ,  e  mi  as- 
sisi sotto  i  bei  platani  cbe  cuoprono  la  riva  :  le  onde  rin- 
serrate dall'isola,  trascinavano  rapidamente  dinanzi  a  me 
le  dgerme  che  giungeano  dall'  Alto  Egitto,  e  cbe  profittava- 
no del  primo  accrescimento  per  accelerare  il  loro  tragit- 
to •  Il  sole  calava  quando  io  traversai  il  Nilo  ;  la  nostra 
barca  spaventò  un  pellicano  cbe  solitariamente  nuotava 
in  mezzo  al  fiume  afi*rontando  la  corrente  colla  piuma 
del  suo  largo  e  candido  petto ,  come  una  nave  all'ancora 
oppone  la  prua  al  riflusso  del  mare . 

Sbarcai  a  Egghizé  (  Gizih).  Rimontai  di  subito  sul  mio 
asino,  che  mi  fece  in  due  ore  traversar  la  distanza  dal  Nilo 


(1)  Termliie  medi*  di  mine  yalort  dati  al  cubito  dagli  antiquari. 


TIAGGIO  161 

alle  pinmidi.  In  ipiesta  gran  metà  delia  pianura,  camminai 
altorao  a  campi  di  durah,  a  lunghi  canali  d^  irrigazione  , 
ad  alcune  risaie,  a  yaste  semente  di  cotone  e  d' indaco, 
di  cui  i  coltivatori  raccoglievano  in  fretta  i  prodotti ,  per 
lasciar  la  terra  nuda  e  darla  senza  ostacolo  alla  iniuenza 
delle  acque .  Ammirai  in  quelle  campagne  la  vigorosa  ve- 
g6taiione,non  soltanto  delle  erbe  coltivate,  ma  eziandio 
delle  piante  salvatiche  le  quali  crescevano  suir  orlo  dei  sen- 
tieri o  sui  fianchi  delle  dighe;  e  ci  riconobbi,  in  mezzo  a 
UMlti  fiori  innocenti ,  alcune  piante  medicinali  e  dei  vele- 
ni: —  »  imperocché  il  suolo  tanto  ferace  dell^ Egitto,  dice 
»  Omero,  produce  un  gran  numero  di  medicamenti,  molti 
»  buoni  mescolati  a  molti  cattivi  (1).  » 

Dopo  alcune  capanne  alzate  all'ombra  dei  palmizi,  ar- 
rivai alla  linea  sterile:  e  quivi ,  i  violenti  buffi  del  khasmin 
ri  ravvolsero  in  una  polvere  tanto  fitta,  che,  vicino  aOat* 
to  alla  terra,  io  non  vedeva  più  la  strada  tracciata;  era 
necessità  d'altronde  di  tener  gli  occhi  sempre  chiusi,  per 
sottrarli  a  quella  pioggia  violenta  di  piccioli  ciottoli  e  di 
sabbia;  le  nostre  preziose  cavalcature  resistevano  sole  agli 
assalti  del  vento,  senza  rallentar  il  corso:  ma  finalmente  eoi 
giorno  cessò  la  tempesta.  La  luna ,  tuttavia  debole,  appar- 
ve dietro  la  prima  piramide  quando  vi  giunsi  ;  e  qud 
chiarore,  così  caro  alle  ruine,  rendeva  alla  tomba  di 
Ceope  tutta  la  sua  maestà  •  L' ombra  del  monumento  di- 
stende vasi  lunga  sul  terreno,  e  la  notte  rinnuovò  le  illu- 
sioni che  U  giorno  m'aveva  fatto  perdere.  Al  mio  avvi- 
cinarsi m'era  sembrato,  che  Taltezza  delle  piramidi  dimi- 


^àpuaxotf  9roXAoé  fiiv  MXà  luynyiiiYCt  ^  nokkà  9k  XvypcL 

Omuo,  Odi». 


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152 


M ARCBLLUS 


nuisse  insensibilmente  •  Esse  m^  erano  apparse  come  colli- 
ne di  giganti  quando  le  contemplai  dalle  rive  del  Delta  • 
camminando  incontro  a  loro ,  al  contrario  rimpiccioliva- 
no ^  e  mi  si  presentavano  allo  sguardo  come  costruzioni  or- 
dinarie . 

I  fenomeni  d'ottica,  gli  errori  dei  sensi  si  moltiplicano 
attorno  alle  piramidi ,  grandi  creazioni  d'una  forma  unica 
e  d' un  volume  inimitabile .  Sia  che  le  si  osservino  da  lon- 
tano, da  vicino,  dall'alto,  dal  basso,  nelle  loro  gallerie 
inteme ,  o  sotto  il  velo  del  miraggio^  tutto  è  magia  attor- 
no a  quelle  :  quivi  cereamente  la  fisica  dovrebbe  studiare 
ed  approfondire  gli  effetti  della  luce,  questa  luce  essendovi 
SI  risplendente,  si  limpida,  si  pura! 

Fu  stesa  la  mia  tenda  sulla  sabbia ,  e  in  un  momento 
fu  assediata  dagli  Arabi  delle  capanne  vicine,  che  veniva- 
no in  folla  ad  offerirci  i  loro  servigi ,  e  da  alcune  Almee  i 
balli  delle  quali  dovevano  sollazzar  le  nostre  veglie  •  Io  le 
aveva  vedute  senza  piacere  al  Cairo  ^  qui  volli  occupare 
i  miei  occhi  delle  sole  piramidi ,  e  passai  le  prime  ore  della 
notte  ad  errare  attorno  ai  colossi,  rimontando  le  età  da 
Bonaparte  fino  a  quei  re  sconosciuti  che  non  hanno  potuto 
godere  del  toro  sepolcro.  Finalmente,  per  un  riguardo  per 
Roschouan,  che  non  volle  mai  abbandonarmi  durante  le 
mie  meditazioni,  mi  riposai  alquanto  sopra  un  tappeto  di- 
steso sotto  la  mia  tenda.  Verso  le  tre,  gli  Àrabi,  guide 
delle  piramidi,  mi  svegliarono  per  condurmi  in  cima  al 
monumento  di  Ceope ,  dove  avrei  desiderato  di  giugnere 
prima  del  sorger  del  sole. 

Alcuni  preparativi  precedettero  questa  salita .  Due  fel- 
Ioni  mi  cinsero  le  reni  d'una  corda  di  cui  tenevano  essi 
il  capoj  poi  mi  diressero  per  la  via  che  guarda  mezzo- 
giorno la  sola  oggi  praticabile  •  La  sommità  della  pirami- 


r 


VIAGGIO  153 

de  è  inaccessibile  dagli  altri  tre  lati  ;  e  il  viaggiatore ,  che 
affidandosi  alla  sola  apparenza  o  a  sé  stesso,  s^mpegaasse  in 
tatt^aKra  direzione,  si  troverebbe  presto  arrestato  da  lun- 
ghi spazi  di  muro  senza  gradini  e  da  ripari  che  non  sapreb- 
be  né  superare ,  né  girare ,  e  moltiplicando  j  saggi  di  que- 
sto genere  finirebbero  per  togliergli  tutte  le  forze  di  cui 
ha  d^  uopo  pel  suo  penoso  tragitto.  Pietre  tagliate,  alte  due 
o  tre  piedi ,  poste  a  scala  le  une  sulPaltre ,  senza  cemento 
e  senza  ferro,  e  sporgenti  di  dieci  pollici  in  circa,  eccj 
ciò  che  bisogna  ascendere  nella  via  conosciuta  dai  soli  Ara- 
bi, e  salire  serpeggiando,  allorché  i  guasti  costringono  a 
prendere  un  altra  direzione  •  Quasi  sempre  io  mi  aiutava 
colle  mani  per  afferrare  i  corti  spigoli  di  questi  enormi 
gradini ,  e  finalmente  arrivai  tutto  afibnnato  sulla  piatta- 
forma. 

Il  sole  stava  per  mostrarsi;  ben  presto  si  annunziò  die- 
tro il  Mokatam  con  un  tratto  di  fuoco  che  venne  ad  inve- 
stirmi al  di  sopra  alla  pianura,  e  corse  in  un  momento  fino 
air  orizzonte  delle  sabbie  libiche:  a  poco  a  poco  vidi  la  sua 
luce  scendere  lungo  il  fianco  orientale  della  piramide,  e 
colorar  la  valle  di  tutto  il  suo  splendore.  Allora  Tastro  lu- 
cente mi  mostrò  da  lontano  le  rive  ombreggiate  del  Nilo, 
poi  Benisuef  fino  al  Delta  ;  il  Cairo,  tutto  risplendente  dei 
suoi  primi  raggi  ;  ai  miei  piedi  il  teatro  delle  grandi  pu- 
gne dell'esercito  francese,  cheRoschouan,  attore  e  testimo- 
nio, mi  spiegava  alla  meglio;  poi,  aggruppate  attorno  a  me, 
tutte  le  piramidi  ;  al  di  là^  come  una  striscia  d^argento,  il 
lago  Meri  ;  finalmente ,  il  Deserto  e  la  sua  immensità . 

Il  sommo  delle  piramidi  é  un  quadrato  perfetto  di  se- 
dici passi  per  ogni  lato.  Lessi  sopra  le  pietre  che  lo  orlano 
mille  nomi  incisi  o  disegnati,  ai  quali,  per  obbedire  alPan- 
tico  costume,  dovetti  aggiugnere  il  mio  •  Due  di  questi  no- 


IV.  20 


I5i  MARCBLLUS 

mi,  —  BoNAFAHTB  6  CHATEAUBRiAJfD|  —  tracciaUda  una 
mano  che  non  fa  la  loro,  vi  si  trovavano  V  uno  presso  del- 
r altro,  seppure  vicini  nella  storia  del  loro  secolo,  nella 
bocca  dei  loro  contemporanei,  e  sul  granito  delle  pirami- 
di ,  come  i  due  genii  delle  armi  e  delle  lettere .  Ed  io,  pi- 
gmeo, stava  lassù  su  queir  opera  colossale  dei  tempi  mi- 
steriosi, contando  le  generazioni  sparite,  impercettibile 
come  uno  di  quei  granelli  di  sabbia  del  deserto  che  mi  cir- 
condava . 

Prolungai  la  mia  estasi  e  la  mia  stazione  su  quella  ma- 
gniflca  specola  dov^  io  non  doveva  omai  piii  risalire,  quan- 
do i  miei  Arabi  mi  fecero  dire  per  mezzo  di  Roschouan 
che  il  caldo  sempre  crescente  farebbe  il  ritorno  più  pe- 
noso. Cedetti  a  stento,  dopo  avere  scagliato  qualche  sasso 
staccato  sulle  faccie  laterali  della  piramide  dove  la  via  non  è 
più  aperta;  il  sasso  sbalzava  di  roccia  in  roccia,  e  lo  per- 
deva di  vista  prima  d' aver  tocco  la  terra  •  Scaricai  in  aria  | 
le  mie  pistole  :  la  detonazione  fu  sorda,  senza  eco,  ed  Afì, 
ch'io  scorgeva  come  un  punto  nero  a  pie  della  piramide , 
dove  stava  aspettandomi ,  non  la  sentì.  Finalmente  lanciai 
un'ultima  occhiata  su  quello  stupendo  panorama ,'  e  ripo- 
nendo in  mano  ai  miei  Arabi  il  capo  della  corda,  incomin- 
ciai a  discendere. 

Allora  provai  la  più  aspra  fatica:  piegato  sulle  ginocchia, 
faceva  d'uopo  strisciar  da  uno  strato  all'altro,  qualche  volta 
saltare  i  gradini ,  e  fermarsi  intirizzito  sopra  uno  spigolo 
strettissimo  ;  ogni  slancio  che  m' avesse  gittato  in  avanti, 
ogni  distrazione  che  avesse  preso  i  miei  Arabi ,  un  passo 
falso,  la  più  piccola  vertigine  m'avrebbe  senza  fallo  fra- 
cassato in  miHe  pezzi,  e  i  miei  brani  non  sarebbero  giunti 
neppure  sulla  pianura.  Bastavami  appena  tutta  la  forza  che 
avevo  per  lottare  contro  queste  diffiMltà  ;  quella  dei  miei 


V  1  AG  6IO 


155 


Arabi  Tenne  più  d' una  volta  ad  aiutarmi .  Quand^  io  mi 
arrampicava  con  pena,  essi  svelti  e  pronti ,  correvano  su 
que^  precipizi  come  le  gazzelle  sui  prati  della  pianura  del 
Thabor. 

Finalmente ,  trafelato ,  rifinito ,  e  colle  gambe  quasi 
spezzate,  mi  gettai  suNa  sabbia ^  alF  ombra  della  pirami- 
de, ovMo  rimasi  come  corpo  morto  per  dieci  minuti.  Ave- 
vo impiegato  mezz'ora  a  salire  e  un  quarto  d'ora  a  scen- 
dere •  Quand'  ebbi  ripresi  i  sensi ,  era  tuttavia  ali*  ombra 
della  piramide;  imperocché  le  piramidi  hanno  un'ombra, 
né  ciò  dispiaccia  a  qualche  storico  dell'  antichità  •  È  vero 
che  non  l'hanno  in  sul  mezzodì  nei  lunghi  giorni  dell'an- 
no,  e  che  allora  non  valgono  a  celare  il  sole  ;  il  quale  ef- 
fetto il  mio  compatriotta  Ausonio  volle  dipingere  in  que- 
sti versi  : 

La  piramide  stessa 

Le  sue  ombre  consuma ....  (1) 

Ma  quest'  ombra  che  non  appare  a  mezzogiorno ,  sopra  su- 
perfici  inclinate,  merita  ella  forse  il  nome  di  fenomeno  ? 

Penetrai  nell'  intemo  della  gran  piramide,  dapprima  con 
gran  fatica  ;  fu  d' uopo  strisciarvisi  col  ventre ,  e  far  cosi 
il  giro  d'un  pezzo  enorme  di  muro  che  tura  l' adito .  Que- 
sta massa  si  è  ella  staccata  dai  ripiani  superiori  per  lo 
sforzo  del  tempo,  oppure  è  stata  posta  fi  fin  dalla  edifica- 
zione, per  nascondere  l'ingresso  rimasto  per  tanto  tempo 
problematico  e  sconosciuto,  e  per  impedire  ogni  accesso? 
Querittj  quos  agitata  mundi  labor  (2)  • . . 


(1)  ArsoNio,  Hosella.y.  313. 

(2)  LtXAho,  Farsaglla,  Lib.  i,  v.  417. 


166  UARCBLLUS 

Dopo  aver  superato  questo  primo  ostacolo,  mi  trovai  in 
un  lungo  corridore  cbe  mena,  salendo,  alla  camera  sepol- 
crale. Questo  corridore  stretto  ha  una  spezie  di  marcia- 
piede a  manca  e  a  dritta  di  tre  cubiti  d^altezza.  Imiei  Ara- 
bi correvano  sopra  i  due  marciapiedi  ad  un  tempo ,  sal- 
tando dair  uno  all'altro  ;  poi  si  soffermavano  ,  a  gambe 
spalancate,  scuotendo  le  torcie,  e  da  lontano ,  quasi  nudi , 
parevano  sotto  quelle  volte  lugubri,  siccome  Giganti,  o  piut- 
tosto come  quegli  spettri,  figli  delle  iHusioni  notturne,  che 
ingrossano  e  s^allungano  nelle  nostre  fantasie  riscaldate.  Fra 
mezzo  a  questi  prestigi  fantasmagorici,  le  grida  delle  mie 
guide  svegliavano  gli  echi  delle  cupe  gole,  e  più  ancora  i 
pipistrelli,  le  ali  dei  quali  ci  sfregavano  i  volti  .Giunsi  cosi 
alla  stanza  del  sarcofago  reale,  e  mi  assisi  sopra  i  modini 
di  granito  nero,  meditando  su  tante  meraviglie  accumu- 
late attorno  a  una  tomba. 

Al  chiaror  delle  torcie,  visitai  tutti  i  contorni  del  se- 
polcro reale:  le  pareti  di  queste  mura  monolite  dalla  base 
alla  sommità,  i  loro  segni  geroglifici,  e  i  condotti  che  parto- 
no dal  centro  deir  ediGzio  per  andare  a  sboccare  non  si  sa 
dove^  poi  tornai  verso  P  ingresso  perla  stessa  via.  Ero  state 
I  sopra  alla  piramide;  ora  v'era  dentro;  mi  fu  proposto  di 
attaccarmi  a  una  corda  e  andar  sotto  in  un  pozzo  profon- 
do cento  ottanta  piedi ,  di  cui  mi  vedeva  ai  piedi  V  angusto 
orifizio  :  ma  ero  troppo  stanco  dal  caldo  e  dal  buio  di  quei 
vasti  sotterranei,  e  non  mi  pareva  vero  di  tornare  a  vedere 
il  sole.  Appena  rallegrato  del  suo  dolce  lume,  andai  a  vi- 
sitare T  altra  piramide  vicina,  recentemente  schiusa  dal 
Belzoni,  ma  mi  fu  fatto  osservare  ch'ella  offeriva  un  in- 
teresse secondario  e  fino  ad  ora  incompiuto. 

Mi  contentai  quindi  di  percorrere  alcune  catacombe  fre- 
giate di  bassi  rilievi  e  di  pitture  funerarie,  poi  altri  sarco- 


VIAGGIO  157 

fagi  vedovati  delle  loro  mummie.  Feci  poscia  il  giro  della 
testa  della  Sfinge  colossale,  che  vigila  accosciata  come  un  le- 
vriero fedele  su  queste  dimore  dei  morti.  Un' oca  selvaggia 
nella  spezie  particolare  air  Egitto  (1),  s'era  posata  su  que- 
sta testa  di  Sfinge,  e  disegnatasi  sull'azzurro  del  cielo  for- 
mava quasi  un  geroglifico  vivente .  Al  nostro  avvicinarsi, 
sdegnando  il  deserto,  ella  volò  pesantemente  verso  le  rive 
del  Nilo ,  mandando  un  grido  rauco  e  penetrante . 

Dopo  una  escursione  alle  piramidi  d'Abuscir  più  vi- 
cine a  quelle  che  aveva  vedute,  ma  mediocri  d'altezza  e  di 
costruzione ,  paragonate  aHe  tre  sorelle  giganti  del  Gizeh, 
ei  dirigemmo  verso  la  pianura  di  Sakkara,  lontana  quasi 
quattro  leghe.  Potevamo  andarci  pel  Deserto  e  seguitando 
la  linea  delle  sabbie  mezzo  fertilizzate,  tocche  soltanto 
dalle  grandi  inondazioni  del  Nilo;  ma  il  soleei  bruciava  su 
queste  arene  caleinate:  preferimmo  con  un  giro  di  rigua- 
dagnar le  ombre  del  fiume,  e  camminare  sotto  ai  palmizi  e 
a  traverso  alle  catacombe  della  città  dei  morti .  Ben  tosto 
Roscbouan  mi  soffermò  in  una  vasta  pianura  rasa  e  quasi 
livellata,  per  mostrarmi  alcuni  pozzi  di  mummie  e  d'uc- 
celli imbalsamati . 

Quivi  lunghi  solchi  preparati  per  ricevere  la  feconda- 
zione del  Nilo;  là  alcuni  palmizi  solitari!;  più  in  là  spazi 
deserti  e  senza  culture  ;  poi  grandi  erbe  seccate  dove  pa- 
scevano capre  e  bufale  :  e  lì  appunto  era  Memfi ,  la  regi- 
na dell'Egitto,  Memfi  di  cui  i  palagi,  i  templi  e  le  mu- 
ra hanno  cessato  di  essere  come  se  non  fossero  mai  esisti- 
ti :  ninna  città  è  sparita  così  affatto  dalla  superficie  della 
terra;  l'antica  Troia,  la  prima  a  perire ,  serba  tuttavia  i 


(I)  In  greco  )^>a>cSÌ7rT$. 


158  UARCELLUS 

suoi  frantumi  e  le  traccie  della  sua  cittadella.  Memfi  ba 
perduto  tutto  ;  il  suo  sito,  le  sue  ruine  e  il  suo  uome. 

Risalendo  da  Memfi  a  Sakkara,  m'imbattei  in  molli 
avanzi  di  statue  colossali ,  in  alcune  colonne  spezzate,  in 
frammenti  di  cippi  tumularli,  che  formavano  quasi  un  via- 
le funebre  a  queli^  altre  tombe  piramidali  che  andavo  a 
vedere.  Passai  intanto  per  vasti  campi  di  indaco,  di  durab , 
di  poponi  e  di  cocomeri  :  alcuni  fellani  quasi  nudi  ci  offe- 
rirono frutta  rinfrescanti .  L'ardore  del  sole  era  soffocan- 
te ;  io  non  tenni  che  le  vesti  più  leggiere  ;  il  calore  non 
permetteva  di  piii,  la  decenza  non  esigeva  di  meno  • 

In  sulle  due ,  rividi  la  linea  del  Deserto ,  e  giunsi  aUe  pi- 
ramidi di  Sakkara ,  di  cui  feci  il  giro  :  sono  queste  meno 
alte  di  quelle  di  Gizeb  e  son  fabbricate  di  mattoni  cotti 
al  sole.  Queste  costruzioni,  molto  meno  indestruttibili  del- 
le grandi  piramidi ,  si  mantengono  perchè  preservate  dalla 
loro  massa.  Scòrsi  un  ichneumone  che  fuggiva  da  una 
delle  mille  crepature  che  il  tempo  e  il  vento  di  sabbia 
hanno  moltiplicate  in  questa  congerie  di  mattoni  j  T  ani- 
male spaventato  corse  sul  cordone  d' un  ripiano  laterale 
con  una  agilità  estrema,  finché  T  angolo  lo  togliesse  ai  no- 
stri sguardi:  tirai  una  fucilata  nella  sua  direzione,  e 
sentii  il  piombo  colpire  le  pareti  insensibili  ;  la  preda  era 
sparita  • 

Vidi  anche  le  piramidi  di  Dasciur ,  piii  innanzi  delle 
altre  verso  la  solitudine  •  A^eva  per  un  pezzo  traversato 
per  giugnervi  coUine  e  valli  di  sabbia  senza  oasi,  senz'al- 
beri, e  senza  via  segnata .  Feci  alzar  la  tenda  su  questo  suo- 
lo ardente  che  altra  volta  fu  fertile  ;  ma  il  deferto  che  cam- 
mina secondo  la  espressione  araba,  invade  ogni  giorno 
i  dominii  del  Nilo.  Riposai  un'ora  presso  alla  piramide 
di  Dasciur*,  poi,  ripiegando  le  mie  bagaglie,  e  dicendo  ad- 


TIAGGIO 


159 


dio  per  sempre  alle  areae  libiche  dradè,  da  questo  debole 
saggio,  avea  capito  la  trìsteiza  e  la  monotonia ,  tornai  alle 
ombre  della  riva,  ai  grandi  viali  di  palme ,  e  al  villaggio 
di  Sceik-Othman  snlle  spiaggie  del  Mio  •  Erano  allora  le 
otto  di  sera  :  poneva  in  questo  modo  a  prova  dappoi  quat* 
tordici  ore  la  pazienza  e  il  vigore  della  mia  instancabile 
cavalcatura.  Lo  debbo  confessare  ;  questo  giorno  di  fatica 
e  di  godimento  mi  fece  apprezzare  ed  amare  T  asino  d^Egit* 
to  come  uno  dei  più  utili  compagni  del  viaggiatore  • 

Accampai  air  ombra  dei  palmizi  :  la  brezza  della  sera 
erasi  alzata  9  e  faceva  ondulare  la  loro  cima  cedevole  come 
la  testa  d^  una  vergine  che  si  piega  e  s^  addormenta  (1  ) . 

Questo  primo  riposo  m^invitava  a  cercare  una  freschez- 
za maggiore  nelle  acque  del  ilume^nè  esitai  ad  attuffar* 
mici:  il  bagno  rinvigorì  le  mie  forze}  passeggiai  poscia  fi- 
no al  sorger  della  luna  sui  bordi  dove  la  selva  di  Sakkara 
vede  crescere  i  suoi  ultimi  sicomori  :  i  curii  facevano  sen- 
tire il  loro  grido  notturno  ;  le  giovinette  Nubie  ^  stanche 
delle  fatiche  del  giorno,  venivano  ad  abbandonarsi  senza 
velo  alle  onde,  del  Nilo  ;  gli  armenti ,  le  bufale  tornavano 
muggendo  verso  le  stalle:  alcune  barche  deir  Alto  Egitto 
passavano  in  mezzo  al  fiume ,  ed  i  canti  monotoni  dei  re- 
matori si  udivano  dalla  spiaggia.  Sono  ore  queste  che  si 
stampano  nella  mente  per  non  cancellarvisi  mai  ! 

Prima  di  ritrovare  i  palmizi  e  la  tenda ,  entrai  con  Ro* 
schouan  in  una  capanna  eretta  attorno  ai  campi  coltivati  ; 
non  vidi  altro  che  schiavi  quasi  nudi,  mura  di  fango  dis- 
seccato, un  suolo  umido  e  mal  sano,  infine  tutte  le  trac- 
cio d^  una  miseria  estrema  •  E  nullostante  le  campagne 


(I)  QuesU  graztoM  imagioe  é  di  Dafaràrtl-hadad  poeu  arabo. 


160  MARCBLLU8 

più  fertili  obbedivano  a  questi  poveri  ^coltivatori  ;  e  1^  ab- 
bondanza si  debbe  alle  loro  mani.  Deplorai  neirtntimo 
del  cuore  quest' avrilimente  e  questa  povertà  degli  Arabi, 
vittime  del  monopolio;  organizzato  che  fa  la  potenza  di 
Mehemet-Ari  ;  imperocché  in  Egitto  non  è  la  terra  che  dà 
la  ricchezza^  è  F acqua.  11  pascià,  re  del  Nilo,  padrone  as- 
soluto delle  onde  e  della  fortuna,  comanda  solo  alla  cul- 
tura, e  lascia  i  suoi  campi  a  coloni  diseredati  di  tutta  pro- 
prietà o  a  schiavi  •  —  »  Rammenti  tu,  io  diceva  a  Roscho- 
»  uan,  la  casa  di  tuo  padre  V  agiatezza  de'  nostri  contadini , 
»  la  loro  esistenza  felice  sulle  rive  del  nostro  fiume  e  in 
>  quella  valle  opulenta  dove  siamo  nati  ambedue  7  Che 
»  differenza!  E  pertanto  anche  questi  sventurati  fellani 
*  sono  nostri  fratelli  !  »  —  La  mia  filantropia  non  parve 
produrre  gran  sensazione  sul  mio  compatrìotta,  divenuto 
musulmano  fino  in  fondo . 

In  suiralba,  mi  rimisi  in  via,  ma  a  piedi  questa  volta. 
Andai  per  un  pezzo  lunghesso  le  rive  del  Nilo,  fino  alle  mu- 
raglia d' un  antico  convento^  cofto ,  che  [poteva  esser  pre- 
so per  un  castello  munito .  Quivi  cominciava  la  linea  delle 
tende  del  kascef  di  Minieh . Passai  frammezzo  assoldati 
senza  impacci  e  senza  insulti;  non  erano  più  le  orde  indi- 
sciplinate della  Siria;  poi,  traversando  il  fiume,  sbareai  sul- 
la riva  dritta  a  Turah .  Il  Selves  aveva  promesso  di  raggiu- 
gnermici  ;  ed  aspettandolo,  mi  rifugiai,  per  evitare  Fecces- 
sivo  calore ,  nelle  acque  del  Nilo ,  ove  in  vece  di  cocco- 
drilli trovai  soltanto  pacifiche  bufale . 

Il  Selves  volle  mostrarmi  egli  stesso  le  vaste  cave  di  gra- 
nito, d'onde  furono  levati  i massi  delle  piramidi,  e  la  Valle 
dello  Smarrimento  che  mena  al  mar  Bosso .  In  pianure  co- 
perte di  una  spezie  di  pietra  biancastra,  mi  fece  osserva- 
re per  terra  qua  e  là  frammenti  di  palmizi  petrificati,  i 


VIAGGIO  MI 

quali  risuonano  sotto  il  dito  che  li  interroga  più  come  un 
metallo  che  come  un  legno  *,  poi  brillanti  conchiglie  mesco* 
late  ai  ciottoli  del  suolo  !  —  e  pur  non  dimeno  eravamo 
in  solitudini  inaccessibili  alle  acque  del  Nilo,  e  dove  i 
flutti  di  Suez  non  sono  mai  potuti  arrivare  •  Piìi  in  là,  ol- 
tre le  valli  che  ci  si  aprivano  in  faccia ,  è  la  Selva  Petri' 
peata^oye  grandi  alberi,  trascinati  e  maltrattati  da  torrenti 
sconosciuti ,  giacciono  convertiti  in  pietre  grigiastre ,  in 
mezzo  ad  ammassi  di  conchiglie  e  di  ostriche  agglomerate  : 
caos  bizzarro,  che  data  dal  diluvio,  ed  attesta  le  sue  pro- 
digiose devastazioni  •  Vedemmo  fuggire  da  lontano  quelle 
grosse  lucertole  d^  Oriente  chMo  aveva  già  vedute  nelP  iso- 
la di  Cipro,  e  che  somigliano  a  tanti  piccoli  coccodrilli  : 
correvano  rapide  quasi  quanto  le  lepri ,  ma  senza  saltellare  • 
Abbandonammo  queste  maraviglie  di  un  deserto  arido , 
ove  i  nostri  piedi  bruciavano  (i)^  per  rivedere  il  Nilo  e 
respirar  la  freschezza  delle  sue  brezze,  sotto  i  bei  pla- 
tani e  sotto  i  sicomori  che  ombreggiano  la  magnifica 
tomba  d^  un  santone  venerato  :  di  lì  fino  al  Cairo  non  si 
vede  altro  che  lunghi  viali  di  tombe,  che  formano  una  va- 
sta necropoli  attorno  alla  gran  città;  pompose  dimore 
de^  morti|,  sempre  rispettate  in  Egitto,  cominciando  dalle 
eterne  piramidi  fino  ai  monumenti  degli  ultimi  mamma- 
lucchi I  Muovendo  dair ottavo  secolo,  P architettura  araba 
sembra  aver  tolto  P  incarico  di  variare  infinitamente  le 
forme,  tutte  ricche  ed  eleganti,  di  quei  ftio^ftt  della  morte. 
Ora  alte  cupole  adorne  di  festoni  e  di  pitture  sopra  un 
fondo  d' oro  e  d^  azzurro,  ricuoprono  le  ceneri  dei  califfi  ; 
ora  colonne  d^  un  marmo  splendentissimo  torreggiano  zep- 


(1)  Ardma  puMi ,  nec  humami  vetHgU  patiens . 

Sbobca  f  Quawl.  N«tiar.,  lib.  iv,  eap.  ii. 


iv.  2t 


lea  MAACBLLUS 

pe  d^iscrióoai  in  onore  decoro  minutri ,  e  tutt'  air  ia- 
torao. cippi  volgari 9  senz'altro  segno  che  nn  turbante  , 
nascondono  i  loro  numerosi  sudditi .  Ammirai  ^  molto  più 
che  i  palazzi  del  Cairo,  quei  padiglioni  tanto  leggieri  e 
graziosi.  Le  case,  al  dire  di  Diodoro  di  Sicilia,  passavano 
presso  gli  antichi  Egizi  per  ospizi;  le  t<mibe  sole  erano  ai 
loro  occhi  (Umore  e  teme  (1) . 

Poco  più  in  là ,  era  accampato  il  corpo  di  cavalleria 
pronto  a  partire  per  la  spedizione  del  Sennaar.  il  Selves  ed 
io  andammo ,  attraversando  subito  le  tende  del  campo,  po- 
scia le  vie  dell^  antico  Cairo ,  presso  il  signor  Gonnau  ,  no- 
stro compatrìotta  dove  pranzavamo  • 

Il  signor  Gonnau,  antico  magnano  della  via  san  Dionigi, 
stanco  dei  sobborghi  della  nosira  capitale  e  spinto  da  qual* 
che  istinto  di  fortuna,  era  andato  in  Egitto  dove  da  non 
molto  dirigeva  le  fonderie  deir artiglieria  del  ^viceré.  Il 
suo  talento  e  i  suoi  meriti  superiori  di  molto  al  suo  stato 
primitivo ,  fin  dal  principio  gU  avevano  cattivato  la  fiducia 
del  padrone»  Godeva  al  Cairo  d^una  riputazione  ben  fon- 
data e  di  una  felicissima  posizione.  —  Questo  buon  parigino 
ebbe  subito  la  mia  stima  e  la  mia  aObzione  •  Gli  promisi , 
tornando  io  Francia,  di  veder  sua  moglie ,  sua  figlia ,  e  di 
dar  loro  alcuni  regali  dei  quali  m^  incaricò  :  e  veramente, 
giunto  appena  a  Parigi ,  mi  detti  carico  di  presentarmi  a 
quelle  ottime  signore,  che  non  rifinivano  dal  farmi  rac- 
contare la  brillante  fwtuna  del  signoi^  Gonnau  ;  vennero 
poi  spesso  a  farmi  visite  per  parlarmi  a  loro  agio  di  quel 
buonamico^  il  nome  del  quale  faceva  palpitare  il  loro  cuo- 
re ed  empieva  loro  gli  occhi  di  lacrime  •  Credo  rammen- 


(i)  0I09ORO  Sia-LO,  lill.    I ,  SM.  >. 


VIAGGIO  163 

tarmi,  cbe  la  signora  e  la  figlia  Goonau  non  stessero  molto 
a  dire  addio  al  loro  subborgo ,  per  andare  ad  abitare  il 
Teccbio  Cairo  • 

Dopo  il  pranzo  9  cbe  fa  gioviale  e  dilettevole  poicbè 
v^  era  il  Selves  colle  sne  spiritose  scappate,  e  franco  sen- 
za soggezione  percbè  il  signor  Gonnau  aveva  avuto  la 
felice  idea  di  invitar  soltanto  compatriotti ,  fui  condotto 
nei  giardini  del  pascià,  dove  vidi  il  papiro  e  il  banano ,  di 
cui  il  lungo  fico  parvemi  delizioso.  Ci  trovai  il  celebre 
loto  dal  soave  frutto  (1),  pianta  troppo  ospitale ^  secon- 
do la  espressione  spiritosa  d'un  poeta  latino,  poicbè  faceva 

dimenticare  la  patria  (2) .  Mi  fa  mostrato  in  un  convento 
greco  una  grotta,  cbe  dice  vasi  avesse  abitata  Maria  Ter- 
gine ^  poi  una  porta  antica ,  di  costruzione  romana ,  se  si 
pub  cbiamare  antico  in  Egitto  ciò  cbe  risale  soltanto  ai 
Bomaai  ;  finalmente ,  e  ciò  mi  colpì  più  di  tutto  il  rima- 
nente, la  beila  moscbea  di  Amru,  vasto  edifizio,  elegante 
di  strattura ,  ricco  di  particolarità ,  dove  trecento  sessan- 
taciafoe  colonne ,  pari  di  numero  ai  giorni  delPanno,  al- 
sane  i  loro  capitelli  tutti  di  forme  particolari  e  svariate  • 
Tomai  al  gran  Cairo  allo  strepito  deye  artiglierie  e  al 
bagliore  dei  razzi  ;  i  balconi  dei  minaretti  erano  illuminati 
a  tre  palcbi  :  si  celebrava  la  circoncisione  d^  un  nipote  del 
viceré.  Quattromila  giovani  Musulmani  erano  stati  ugual- 
mente circoncisi  in  questa  congiuntura; un ftem^A  (piccola 
veste  turca)  e  50  piastre  (25  francbi),  erano  stati  distri- 
buiti a  ciascuno  di  questi  fanciullini  per  ordine  del  pascià. 
Le  gioie  durarono  sette  giorni,  e  le  spese  deOa  festa  oltre- 


(1)  Aa^toIo  iiikinàia.  xtLpitw  • 

OMntO,  Odbsea  ,  il  Canto  IX. 

(2)  LoUM  nlmls  hospita . , . 

SiLio  Italico  ,  lib.  iii. 


164  MARCELLCS 

passarono  uà  milione .  Quelle  piazze  pubbliche  coperte  di 
lampioni  di  mille  colori  e  di  botteghe  illuminate;  quei 
^uppi  di  Beduini  accosciati  attorno  a  un  novellatore  ara- 
bo :  que^  gravi  Ottomani  che  facevano  la  loro  refezione 
della  sera  al  suono  d'un  tamburo  e  d'un  flauto ^  musica 
straziante  ;  quelle  montagne  di  poponi  e  di  cocomeri  avi- 
damente assalite;  quelle  ricche  foggie  dei  soldati  e  dei  mari- 
nai; quei  turbanti  dai  colori  vivi  e  dalle  forme  svariate  ; 
finalmente  quel  miscuglio  dei  costumi  del  Deserto  e  delle 
campagne  con  i  costumi  delle  città ,  fanno  d' una  festa 
musulmana 9  e  soprattutto  d'una  festa  in  Egitto 9  uno 
spettacolo  che  non  può  paragonarsi  ad  alcun  altro .  Mi  fu 
duopo  anche  a  me  di  partecipare  a  que'  tripudii ,  e  mi  fu 
riserbato  il  piacere  di  vedere  le  più  belle  Almee  del 
Cairo. 

Queste  ballerine ,  sfilate  sui  divani  9  cantarono  dapprima 
alcuni  versi  arabi  sopra  note  lente  e  monotone  ;  a  poco  a 
poco  la  musica  si  animò  senza  esser  più  armoniosa  ;  ad  un 
segno  quei  dell'orchestra,  successivamente  rinforzaronla 
da  un  flauto  9  da  un  tamburo  e  da  cembali:  le  Almee  più 
giovani  si  alzarono  9  ed  avanzandosi  in  mezzo  della  stanza 
mi  spiegarono  di  faccia  tutta  la  scienza  del  loro  espres- 
sivo pantomima.  In  sul  primo  velate,  lasciarono  insensi- 
bilmente cadere  9  durante  la  loro  danza9  le  loro  sciarpe  9 
le  loro  vesti  di  seta  9  le  loro  cinture  9  e  rimasero  più  om- 
breggiate che  coperte  da  un  velo  pari  alla  tunica  splen- 
dente d'Ulisse;  fine  e  trasparente j  dice  Omero 9  come  il 
primo  velad*  una  cipolla  secca  (1) .  Le  Almee  9  comincia- 


(I)  Tòv  ^i  }ciTwv*  fvouffa  Tctpt  xp^t  viyaXótìfroi , 

Omuo  ,  OdÌMea  ,  outo  Xix,  v.23S. 


VIAGGIO  165 

roDo  da  mostrare  nelle  loro  attiCudtiii  un  languore  ed  una 
melaneonia ,  che  non  erano  senza  attrattive  ;  poi  si  alter- 
narono sulle  lorofaccie  il  sorriso  della  felicità,  T eccita- 
mento dei  sensi,  agitazioni  vive  e  pronunciate  ;  e  nei  loro 
gesti  una  estrema  mobilità  la  passione ,  il  delirio  ;  ma  non 
stettero  mollo  a  spingere  il  disordine  'e  V  ebbrezza  ,a  tal 
grado  j  ch^io  ne  volsi  gli  occhi ,  ed  anche  oggi  non  senza 
un  certo  ribrezzo  mi  rammento  queste  scene  lascive  che 
qui  trascrivo . 

Tornato  dalla  solitudine  delle  piramidi  in  mezzo  al  tu- 
multo del  Cairo,  impiegai  due  altri  giorni  a  visitar  la  città 
e  a  conoscerla.  Attraversai  le  vie  più  scure,  flancheggiate 
da  due  ordini  di  case  altissime ,  e  i  bazzarri  piii  rumo- 
rosi ,  urtato  e  soflTermato  ad  ogni  pie  mosso  da  quella  folla 
di  popolo  in  pieno  tripudio.  1  forti  calori  e  quella  calca, 
favorevoli  al  contagio  della  peste,  non  mi  dettero  mai  Tom- 
bra  del  pensiero:  m^ avvedo  anzi  che  ho  pienamente  di- 
menticato di  parlare  dell*  orribile  flagello,  e  qui  sarebbe 
a  proposito  di  parlarne  più  che  altrove,  jpoichè  l'Egitto 
n'  è  la  terra  classica,  e  la  peste  vi  nasce  né  mai  vi  muo- 
re. Sia  però  che  un  lungo  domicilio  in  Oriente  agguerrisca 
contro  questo  prepotente  nimico,  ossia  che  non  si  tema 
più  il  pericolo  quando  ci  siamo  vicini ,  io  appena  ci  pen- 
sava; e  a  malgrado  delle  terribili  sventure  di  cui  era  stato 
testimone ,  mi  sentiva  a  questo  rispetto  più  indiiferenza 
che  rassegnazione  •  Senza  porre  affatto  in  non  cale  le  pre- 
cauzioni raccomandate  dalla  prudenza ,  dimenticava  cento 
\nolte  il  giorno  di  far  uso  dei  preservativi  ordinati,  ed  era 
giunto  a  tale  di  stupirmi  delle  ansie  tanto  tristamente 
espresse ,  che  ogni  corriere  venendo  d' Europa  mi  portava . 


IV. 

R1T0R^0  AD  ALESSANDRIA 
MEHEMET  AÙ 


L  giorno  ddla  mia  partenea ,  il  signor 
Salt  j  console  britannico  ed  antiqua- 
pai.«o  di  iiehtfneci  Ali  HO  appasMODato,  m'avcva  invitato  a 
colazione  da  lui  j  e  percbè  il  nostro  colloquio  (  nel  quale 
doveTamo  parlar  piò  di  Sesostriche  di  Parigi  e  di  Londra) 
si  Caeesse  a  nostro  beli' agio ,  questo  vecchio  Levantino, 
assuefatto  al  dima  ed  ai  costumi  del  Gairo^  m' invitò  ad 
andar  di  lui  sol  far  dei  giorno  •  Dovevamo  andare  a  ta- 


I 


forte;  eTarietta  di  Rossini  —  Di  tanti  palpiti —  (aoto  ripe- 
tuta allora  in  Europa  9  fu  intuonata  da  una  voce  di  donna 
piaceyole  ed  esercitata.  Il  signor  Salt  par?e  chiedermi  scusa 
di  questa  interruzione,  e  mi  disse: —  •  Ho  veramente  avuto 
•  bisogno  di  qualche  distrazione  europea  fra  mezzo  a  tante 
»  memorie  antiche,  e  nel  centro  dei  costumi  tanto  poco  agi- 
»  ati  deir  Asia  e  dell^  Africa*.  »  —  Dopo  queste  parole  ^  mi 
fece  passar  nel  salotto  daddove  usciva  il  canto^  e  mi  nomi- 
nò ad  una  giovine  di  grazioso  aspetto,  cui  una  bionda  ca- 
pigliatura scendeva  a  cuoprir  le  spalle  quasi  nude .  Lun- 
ghi occhi  cOestri,  una  candidezza  brillante,  una  faccia 
soave,  una  complessione  alquanto  piena ,  una  accoociatora 
più  italiana  che  inglese  9  erano  1  pregi  della  signora  Salt, 


168  MARCBLLUS 

vola  appena  il  sole  si  levava ,  ed  io  fui  preciso  a  questo 
appuntamento  insolito  in  Europa ,  ed  arrivai  dal  c<Mi9o]e 
all'  alba .  Egli  m^aspettava ,  e  mi  ricevette  nel  suo  picciolo 
museo ,  dove  mi  fece  mostra  di  tutte  le  sue  ricche  anti- 
caglie. Papiri,    statuette  di  basatto,  ibi  imbalsamati ,        i 
mummie,  scarabei ,  iscrizioni  geroglifiche,  non  vi  mancava        > 
nulla.  U  signor  Salt,  le  opere  del  quale,  tanto  minata- 
mente scritte 9  furono  stampate  a  Londra,  occupavasi  al-        | 
lora  di  rivederle  e  di  completarle .  Aveva  fondato  nell^in-       ! 
terno  di  Tebe  una  spezie  di  laboratorio ,  donde  vernano 
continue  contradizioni  alla  grande  opera  francese  della       | 
Descrizione  deW  Egitto  *j  manteneva  architetti  e  disegna-       I 
tori  a  questo  oggetto,  occupati  esclusivamente  a  cercar       | 

;        pretesi  errori  del  testo  o  delle  misure;  trionfava  tutta 
volta  che  gli  si  manifestava  la  diflerenza  di  poche  linee       < 
nella  statura  d^un  colosso,  e  mostrava  piuttosto  la  gè-       \ 
losia  maligna  d' un  rivale ,  che  lo  zelo  d^  un  vero  amico       j 
delle  arti.  ' 

j  Durante  Pesame  di  questi  tesori,  si  fece  sentire  un  pian- 


I 


VIAGGIO  169 

colla  quale  il  console  mi  lasciò  solo  per  qualche  minuto . 
Mi  ricordai  allora  della  bella  Livornese,  delle  ciarle  e  delie 
canciellerie  di  Alessandria,  ed  era  ella  stessa.  Quando  reb- 
bi guardata  convenni  che  una  Elena  siffatta  meritava  una 
lite ,  e  che  dovea  esservi  stato  del  piacere  a  vincerla  • 

Chiesi  alla  signora  Salt  la  permissione  di  parlarle  la  sua 
lingua  ;  ella  esprimevasi  purissimamente  in  italiano,  ma  il 
suo  accento  scuopriva  la  Fiorentina  •  Animata  dalla  fami- 
liarità che  offre  un  linguaggio  comune  in  un  paese  dove 
domina  la  confusione  dei  dialetti,  ma  trascinata  più  ancora 
dalla  sua  vivacità  naturale,  ella  rispondeva  con  franchezza 
e  con  giovialità  alle  mie  domande  forse  un  poUroppo  ar- 
dite :  —  •  Io  son  felice  qui  ella  mi  diceva;  tutte  queste  abi- 
»  tudini  orientali,  tuttiquesticostumi  tanto  nuovi  per  me 

•  mi  divertono  •  Io  li  studio  e  qualche  volta  me  ne  rido  fra 
»  me  e  me  •  Mi  manca ,  è  vero ,  di  jM)ter  parlare  di  tanto 

•  in  tanto  la  dolce  lingua  del  paese  che 

Apciinin  parte  '1  mar  circonda  e  l' Alpe  (1)  ; 

>  .  •  •  poiché  non  so  ancora  due  parole  dMoglese  :  ma  quan- 

•  do  si  hanno  diciotto  anni ,  ci  si  avvezza  a  tutto  •  »  — 
Il  console  tornò  :  la  signora  Salt  fece  gli  onori  della  co- 
lazione con  un  garbo  tutto  italiano;  poi  cantò  a  mio  ri'* 
guardo  alcune  melodiose  canzonette  ;  e  quando  ci  separam- 
mo, verso  le  nove  della  mattina ,  dopo  una  lunga  conver- 
sazione, il  signor  Salt  mi  disse,  accompagnandomi:  —  •  Ero 

•  solo  al  Cairo,  ho  voluto  popolar  la  mia  solitudine,  e  rin- 
»  vigorir  la  mia  vecchiaia  :  vorreste  biasimarmi  come  han 


(I)  Questo  verso  del  Pctrana,  Ji  una  concisione  tanto  poetica,  tanto  ar- 
moDlosa  e  geografica  ad  un  tempo,  Ta  tuttavia  palpitar  gr Italiani. 


IV.  22 


no  HARCELLUS 

>  fatto  tanti  altri  ?»  —  Io  gli  risposi  di  subito  cbe  egli  mi 
pareva  fatto  piuttosto  per  destar  V  invidia  che  il  biasimo  : 
e  questo  pensiere  di  giovine,  che  accomodai  a  madri- 
gale ,  fu  il  nostro  addio  • 

Farà  egli  d^  uopo  aggiugnere  che  il  caso  mi  ha  fatto  in- 
contrare, sono  ora  parecchi  anni,  in  Toscana  alcune  perso- 
ne della  famiglia  della  Salt ,  ed  alcune  compagne  della  sua 
infanzia?  Ho  anche  saputo  che  un  anno  dopo  il  mio  viag- 
gio al  Cairo  elFera  morta  di  parto;  i  giornali  m^hannoTatto 
d'^altronde  conscio  che  il  signor  Salt  non  vive  più.  Ohimè  ! 
quasi  ad  ogni  pagina  d^un  viaggio  omai  sì  vecchio,  avrei 
da  aggiugnere  così  tristi  coment!  :  —  «Ad  ogni  momento  , 
»  un  soffio  della  nostra  vita  fugge;  e  quando,  volgendomi 

>  addietro,  fo  il  conto  dei  miei  anni  trascorsi ,  trovo  che 
»  me  ne  restano  ben  pochi  !  »  (1). 

Lasciai  il  Cairo  afflittissimo  dt  non  poter  visitar  T  Egit- 
to superiore:  avrei  dovuto  avvezzarmi  a  questa  priva- 
zione, imperocché  i  miei  doveri  non  m^avevano  mai  la- 
sciato considerare  neanche  come  progetto  confuso  questo 
lontano  viaggio  ;  e  pur  non  ostante  io  ci  rinunciava  con 
tanta  maggior  pena ,  ch^  io  era  sulla  via  di  Tebe ,  e  ben 
preparato  alla  contemplazione  delle  sue  meraviglie  dopo 
aver  veduto  quelle  che  m^ avevano  infino  allora  fatto  stu- 
pire. 

Il  Selves  mi  permise  di  lasciargli  come  ricordo  del  mio 
viaggio  una  carta  d^Egitto:  che  per  me  doventava  inutile 
e  che  parve  di  qualche  pregio  per  lui  :  godo  in  pensando 
che  consultandola,  il  mio  bravo  compatriotto  volge  qualche 
volta  il  pensiero  verso  un  viaggiatore  per  il  quale  ha  avuto 


(I)  Saady,  PrcTazione  ili  Gulìstaa 


VIAGGIO  171 

tanta  cortesia  e  tanta  bontà.  Qaanto  a  me ,  sono  quel  viag- 
giatore d'Omero  che  non  può  scordare  per  tutta  la  vita 
V  ospite  benevolo  di  cui  ha  provato  P amicizia  (1  ).  Abbrac- 
ciai Roscbouan  e  gli  promisi  di  parlar  di  lui  nel  paese . 

Partii  solo  con  Ali  per  Matarieh .  Aveva  spedito  le  mie 
bagaglio  ed  il  servitore  a  fiulak ,  e  dovevano  aspettarmi 
presso  Sciubra ,  dove  contava  raggiugnerli  nella  serata . 
Uscii  dal  Cairo  per  la  porta  di  Siria,  senza  potere  evitare  i 
subborgbi ,  popolati  dalie  più  laide  cortigiane .  Ci  fu  d'^uopo 
deir  aiuto  del  mio  bastone  da  viaggio,  dell'agilità  della  mia 
corsa  e  soprattutto  del  y igore  e  delF  autorità  di  Ali  per 
toglierci  alle  provocazioni  e  alle  violenze  di  quelle  donne 
sfacciate ,  le  quali  mi  fecero  desiderare  il  pudore  delle  Al- 
mee. 

Desiderando  veder  le  mine  di  Eliopoli,  mi  fermai  all'om- 
bra di  un  beir obelisco  che  domina  tuttavia  quegli  avanzi  - 
Io  v'era  giunto  attraverso  giardini  di  aranci  e  di  limoni  ca- 
richi di  frutti  e  di  fiori.  Eliopoli  ha  ceduto  le  sue  colonne 
e  i  suoi  grandi  monoliti  alle  piazze  e  ai  templi  di  Costantino- 
poli e  di  Roma.  Quest'  obelisco,  il  solo  rimastogli,  è  formato 
d'un  sol  pezzo  di  granito  di  sessanta  piedi  di  altezza, 
pars  montisi  porta  su  tre  faccio  della  base ,  fino  all'altez- 
za di  sei  piedi,  geroglifici  perfettamente  identici  ;  di  quivi 
alla  cima  questi  geroglifici  variano.  Il  lato  che  guarda  po- 
nente era  dicerto  pieno  delie  stesse  iscrizioni  mistiche  ;  ma 
i  fluiti  del  Nilo  straripati,  i  venti  di  sabbia ,  e  forse  quaL 
che  esalazione  d*  un  sale  efflorescente^  che^  secondo  Erodoto, 


(I)  Toù  yip  TI  ^ilvoQ  fUfAwTziTai  yi.uaTa  ttÌvtx 

Omero,  Odi<>sra,  canfo  xy^s.  54. 


172 


M ARCBLLUS 

attacca  anche  le  piramidi  (i)  ^  ha  siOattameote  degradata 
la  superficie  del  monolito  nella  sua  parte  inferiore  ^  che 
non  vi  si  vede  altro  che  un  granito  corroso  e  cadente  in 
polvere . 

Andava  a  bagnarmi  le  mani  e  gli  occhi  in  alcune  stille 
di  un^  acqua  azzurra  e  limpida,  raccolta  al  coperto  di  uno 
scoglietto,  sola  sorgente  che  sia,  vuoisi  almeno,  nel  Medio 
e  nel  Basso  Egitto  ;  un  antico  sicomoro  la  cuopre  colle  sue 
foglie  •  Quivi  riposaronst  la  Verginee  il  bambino  Gesù,  e 
la  sorgente  scaturì  per  dissetarli:  la  tradizione  consacra 
aneh^  essa  questa  orìgine  miracolosa. 

Volsi  il  mio  cammino,  tagliando  la  pianura  in  dritta  li- 
nea ,  sopra  Sciubra ,  casa  di  campagna  di  Mehemet  AFi , 
posta  sulle  rive  del  Nilo.  I  custodi  avevano  F ordine  di  ri- 
cevermi e  di  mostrarmi  minutamente  questi  deliziosi  asili 
del  riposo .  Le  acque  del  fiume ,  raccolte  e  serbate  in  lar- 
ghe vasche ,  correvano  per  canali  maestrevolmente  dispo- 
sti attorno  ogni  compartimento  di  fiori ,  o  serpeggiavano 
in  mezzo  a  pomarii  pieni  di  frutta.  La  vegetazione  pìii  ri- 
gogliosa cresceva  per  tutto ,  inaffiata  così  ;  e  le  piante  più 
rare  di  tutti  i  climi  fiorivano,  assuggettate  alle  leggi  d'una 
cultura  benintesa  •  Io  mi  assisi  sul  divano  dei  bel  kiosko 
che  s'erge  sostenuto  da  colonne  d'alabastro;  al  rumor  di 
mille  scherzi  di  acqua ,  mi  furono  portati  banani ,  uva  e 
fichi  squisiti .  Ricominciai  più  tardi  in  quei  grandi  giar- 
dini le  mie  lente  passeggiate,. che  però  io  tirava  a  scor- 
ciare, siOattamente  mi  soO'rivano  i  piedi  pei  ciottoletti 
che  smaltavano  i  viali  :  questi  ciottoli  bianchi  e  neri ,  in- 


Erodoto,  Eutrqiv  ,  cap.  \ii. 


VIAGGIO  n3 

cassati  in  oa  cemento  che  li  tiene  colla  punta  ritta,  figu- 
ravano un  vero  musaico  piacevole  sì  alla  vista ,  ma  inco- 
modo a  passeggiarvi  su  :  si  fanno  venire  con  grande  di- 
spendio dall^  isola  di  Rodi ,  dopo  averne  scelta  accurata- 
mente la  forma  ed  il  colore . 

Cercai  invano  la  mia  kandgia  vicino  ai  padiglioni  di  Sciu- 
bra  \  pensai  da  principio  che  i  miei  ordini  fossero  stati 
mal  intesi 9  e  ch^ella  fosse  rimasta  a  Bulak;  laonde,  ci 
andai  a  piedi:  la  corsa  è  d^un^ora.  Quando  tornai ,  do- 
po vane  ricerche ,  era  notte  buia.  Ebbi  un  bel  chiamare 
il  servitore  e  T  equipaggio  ;  fra  le  numerose  barche  attac- 
cate alla  riva,  nissuna  rispose  alle  mie  grida  •  Presi  la  ri- 
soluzione di  sdraiarmi  sulla  ghiaia  e  di  aspettare . 

Rotto  dalla  fatica  dormii  un  pezzo  ;  il  crepuscolo  del 
giorno  mi  sorprese  che  dormicchiavo  ancora,  e  cosi  m^  eb- 
bi sulle  vesti  molto  leggiere  Fabbondante  rugiada  del  matti- 
no. Ohimè!  che  m'avea  valuto  la  lettura  assidua  d'Ome- 
ro, se  non  sapevo  imitar  la  prudenza  d' Ulisse ,  né  far  uso 
più  de'  suoi  consigli  ?  —  •  S' io  passo  la  notte  intera  pres- 
9  SO  questo  fiume ,  diceva  egli ,  il  fresco  e  la  rugiada  mi 
t  sposseranno;  imperocché  sorge  sempre  dal  seno  dei  fiumi 
»  un'aria  fredda  (1)  »  —  Finalmente,  i  miei  marinai 
^rabi ,  in  cerca  sulla  riva ,  mi  ritrovarono  e  mi  ricon- 
dussero alla  mia  kandgia ,  che ,  il  giorno  avanti ,  aveva 
oltrepassato  d'una  lega  i  giardini  di  Sciubra;  ella  aveva 
viaggiato  insieme  colla  dgerma  di  quello  stesso  medico 
francese  a  cui  andava  debitore  della  mia  visita  al  mercato 
degli  schiavi . 


(I)  k^f,ifì  ^'  exn-OTauoO  ^rjxp^  irvtii  iqùOc  Trpo. 

Ombbo,  Odissea,  lib.  v,  V.  460. 


174  MARCBLLUS 

Partimmo  subito.  —Il  fiume,  d'una  corrente  più  rapida, 
inondava  ormai  i  luoghi  bassi  del  Delta.  I /e/Zanì  stavano 
sulle  ripe  interrogando  P aumento  delle  acque.  »  I lavora • 

•  tori  in  Egitto,  dice  Seneca,  non  guardano  verso  il  cielo, 

•  come  se  ne  aspettassero  una  pioggia  inutile  e  rara  .  Il 

•  Nilo  è  tutta  la  loro  speranza  e  la  loro  ricchezza  :  il  suo 

•  aspetto  è  ammirabile  quand'egli  straripa  sulle  cam- 

•  pagne ,  e  quando  cuoprendo  la  valle ,  lascia  veder  le 
»  città  come   isole  che  surgano  dal  grembo  delle   on- 

>  de(l)>. 

M'era  stato  dato  di  godere  per  poco  di  quello  spetta- 
colo. Appena  imbarcato,  fui  presoda  una  febbre  ardente 
cbe  abbrevierà  per  forza  il  mìo  racconto:  di  più,  mi  sa- 
rebbe  stato  necessario  fermarmi.  —  >  Quando  debbo  parlar 
9  dell'Egitto,  dice  Erodoto,  i  miei  discorsi  s'allungano, 

>  imperocché  ninna  terra  è  piii  piena  di  prodigi  di  questa  ; 
»  e  ni  un  paese  oflTre  tante  cose  al  di  sopra  di  ogni  paro- 

•  la  (2)  »  —  Ora ,  dopo  questa  riflessione  o  scusa,  il  buon 
Erodoto,  come  faccio  io  coli' autorità  del  suo  esempio, 
continuò  a  descrivere  meglio  che  potè  l' Egitto ,  sua  terra 
prediletta  • 

La  febbre  non  mi  lasciò  che  dopo  trentasei  ore  di  dolori, 
quando  eravamo  alla  altura  di  Rahmanié.  Il  mio  compa- 
gno di  viaggio,  il  medico  francese,  m' offerì  i  soccorsi  della 
sua  arte  che  io  rifiutai  con  urbanità,  non  volendo  altro  ri- 


Ci)  SENECA,  Questioni  Ifalur.  lib.  iv,  cap.  li, e  seg. 
(2)  *Epx.^fiO(i  cfc  rrcpt  AtAuTrrov  pugxuvsfijv  ròv  Àoyov»  ori  nì^ita  Oeovptavts 
£)^a   ^  ÒLkAvi  7ZÓÌ70L    /uor,  xxi  ioyy  Aoyov  fAi^w    iroLoiytr.t   n-j&òc  wàffav 

Erodoto,  Euterpe- 


VIAGGIO  175 

medio  fuorché  il  tempo  e  il  riposo.  Egli  mi  propose  anche 
di  affidarmi  alle  core  sempre  più  sollecite  delle  domne  che 
abitavano  la  sua  barca  •  Erano  queste  giovani  Abissinie 
in  tutte  le  fasi  della  maternità;  alcune  coi  figli  attaccati  al 
petto  )  altre  d^  una  gravidanza  avanzata ,  ed  alcune  Nubie 
acquistate  di  fresco.  Questo  harem  ambulante  del  dot- 
tore era  accalcato  nella  sola  stanza  della  sua  dgertna  dove 
mMntrodnsse.  Tutto  quello  che  potei  fare,  fu  di  guardar  un 
momento  quelle  povere  donne  tutte  confuse  della  mia  pre- 
senza ,  di  ringraziarle ,  e  di  tornarmene  tosto  sulla  mate- 
rassa del  mio  gabinetto  solitario ,  ov'  ebbi  per  alcune  ore 
un  violento  delirio.  Questo  delirio,  non  Pho  dimenticato  , 
mescolava  nel  modo  più  fantastico  nella  mia  immagi- 
nazione travolta  le  mìe  memorie  delF  Europa  e  le  mie 
osservazioni  in  Egitto:  m^ agitava  e  m'affliggeva  profon- 
damente di  vedermi  solo,  luogo  da'  miei,  malato,  costretto 
a  rinunciar  senza  dubbio  a  compiere  il  mio  viaggio,  e  de- 
stinato forse  a  morir  senz' amici  sulla  riva  del  Nilo. — La 
febbre,  andandosene,  portò  via  seco  queste  lugubri  ima- 
gini,  e  ad  Alessandria  ripresi  tutta  la  mia  salute,  il  mio 
zelo  per  TOriente,  e  la  mia  attività  di  viaggiatore • 

Sbarcai  a  pie  della  colonna  di  Pompeo  donde  m' era  mos- 
so, ed  abitai  daccapo  al  consolato,  la  mia  camera  Imperiali. 
Le  mie  passeggiate  successive  mi  fecero  vedere  il  se- 
condo porto,  le  ruine  del  tempio  di  Nettuno,  la  torre  del 
Faro,  alzata  sui  marmi  del  più  antico  faro  del  mondo, 

£  clic  sull'onde,  del  suo  fuoco  chiare, 

« 

Serve  di  sole  alle  smarrite  Davi  (1)  : 


(1    Et  qui  seri  sur  les  (lots  par  sa  flamroe  éclatrés 
De  suleti  immobile  aux  vaisseax  égarés . 

LtuoiHE,  Pocmc  de  Saint  Louis,  cani.  l. 


I 


179  MARCBLLUS 

Finalmente  i  bagni  di  Cleopatra ,  poiché  si  vogliono  di 
tal  nome  chiamare  le  vecchie  tombe  scavate  sulla  ri- 
va del  mare,  fuor  dalla  rada  9  sotto  la  punta  del  Ma- 
rabout • 

Mebemet-AFi  mi  ricevette  senxpre  come  un  ospite 
amico  e  senza  cerimonie  •  I  nostri  coUoquii  frequente- 
mente ripetuti  sparsero  di  molto  interesse  il  mio  soggior- 
no ad  Alessandria,  e  trovai  in  lui  accoglienza  ogni  di 
più  confidente.  Egli  stesso  volle  narrarmi  della  spedi- 
zione che  aveva  segnalata  la  campagna  deir  ultimo  in- 
verno • 

Era  la  conquista  delia  Picciola  Oasi,  ove  si  trovano  le  ro- 
vine del  tempio  di  Giove  Ammone .  11  kascef,  di  Damanur , 
incaricato  delF impresa,  erasi  spinto  nel  Deserto  alla  te- 
sta di  seimila  uomini  e   di  alcuni  pezzi  d^  artiglieria . 
Quest^  esercito  aveva  appena  oltrepassato  di  quattro  giorni 
le  montagne  libiche ,  ch^  egli  ebbe  a  combattere  il  più  ter- 
ribile  nemico,  il  vento  di  mezzogiorno,  il  ftanutn;  questo 
flagello  cacciò  il  più  grande  scompiglio  nella  sua  gente ,  e 
più  ch^  altro  nelle  bagaglie  ;  furono  ridotti   a  cibarsi  di 
datteri  doventati  anche  molto  cari  •  Finalmente,  giunsero 
a  Sivuah  capitale  dell'Oasi  :  i  suoi  abilanti  avevano  mandato 
le  loro  ricchezze  e  una  parte  delle  loro  famiglie  presso  una 
tribù  amica ,  distante  nove  giorni ,  nel  crudel  Deserto . 
L^assedio  della  città  fu  subito  fatto;  pochi  colpi  di  cannone 
ridussero  gli  Arabi  a  una  capitolazione,  di  cui  le  condizioni 
furono  queste:  —  1"*  Che  gli  Ammoniti  riconoscerebbero  il 
sultano  Mahmud  come  loro  signore  e  Mehemet-Ali  come 
suo  luogotenente; — 2'  Che  pagherebbero  100,000  piastre 
(  50,000  franchi)  per  le  spese  della  guerra;  —  S*'  Che  for- 
nirebbero un  tributo  annuo  di  due  mila  pesi  di  dalleri. 


VIAGGIO  177 

Firmalo  questo  trattato,  F esercito,  dopo  tre  mesi  di  guer- 
ra, rivide  le  spiaggie  del  Nilo. 

Il  viceré  mi  conGdò  eziandio  i  suoi  progetti  sopra  una 
porzione  deir  Abissinia  indipendente  .  Desiderava  ridurla 
in  sua  podestà  e  ricondurne  dei  coloni  pel  basso  Egitto,  di 
cui  la  popolazione  era  scarsa  al  bisogno .  Cinquecento  ca- 
valieri erano  già  partiti  come  esploratori  sotto  gli  ordini 
del  kascef  di  Minieh;  e  i  diecimila  uomini  destinati  a  questa 
guerra,  dovevano  esser  comandati  da  Ismaele  pascià,  G- 
glio  del  viceré ,  geloso  di  uguagliare  i  trionG  del  fratello 
Ibrahim  vincitore  dei  Wehhabbiti . 

Per  secondare  le  sue  intraprese  bellicose  sulla  Nubia , 
Mehemet  Ali  pensava  appunto  a  forar  le  cateratte  del  Ni- 
lo •  Egli  stesso  mi  spiegò  questo  piano  bello  e  fatto  e  fissa- 
to; trattavasi  di  praticare  un  passo ,  o  di  scavare  un  ca- 
nale per  le  dgerme  provvisionarle  dei  suoi  eserciti ,  attra- 
verso gli  scogli  che  sbarrano  il  corso  del  fiume  e  di  cui 
alcuni  antichi  viaggiatori  hanno  ridicolosamente  esagerato 
rattezza.  Yedesi,che  vasti  progetti  di  canalizzazione^  ap- 
plicati al  Nilo,  datano  da  un'epoca  in  cui  questo  strano  so- 
stantivo e  il  suo  verbo  (parole  venturiere^  dice  la  firuyè- 
re  (l)  che  appaiono  improvvise  in  un  certo  tempo  ^  e  tosto 
o  tardi  non  si  riveggono  più  )  non  erano  ancora  creati  in 
Francia.  Più  d^una  volta  nel  corso  delle  mie  invesligazio- 
ni  ebbi  campo  di  pensare ,  che  se  V  Egitto  studiava  con  ra- 
gione e  copiava  i  nostri  miglioramenti  progressivi ,  ave- 
vamo anche  noi  qualche  cosa  da  prendere  in  prestito  e  da 
imitare  dair  Egitto. 


(li)  La  Bri* vére  ,  Caratteri ,  cap.  v 


IV.  23 


176  MARCELLUS 

La  vigilia  della  mia  partenza,  il  viceré  mi  accolse  nel 
kiosco  II  quale  guarda  sulP  antico  porto,  e  mirandola  Esla- 
fette  con  un  canocchiale  disse  :  —  >  Avete  una  nave  ve- 
»  ramente  adatta  alla  navigazione  delP  Arcipelago  ;  ella 
»  si  allunga  come  per  mettere  il  naso  fra  due  isole  ;  io 
»  moltiplicherò  questo  modello  nella  mia  marina .  •  —  Poi 
mi  volse  quistioni  molto  pressanti  e  minute  sopra  le  forti- 
ficazioni di  San  Giovanni  d^Acri  ch^io  avea  poco  fa  visitate 
e  sullo  stato  della  Siria.  Io  sapeva  che  alla  morte  di  Su- 
leyman  pascià^  Mehemet-Ali  avea  formato  il  progetto  di 
porre  questo  governo  fra  le  mani  del  figlio  suo  Ibrahim. 
Ciò  servirebbe  a  dare  salde  fondamenta  alla  sua  potenza 
e  cuoprir  le  sue  frontiere  con  un  baluardo  insuperabile . 
L^  ebreo  Haim-Fahri,  primo  ministro  e  tutore  del  giovinet- 
to Abdallah,  prodigò  oro,  e  fece  agire  molto  destramente 
per  parare  il  colpo,  le  molle  delP  astuzia  e  deir  intrigo  ef- 
ficacissimi in  Asia  come  in  Europa,  Ma  questa  grande 
idea,  che  doveva  realizzarsi  più  tardi,  agitava  tuttavia  lo 
spirito  del  viceré,  appassionato  pel  maraviglioso  e  per 
rutile,  io  risposi  esattamente  alle  sue  domande,  ed  ag- 
giunsi sorridendo  che  la  conquista  della  Siria  mi  pareva 
meno  dilBcile  oggi  che  al  tempo  in  cui  il  general  fionapar- 
te  raveva  intrapresa •  Anche  il  viceré  sorrise  e  disse:  — 
»  Voi  m^ avete  inteso;  il  solo  presente  spetta  agli  uomini, 

•  r avvenire  é  di  Dio.»  — Senza  bisogno  di  troppa  pene- 
trazione era  agevole  presentire  fino  d^  allora  prossima  una 
lotta  fra  la  Turchia  e  T Egitto,  né  Tesilp  poteva  esserne 
dubbioso.  Un  impero  nascente  e  pieno  di  forza  non  potreb- 
be a  lungo  andare  a  star  sottoposto  ad  un  poter  debole  e  de- 
crepito .  Tacito  dice  :  »  L^  Egitto ,  con  le  forze  che  lo  im- 

• 

»  brigliano,  é  stato  retto  da  Augusto  in  qua  da  cavalieri 

•  romani  invece  di  re  3  giudicossi  questo  regime  oppor- 


V  lAGGlO 


179 


•  tuno  a  mantenere  nella  dependenza  quella  provincia  di 

>  scala  malagevole ,  grassa ,  superstiziosa ,  discorde ,  vo- 

>  Inbile,  senza  legge,  ne  magistrati  (1)  ••  Questo  si- 
stema invecchiato,  sia  che  fosse  messo  in  vigore  da  Ro- 
ma o  da  Costantinopoli,  non  convien  più  aMi  nostri  al- 
r Egitto,  e  i  suoi  sovrani  non  nasceranno  che  nel  seno 
di  lui . 

Verso  la  fine  della  mia  ultima  conversazione,  Mehemct- 
An  staccò  una  sciabol  a  guernita  d^oroch'^ei  portava  alia 
maniera  dei  Mammalucchi,  sospesa  al  collo,  e  volle  egli 
stesso  attaccarmela  alle  spalle  •  Mi  pregò  di  scrivergli  ap- 
pena tornato  in  Francia,  e  mi  accennò  le  vie  per  far  le  no- 
stre relazioni  sicure  e  rapide;  ei  mi  promise  dal  lato  suo 
d^  esser  fedele  a  rispondermi.  Questa  corrispondenza,  che 
mi  lusingava  e  mi  premeva  ad  un  tempo,  durò  di  fatti  pa- 
recchi anni. 

Lasciai  il  viceré  commosso  dalle  sue  cortesie  e  dalia 
sua  fiducia  in  me,  e  qualche  ora  prima  di  risalire  a  bordo 
della  Estafette  gli  feci  avere  con  un  breve  biglietto  una  ta- 
bacchiera d^oro  di  poco  valore,  ma  d^una  forma  e  d^'un 
cesello  bizzarro .  Lo  pregai  di  accettar  senza  arrossire 
quella  foglia  colta  nel  giardino  dell^ amicizia:  Mehemet- 
An  mi  mandò  subito  il  suo  primo  medico  per  testificarmi 
i  suoi  ringraziamenti,  i  suoi  voti  pel  mio  fausto  viaggio  e 


(1)  /Egypium jam  inde  ardivo  Augiuto,  equite»  romani  obii- 

nenl,  loeoregnm.  Ita  vÌMum  expedire,  provinciam  adita  diffieUem,  an- 
nona  fmcundam ,  iuperstitione  oc  latciiva  diicordem  et  mobilem,  inseiam 
letgum  f  ignaram  magistrotuum ,  domi  retinere . 

TAf:iTO,  Sioric,  liL.  !• 


IBO  HARCELLCS 

una  provvisione  di  ghiaccio  che  era  diflScile  non  aver  ca- 
ro soUo  il  clima  di  Alessandria,  durante  un  calore  di  tren- 
ta gradi.  Questo  ghiaccio  veniva  dal  Tauro  e  dalle  mon- 
tagne della  Caramania  ;  cosi  egli  giugneva  in  Egitto  dopo 
aver  fatto  dugento  leghe  di  mare . 

Colla  bella  sciabola  di  Mebemet-ÀFi  io  recava  meco  nu- 
merosi prodotti  deir Egitto,  in  massa  piuttosto  che  in  col- 
lezione .  I  miei  compatriotti  e  i  consoli  stranieri,  tanto  be- 
nevoli, nel  loro  accoglimento,  pagavano  così,  dicevano,  il 
tributo  ospitale  dovuto,  secondo  T uso  d^  Omero,  alla  mia 
visita.  Amuleti,  talismani,  piccioli  idoletti  di  terra  cotta 
e  di  bronzo ,  anelli  d^  oro  dissotterrati  dalle  catacombe , 
scarabei  coperti  di  geroglifici,  onici  e  cornaline  incise; 
poi  dei  papiri,  e  dei  tessuti  d'una  tela  più  flne  delle  nostre 
mossoline ,  e  più  vecchia  di  duemila  anni,  ec  ec.  Il  signor 
Drovetti  aveva  in  gran  parte  composto  coi  suoi  doni  que- 
sto museo  portatile  :  un  negoziante  greco ,  cui  io  aveva 
fatto  qualche  lieve  servizio,  aveva  aumentata  la  mia  ric- 
chezza, mandandomi  alcune  pietre  antiche  con  queste  pa- 
role di  Teocrito  —  Possiate  dire!  »  Ve  una  gran  rico- 
»  noscenza  nascosta  sotto  questo  picciolo  dono  ;  e  tutto 
•  ciò  che  ci  viene  da  un  amico  merita  d^  essere  stìma- 
.  to  (!)•  •  — 

Questi  ricordi  appartenevano  ai  secoli  passati .  Per  ram- 
mentarmi del  tempo  presente ,  aveva  grosse  provvisioni 
del  miglior  caffè  giunto  da  Moka  coir  ultima  raravana,  e 
qualche  saggio  di  zucchero  raccolto  e  rafGnato  vicino  al 


(I '  '  '^  ft-yz/.a  xfv^ 

l'órjf,}  ^-jv  oVi'V;'  ■  TTÓi'Jzy.  o'i  Tt.ixavTX  tx  Trip  ^uojv. 

Teocrito,  WiIm  xaviii,  y,  21. 


Cairo:  debbo  aggiugnere  che  era  raro  allora.  Poi  rami 
di  palmizi  carichi  di  lunghe  ciocche  di  datteri  che  floireb- 
boDO  di  maturare  per  viaggio  ;  fiaalmenlef  siccome  io  ave- 
va osltnalameate  ricasata  ODa  mummia,  trovai  situata 
al  suo  posto ,  a  bordo  della  nave ,  una  povera  giovine  o 
graziosa  gazzella,  la  quale,  stanca  delle  onde  e  della  tem- 
pesta, dovea presto  perire  lungo  da'suoi  deserti. 


ISOLE  DELL'  EGEO 


Dirca  di  Rodi 

GAP.  XX. 

ROUI 

LA  PIAMl'BA   DI  KRBUASTI 

LA   FONTANA   aODI.M 

(1820) 


I  L  dì  9  agosto,  al  levar  del  sule, 
I  meaire  che,  guidata  da  due  pilo- 
I  ti  Arabi,  la  Estafeilt  si  spingeva 
fuori  del  porto  d'Alesìandria,  la 
barca  della  nare  Teone  a  strapparmi  aJP Egitto.  Il  timo- 
niere die  la  dirigeva  mi  disse  come  Settimo  a  Pompeo: 


.     24 


186  HARCBLLDS 

Signor,  passate 

Su  questa  barca;  a  ben  più  eccelsi  legni 
Le  arene  e  i  banchi  sotto  l'onda  ascosi 
Ne  fan  l'accesso  mal  sicuro:  .  .  .  .  (1) 

E  Teramente,  T  accesso  d^  Alessandria  fa  in  ogni  tempo 
di  mala  fama  ;  e  il  vecchio  Gorneille  9  nudrito  colia  lettura 
degli  antichi  autori  9  in  un^  epoca  in  cui  V  uomo  di  genio 
stesso  credeva  dover  esser  dotto  prima  d^essere  poeta,  è  qui 
pienamente  d' accordo  con  Solino ,  geografo  tanto  esatto 
in  questa  congiuntura,  ma  che  del  resto  ha  mescolato  nelle 
sue  descrizioni  tante  poche  verità  a  tante  favole  (2) . 

Raggiunsi  la  goletta  nel  tempo  in  cui  ella  prendeva  il 
largo}  e  a  mezzogiorno  vidi  sparir  per  sempre  P Egitto  , 
piuse  deW  Eternità ,  come  dice  lo  Chateaubriand . 

U  d\  10,  il  vento  cominciò  a  soflBar  da  ponente.  Andavamo 
presso  a  poco  con  tutte  le  vele;  la  sera  soltanto,  quando 
il  vento  rinforzava  si  ammainavano  i  pappafichi  e  si  pren- 
devano i  terzaruoli  nelle  vele  di  gabbia  • 

Questi  vocaboli  nautici ,  ch^  io  tolgo  dal  mio  giornale 
marittimo,  e  che  qualche  volta  copiava  su  quello  della  nave, 
mi  rammentano  i  miei  progressi  in  scienza  marittima.  Era 
giunto  a  conoscere  pei  loro  nomi  tennici  gli  attrezzi  e  tutte 
le  parti  della  goletta.  Di  tanto  in  tanto,  dando  di  piglio  al 
portavoce,  tentava,  sotto  gli  occhi  del  capitano,  di  dirigere 


(1)  Seigneur,  passei  dins  cetie  barque , 
Les  sables  et  lei  Imocs  cachés  dessous  les  eaui 
Bendeut  V  accès  mal  sur  à  des  plus  grands  vaisseaui 

i  CoitmiLLB,  Miine  di  Pompeo,  Atto  2. 

(2)  Aleiandria  Insidioso  aocessu  adltur»  bllaclbus  Tadls,  caeoo  mari. 

SOLISIO  ,    cap.  XLT- 


VIAGGIO  187 

una  manovra;  ma  fortunatamente  per  noi  non  mi  permise 
mai  di  comandare  il  mio  quarto . 

Per  tre  giorni^  fu  sempre  lo  stesso  andare  ;  un  mare 
sempre  agitato  9 

Venti  slridenli  e  smìsnrali  flutti 
Che  ai  monti  non  cedean  .  •  .  •  (1) 

Percorriamo  regolarmente  cinquanta  leghe  in  ventiquat- 
tro ore  ;  —  alcuni  uccelli,  disertori  della  riva,  ci  annun- 
ciano la  terra  ;  —  e  se  non  fossero  state  foltissime  nebbie 
che  cuoprivano  Torizzonte  ad  oriente,  vedremmo  Cipro.  — 
Abbiamo  sempre  la  prua  sulla  Libia . 

Finalmente,  t7  quarto  giorno^  la  terra  che  vediamo  la  pri- 
ma volta  dappoi  la  nostra  partenza  dalF Egitto,  pare  in- 
grandirsi al  nostro  cospetto  ;  la  cima  delle  montagne  si  scorge 
in  lontananza ,  e  il  fumo  volteggia  sopra  i  loro  fianchi  (2) . 
Bordeggiammo  contro  un  vento  violento  di  maestrale  per 
dar  volta  air  isola  e  al  capo  di  Castellorizo  ^  P  antica  Ci- 
stene  ;  scogli  rossastri  e  sterili  che  paiono  vigilar  sulle  pia- 
nure sottomarine  dove  cresce  la  spugna;  la ,  vivono  anche 
i  più  ricchi  e  i  più  esperimentati  marangoni,  felici  di  tro- 
vare sotto  il  mare  le  risorse  che  nega  loro  un  terreno  in- 
grato .  Scorgiamo  da  lontano  il  bel  golfo  di  Satalia ,  colle 
sue  isolette  ed  i  suoi  scogli;  quindi  navigando  nella  nottata 
lunghesso  le  coste  pietrose  della  Cilicia ,  distinguiamo  di 
buon^ora  la  rada  di  Calamaki  dove  dovevamo  fermarci  • 


(1) >i7<uy  ^'  àviyLbtìt  iV  àuTjtAcva  ;(iOr 

Ombro  ,  Odin.,  canto  ili.  V.2S9. 

(2)  Quarto  terra  die  prlmam  se  adtollere  tandem 
Visa,  aperire  procul  mootes ,  et  volvere  fumum . 

Virgilio,  Eneide,  lib.  iii. 


188  MARCELLUS 

Una  fantasia  ambiziosa  mi  conduceTa  Terso  quei  luoghi 
dellaLicia.  In  Egitto,  un  uomo ,  mezzo  Greco  e  mezzo  Fran- 
co, vestito  di  abito  albanese,  d'un  farsetto  da  marinaio  tur- 
co, il  tutto  coronato  da  un  cappello  europeo,  eramisi  pre- 
sentato come  un  riyelator  misterioso  :  egli  solo,  dicevami , 

Con  tiion  dimesso,  e  negli  orecchi.  .  •  •  (I) 

conoscere  magnifiche  ruine  sulle  coste  della  Caramania , 
quasi  sempre  neglette  dai  viaggiatori  !  Non  parlava  d^  altro 
che  di  statue  e  di  colonne  ignorate  dagli  anliquarii,  e  pro- 
metteva degne  compagne  alla  mia  Venere,  sempre  là  nella 
cala  della  nave  •  Avrei  dovuto  veramente  diffidare  di  que- 
sti annunzi  pomposi  j  ma  quest'uomo  m'aveva  toccato  nel 
debole  :  i  miei  successi  a  Milo  m^  avevano  in  certo  modo 
adescato,  e  seguendo  le  sue  indicazioni ,  mi  presentai  suc- 
cessivamente alle  valli  e  alle  rupi  inospitali  del  Tauro.  Ma 
ad  ogni  baia  ove  portavamo  il  capo ,  il  Greco  non  ricono- 
sceva pili  gli  approcci  e  l'apparenza  della  contrada  si  dovi- 
ziosa in  ruine  •  Costeggiammo  in  questo  modo  quelle  piag- 
gie  deserte  fino  ai  sette  promontorii,  ove  comincia  il  golfo 
di  Makri.  Forse  il  mio  avventuriero  aveva  qualche  idea 
confusa  delle  tombe  di  Telmisso  indicate  dal  signor  de 
Choiseul ,  0  delle  ruine  di  Myra  •  Preferisco  piuttosto  con- 
fessare,* a  mia  vergogna,  ch'egli  non  era  altro  che  un  fur- 
bo scroccone ,  che  studiavasi  di  far  suo  prò  della  mia  cre- 
dulità e  del  mio  zelo  pei  marmi  antichi  :  coli' aiuto  delle 
speranze  colle  quali  mi  menava,  riuscì  a  montar  sulla  mia 


(I)  *A7X'  ^X^v  xi^ÀXiv,  Iva  .u^  TrcvOoiaO'  oì  oAXoi. 

Ombro  ,  Odit. ,  e.  it.  ¥.70. 


VIAGGIO  189 

nave  ;  ma  io  Io  lasciai  a  Bodt  9  quantonque  rinnaovasse  le 
solite  menzogne  per  provar  sMo  lo  conducessi  fino  a  Smime. 

I!  dì  15,  stanchi  di  rasentar  gli  scogli  d^  una  costa  aspra 
e  di  diflBcile  accesso  9  (  così  la  rappresenta  Strabone , 
Tf a^uc  fair  xoà  x^'^^)j  ci  mcttcmmo  al  largo,  ove  una  calma 
perfetta  presto  ci  trattenne;  la  brezza  della  sera  ci  con- 
sentì solamente  di  dar  la  caccia  ai  pesci  cani,  che  si  scor- 
gevano sotto  le  acque ,  e  venivano  a  rigirar  attorno  ai 
nostri  ami . 

Finalmente,  il  dì  16,  ci  trovammo  alla  distanza  di  tre  mi- 
glia  presso  a  poco  per  traverso  di  Marmaritsa;  di  là,  i  nostri 
sguardi  seguitavano,  nelle  loro  sinuosità  ondulateci  fianchi 
spezzati  del  Crago  e  le  sommità  delle  alte  montagne  della 
Caramania  cariche  di  neve'.  Stette  poco  il  vento  a  cedere  di 
alcuni  punti ,  e  ci  pose  in  via  per  la  riva  meridionale  di 
Rodi.  Noi  vedemmo  da  lontano  le  colline  di  Lindo,  il  villag* 
gio  di  Paradiiosy  ed  alzandoci  con  felici  bordate  fino  al 
porto,  vi  giugnemmo  verso  la  sera.  La  mia  navigazione 
fu  la  stessa  che  quella  di  cui  Luciano  rende  conto  nel  suo 
stile  pieno  di  grazia  e  di  eleganza .  —  Egli  dice  : 

9  Allorquando ,  passati  oltre  le  piaggie  della  Gilicia , 
»  toccammo  il  golfo  Pamfilio,  e,  dopo  aver  costeggiato, 
>  non  senza  qualche  pericolo  le  Chelidanity  limiti  fortunati 
»  deir antica  Grecia,  giugnemmo  alle  città  della  Licia, 
»  ci  compiacevamo  a  rintracciar  la  loro  storia  favolosa  ; 
»  perocché  non  vedesi  oggidì  alcun  vestigio  della  loro 
»  antica  l^ellezza .  Toccammo  finalmente  a  Rodi  la  splen- 
»  dida,  vera  città  del  sole,  e  bella  come  il  sole  stesso  (1).  • 


(1) Ì9ri  ykp  ovTu;  n  iroAic  iXiov,  npiirov  ixw7x 

1^  Oiu  TÒ  xdXXos . 

LCCIASO ,  Dialoghi. 


190  MARGBLLCS 

La  scialuppa  della  Eslafeiie  mi  deposito  in  terra  sopra 
una  via  laterale  che  doveva  trovarsi  fra  le  gambe  del 
colosso ,  e  la  nave  tornò'  subito  sulla  costa  di  Asia  per 
farvi  provvista  di  legna  nei  boschi  deserti  del  golfo  di 
Makri . 

Rodi  è  risola,  che  mi  piace .  —  Scio,  trista  vittima  deUe 
rivoluzioni ,  non  è  altro  ora  che  un  soggiorno  di  lutto.  Le- 
sbo, dimenticata  dai  viaggiatori,  è  fredda  e  salvatica; 
Cipro  e  Gandia  son  reami  meglio  che  isole  :  —  ma  Rodi  è 
la  rosa  dell'  Arcipelago.  Rodi,  patria  delle  rose,  porta  una 
rosa  neUa  sua  medaglia,  medaglia  parlante,  se  oso  dirlo, 
poiché  ne  traduce  il  nome  •  Gettata  verso  V  alto  mare  sic* 
come  fosse  un  fiore  spiccato  dalla  riva ,  Rodi  tocca  quasi 
i  bei  monti  della  Gilicia ,  e  si  avanza  fra  i  flutti  come 
una  sentinella  vigilante  ;  ella  è  asiatica  ed  europea  ad  un 
tempo  ^  i  venti  familiari  a  questi  paraggi  vi  menano  da 
tutte  le  parti  e  doventa  la  stazione  necessaria  di  tutte  le 
navi  che  fanno  viaggio  inverso  la  Siria  o  V  Egitto  • 

Il  suo  clima ,  tepido  nel  yemo ,  rinfrescato  di  state 

I 

dalle  brezze  regolari ,  il  suo  cielo  puro  e  brillantissimo,  ne       | 
fanno ,  oggi  come  in  altri  tempi ,  il  soggiorno  piìi  delizio- 
so •  —  >  Mai ,  dicevano  i  Greci  dei  tempi  passati,  passa 
un  giorno  a  Rodi  senza  che  vi  splenda  il  sole  •  La  sua  va- 
sta città  ed  opulenta  fregiasi  dei  templi  più  belli,  dei       j 
quadri  di  Protogene  e  d'  ApeUe  ,  d' un  colosso  di  bron*       | 
zo ,  meraviglia  del  mondo ,  e  di  tremila  statue  .  Ella  è 
forte  come  una  cittadella  e  ornata  come  un  gran  palaz- 
zo  •  È  la  figlia  di  Venere ,  la  sposa  del  sole  !  Giove  vi 
sparse  a  torrenti  immense  ricchezze,  dice  Omero;  i 
re  degli  Dei  vi  fece  cadere  pioggie  d'oro,  soggiugne 

Pindaro »  —  E  come  se  i  Rodii,  avvezzi  ai  favorì 

della  natura ,  non  potessero  respirare  che  sotto  U  cielo 


VIAGGIO  19( 

piò  bello,  scegliendo  fra  tutte  le  rive  d'Italia 9  fondarono 
Napoli ,  Napoli  la  fortunata ,  prediletta  degli  uomini  e  de- 
gli Dei . 

Io  lo  ripeto,  Rodi  è  la  mia  terra  favorita: 

.  .  •  •  A  me  quel]*  angolo 

Fra  r  altre  terre  mi  sorride  (1)  • 

La  vanno  i  miei  voti,  i  miei  desiderii.Là  vorrei  ap- 
prodare, se  i  flutti  delle  rivoluzioni  avessero  a  balestrarmi 
lungo  dal  paese  natale  j  e  qual  uomo  dappoi  cinquanta 
anni  non  ba  egli  dovuto  mescolare  ogni  giorno  questa  tri- 
sta previsione  ai  suoi  p  ensieri  ?  Lh ,  ancbe  senza  rivolu- 
zioni, io  vorrei  tornare  :  v'  è  tanto  facile  e  soave  la  vita  ! 
Dopo  tanti  anni,  io  penso  ancora  con  piacere  alla  casa  che 
vi  abitava ,  e  che  non  esitai  a  comprare  ,  siffattamente 
erasi  Rodi  associata  alle  mie  chimere,  e  pareva  dover 
fare  una  gran  figura  nel  mio  avvenire  !  Chi  dunque  non 
mi  avrebbe  invidiato  quell'asilo? 

S' immagini  nei  subborghi ,  o  piuttosto  nella  campagna 
che  separa  la  cittadella  dal  mare ,  una  gran  casa  a  due 
piani;  —  immense  gallerie  traforate  da  mille  finestre,  per 
ricevervi  quanto  più  è  possibile  di  quella  luce  risplenden- 
tissima, quanto  più  è  possibile  di  quel  fresco  piacevole, 
ed  anche  per  godervi  meglio  di  queUe  moltiplici  pro- 
spettive suir ingresso  del  porto ,  le  isole  dell'Asia,  la  città 
ed  i  monti  ',  un  bel  giardino ,  chiuso  da  mura  alte ,  dove 
una  porta  si  schiude  sopra  una  spiaggia  isolata  ;  aranci 
e  limoni,  che  maturano  tutto  V  anno  accanto  a  qualche 


(I)  OSAZio ,  Ode  6.  del  llb.  11. 


192 


MABCBLLUS 


palmizio  ;  fichi ,  vigneti  carichi  di  copiosissimi  frutti . .  • 
—  Ebbene  !  quel  bel  giardino  9  quella  gran  casa  furono 
miei;  ne  fui  padrone  per  cento  luigi ^  due  mila  quattro- 
cento lire  di  Francia  !  !  ! 

Io  non  poteva  stringere  definitivamente  il  contratto  sen- 
nonché sotto  nome  d' un  suddito  della  sublime  Porta ,  le 
leggi  deir  impero  non  consentendo  ad  un  Europeo  di  farsi 
proprietario  negli  stati  del  Gran  Signore .  Cedei  il  mio 
acquisto  cosi  regolarizzato  air  ambasciatore  9  signor  mar- 
chese de  R  iviére ,  la  famiglia  del  quale  possiede  tuttavia 
questo  grazioso  ritiro . 

L^  indomane  del  mio  arrivo ,  partii  per  una  villa  posta 
vicino  al  villaggio  di  Trianta,  sulla  costa  occidentale  del- 
r  isola  :  dovevo  passarvi  la  notte  •  In  quella  corsa ,  Tagente 
di  Francia  si  compiacque  d^ essermi  guida  :  il  mio  cane  ci 
precedeva  9  tutto  contento  di  lasciar  la  goletta  e  ritrovar 
la  terra:  io  camminava  ora  sulla  sabbia  della  spiaggia,  ora 
sulle  pietre  spezzate  che  s'erano  staccate  dalle  roccie,  più 
spesso  fra  due  siepi  di  melagrani  e  di  mori  che  separava- 
no giardini  pieni  di  ombre  e  di  frutti.  Mi  fermava  di  tan- 
to in  tanto  a  piccole  fonti  9  impoverite  dalla  stagione9  che 
filtravano  attraverso  i  ciottoli  ;  poi  ascendeva  la  monta- 
gna di  Rodivecchio  per  vedervi  le  ruine  di  quegli  antichi 
castelli  cristiani  donde  gli  sguardi  spaziano  sulle  colline  e 
sulle  valli  del  Lindo  e  di  laliso  •  Dopo  tre  ore  9  giungem- 
mo a  una  graziosa  casetta  posta  alle  falde  delle  ultime  on- 
dulazioni del  monte  Atabiro,  in  mezzo  ai  vigneti  ed  agli 
orti.  La  vista  stende  vasi  in  lontananza  sul  mare;  scorge- 
vasi  come  innube  risola  di  Telos,  e  le  cime  sassose  di 
Nisiro . 

Una  signora  greca  mi  ricevette  in  un  padiglione  di  ri- 
poso, con  quella  ospitalità  confidente  orientale  che  non  ha 


YIA66I0  193 

Uguali  altroTe.  Eirera  vestita  alla  foggia  levantina,  so- 
lita alle  signore  europee  di  Pera.  Udo  stretto  livadè^ 
spezie  di  spencer  colle  maniche  larghe,  le  stringeva  la  vi- 
ta senza  busto,  e  la  papalina  di  cotone  bianco,  di  cui 
indarno  a  forza  di  fiori  si  nasconde  la  forma  sgraziata,  le 
cuopria  la  testa.  Ella  sola  mi  fece  gli  onori  di  casa  sua,  con 
un  abbandono  e  con  una  franchezza  che  mi  maravigliò: 
il  marito  pareva  non  darsi  una  briga  al  mondo  in  fami- 
glia ,  e  vivere  solo  per  fumare  e  passeggiar  pian  piano  al- 
r  ombra  e  coglier  le  arancie . 

11  pranzo  senza  fasto  fu  abbondante  ;'pesci  ed  ostriche  vi 
figurarono  col  dolma^  intingolo  di  cetriuoU  tanto  pregia- 
to dai  Turchi;  le  più  belle  frutta  e  un  vino  di  Rodi  mol- 
to buono  perchè  era  vecchio  e  ben  conservato .  Giovinette 
deir  isola  di  Syme  ci  servivano;  esse  non  avevano  la  molle 
trascuraoza ,  la  vita  pieghevole  e  svelta  delle  donne  di  Ro- 
di ;  grandi  e  dritte  portavano  in  capo  berretti  appuntati 
ed  altissimi;  la  quale  acconciatura,  parlicolore  alla  loro 
isola ,  era  d^  una  stoffa  verde  sopraccarica  di  ricami  d^  oro 
e  di  lustrini:  da  vicino  elle  somigliavano  a  cariatidi  co- 
lossali, e  ne  avevano  le  forme  eia  statura.  Mi  stupii  della 
scelta  di  quel  colore,  appannaggio  esclusivo  dei  discen- 
denti di  Maometto,  e  della  fronte  imperiale  ;  il  geloso  emi- 
ro non  permette  ad  alcun  Ottomano ,  e  molto  meno  quin- 
di ad  una  testa  schiava ,  di  ornarsi  di  quel  santo  privile- 
gio: ma  la  signora  greca  mi  rassicurò  dicendomi ,  che 
Io  scettro  musulmano  era  leggiero  a  Rodi,  e  v'ispirava 
poco  terrore:  —  »  La  nostra  isola  è  anche  in  questo  più 
»  felice  delle  sue  sorelle,   e  noi   non  ci  proviamo  altro 

•  contrasto  fuor  quello  dei  nostri  costumi .  Alla  fine  poi 
»  che  importa  al  mouisellim ,   soggiunse  sorridendo ,  se 

•  noi    mescoliamo  ai  nostri  capelli  foglie  o  fiori ,  nastri 


IV.  25 


194  MARCBLLUS 

•  verdi  o  rossi,  smeraldi  o  rubini?  È  un  uomo  di  spirito , 
»  ha  un  harem  numeroso ,  e  di  certo  vi  ha  imparato  che 

•  non  si  guadagna  nulla  a  urtar  la  nostra  vanità .  i  —  Ro- 
di ,  diceva  io  fra  me  stesso,  sarebbe  dunque  tuttavia  il 
soggiorno  dei  piaceri  e  della  voluttà?  È  ella  sempre  quei- 
r  isola  in  cui  Anacreonte  contava  due  mila  amanti?  (1) 

Dopo  il  pranzo ,  la  Cocconitza  mi  condusse  in  fondo  del 
suo  giardino ,  sopra  una  terrazza  ombreggiata  di  pampi- 
ni e  di  grappoli  già  maturi .  I  nostri  sguardi  si  spingeva- 
no sulla  pianura,  sul  mare,  e  sul  picciolo  gruppo  delle  iso- 
le Sporadi.  Il  sole  s^  abbassava  verso  T  orizzonte ,  una  nu- 
voletta dorata  che  ci  toglieva  il  suo  disco  lo  seguitò  fin 
sotto  i  flutti.  Rimanemmo  nelPombra,e  le  sole  alture  di 
Rodi  apparivano  colorite  di  quelle  tinte  vermiglie  e  ro- 
sate che  sogliono  gittare  in  Oriente  gli  ultimi  raggi  del- 
l'astro  diurno. 

Per  ordine  del  padrone  di  casa  fu  portata  in  questo  gra- 
zioso kiosco  una  chitarra ,  o  per  dir  meglio  una  teorba  co- 
me ne  aveva  vedute  digià  a  Scio.  Egli  cantò  subito,  in  un 
tuono  gioviale ,  sopra  un'aria  quasi  europea,  alcune  can- 
zoni di  Cristopulo,  V  Anacreonta  della  Grecia  moderna,  fra 
le  altre  la  piccola  ode  intitolata:  Quel  eh* io  voglio.  —  Mi 
sono  sforzato  a  tradurla  in  versi ,  che  a  me  paiono  prosa 
comune  e  mal  rimata,  accanto  air  elegante  poesia  delPori- 
gìnale  (2) . 


(I)  TiGct PocJovTfi 

À(axK>.couc  c^owTft;.  Att acreon te  ,  0«lr  xwii. 


(2)  S0,r,9r 


darà  e  ricclMan, 
Poter,  »ggena 
Voler  w»  so  ; 


Un  Ji  gustate , 

Aspre  mi  a|^>arvero , 

Fole  sognate  : 
lo  vaglio  pace , 

Vaglio  quiete  ; 

Vo'  DOD  mi  turbino 

Core  inquiete  : 
Schenì  mi  piacciono , 

Gioia,  desio; 

Va'  la  mia  celerà 

Dono  d' un  Dio  : 
Versi  m' allettano , 

Grate  ombre  e  fiori , 

Un  prato ,  e  limpidi 

Soavi  umori . 


'On  iù*pa(>ouv 
Tom  ntxpairov*  ■ 

Ki^iraut,  Aouiloviftx  , 

Kii  yuLtfcxìaii . 

'e  Tilt  Kpaamtiiais , 

T«ÙTx  Ixrptìm, 


f 


I9«  MAECSLLCTS 

Mia  vita  è  questa  , 
Questo  è  piacer  ! 
Vivere  in  festa , 
Scherzar ,  goder  •  .  : 
Caro  delir  •  .  .  • 
E  poi  morir  1  .  •  • 

Dopo  il  marito,  la  Cocconitza^  senza  farsi  pregare,  fece 
sentire  con  una  voce  dolce  e  melanconica  molte  di  quelle 
iravondiesi  che  fanno  il  giro  delle  isole  ;  sono  queste  spe- 
zie di  pianti  e  di  amorosi  sospiri ,  che  si  cantano  senza  rit- 
mo, e  come  dMspirazione  :  queste  corte  elegie  hanno  qual- 
che aria  di  famiglia  colle  allegorie  ed  i  versetti  del  Can- 
tico dei  Cantici.  Esse,  copiate  quasi  sempre  in  caratteri 
europei,  corrono  da  Costantinopoli  inQno a  Cipro;  ma  non 
hanno  ancora  avuto  Tonor  della  stampa.  Io  ne  ho  scritte 
varie  strofe  recenti  e  molto  in  voga ,  sotto  la  dettatura 
della  mia  vaga  ospite  : 

Che  quanto  agli  uditor  giugne  più  nuova. 
Tanto  più  loro  aggrada  ogni  canzone  / 

dice  Omero  (1) .  Ed  ei  se  lo  sapeva,  il  divino  cieco,  egli 
che  avea  cantato  tanto  elemosinando  per  tutte  le  isole  del- 
la Grecia  !  Ecco  i  versi  che  cantò  la  Cocconitza  : 

Di  lagrime  mi  pasco  e  soffro  e  gemo , 
Né  r  aspro  duolo  mio  si  disacerba  • 


(l)  Tiy  ')f'x^  aotJnv  pióD.Xov  ciruXuoua*  avSjbMiroc, 

Omero,  OdUaea  caalo  i,  %.  331. 


VIAGGIO  197 

Montagne  ,  voi  che  l' idol  mio  celate  , 
Alberi ,  onor  del  suo  felice  ostello  ; 
Deh  !  m*  accogliete  sa'  bei  prati  suoi, 
Ch'  io  piango  ed  avào  e  per  amor  mi  struggo  1 

Due  anni  or  son  eh'  io  l'amo;  e  son  due  anni 
Senza  gioir  »  senza  sperar  trascorsi  I 
Oh  1  Dio  >  perchè  coniar  Y  ora  che  fugge , 
Se  i  sospir  nostri  ci  rapisce  ogni  ora  ? 

Di  lagrime  mi  pasco,  e  solfro  e  gemo,  ec.  (1) 

Questi  accenti  d'un  amore  appassionato,  accompagnati 
dagli  accordi  lenti  e  patetici  che  sostengono  il  canto  ad 
mtervalli  ;  gli  occhi  umidi  della  Cocconitza^  e  quella  voce 
animata  da  una  commovente  espressione  ;  quei  suoni  d'una 
melodia  salvatica  senza  tempo  e  senza  misura  ;  finalmente 
quelle  parole  di  una  lingua  straniera  ed  armoniosa,  mi 
agitavano  piii  vivamente  di  tutti  gli  efletti  d' una  musica 
regolare  e  dotta  • 

Dovetti  cantare  anch'io  alcune  romanze  francesi ,  delle 
quali  i  miei  ospiti  non  aflérravano  il  senso ,  ma  gustavano, 
la  melodia.  Finita  questa  accademiuola,  la  gentil  signora  mi 
disse,  come  Minerva  a  Nestore ,  e  quasi  colle  stesse  paro- 
le, siffattamente  si  somigliano  le  due  lingue  ! 


(!)  U%9X(ii,    '4<Tà^6J,  f /9CUVW  ,  ^ViTÓS,  i^taTÙ,  yvptxj'jj 

V  Tovc  ifovous  fAOu  ìorpcxòy  àJvyxrov  va  lupu. 
*  V^'Xà  j3ouyà  xac  npMivoL ,  xat  òMpa.  ^ouvrufif 'va 
ÌÌ90  ft'jBTS  T*iv  àyiimif  fiQìj  ,  iriptxt  fu  x*ifis'va. 
Eiv'  ivo  XP^^O'  òiroij  nivx,à» ,  xat  xdèfiutay  ìaT^tiav 
Acv  ritiKQpiux  >à  cv^w,  V  '^^  à9>.(ay  fiov  xap^iav . 
Tòv  Sfpovov  oVoO  rpi'x^f^  ^(^  6<'X«j  va  tÒv  yffàifià 
Alari  oèpa  iàv  tnipxQt ,  va  pAv  àyaarcvófftì . 
na7/Gi>,  '^irój^ta,  fi'fcvvw,  yrx . 


198  MARCBLLUS 

Pensiamo  al  letto;  ormai  n^  è   tempo ...  (1) 

Allora  fui  condotto  in  una  camera  in  mezzo  alia  quale 
erano  distese,  sopra  un  tappeto  di  Smirne ,  materasse  e  co- 
perte; gli  Orientali  ignorano  Puso  deir  ossatura  d^  un  let- 
to •  I  due  lati  di  questa  camera,  che  rispondevano  sui  giar- 
dini e  sul  mare ,  erano  tutti  finestre .  In  terra  era  un 
largo  divano,  come  nei  graziosi  salotti  di  Terapia  aperti  sul 
Bosforo. 

Mi  levai  prima  del  giorno  per  goder  d^una  caccia  che  mi 
era  stato  detto  dover  esser  copiosa  •  Mi  furono  date  due 
guide,  armate  di  lunghi  fucili  semplici,  e  seguitate  da  cani 
d^una  razza  bastarda .  Ma  questi  cani  erano  dotati  d^una 
intelligenza  rara  e  d^un  ardore  infaticabile;  cosi  pure  que- 
gli archibusi  gravi  e  rozzi  mancavano  raramente  al  loro 
scopo  fra  le  mani  di  quei  destri  cacciatori  •  Dopo  aver  bat- 
tuto senza  troppo  successo  colline  scoscese  e  boschetti  di 
arboscelli,  scendemmo  nella  pianura  di  Kremasti ,  solcata 
da  mille  borri  che  vi  scavano  i  torrenti  vagabondi  dell^  in- 
verno . 

Quivi  gli  abitanti  del  paese  pongono  la  scena  del  ser- 
pente di  Diodato  di  Gozone,  cosi  spesso  tacciata  di  men- 
zogna, a  malgrado  tante  prove  storiche;  non  è  pertanto 
inverosimile  che  uno  di  que^  piccoli  coccodrilli  che  si  fanno 
vedere  tuttavia  di  tanto  in  tanto  a  Rodi,  sia  cresciuto  ed 
invecchiato  in  que^paduli,  come  nella  imaginazione  dei  con- 
tadini spauriti ,  e  che  ci  sia  stato  bisogno  di  tutta  V  intre- 
piditàdel  cavaliere  e  dei  suoi  nobili  cani,  per  affrontare  e 
vincere  il  mostro .  Yedonsi  ancora ,  quasi  a  mezzo  della 


(1) KoiTOio  fiiJufu9a ,  roto  yàp  ùàpu. 

Ombro,  Odissea,  canto  iii,  t.  33i. 


VIAGGIO 


199 


Strada  principale,  scolpiti  in  bassorilievo  sulla  casa  di  Dio- 
dato di  Gozone,  i  dragoni  a  gola  spalancata,  testimonio 
della  sua  avventura .  Ma  questa  lotta  è  quasi  delP  epoca 
in  cui  regnavano  i  maghi,  gli  andriaghi ,  i  basalischi ,  e  i 
guerrieri  della  forza  d'Orlando;  e  la  nostra 'generazione 
scettica  ha  confuso  tutto  nella  sua  pertinace  e  vasta  in- 
credulità . 

Presso  a  un  molino  che  non  agiva  da  un  pezzo,  tra- 
versai il  letto  d^  un  ruscello  che  aveva  un  filo  di  acqua , 
e  mi  misi  fra  i  mirti  e  i  lauri  rosa,  che  rosseggiavano  an- 
cora degli  ultimi  fiori,  ad  inseguire  brigate  di  pernici  del- 
le quali  uccisi  una  gran  quantità,  come  pure  dei  fran- 
colini nascosti  fra  le  erbe  e  i  cespugli  nani  sulla  riva  del 
fiume .  Questi  uccelli  graziosi  dalla  piuma  bianca  e  ne- 
ra, cominciano  a  doventar  rari  a  Rodi,  dove  la  loro  car- 
ne è  preferita  a  quella  di  tutt' altra  cacciagione.  Mi  sof- 
fermai presso  la  piacevole  fontana  di  Kamaries^  sotto  un 
platano  largo  e  folto,  quali  se  ne  veggìono  soltanto  in 
Oriente .  1  Rodii  che  lavoravano  nei  campi ,  appena  ci 
videro  fermi  sotto  quell'ombra,  ci  portarono  uno  di  quei 
vassoi  tondi  che  si  posano  sopra  un  deschetto,  mobile  ob- 
bligato di  tutte  le  case  ed  anche  delle  capanne ,  e  lo  em- 
pierono di  uva  e  di  poponi .  Questo  rinforzo,  aggiunto  alle 
abbondanti  provvisioni  cheavevaci  procacciato  la  CoccO' 
nilza ,  compose  un  vero  banchetto  •  Così  lo  vuole  Ippoli- 
to, re  dei  cacciatori: 

Nulla  e  più  dolce  mai  dopo  la  caccia 
D'  un  ricco  pranzo (1) 


(I) Ti.Offvòv  ix  xvvsLyizi 


EritPiDB ,  IppolUo,  ▼.  Ilo. 


200 


MARCBLLUS 


Toraammo  in  sulla  sera  carichi  d' oa  bottino  cosi  co- 
pioso, che  potemmo  distribuirne  ai  contadini  greci  ai  qua- 
li le  pernici  rovinano  le  messi,  alle  nostre  guide  e  so- 
prattutto ai  nostri  ospiti,  ed  esseme  nondimeno  anche  noi 
abbondevolmente  provvisti .  Osai  pure,  tornando  in  città, 
farne  parte  a  due  Inglesi  missionarii  bìblici  che  trovavan- 
si  a  Rodi  nello  stesso  tempo . 

Quei  buoni  viaggiatori  mi  confessarono  ingenuamente 
di  essere  impicciati  per  riuscire  a  compiere  P  impegno  che 
si  erano  assunto  :  dovevano  spargere  neir  Arcipelago  e 
nella  Grecia  due  mila  Bibbie,  che  mi  fecero  vedere  am- 
montate e  quasi  muffate  nei  cassoni .  Quei  grossi  volumi 
quadrati  stavano  là  aspettando  fortuna;  e,  cosa  degna  di 
esser  notata,  neir  assenza  dei  missionarii  che  non  potevano 
trasportar  seco  quel  grave  peso,  le  Bibbie  riformate  stava- 
no in  custodia  dei  preti  cattolici  che  abitano  una  spezie  di 
convento  a  Rodi.  GP Inglesi  mi  pregarono  d^ accettare  in 
cambio  delle  mie  pernici  uno  di  que' Nuovi  Testamenti,  le 
pagine  dei  quali  a  due  colonne,  hanno  a  fnmte  il  greco  an- 
tico e  il  greco  moderno:  salvai  questa  copta  dalla  polvere 
e  dalle  tarme,  e  mi  compiaccio  di  tanto  in  tanto  a  parago- 
nare i  due  testi  d^  una  stessa  lingua,  che  i  secoli  hanno  al- 
terata COSI  pò  co . 

Vidi  il  govemotore  turco,  che  appena  arrivato  mi  mandò 
larghi  tributi  di  frutta  e  di  fiori.  Occupato  poco  di  politica, 
non  mi  parlò  né  delP Egitto  e  delle  sue  spedizioni  guerriere, 
né  di  Costantinopoli  e  delle  sue  turbolenze  interne  ;  mi  par- 
lò soltanto  del  Bosforo,  dei  castelli  d^Asia  e  d'Europa, 
delle  Acque  Dolci  ^  e  dei  villaggi  turchi  che  aveva  abitati 
quando  comandava  poche  compagnie  di  giannizzeri .  — 
»  Sono  belle  e  magnifiche  giornate,  diceva  egli,  quelle  del 
»  curban  bairam  (la  fine  del  digiuno  maomettano)  ;  loas- 


VIAGGIO  ^I 

•  sello  di  verde  delle  scuderìe  Imperìali;  i  benisch  (fé* 
>  ste  del  serraglio).  Qui,  ho  meno  strepito  e  meno  di- 

•  vertìmeiiU ,  ma  sono  pm  felice,  più  tranquillo;  e  al- 

•  la  fine  è  meglio  comandare  a  Rodi  che  servire  a  Costan* 

•  tinopoli.  • 

Frugando  le  mìe  note  su  Rodi ,  leggo  questo  sul  mio  li- 
bretto. —  9  Oggi  18  agosto,  venerdì ,  non  ho  potuto  passare 
9  per  la  porta  d^Àmboise:  i  Turchi,  secondo  il  solito  , 

•  r  ban  chiusa,  com^  han  fatto  delle  altre  parti  della  città, 

•  nel  tempo  delle  loro  preghiere  alla  moschea ,  perchè 

•  una  vecchia  tradizione  dice  loro,  che  Rodi  de  v""  esser  ri- 

•  presa  un  venerdì  dai  Francesi .  Reiromaggio  al  valore 

•  dei  cavalieri!  •  —  Io  impiegava  sera  e  mattina  alcune  ore 
a  salire  e  scendere  quella  gloriosa  via  de^ Cavalieri  ove  stan- 
no tuttavia  presso  gli  scudi  dei  prodi,  le  nicchie  gotiche 
a  sesto  acuto ,  antico  asilo  dei  santi  e  della  Vergine .  lo 
penetrava  sotto  le  grandi  arcate  deir  Ospitale ,  ove  mi- 
rava tuttavia  i  muri  vacillanti  pieni  di  croci;  e  queste 
croci ,  che  i  Turchi  non  cancellano  mai  (  che  lezione  per 
certo  popolo  incivilito  ) ,  si  ritrovano  fin  sulle  pietre  delie 
loro  moschee .  Più  in  là ,  visitavo  il  cimitero  abbandonato 
dei  difensori  di  Rodi;  alcuni  Ottomani  passeggiavano  gra- 
vemente come  me  fra  quelle  tombe  dirute,  e  parevano  ram- 
mentarsi dei  bei  versi  del  gran  poeta  persiano.  —  »  Guar- 

•  dati,  fratello,  dal  godere  quando  passi  sulla  tomba  del 

•  tuo  nimico;  gilla  piuttosto  un^ occhiata  pensierosa  e  ta- 
»  citurna  su  quella  che  sia  per  schiudersi  sotto  i  tuoi  pas- 
»  si!(l)  . 


(I)  Saady  ,  OtÌQ, 


IV.  26 


202  »I  A  II  C  E  L  L  U  S 

Passai  e  ripassai  dalla  porta  d'Aaiboisc  per  veder- 
vi le  goffe  e  pesanti  armi  dei  vecchi  cristiani ,  appese  al- 
la volta,  e  i  rampar)  che  ci  parvero  proteggerle.  Leg- 
geva ogni  giorno  quei  nobili  annali  che  son  parte  della 
nostra  storia,  avvegnaché  la  gloria  dei  cavalieri  è  tut- 
ta francese;  la  Francia  creò  Pordine,  e  se  piìi  tardi  altre 
nazioni  furono  ammesse  in  comunità  di  fatiche  e  di  pe- 
ricoli, sempre  e  dovunque  la  miglior  parte  toccò  alla 
Francia. 

Aveva  veduto  a  Gerusalemme  la  cappella  consacrata  a 
san  Giovanni  elemosiniero ,  dove  Gerardo  di  Francia  fon- 
dò il  suo  primo  ospizio.  A  Tolemaide,  Abdallah-pascik  mi 
aveva  ricevuto  sotto  le  volte  del  palazzo  di  Giovanni  di 
Yillicrs,  di  Francia^  il  quale,  dopo  i  rovesci  di  San  Lui- 
gi, abbandonando  quella  Palestina  tanto  desiderata,  si  ri- 
tirò a  Cipro;  là,  decimato  dalle  battaglie,  T ordine  si  vide 
ridotto  al  numero  di  ventisei  cavalieri.  Ed  infrattanto , 
vent^anni  dopo,  Folco  di  Yillaret,  Francese^  sMmpadroniva 
di  Rodi.  Vengono  poscia  più  di  dugent^anni  di  lotte  e  di 
gloria,  Ano  alPassedio'^Bostcnuto  da  Yilliers  deirile-Adaro, 
di  Francia^  con  sei  mila  uomini,  contro  dugento  mila  Tur- 
chi e  Solimano  L  —  Anche  a  Malta,  giornate  felici  e  bril- 
lanti*, poi  il  decadimento  eia  fine.  Quella  croce  adorna  di 
gigli  doveva  cadere  come  ùù'' altra  croce  ed  altri  gigli, 
rovesciata  dalle  stesse  tempeste  ^ 

La  mia  guida  greca  volle  condurmi  alla  fonte  di  Rodini . 
»  Partiamo  di  buon^ ora.  mi  disse:  a  Rodini  non  ci  si  va 
»  per  pochi  minuti  ;  quando  uno  vi  è,  ci  sta  per  un  pezzo.  • 
Traversammo  da  prima  vie  oscure  e  un  primo  cerchio  di 
ville,  ove  notai  marmi  antichi  ed  altari  votivi  con  ghir- 
lande e  teste  di  toro;  poscia,  sentieri  pietrosi,  con  dop- 


VIAGGIO  203 

pio  ordine  di  napali,  di  raelogranati  carichi  di  frutti,  e  di 
quei  salici  cresputi  che  sogliono  crescere  sulle  rive  del  ma- 
re ;  finalmente  giugnemmo  ai  grandi  platani  della  fonta- 
na. »  L^  acqua  diRodini,  mi  disse  la  guidale  la  miglior 

>  acqua  riconosciuta .  Sa  ne  mandano  regolarmente  ba- 
*  rili  pieni  e  sigillati  al  Gran  Signore  pel  suo  uso  or- 
t  dioario.  Rodini  sparte  questo  privilegio  colla  Fonfa- 

>  na  del  Pascià,  a  Scio  * .  Rideva  iodi  queste  precau- 
zioni, che  noi  altri  Rordelesi  serbiamo  pel  nettare  delle 
nostre  prime  vigne;  ma  i  Turchi  sono  ghiotti  esperimen- 
tatori di  acqua  quanto  i  nostri  bevoni  sono  abili  gustatori 
di  vino. 

Larghe  vasche  di  un^acqua  cilestra  e  limpida,  manten- 
gono a  Rodini  un  fresco  costante .  Gli  alberi  guarentisco- 
no dal  mezzogiorno  la  terrazza  aperta  e  tutte  le  orezze  del 
settentrione;  quivi,  non  s'^ode  altro  rumore  che  quello  del- 
la sorgente  che  cade  dallo  scoglio.  I  Turchi,  quando  inter- 
rompono il  loro  lungo  silenzio,  ivi  parlano  sottovoce  per 
paura  di  svegliar  T  eco .  Muto  anch^io,  lasciai  che  il  capo 
del  caffè  (il  Kauedgi)  distendesse  un  tappeto  ai  miei  pie- 
di,  e  mi  vi  assisi ,  appoggiando  il  dorso  ad  un  platano ,  e 
volgendo  pacatamente  rocchio  da  una  prospettiva  ad  un^ 
altra ,  per  goderne  vie  meglio . 

Innanzi  a  me ,  boschetti  d^  aranci  e  di  vigne  fino  al  ma- 
re ;  poi  tre  leghe  di  acqua  la  più  quieta  e  la  più  azzurra  ; 
in  quella  estensione  erano  alcune  rade  barche  e  una  nave 
a  tre  alberi,  che  invano  agitava  le  vele  per  raccogliervi  un 
alito  che  la  spingeva  verso  il  Libano;  air  orizzonte,  le 
foreste  di  neri  abeti,  e  le  alture  dei  monti  della  Giiicia 
coperte  di  neve . 

Alcuni  Ottomani  taciturni  contemplavano  meco  questo 
solenne  spettacolo;  di  tanto  in  tanto  si  aiutavano  con  ca- 


204  MARCELLUS 

nocchiali ,  poi  ripigliavano  la  loro  altitudine  sbadata.  Mez- 
zo sdraiati  sopra  soffici  cuscini ,  ora  sorbivano  vapori  fa^ 
mosi  dairalambiccodellapipa  persiana,  ora,  bruciando  ta- 
bacco profumato  di  Sìria  in  lunghe  canne  di  gelsomino,  fa- 
cevano ondeggiare  intorno  a  loro  ghirlande  di  un  candido 
fumo,  capi  d^opera  delParte  del  fumare:  talora  la  fava 
di  Moka  inumidiva  loro  le  labbra,  o  una  leggiera  bibita 
di  oppio  velava  i  loro  occhi  d^una  nuvola,  e  favoriva  le 
loro  meditazioni .  A  Rodini  capii  anche  meglio  che  a  Co- 
stantinopoli,  quella  vita  estatica  dei  Turchi,  senza  preoc- 
cupazioni e  senza  desideri! .  Sul  Bosforo ,  Tombra  del  ser- 
raglio rammenta  sempre  ai  Musulmani  T  incostanza  del 
destino;  a  Rodi,  nulla  viene  a  sturbare  la  serenità  dei 
loro  giorni . 

Io  stesso  provai  a  poco  a  poco  queste  impressioni  di  lan- 
guore e  dMndolenza.  Vi  sono  ore  nelle  quali ,  stanca  di  ve- 
dere e  di  osservare ,  Tanima  si  ripiega  sopra  se  stessa  , 
e,  quasi  annichilita  sotto  il  suo  peso,  non  ha  altro  pia- 
cere fuor  quello  di  sentirsi  vivere:  questo  stato  dello 
spirito,  che  non  è  la  melanconia,  ha  un  incanto  ine- 
sprimibile; i  Turchi,  avidi  d^ogni  gioia  possibile  ed  in- 
terna, hanno  anche,  siccome  Tbo  detto,  una  parola  propria 
per  esprimere  questo  benessere ,  mescolanza  del  riposo  del 
corpo  e  della  quiete  perfetta  dell'anima.  Commessi,  lasciai 
errare  ii  mio  pensiero  guardando  i  promontori!  delia  Pam- 
filia;  seguitava  coir  occhio  quella  nave  che  andava  a  veder 
la  Palestina .  Risalii  dal  mare  alle  montagne  che  biancheg- 
giavano air  orizzonte ,  dalle  montagne  alle  nuvole,  dal- 
le nuvole  al  cielo ,  dal  cielo  al  Dio  che  creò  queste  delizie  • 
Mi  perdeva  in  lunghe  estasi,  dalle  quali  mi  scuoteva 
per  ritornarci  di  nuovo,  e  benediva  nel  profondo  del 


VIAGGIO  303 


cuore  qaella  Provvidenza  divina ,  che  ha  procacciato 
all'"  uomo  gioie  si  pure  pei  verd'  anni,  e  siffatti  ricordi  pel- 
la  sua  vecchiaia . 

Quelle  poche  ore  passarono  a  Bodini  come  un  minuto  ^ 
io  non  sapeva  come  fare  a  staccarmene.  Fu  d' uopo  alla  fi- 
ne tornare  alla  città  ;  il  piacer  passa  si  presto  ! 


'  ^^^M^v^mw^St^"^ 


'>-ir-^iì/QiAM^A£;&,MA 


GAP.   XXI. 


l'arcipelago 
isole    candia  ,    paros 

SIRA  . 


!  L  20  (l'agosto,  uscimmo  verso  iiiez- 
f  zogiorno  dal  canale  di  Rodi  :  sbat- 
'  tuli  dal  vento  di  poocote,  tirammo 
una  bordata  sulla  punta  di  Gnido  ;  e 
rcslammola  notte  quasi  in  calma  airaltezza  deli' isola  di  Si- 
mo ,  patria  di  Nireo , 


208 


MA  RCELLUS 


•   •    • 


di  quanti  navigano  a  Troia 
Il  più  vago  il  più  bel  dopo  il  Pelide 
Beltà  pcrfetu (1) 


Il  21 ,  passammo  oltre  nella  giornata  in  poco  più  di  sei 
o  sette  ore,  Episcopia  (  Tantica  Telos  ) ,  Limonia  ,  Gallai  e 
i  primi  scogli  del  mar  Garpazio.  Avevamo  perduto  di  vista 
le  cime  di  Gnido,  e  scorgevamo  IMsoIa  di  Garpatos  ,  dove 
regnano  i  venti  ;  cosi  la  denomina  Omero ,  gli  epiteti  geo- 
grafici del  quale  non  hanno  mai  mentito  (2) . 

Nella  notte  siamo  assaliti  da  una  violenta  tempesta,  non 
senza  qualche  pericolo  in  mezzo  a  que'  mille  scogli  ;  le  on- 
de ci  empion  la  nave ,  ed  abbiamo  non  poche  avarie  ne- 
gli alberi. 

Il  22,  la  tempesta  continua,  la  nave  è  sbattuta; facciam 
tre  pollici  di  acqua  in  un'' ora  ;  scorgiamo  le  isole  di  Scar- 
panto,  poiKasos;  finalmente  Stasida,  Piana,  le  Adelfe, 
di  cui  non  posso  ritrovare  i  nomi  in  Strabone  e  neppure 
in  Milezio  ,  ma  che  riporto  sulla  fede  del  piloto .  Il  vento 
abbassò  sulla  sera . 

Il  23,  le  nuvole  sono  scomparse  ;  il  vento  è  dolce  e  fa- 
cile; il  sole  si  riaflaccia.  Gomincìamo  a  vedere  il  Gapo  Ze- 
firione  e  Pisola  di  Greta;  apocoapoco  ci  avviciniamo  a 


(I)  Nt^cwc  cT'aw  2j/x>jOgv, ,    . 

yiot'jq.  .  .  xà>.Àt9T0C 

/ULIt'   àfLV/AOVa    Iln).£lQiiVSt. 

Ombro,   Ilìa:l(>,  canlu  il,  v.  07i. 
Omero,  Inno  h<I  Apollo,  \AÌ. 


VIAGGIO  909 

Ctndia^  i  nostri  sgaardi  si  spingono  verso  le  alte  montagne 
coperte  di  neri  abeti  che  attorniano  le  ruine  di  Dictea  * 
Ariosto  dice  : 

n  Fra  cenlo  «Ime  cillk ,  eh'  erano  in  Creta 
Dictea  più  ricca  e  più  piacevol  era  ; 
Di  belle  donne  ed  amorose  liela  , 
Lieta  di  giuoclii  ^  da  mattino  a  sera  ,  (1) 

Le  pianure  di  Setia  e  di  Licaste  si  stendono  alle  falde 
delle  alture  di  Dictea,  ornate  della  verdura  piii  fresca . 
Gingniamo  col  crepuscolo  sugli  scogli  deserti  delP isola  di 
Dia  ;  si  scorgono  appena  i  cespugli  e  gli  arbusti  nani  che 
rendono  scabre  queste  colline  scoscese  ,  asilo  delle  capre 
selvaggie .  11  piloto  dichiara  non  conoscere  abbastanza  la 
rada  di  Candia,  celebre  pei  suoi  scogli  e  i  suoi  bassi  fondi, 
per  approdarvi  al  buio.  Noi  allora  ci  aHontaniamo  dalla 
riva,  e  ci  volgiamo  sulla  Canea . 

Il  24,  siamo  rispìnti  dalle  correnti  sopra  Betimo;  lot- 
tiamo invano,  ora  contro  la  calma,  ora  contro  un  vento 
pienamente  contrario;  non  ci  riesce  penetrare  nel  golfo 
della  Suda,  da  cui  siamo  distanti  solo  cinque  leghe.  In  salta 
sera  scorgiamo  al  largo  un  brick  che  fa  manovre  sospet« 
le:  le  coste  della  creta  formicolano  di  pirati;  quivi  regna* 
no  gli  Sfakiotì,  arditissimi  corsali .  Yien  gridato  il  gtu 
le  brande ,  ci  appressiamo  a  combattere .  Profittando  di 
;un  lieve  venticello  di  terra,  tentiamo  di  avvicinarsi  alla 
nave  equìvoca;  ma  ella  ha  più  vento  di  noi  nelle  vele; 
fugge  rapidamente ,  e  la  notte  ce  la  toglie  affatto  • 

Le  correnti  ci  ricondncono  sempre  verso  Rettmo . ,  — 
•  Vedemmo  lecime  del  monte  Ida  sopra  le  altre  montagne 


(I)  ARIOSTO,  Orlando  Furioso,  Canto  ii,  st.  IS. 


IV.  27 


I 

I 

210  MARCBLLDS  i 

»  delP isola,  come  un  vecchio  cervo  solleva  le  sue  corna 
•   ramose  sopra  le  teste  dei  cerbiatti (1)  ».  Scorgevamo  da       I 
luDge  la  regione  occidentale  delPIda  e  la  prima  catena  del-       : 
le  montagne  bianche  (Acuxà  ocu),  vestita  di.  cipressi.  Al-       1 
cune  cime  sono  tuttavia  coperte  di  neve;  le  campagne  del- 
V  antica  Ritimna  e  del  capo  Drepano  prolungano  fino  al 
mare  le  loro  selve  di  olivi ,  e  i  loro  giardini  ricchi  di  me- 
logranati,  di  pistacchi  e  di  aranci. 

Il  di  25,  festa  di  san  Luigi,  Pequipaggio  si  mostro  in  gran 
gala  ;  a  mezzogiorno  fu  il  primo  saluto  di  ventun  colpo 
di  cannone  ;  sinfonie  di  gioia  ;  i  marinai  ballano  attorno 
agli  alberi  sotto  gli  ampi  stendardi  bianchi .  Giugno  una 
ba  rea  dal  porto ,  la  quale  ha  traversato  cinque  miglia  dì 
mare  ;  ella  porta  il  governatore  di  Retimo,  e  ceste  piene  di 
uve,  poponi  e  fichi .  Il  Turco  ha  saputo  che  si  celebrava 
la  festa  del  padisciah  di  F  rancia ,  e  mentre  il  cannone  dei 
suoi  castelli  risponde  al  nostro ,  ci  è  venuto  incontro  per 
farci  egli  stesso  i  suoi  complimenti  ed  oflTerirci  il  suo  tribu- 
to. Noi  cerchiamo  di  accoglierlo  meglio  che  sia  possibile; 
egli  si  asside  alla  nostra  tavola,  assiste  alle  nostre  gioie, 
poi  ci  lascia  ;  e,  sul  tramonto ,  dopo  un  secondo  saluto  e  tre 
gridi  di  Viva  il  re  l  la  gioia  finisce ,  il  silenzio  regna  sul- 
le onde  mute  come  la  nave  •  Avrei  io  allora  potuto  pen- 
sare, che  non  starebbe  molto  che  la  festa  di  san  Luigi  scor- 
rerebbe trista  ed  inavvertita,  e  che  il  ricordo  dei  re  bene- 
fattori della  mia  patria  cesserebbe  tanio  presto  di  esservi 
solennemente  benedetto  ed  invocalo? 

Nella  notte  del  26,  il  vento  si  dichiarò  grecale,  e  mi  spin- 
se rimpetto  a  Gandia,  fra  Pisola  Dia  e  il  porto*  Io  la- 


! 

} 

I 


\ 


I 


(1)  FsNELON,  Telemaco,  Ub.  v. 


VIAGGIO  9H 

scio  la  goletta  tuttavia  sotto  le  vele  velia  va  ad  ancorar- 
si in  nna  delle  due  cale  di  Standia .  Giungo  a  terra  di 
buon^ora.  Doveva  lasciare  a  Candia  il  signor  Rottier, 
apprendista  interprete  ,  cbe  era  stato  addetto  in  qua- 
lità di  dragomanno  al  servizio  di  questo  scalo.  Il  console 
era  assente  quando  ci  sbarcai;  passai  dunque  due  soli  gior- 
ni in  Creta. 

»  La  Creta  9  dice  Omero  ,  è  una  gran  terra  in  mezzo 

•  di  un  mare  immenso,  bella,  feconda  e  ricinta  dalle 
»  acque  ;  ella  conta  novanta  città ,  ed  è  piena  di  popolo 

•  innumerevole  (1)  •  • 

Ella  è  anche  risola  sacra,  la  cuna  della  Favola;  tutti 
gli  dei  sono  più  o  meno  d^ orìgine  cretense.  DalFalto  delle 
mura  di  Candia,  io  vedeva  la  montagna  dove  Giove  fu  al- 
levato; più  d^appresso,  sulle  rive  del  Oume  Terene,  torren- 
te senz^ acqua  oggi,  si  celebrarono  le  sue  nozze  con  Giu- 
none ;  là  sono  i  platani  quasi  sempre  verdi ,  che  offerirono 
ombra  alla  bella  Europa.  In  lontananza  appaiono  gli  sco- 
gli d^  onde  si  precipitò  la  ninfa  Dicttnna  per  sottrarsi  alle 
persecuzioni  del  saggio  legislatore  Minosse  (2) ,  e  il  pro- 
montorio d^Aptero,  dove  le  Muse  vinsero  le  Sirene  nella 
gara  del  canto  • 

Pieno  di  rimembranze  mitologiche,  volli  visitar  la  tomba 
di  Giove,  che  mi  si  additava  sopra  una  delle  ultime  colline 
del  monte  Ida;  e  le  ruine  di  Cnosso,  la  gran  ciiià  di 


(1)  Kf^rtm  ne  yzì'  ivrì  /aiVu  t'vc  oc  voti  ttc'vtu  , 
KocÀv}  xac  nitipa,  n-c/DÌppuroc.  t*v  ^  àv9|&u7roi 
IloÀ/oc,  ynupiai^i,  xoù  l'vyfixovrat  7roÀr<c{. 

Omiio,  OdÌMeay  tanto  Xl\,  \,  173. 

(2)  Mxyuo;  oaoo'^/sovo;  . 

Ombro,  0cli9<«a,  canto  xr,  t.  321. 


sia  MARCBLLUS 

Creta  {i)^  di  cui  Candia,  altra  volta  Eraclea ,  era  solamente 
il  porto  o  piuttosto  io  scalo ,  per  esprimermi  ìb  linguaggio 
levantino*  Giunsi  a  Cnossu ,  città  di  Minosse ,  dopo  un^ora 
di  cammino  in  una  pianura  polverosa  e  senza  verdura  ^  e 
non  pertanto,  a  testimonianza  d^Omero,  Gnosso  era  attornia- 
ta di  alberi  numerosi  (  Kyw^jòv  icoXx^iv^ptov  (3)  )  :  ma  le  guer- 
re intestine  hanno  devastato  tutto.  Mura  quasi  al  livello 
del  suolo )  ammassi  di  macerie,  ecco  quanto  avanza  del- 
V  antica  città  ;  i  suoi  resti  han  servito  a  fabbricar  le  gran- 
di case  di  Gandia  •  Non  vi  si  scorge  nulla  del  gran  labe- 
rinto,  capolavoro  di  Dedalo  ;  e  il  Gume  dell^  oblio  ha  tan- 
to ruotolato  le  sue  onde  in  queste  antiche  regioni,  che  non 
si  sa  ancora  se  questo  laberinto  sia  stato  altra  cosa  che  le 
lunghe  caverne  di  (ìortyna,  e  se  la  città  di  Kinoso  alle  falde 
delle  montagne  di  Dictea  non  meriti  essa  pure  il  nome  di 
Gnosso. 

Restano  gli  stessi  dubbi  sulla  tomba  di  Giove,  uno  dei  pri- 
mi re  della  Greta.  Era  ella  una  tomba,  un  antro  o  un 
tempio  ? 

•  La  via  da  Gnosso  al  tempio  e  alFantro  di  Giove  è  pas* 

•  sabilmente  lunga  ;  ma  i  riposi  su  questa  strada  sono  om- 
»  breggiati  da  alberi  spaziosi,  asilo  avventurato  con- 

•  tro  i  calori  della  state .  Noi  vi  ci  fermeremo  ^sso  (ciò 
»  va  colla  nostra  età  ),  e  alternando  le  nostre  osservazioni 
»  e  le  nostre  parole ,  faremo  a  nostro  agio  tutta  la  via  (3). 


(1)  Ky&>996c>  f*«7*^  7ro).t;* 

Ombro,  Odissea,  canlo  Xi\,  \rrfo  178. 

(2)  Omero,  Iddo  ad  Apollo,  t.  475. 

(3) Xovou  Ti  dtÀ/f/Aov;  TrapauvOou/xc'vou;  r^v  oVòv  àffavav 

ouTft)  lACv  oaTre^vY;;  ^iscttI cavai . 

Platoxe,  Dc1I«  Le^gi ,  lil*«  i. 


VIAGGIO  213 

»  Giunti  poi  alle  saere  selve,  troveremo  cipressi  dCuna  bel- 
»  lezza  e  d^  una  grossezza  meravigliosa,  ed  amene  praterie 
•  dove  avremo  caro  di  riposarci .  • 

Ohimè!  questa  passeggiata  filosofica  promessami  dal  divi- 
no Platone  non  era  che  una  nuova  illusione.  Dopo  tre  ore  di 
cammino,  giunsi  a  un  monticello  chiamato  monte  Icaro  ;  ci 
assidemmo  sopra  un  mucchio  di  sassi,  ed  era  questo,  al  dir 
della  guida^  il  sepolcro  di  Giove.  Da  questa  altezza  vedeva 
il  letto  dei  torrenti  figli  dell  ^  Ida  solcar  la  pianura  ;  mi  si 
additavano  1  villaggi  di  Dion,  e  di  Panormo,  e  il  promon** 
torio  Atalo  si  disegnava  sulle  onde  azzurrine  -,  ma  i  nomi 
dati  poscia  dalla  Favola,  dalla  Grecia,  da  Roma,  dairim- 
pero  Bizantino,  da  Venezia  e  dal  Turbante ,  a  queste  vaste 
campagne ,  hanno  lasciato  nel  paese  tanta  confusione,  che 
mah  possibile  attenersi  a  indicazioni  cosi  incerte. 

Debbesi  dir  la  medesima  cosa  d^  un  fiore,  che  il  Greco 
mi  presentò  sotto  noaM  del  celebre  Dittamo , 

stelo ,  su  cui 

Purpureo  fior,  ira  foglie  adulte,  olezza  (1); 

era  la  gran  digitale  a  foglie  rosse.  Cosi  dunque ,  su  questa 
terra  tanto  feconda  in  divinila,  io  solo ,  Gallo  sfuggito  alle 
selve  druidiche,  cercava  le  traccie  dei  tempi  poetici,  quando 
i  Cretesi,  nati  in  mezzo  a  quelle  pompose  fole  ne  lasciava* 
no  perir  la  memoria.  //  Barbaro  fa  da  Greco^  dicevami  un 
giorno  la  principessa  Morusi^  quando  da  lei,  sulle  rive  in- 


(1)  Puberibu$  eaulem  foìUs,  et  fiore  comantem 
Purpureo,  •  . 


Virgilio,  Eneide,  liL.  xtr. 


su 


MARCELLUS 


cantate  del  Bosforo,  balbettava  le  prime  parole  della  lin- 
gua moderna  (  £'/Xevf<Cci  o  fiàp^x^oi .  ) 

Tornai  a  Candia  alquanto  disgustato  delle  mie  ricercbe 
mitologicbe,  e  risoluto  di  non  occuparmi  più  cbe  del  secolo 
decimo  settimo  •  Per  un  Francese  v'erano  di  quel  tempo 
belli  e  poetici  ricordi . 

Mi  mostrarono  le  mura  che  sostennero  quel  memorando 
assedio  di  ventiquattro  anni,  e  il  luogo  dove  saltò,  nel  1669, 
la  polveriera  sotto  i  pie  degli  assalitori  francesi  comandati 
dal  duca  di  Beaufort.  Quivi  sparve,  procedendo  primo 
alla  testa  dei  gentiluomini,  quel  bravo  ammiraglio  di  Fran- 
cia che  doveva  trar  seco  il  destino  delP  isola  intera  • 

Candia,  quale  V  hanno  costruita  i  Yeneiiani,  è  una  città 
regolare;  vi  si  veggono  piazze,  vie  larghe  e  diritte,  case 
ben  fabbricate,  tutte  cose  rare  od  anche  sconosciute  nelle 
città  turche.  Il  ri  cinto  antico  è  troppo  vasto  oggi  per  una 
popolazione  che  giornalmente  va  diminuendo  • 

Partii  il  28  agosto  nella  barca  della  nave  *,  ella  sola  po- 
teva affrontare  gli  scogli  sottomarini  e  i  bassi  fondi  d^una 
rada  eh'  ogni  dì  più  si  riempie  :  la  goletta  m^  aspettava  in 
panna  alla  distanza  di  due  miglia  da  Standia.  Bordeggiam- 
mo tutto  il  resto  deUa  sera  fra  quest'isola  e  il  promontorio 
Kassoso;  Analmente,  in  sulla  notte  i  venti  ci  favoriscono, 
e  noi  spmgiamo  le  bordate  al  largo . 

Prima  che  spuntasse  il  giorno  avevamo  fatto  quaranta  mi- 
glia; vedevasi  tuttavia,  allevar  del  sole,  siccome  una  mac- 
chia cilestra  all^ orizzonte,  il  monte  Ida:  passammo,  favoriti 
da  un  buon  vento,  vicino  all'  isola  di  Cristiana ,  altra  vol- 
ta Lagusa;  e,  lasciando  a  dritta  Santorino,  ci  volgemmo  a 
Policandro  • 

Il  di  30,  ci  troviamo  fra  l'isola  di  Pcdlcandro,  ardua  per 
mille  scogli,  e  Sikino,  tanto  fertile  in  vini,  ch^  ella  ebbe  un 


V  I  A  G  G10 


215 


giorno  il  nome  di  Oenoa  (  la  vinosa  )  •  II  pilota,  temeodo  di 
impegnarsi  nel  picciolo  arcipelago  di  Nassos,  così  pieno  di 
scogli,  si  lasciò  spinger  sopra  Milo.  Quante  Yolte  non  abbia- 
mo dovuto  constatare  V  inesperienza  di  queste  guide  obbli« 
gate  della  navigazione  ?  Il  nostro  pilota  ci  dirigeva  solo  a 
vista;  forte  della  sua  pretesa  perìzia  tanto  spesso  fallita, 
non  faceva  alcun  conto  delle  carte  geografiche,  e  mostra- 
va una  piena  ignoranza  dei  siti  più  vicini  alla  sua  isola 
natale . 

Nondimeno,  dopo  aver  riveduto  le  sommità  di  Milo,  del- 
r  Argentarla  e  di  Sifanto ,  ben  presto  riaddirizziamo  il  no- 
stro viaggio,  e  portiamo  il  capo  sopra  Nassos,  da  cui,  sulla 
sera  siamo  distanti  sole  tre  leghe .  Il  31,  nuovo  sbaglio  del 
pilota;  nella  notte  egli  ha  preso  Puna  dopo  T altra  Anti- 
paro per  Paros  e  Paros  per  Nassos.  Duriamo  gran  fatica 
a  trarci  fuori  deir  angusto  canale  che  separa  le  due  Paros, 
di  cui  scorgiamo  il  suolo  pietroso  e  quasi  vedovo  di  vege- 
tazione • 

Fuori  di  questo  passo  difficile  noi  superiamo  Stronghilo  e 
tutte  quelle  roccie  senza  nome  che  cuoprono  limare. — Si 
sveglia  un  vento  gagliardo  grecale,  che  ci  permette  soltanto 
alcune  bordate  inutili  sopra  Nassos.  Ci  ancoriamo  presso 
lo  scoglio  di  Dios,  e  distanti  la  lunghezza  di  due  gomone  dal- 
la riva  deserta  di  Paros  • 

Il  vento  è  raddoppiato  ;  appoggiati  sulle  due  ancore ,  ab- 
biamo nonostante  arato  per  due  ore  intiere  ;  i  Qutti  sono 
sì  alti,  che ,  vicini  come  siamo  alla  terra,  non  vi  pongo 
piede  senza  perìcolo. 

Stanco  del  mare,  io  era  avido  della  riva ,  e  passeggiai 
solo,  lentamente  e  senza  scopo  sulla  spiaggia,  col  fucile  che 
aveva  preso  per  abitudine  inispalla;  il  mio  cane,  tutto 
stordito  questa  volta  della  mia  spensieratezza,  mi  veniva 


216 


MARCBLLCS 


dietro  a  capo  basso  invece  di  passarmi  innanzi.  Mi  fermai 
no  poco  presso  certi  i^igneticlie  cuopronouna  parte  delia 
pianura  ;  da  lontano  si  prend^^bbero  per  praterìe  ;  i  loro 
pampini  non  van  più  alti  delle  erbe,  e  i  grappoli  maturi  ri- 
posano sopra  un  terreno  polveroso  • 

•  1  vigneti  di  Metelino,  dice  Longo,  sono  tutti  bassi ,  o 
>  almeno  non  sbalzano  su  grandi  alberi  ;  talmente  che 
»  i  tralci  ne  pendono  fino  in  terra ,  e  serpeggiano  qua  e 
»  là  come  Tederà;  un  bambino  lattante ,  per  modo  di  di- 
»  re,  ne  toccherebbe  i  grappoli  (1)  •  • 

Le  vigne  di  Paros  sono  fertilissime,  senza  molta  cultu* 
ra  ;  accanto  ad  ogni  campo  si  vede  uno  strettoio  di  mar- 
mo ,  tanto  consente  questo  avventuroso  clima  della  Gre* 
eia:  la  terra  che  offre  il  grano  fornisce  anche  Paia  dove 
si  batte,  e  gli  strettoi  sono  in  mezzo  alle  vigne . 

Io  stava  appoggiato  ad  un  muro  marmoreo^  e  non  sa- 
prei dir  veramente  dove  andasse  vagolando  il  mio  pen- 
siero ,  quando  un  custode  di  quei  frutti  in  maturità  mi  si 
avvicinò  armato  di  fucile  j  egli  m^  era  poco  discosto  quan- 
do lo  scorsi,  e  siccome  gli  andava  incontro,  si  ritrasse  al- 
quanto, prendendomi  di  mira  colla  sua  arme — Fratello 
che  fai? — gli  dissi  in  greco:  egli  si  fermò  tutto  sorpreso-; 
poi,  posando  Parme,  colse  alcuni  grappoli  d^uva  che  ven- 
ne ad  offrirmi  in  segno  di  pace  e  d'amicizia,  supplican- 
domi di  salvar  la  sua  raccolta  dalla  rapacità  della  ciur- 
ma. Io  lo  tranquillizzai  pienamente,  e  lo  impegnai  ad 
accompagnarmi  nell'interno  dell'isola;  egli  vi  acconsentì 
di  buon  animo.  Mi  lasciai  dunque  dirigere  tra  botri  coper- 


ei)... .  xa;  Trote  av  g'^ixoiTO  j^or^uo;  Mti  Tft;  ^^^p^i  s'x  ffrap^Kvcav 

Lo5CO,  Past.,  lib.  II. 


VIAGGIO 


217 


ti  di  lauri-rosa,  Inombra  dei  quali,  diceva  egli,  dovea 
nascondere  delle  pernici . 

Il  mio  isolano  erasi  fatto  confidente  e  loquace;  stanco 
dal  suo  insignificante  chiacchierio,  lo  decisi  ad  andare  a  as- 
pettarmi nei  suoi  vigneti ,  dove  lo  ritroverei  quando  avessi 
a  mio  belPagio  percorsa  la  montagna  e  la  valle.  Come  il 
ciel  volle  mi  lanciò,  ed  io  allora  m'avviai  solo  verso  il  mo- 
nastero dì  san  Giorgio,  che  stava  a  cavaliere  d^un  dirupo 
e  del  letto  dei  torrenti  deir  inverno .  Salii  la  collina  fino 
alle  mura  del  convento:  in  Faccia  a  me,  i  picchi  erti  di  Nas- 
sos  confinavano  r  orizzonte  ;  i  numerosi  isolotti  dei  quali 
è  qua  e  là  seminato  il  canale  di  Paros  risaltavano  sui  mari 
che  r  aquilone  sempre  più  impetuoso  imbiancava  di  spu- 
ma*, piii  da  presso,  scorgeva  il  villaggio  di  Marmara,  una 
montagna  coronata  delle  ruine  d^  un  castello  veneziano  ,  e 
la  pianura  sassosa  ed  angusta  che  separa  Pisola  in  due 
regioni . 

A  Paros,  tutto  è  marmo.  Io  procedeva  sui  fianchi  del 
monte  Marpeso  dalle  vaste  cave  ;  ad  ogni  pie  mosso  sca- 
glie di  marmo  luccicavano  sotto  i  miei  passi;  io  faceva  il 
giro  delle  roccie  splendenti  che  sperano  spiccate  dalla  mon- 
tagna; solo  sopra  alcuni  massi,  scorgeva  alcune  vene  co- 
lor di  rosa  ed  azzurre  che  ne  facevano  risaltar  la  bian- 
chezza. I  muricciuoli,  che  quegli  isolani  sogliono  fare  a  ri- 
cinto dei  loro  giardini  e  dei  loro  orti,  presentavano  dovun- 
que bellissime  masse  di  marmo;  e  il  villaggio  di  Marma- 
ra, che  stavami  a  manca ,  ne  ha  tolto  il  nome .  Ridiscesì  la 
collina,  traversai  una  valle  senza  cultura;  appena  vi  si 
vedevano  alcuni  fichi  e  qualche  lauro-rosa;  Terbaeravi 
secca,  arida  la  terra. 

Andai  per  un  pezzo  lungo  un  ruscello  che  mi  conduceva 
al  mare;  e  calpestando  ciottoli  marmorei   lucidissimi,  io 


lY. 


28 


218  MAKCSLLCS 

mi  dilungai  pella  pianura  fino  laddove  era  sbarcato  quat^ 
tr^ore  prima.  Il  Greco  mi  ci  stava  aspettando ,  ed  essendo 
tornato  molto  assetato  dalla  passeggiata^  gli  chiesi  qual- 
che gocciola  d^ acqua;  risolano  scavò  allora  al  coper- 
to d^una  roccia  9  presso  al  confine  dove  veniva  anaoru* 
Fonda  marina ^  una  fossetta  nella  sabbia ,  che  di  subito  io 
vidi  riempirsi  di  acqua  dolce  e  fresca  :  bevvi  a  più  ripre- 
se a  questa  sorgente  improvvisa ,  e  la  barca  mi  ricondus- 
se verso  la  nave . 

Mi  rammentava  che  Plinio  il  giovane,  nella  ddiziosa 
descrizione  lasciataci  della  sua  villa  a  Laurento ,  attribui- 
va le  stesse  proprietà  a  quella  piaggia  dove  abitava  9  e 
ch'^egli  coltivava  fin  suirorlo  dei  flutti  : — •  Prodigiosa  vir- 
»  tu  di  questa  riva  !  sclama  egli  ;  ovunque  tu  smuova  la 
t  terra ,  facile  e  pronto  s^  affaccia  V  umore  9  od  il  più  pu- 
»  ro,  e  nuHamente  salato  ad  onta  deUa  propinquità  del 
»  mare  (1)  t  — 

Presso  al  villaggio  di  Marmara  m^  era  imbattuto  in  due 
iscrizioni,  una  delle  quali,  incassata  in  un  muro,  era  affat- 
to inintelligibile;  la  seconda  portava  la  parola  isolata 
Xz(>E,  Addio,  Non  v^è  dubbio  che  questo  non  fosse  un  mar- 
mo funerario;  incide  vasi  così  sulla  tomba  d^un  amico, 
d^una  madre,  d^ima  sposa  un  semplice  addio,  e  quest'ad- 
dio stava  eziandio  a  significare:  Rallegrati*^  come  se  F ul- 
tima parola  dell'uomo  air  uomo,  fosse  per  congratularsi 
con  quello  che  sene  va,  perchè  si  sottraggo  alle  amareize 
della  vita  • 


(I)  Et  omnino  littorii  illiui  mira  natura  i  quocutnque  loco  movéHg  ku- 
mum,  obviuM  el  paraius  humor  oceurrii ,  iique  iincerui,  oc  ti#  Umter  qui- 
dem  tanta  mari§  vicinitate  ialnu . 

Plinio  il  bmv*"^  Hb.  II,  Witcra  17. 


VIAGGIO  219 

Addì  2  settembre:  il  vento  cootinua  a  soffiare  in  una  di- 
rezione contraria;  egli  s'^è  fatto  d'una  violenza  insupera- 
bile. La  E 8  taf  ette  doveva  scaricarmi  a  Nassos,  è  recarsi  poi 
a  Smirne  per  cercarvi  i  viveri  che  le  navi  francesi  le  por* 
tavano  da  Tolone.  —  Mando  il  piloto  greco  col  sotto  mastro 
al  porto  di  Nanssa,  onde  noleggiarvi  una  barca  che  aves- 
se abbastanza  audacia  per  traversare  il  canale  ;  essi  ritor- 
nano, ed  io  lascio  la  goletta  alle  sei  pomeridiane,  dan- 
dole appuntamento  ad  Atene. 

Fìn^ad  ora  ho  viaggiato  in  mezzo  agli  interpreti,  sotto 
la  scorta  di  giannizzeri ,  o  air  ombra  d' una  nave  compa- 
triotta  ;  ora  son  solo  eoi  mio  servo  francese ,  confidente 
nella  mia  gioventù ,  e  superbo  di  non  dover  nulla  ad  alcu- 
no nelle  necessità  del  mio  itinerario. 

Presi  una  guida  al  villaggio  di  Marmara  :  mi  restava- 
no da  far  tre  leghe  a  piedi  nel  fitto  d'una  notte  scura, 
per  una  via  aspra  e  seminata  di  frantumi  marmorei  ;  di 
tanto  in  tanto  passava  davanti  a  qualche  miserabile  ca- 
sale, dove  non  vedeva  splendere  alcun  lume  ;  per  fare  in- 
ganno alle  noie  della  veglia  e  del  cammino ,  interrogava  la 
guida  su  tutto  ciò  che  poteva  conoscere  a  Paros:  —  »  Sia- 
»  mo,  diceva  egli,  tremila  anime,  e  paghiamo  un  tributo 

•  di  venticinquemila  piastre;  il  dragomano  della  flotta, 
»  Greco  come  noi,  è  più  tiranno  dei  Turchi .  Abbiamo  un 
»  buon  porto ,  parecchie  vigne,  e  due  grotte  di  cristalli 

•  che  valgono  quella  di  Antiparos ,  ma  che  nissuno  viene 

•  a  vedere  ;  —  eppure  le  sono  lunghe  e  profonde  :  una  vol- 

•  ta  ci  fu  calata  una  capra,  con  due  torcie  attaccate  alle 
i  corna  per  illuminarle  la  via  ;  la  capra  andò  a  riuscire 
i  nell'isola  di  Tino  distante  venti  miglia  dalla  nostra  grot- 

•  ta  e  le  torcie  erano  accese  ancora  »  • 


220  MARCBLLUS 

Giunsi  a  Naussa  allorquando  fluiva  il  racconto  meravi- 
glioso !  !  Era  tardi:  non  essendosi  voluta  aprire  alcuna  porta 
per  ricevermi ,  mi  addormentai  sopra  una  panca  di  legno 
accanto  ad  una  casa  del  porto  ^  i  'primi  albori  mi  mostra- 
rono la  lunga  rada  di  Paros,  e  molte  navi  mercantili  ri- 
fugiate in  questo  asilo,  il  più  sicuro  delP  Arcipelago. 

Il  battello  di  Miconi,  cbe  il  pilota  aveva  noleggiato  per 
me,  mi  conduce  a  vela:  in  tre  bordate  oltrepassiamo  la  ra- 
da, e  superando  r  isoletta  dei  Conigli  ed  altri  scogli  disa- 
bitati, abbiamo  a  soffrire  tutti  gli  urti  del  vento  più  im- 
petuoso e  contrario  prima  di  raggiugnere  il  promontorio 
che  porta  le  mine  del  tempio  di  Bacco  :  finalmente,  dopo 
tre  ore  d^una  continua  lotta,  approdo  a  Nassos. 

Io  v'era  da  qualche  tempo  aspettato  dalP agente  fran- 
cese, che  avevo  assiduamente  veduto  sul  Bosforo,  e  ci  era- 
vamo dati  appuntamento  nella  sua  isola;  il  signor  di  Laslic 
conta  fra  i  suoi  antenati  quel  Giovanni  di  Lastic ,  della 
lingua  d^Alvernia,  gran  maestro  di  Rodi,  che  rispose  a 
Maometto  II  vincitor  di  Costantinopoli:  »  Abbiamo  Rodi 
»  per  la  grazia  di  Dio  e  delle  nostre  spade  ;  non  la  rende- 
•  remo  !  •  —  E  il  vecchio  guerriero  e  l'orgoglioso  sultano 
morirono  ambìdue  prima  della  capitolazione  di  Rodi . 

Appena  posto  il  piede  nel  porto ,  fui  ricevuto  dal  mio 
compatriotta  con  tutte  quelle  cortesie  amichevoli  e  quelle 
mille  sollecitudini  che  confortano  dopo  un  penoso  viaggio. 
11  giorno  stesso  andai  a  vedere  V  arcivescovo  latino ,  pri- 
mate delle  isole  cattoliche .  Lo  conosceva  personalmente  ; 
le  mie  funzioni  m'avevano  messo  in  relazione  diretta  con 
lui.  Ei  mi  permise  di  penetrar  nel  convento  delle  Orso- 
line,  religiose  sotto  la  protezione  francese:  erano  queste, 
come  a  Santorino ,  giovinette  di  famìglie  agiate  deli'  Ar- 
cipelago ,  sotto  gli  ordini  di  alcune  superiore  più  attempa- 


VIAGGIO  221 

te  ;  e  in  tulio  e  per  tutto  questa  pia  riunioue  mi  ricorda- 
ya  piuttosto  un  conservatorio  che  un  monastero .  OCTerii 
a  quelle  avventurose  esiliate  dal  mondo  qualche  corona 
di  Gerusalemme,  che  mi  fruttò  tutte  le  loro  benedizioni . 
Il  signor  di  Lastic  abitava  dappoi  molti  mesi  la  sua  vil- 
la distante  due  leghe  dal  porto .  Voile  di  subito  condurmi- 
ci,  per  svellermi,  diceva  egli,  alle  seccature  della  città;  e 
sta%amo.per  partire,  quando  un  sacerdote  cattolico  chiese 
di  vedermi.  L'abito  suo  era  poco  dissimile  da  quello  dei 
nostri  parrochi  di  campagna:  —  »  Sono  un  povero  gesuita, 

•  mi  disse,  in  un  gergo  mezzo  greco,  mezzo  latino  e  mezzo 
»  francese  *,  sono  ventotto  anni  che  abito  Nassos  e  le  iso- 

•  le  vicine;  mi  caccierete  anche  voi  come  fanno  tanti  altri 
»  dei  nostri compatriotti?» —Guardai  r abate  Mothe  (cosi 
si  chiamava)  con  tanti  d^ occhi  e  con  una  intensa  curio-- 
sita .  Non  aveva  mai  veduto  gesuiti,  e  a  questo  titolo,  ch^ei 
si  dava  così  umilmente,  me  ne  stetti  in  guardia.  Ghia- 
mai  in  aiuto  tutta  la  mia  sagacilk  diplomatica  per  scuo- 
prir  negli  occhi  del  prete  il  senso  nascosto  di  quel  proce- 
dere, e  per  scuoprirne  il  segreto  :  avevo  letto  tante  volte , 
che  nulla  può  uguagliarsi  alla  doppiezza  volpina  dei  ge- 
suiti! Lo  interrogai  suggestivamente;  per  dirla  in  una  pa- 
rola, feci  con  lui  ciò  che  dicesi  in  Francia,    il  gesuita . 

Ma  ohimè  !  il  povero  abate  Mothe  mi  rispose  sempre  col- 
la espressione  del  piacer  che  provava  nel  rivedere  un  com- 
patriotta;  e  poiché,  accomiatandosi,  m'annunciava  una 
seconda  visita ,  che  nel  mio  sistema  di  ritegno  esitai  ad  ac- 
cettare —  t  Ho  quasi  perduto  F  uso  della  nostra  lingua , 
»  mi  disse  m  latino,  ma  ogni  buon  gesuita  si  rammenta  gli 

•  studi  passati  ;  leggete  dunque  questo,  che  ho  scritto  ap- 
t  punto  per  voi .  « 


222  MARCEL  LUS 

Ecco  la  trappola  T  dtss^  io  allora  fra  me  ;  senia  dubbioi, 
qualche  mena  astuta,  qualche petiiione  ambiziosa,  qual- 
che affiliazione  misteriosa  !  E  non  fui  poco  sconcertato  leg- 
gendo i  ?ersi  che  riporto  testualmente  nella  mia  nota  , 
Tersi  tutti  in  onore  del  re  di  Francia  e  del  mio  paese  (1)  • 

Mi  posi  in  via  alquanto  confuso  delle  mie  conghietture, 
della  mia  finezza  gittata ,  e  tutto  stupito  dMmbattermi  in 
un  umanista  esercitato  nel  vecchio  prete  rilegato  dappoi 
tanti  anni  in  mezzo  dell'Arcipelago;  i  suoi  versi  potevano 
I  esser  migliori,  non  v^è  dubbio,  ma  fa  d' uopo  convenire 
I  altresì  che  il  mio  arrivo  a  Nassos  era  un  soggetto  bastan- 
temente sterile,  —  »  materia  infeconda  e  picciola  (2)  »  —  ha 
dettoli  buon  La-Fontaine.  Pur  tuttavia,  questo  avoanimen- 
to  fu  uguahnente  celebrato  da  un  giovane  primate  in  una 
ode  greca,  che  ritrovo  fra  gli  scartafacci  del  mio  porta- 
foglio di  viaggio.  Il  poeta  vi  fissa,  in  stile  pomposo,  un 
paragone  continuo  fra  Goffredo  di  Buglione  e  me,  e  tutta 
a  svantaggio  del  primo  l  !  ! 

Andai  a  dormire  al  villaggio  di  Ixmgadia,  in  una  vee-  i 
chia  torre  che  serve  di  villa  all'agente  di  Francia.  La  via  | 
attraversava  dei  campi  di  grano,  poi  delle  chiuse  dove  ere»       ! 


(i)  Jf ma ,  fnihi  die  eur  Mlares  éiffund^re  tmUtu 
Et  stMa  quisque  hodie  depromere  ffaudia  ge*tit? 
Insignem  pietate  virum,  Solymisque  redticem. 
Qui  loca  lustrava  Maria  Christoque  dtcata 
Hunc  celebrai,  meritique  memor,  circutnfiua  Haxos 
Nostra  per  ora  sonet  laus  Goilo  deb'ta  regi; 
Relligioms  aeer  nostras  defensor  i/UbU 
Partes,  et  columen  nostrum  non  esse  recusat 
Nos  quoque  UHifieis  igitur  ceUbremus  oeantes 
Voeibus,  aique  animo  regem  qui  talia  prastat . 
Vive  diu  Lodoice,  beaiaque  Gallia  vivai .' 

(2)  La  Fontaike,  Favola  my,  lib.  i. 


VIAGGIO  m 

sceva  layUe  e  l'arascio,  finalmente  giardini  ove  rema- 
vano milioni  di  api .  Per  lotto ,  peschi  e  fichi  carichi  delie 
più  beUe  frutta;  numerosi  ruscelli  inoaifiano  in  primave- 
ra  queste  fertili  campagne  ;  ma  poche  sorgenti  resisteva- 
no allora  alla  canicola. 

L'indomaae,  all'alba,  inforcato  un  mulo  del  villaggio 
partii  per  salir  sul  monte  di  Zia  :  dopo  la  ridente  pianura 
di  Tremalia,  tutta  coperta  di  pioppi,  d^ olivi  e  di  vigne, 
raggiunsi  i  casali  di  Damala  e  di  Philoti.  Era  su  queir  ora 
in  cui  le  donne  greche,  vestite  di  lunghi  abiti  bianchi, 
col  capo  ornato  di  fiori,  s' avviano  pianpiano  alla  chiesa 
girando  attorno  sguardi  sdegnosi  e  senza  brio. 

Pur  non  ostante,  alcune  si  sofiermarono  per  indicarci 
le  guide  più  esperte  della  grotta  cristallizzata.  Queste  fi- 
glie di  Arianna  mi  parvero  svogliate,  fredde  e  per  la  mas- 
sima parte  bionde .  Le  donne  di  Nassos  sacrificavano  una 
v<rita  a  Giunone,  la  quale ,  volendo  ricompensare  la  pietà  lo- 
ro, abbreviò  ad  esse  il  periodo  della  gravidanza;  dappoi  quel 
tempo,  ed  in  ooor  di  Semele  superba  madre  di  Bacco ,  le 
donne  di  Nassos  partoriscono  tutte  o  quasi  tutte  alPottavo 
mese!  Io  non  saprei  veramente  su  quale  antica  testimo- 
nianza potessi  appoggiar  questa  tradizione  riportata  dal 
buon  arcivescovo  Melezio ,  narratore  un  po^  troppo  credu- 
lo ,  ma  divertevole ,  delie  greche  leggende . 

Airultimo  villaggio  di  Fiioti,  lessi  non  senza  difficoltà 
una  epigrafe  che  aveva  appartenuto  ad  un  tempio  di  Gio- 
ve pastore.  Quivi  cominciai  a  salir  per  viottoli  di  bosca- 
iuoli, tracciati  sui  fianchi  di  quelle  alture  dirupate;  tra- 
versai botri  e  alcuni  rari  fili  di  acqua ,  cui  i  Greci  dei  no- 
stri di,  siccome  i Greci  antichi,  danno  nomi  altamente  so- 
nori. Misi  poscia  il  piede  a  terra  per  giugnere  alla  som- 
mità spianata  della  montagna:  colsi  allora  un  grazioso  fio- 


224  MARCELLUS 

re ,  quasi  senza  stelo ,  illanguidito  presso  al  suolo  :  le  mie 
guide  lo  chiamarono  krinaki ,  vale  a  dire  picciolo  giglio  • 
Questo  giglio  non  era  cilestre  come  gli  occhi  di  Elena  (  es- 
pressione del  Chateaubriand),  ma  piuttosto  roseo  come  la 
guanica  di  Arianna.  Lo  riveggo  ora ,  pallido  e  secco  fra  due 
pagine  àeìValbum  dovMo  prendeva  i  miei  appunti  ;  mi  re- 
sta di  lui  la  sola  forma  e  il  ricordo  della  sua  bellezza , 
quando,  ai  primi  raggi  del  sole,  brillava  sotto  le  stille  ru- 
giadose nella  valle  di  Zia . 

Hkfassisi  al  sommo  del  monte,  recapi  tolando,  per  dir  così, 
sulla  cima  della  più  bella  fra  le  Gicladi,  tutte  le  isole  sue 
sorelle  eh"*  io  contava  cogli  occhi .  Miconi  e  Delo,  ch^  io  ri- 
conosceva con  gioia  ;  Patmos,  Amorgos,  Kio,  Stenusa,  Ni- 
karia  e  tante  altre  ...  —  Nassos  è  quasi  tonda  :  il  solo  suo 
porto  è  piccolo  e  malsicuro  ;  il  resto  della  marina  è  quasi 
senza  ancoraggio  ;  roccie  di  granito  e  di  marmo  che  ne 
coronano  il  ricinto,  ne  fanno  Taspetto  aspro  e  selvaggio, 
come  r  isola  dei  Feaci ,  ove 

Porto  capace  di  navigli  o  seno 
Non  vi  s'apria,  malittoraìi  punte 
Risaltavano  in  fuori  e  scogli  e  sassi  (1) 

solo  neir  interno  delP  isola,  lunge  dal  mare ,  spiegasi  una 
bella  vegetazione  ;  mi  vedeva  sotto  i  piedi  cominciare  e  fl- 
nire  la  valle  di  Potamia,  tutta  smaltata  di  praterie  e  di  gra- 
tissiroe  ombre . 

Stavamo  per  penetrar  sotto  la  gran  grotta  di  Giove ,  che 
chiamasi  anche  la  groiia  delle  Baccanti^  in  memoria  delle 


'Ah.'  yxra't  7roo€AnT?c  iffav,  vjti/^X'ìt;  te,  i:i'/oi  ti  . 

OULhO,   Odiisca,  canto  V,  v>  401. 


V  lAGGlO 


225 


orgie  di  cui  il  monte  e  gli  antri  di  Zìa  furono  il  teatro 
principale .  Si  accesero  le  torcie  e  ne  fu  fatta  buona  prov- 
visione per  guidarci  lungo  tempo  in  quel  laberinto  natu- 
rale dove  passai  più  d^un^ora  tra  ritto,  carponi ,  e  spesso 
appoggiato  a  pareti  con  super&cie  scintillante .  Io  era  ab- 
barbagliato dai  mille  reflessi  di  quei  cristalle,  più  puri  di 
quelli  di  Antiparos  ]  qui  io  li  vedeva  pendere  dalle  volte,  sur- 
ger dal  suolo,  unirsi  in  archi,  in  sesti  acuti,  in  triangoli, 
sotto  le  forme  più  acuminate  o  più  rotonde .  Ne  staccai  a 
martellate  alcune  lunghe  punte  pallide  come  T  alabastro 
delle  colonne  orientali ,  ed  alcune  altre  foglie  piane ,  fra- 
gili e  quasi  luccicanti  come  specchi.  M'era  cacciato  molto 
in  là  in  quelle  lunghe  e  tortuose  caverne;  più  d^una  volta 
aveva  aflrontato  la  pioggia  delle  acque  bianche  che  s*  as- 
suo  dano  e  si  pietrificano  cadendo  )  ora  quelle  larghe  goccie 
strisciando  le  une  suir  altre  figurano  lancie  lustre  ed  ap- 
puntate; orasi  fermano,  si  dilatano  e  rappresentano  maz- 
zi di  fiori,  festoni  e  grappoli .  Uscii  di  mezzo  a  tutte  queste 
maraviglie  per  una  seconda  via ,  che  viene  a  riuscire  ai- 
Punico  ingresso. 

Rividi  la  luce  con  piacere  dopo  la  mia  escursione  sot- 
terranea, e  andai  a  purificarmi  dal  fango  di  queste  umide 
grotte  e  dal  fumo  delle  torcie,  a  una  fonte  che  chiamasi  la 
fonte  di  Arianna.  L'acqua  scorre  a  stento  sopra  pochi 
ciottoli  coperti  di  borraccina,  e  non  inverdisce  le  erbe  che 
a  una  debolissima  distanza.  A  Nassos  si  parla  d"^ Arianna 
come  di  Omero  a  Scio,  come  dei  cavalieri  franchi  a  Rodi. 
Poiché  sono  in  Nassos  e  vengo  di  Creta,  bisogna  pur  che 
io  parli  anche  d'Arianna.  E  veramente  scesi  quelle  me- 
t  desime  montagne  dirupate  che  la  trista  Arianna  aveva 
t  salite  per  interrogar  cogli  sguardi  la  vasta  superficie  dei 


IV. 


29 


226  HARCBLLUS 

*  mari  (1)  ••  Tutta  volta,  debbo  dir  per  la  verità,  fra 

....  Le  figlie  e  le  madri  degli  eroi 
Di  cui  r  imago  come  lieve  sogno 
Mi  volavano  attorno  (2)  .... 

io  queste  classiche  regioni  la  sorella  di  Fedra  non  fu  mai 
la  mia  favorita  ^  ed  io  cerco  tuttavia  a  capire,  come  una 
donna  cosi  perfettamente  sensibile  quale  fu  V  amante  di  Te- 
seo, potè  scegliere  per  consolatore  il  Dio  del  vino. 

Sceso  dalla  montagna,  ripresi  addirittura  la  via  della  cit- 
tà senza  tornare  a  Langadia.  Quel  giorno  pranzai  dair  ar- 
civescovo latino,  che  dovetti  lasciar  tosto  per  andare  a  ri- 
cevere in  casa  la  visita  delF arcivescovo  greco.  Questi, 
giovine  dignitario,  conoscendo,  per  via  delle  rivelazioni 
de^  suoi  confratelli  del  Sinodo,  la  mia  intimità  col  patriar- 
ca Gregorio,  mi  fece  alcune  onorificenze,  e  si  compiacque 
dare  udienza  alle  parole  di  concordia  che  gli  feci  suopare 
agli  orecchi  a  nome  del  suo  venerabile  capo .  I  primati  di 
Nassos  vennero  poscia,  e  finalmente  comparve  Pabate  Mo- 
the,  cui  io  doveva  pur  fare  alcune  scuse,  e  ringraziamenti 
polla  sua  poesia  improvvisata  ;  egli  mi  stese  cordialmente 
la  vecchia  mano,  che  da  buon  compatriotta  gli  strinsi ,  e 
e  mi  trattenni  un  pezzo  seco,  senza  diffidenza  e  senza  al- 
tro pensiero.  Gli  parlai  di  tornare  in  Francia.  »  So  benissi- 
mo, diss'egli,  che  noi  ci  siamo  ora  presso  a  poco  tollerati. 


(l)  AC  ium  prcniptos  tristem  conscendere  moolcs , 
Unde  aciem  in  pelagi  vastos  protenderei  sstus . 


Catullo,  Tch,  e  ptlco. 


(2)  .  .  .  TQvTc  oyftiGoc,  àn-onrxfts'vjj  TrETrorr.Txi .  .  . 


*0ff<Ta5  rì^difa-j  àAo;fovc  Wov ,  rt^ì  SvyxToac  • 

Omero,  Oilissi-a,  canto  \i,  v,  221  ei  32if 


VIAGGIO  227 

»  ma  chi  sa  se  questi  tempi  dMndulgenza  dureranno? 
»  D'altronde, non  son  giovine:  e,  siccome  dice  Pantico 
t  poeta  greco, 

Le  mie  forze  tutte 

Sono  inferme,  mio  caro  ;  il  pie  va  lento  ; 

Dispossato  mi  pende  dalie  spalle 

L' un  braccio  e  l' altro  •  Oh  !  giovine  foss'  io  1  (1) 

»  Resterò  dunque  a  Vassos ,  non  rimanmi  da  far  altro  di 
•  meglio.  > 

Partii  per  Sira  verso  la  notte ,  in  una  barca  n^enata  da 
Nassiotti:  i  miei  marinai  vollero  fermarsi,  quasi  uscendo 
dal  porto,  all'ombra  dell'atrio  quasi  rovinato  del  tempio 
di  Bacco,  che  avrei  avuto  agio  di  misurare  a  mio  comodo; 
ma  aveva  veduto  tanti  disegni  di  quei  resti,  ne  conosce- 
va già  tanto  bene  le  proporzioni  (che  non  hanno  nulla  di 
pregievole),  aveva  tanta  poca  voglia  di  aggiugnere  una 
nuova  descrizione  o  una  ingegnosa  soluzione  alle  moltiplici 
conghietture  degli  antiquarii,  ch'io  mi  limitai  a  fare  il  giro 
de'  pilastri  fra  gli  arbuscelli  spinosi  di  questo  picciolo  pro- 
montorio, e  a  veder  il  sole  coricarsi  dietro  le  cime  lonta- 
ne di  Citno  e  di  Serifo, 

Perchè  a  voler  parlar  di  tutti  quanti 
Sarebbe  il  parlar  lungo,  e  il  tempo  poco  (Ì)  . 


(1)  Où  yàp  ir*  tfxntiat  yuta,  ^tXoc,  woJec,  ow^'  in  X^'i^^» 

Omero,  Iliudi-,  raniu  ^X1I1,  v.627. 

(2)  Machiàvkllo  ,  L'Asino  d'Oro ,  cap.  vi. 


228 


ARCELLDS 


Passai  la  notte^  sdraiato  sopra  dei  cespi  di  assenzio  marino 
poco  distanti  dalla  barca. 

Goll^  alba  ricominciò  il  mio  viaggio,  che  fu  felice . 

Trovata 

La  nave  ,  a  entrarvi  e  disnodar  la  fune 

Confortava  i  compagni ,  ed  i  compagni 

V  entraro  e  s^  assidean  sui  banchi ,  e  assisi 

Fean  co'  remi  nel  mar  spume  d' argento  ; 

La  Dea  possente  ci  spedi  un  amico 

Vento  di  vela  gonfiator  ,  che  fido 

Per  l' ondoso  cammin  ne  accompagnava  (2)  . 

Questa  dolce  navigazione  mi  rammentava  la  Propontide 
e  i  caicchi  leggieri  del  Bosforo  :  cosi  giugnevamo  rapida- 
mente sopra  Sira,  di  cui  scorgeva  di  già  le  cime  verdeggianti. 
Tutto  ad  un  tratto  un  vento  gagliardo  di  maestrale,  soffian- 
do daUe  montagne  delF  Attica,  venne  a  sconvolgere  e  ad 
imbrunir  le  onde .  Nel  tempo  stesso  negri  nuvoloni  ci  na- 
scosero le  isole  dovMo  voleva  approdare,  né  c|  lasciarono 
più  veder  altro  che  quella  dalla  quale  usciva.  II  tuono  e 
vividi  lampi  fecero  piena  la  tempesta .  Anche  meno  sarebbe 
bastato  per  spaventare  i  marinari .  Essi  fuggirono ,  senza 
darmi  retta,  fin  nella  rada  di  Paros*,  tre  ore  d'un  celere 
viaggio  vi  ci  ricondussero  :  in  questo  modo  io  aveva  per- 
duto il  giorno  tutto  quello  che  aveva  guadagnato  la  notte  ; 


(2) , Yidì  yoL'inwì 

"Ettàsto  vriv£uir,j  xaifinist  ^s  xuftara  iai^uv, 
o(  0  fTr  tpniià 

Ombro,  OtUssca,  canto  xii,  t.  168. 


VIAGGIO  229 

opera  a  rovescio  di  quella  di  Penelope ,  ma  contrattempo 
assai  comone  pei  marinai . 

Toccando  la  riva  di  Naussa  licenziai  la  barca  nassiot- 
ta  e  noleggiai  un  battello  genovese,  a  mezzo  ponte,  più  for- 
te per  resistere  alle  burrasche  delP  Arcipelago.  Gos\  aveva 
più  fiducia  nel  mio  nuovo  equipaggio  comandato  da  un 
capitano;  non  so  pero  se  convenga  dar  questo  titolo  al  ca- 
po di  tre  uomini ,  uno  dei  quali  era  il  luogotenente  del 
bordo ,  Faltro  il  timoniere,  e  il  terzo  il  più  sciagurato  che 
mai  abbia  abitato  un  fondo  di  cala:  questa  nave,  con  quat- 
tro picciolo  vele,  larghe  quasi  quanto  erano  alte,  dovea 
condurmi  ad  Atene  e  lasciarmi  dovHo  voleva. 

Nel  mio  primo  viaggio  non  aveva  avuto  troppo  da  lodar- 
mi delPospitalità  dei  Pari;  questa  volta,  tradito  dalla  indiscre- 
tezza dei  Nassiotti,  che  fecero  loro  risaltare  la  mia  gran- 
dezza mi  fecero  festa:  uno  dei  primati delP isola,  rivestito 
anche  del  titolo  di  agente  di  Francia,  preparò  per  me,  sotto 
le  volte  della  sna  vasta  casa,  un  solenne  ricevimento.  Di 
subito  mi  condusse  alle  cave  antiche ,  e  ai  nuovi  scavi  che 
forniscono  tuttavia  marmi  alle  tombe  ottomane.  In  segui- 
to, mentre  mi  faceva  passeggiare  dal  forte  dì  Naussa  alla 
chiesa  greca  e  alla  cappella  latina  (  tutti  fabbricati  di 
marmo  poco  degni  di  osservazione) ,  fu  imbandita  una  gran 
tavola,  ed  io  andai  ad  assidermici,  attorniato  dalle  autori- 
tà deir  isola.  In  questo  banchetto,  che  si  prolungò  in  ragione 
diretta  delle  onorificenze  che  mi  si  volevano  fare,  mi  fu- 
rono  fatti  assaggiare  un  dopo  V  altro  i  vini  di  Paros  e  di 
Nassos,  mediocrissimi  secondo  il  mio  gusto,  poi  la  mal- 
vasia del  monte  Ida ,  che  parvemi  eccellente . 

AUe  nostre  ultime  libazioni,  le  signore  della  citta  eransi 
riunite  in  una  seconda  sala.  Le  trovammo  quasi  sdraiate 
sopra  un  divano  che  ne  ricorreva  le  pareti  ;  una  mossolina 


j 


230  MARCBLLUS 

bianca  a  larghe  pieghe  le  ravvolge  come  un  mantello ,  si  ri- 
leva a  modo  di  cappuccio  sulle  loro  teste  ed  è  stretta  ai  reni 
con  un  largo  cingolo  di  cuoio  nero.  Questo  abito,  che  non 
è  senza  grazia,  non  va  più  giù  del  ginocchio;  qui  comin- 
ciano calze  grossolane  di  lana,  rosse  od  azzurre  che  avreb- 
bero guasto  la  gamba  di  Venere . 

Sotto  quella  foggia,  notai  molte  donne  d^un  personale 
elegante,  e  d^  un  colorito  che  il  cocente  sole  di  Grecia  non 
aveva  sfiorato .  Nella  serata,,  una  di  esse  alzandosi  in  tuonò 
un  canto  assai  patetico  ;  di  subito  tutti  i  cappucci  furono 
rovesciati  sulle  spalle  e  lasciarono  brillare  graziosi  sem- 
bianti, occhi  quasi  tutti  cilestri,  fronti  ornate  di  treccie  di 
capelli  nerissimi.  Fu  fatto  cerchio;  uomini  e  donne  si  me- 
scolarono senza  dividersi  per  coppie . 

Da  principio  la  marcia  fu  lenta  e  trista;  era  questo,  mi 
fu  detto,  il  ballo  di  Arianna,  e  T esordio  esprimea  il  do- 
lore della  amante  abbandonata:  poco  dopo  venne  la  gioia 
air  arrivo  dì  Bacco  ;  allora  molte  donne  cantarono  insieme, 
e  siccome  il  moto  raddoppiava  di  prestezza  fui  pregato  di 
far  parte  della  catena,  che  si  prolungò  eziandio  di  due  vec- 
chi che  mi  stavano  seduti  accanto:  ci  intrecciammo  a  modo 
delle  isole ,  cerchiando  colle  braccia  le  due  ballerine  più 
prossime ,  ma  dando  la  mano  alle  loro  due  vicine  •  Allora , 
Pondulamento  di  questa  spezie  di  romaika  si  fece  più  ce- 
lere; giravamo  attorno  alla  stanza,  ricondotti  a  tempo  dalla 
voce  delle  donne  che  alternavano  i  canti  ;  ma  questo  ballo 
non  perse  mai  una  spezie  di  gravità.  A  poco  a  poco  cessò;  i 
cappucci  si  rialzarono,  ci  dicemmo  addio,  ed  io  restai  nella 
sala  deserta ,  dove  fu  messo  su  un  letto  per  me  sul  divano. 
L'indomane  ,  7  settembre,  m'imbarcai  sulla  mia  tartana 
genovese  :  ribelle  ai  remi,  ella  andava  col  vento  ;  fu  d' uo- 
po dunque  aspettare  qualche  alito  favorevole  sotto  la  punta 


VIAGGIO  231 

di  Paro.  À  mezzogiorno  facevamo  via ,  e  rasentavamo  uno 
scoglio  di  culi  picchi  acati  e  la  base  rappresentavano  sif- 
fattamente una  grossa  nave  di  fila,  che  nella  guerra  del 
1770  una  fregata  russa  durò  a  sfolgorarlo  colle  artiglie- 
rie per  tutta  una  notte!  —  E  qui  pure  io  ritrovava  Omero: 
Giove  non  consiglia  forse  Nettuno  a  voler 

la  nave. .  .  . 

convertirla  in  sasso 

Che  di  naviglio  abbia  sembianza  ,  e  oggetto 

Sì  mostri  a  ognun  di  meraviglia  ? (I) 

Alle  tre,  un  superbo  eclisse  del  sole^  il  capitano  erasi 
munito  di  vetri  affumicati  per  osservarlo  con  comodo ,  e 
ciò  mi  dette  una  grande  idea  della  sua  perizia  nautica . 
Io  mi  posi  sul  ponte  della  barca ,  dove  tenni  dietro  gra- 
do a  grado  agli  effetti  bizzarri  delP eclisse:  il  sole ,  cosi  ri- 
splendente su  quei  mari,  si  cuopre  a  poco  a  poco  di  un 
velo;  le  isole  di  Serifo  e  di  Thermia,  che  scorgevamo  da 
lungo  come  nuvoli ,  dispaiono  g  radatamente;  le  onde  si  os- 
curano; alcune  stelle  scintillano  nel  cielo;  la  luce  scemata 
getta  una  tinta  di  corruccio  attorno  a  noi .  —  lo  provo  una 
sensazione  penosa;  parmi  voler  correre  in  aiuto  di  quel 
sole  pallido  e  malato,  Laboranti  succurrere  Iuìkb  (2)  :  ma 
la  mia  compassione  cessa  allorquando  Tastro  vincitore  ver- 
sa nuovi  torrenti  di  luce,  e  dispiega  tutto  lo  splendore  dei 
suoi  raggi  rigenerati.  —  Giungo  nel  porto  di  Sira  verso 


'1) Oiévac  /tOov.  .  .  ' 

ìir,t  hfjY,  «à/.ov,  iva  OxvaxT'JwTtv  à-zvTSv 
"k'jQ  piare  01. 

OMERO,  Olm'^,  «Millo  \ltl,   V.    I.J7. 

(i)  GiovEiiALE,  Satira  VI. 


232  MABCELLOS 

mezza  notte  :  alcuni  fuochi  accesi  dai  custodi  delie  vigne 
brillano  sulle  alture  delF  isola ,  siccome  stelle  nascenti  al- 
l''orizzonte. 

Il  di  8,  andai  di  buon  mattino  alla  città  che  siede  sopra 
acute  roccie  :  quivi  non  giungo  affatto  straniero  -,  V  agen- 
te di  Francia  è  un  antico  corriere  delP  ambasciata  •  Incon* 
tro  per  via  alcuni  servitori  che  s^  affollano  nei  palazzi  eu- 
ropei di  Costantinopoli ,  e  tornano  a  passare  i  loro  vecchi 
anni  in  patria-,  mi  riconoscono  e  fanno  a  gara  ad  offerirmi 
ospitalità.  La  popolazione  di  Sira,  centro  delle  Gicladi, 
ha  passione  a  viaggiare.  Le  giovinette  dellMsoIa  recansi 
anch'esse  per  cara  vane  tutti  gli  anni  alla  gran  città  per 
servirvi  le  signore  di  Pera ,  e  queste  relazioni  periodiche 
non  hanno  mancato  di  alterare  la  semplicità  e  la  purezza 
dei  costumi  isolani.  Quasi  tutti  i  Greci  di  Sira  sono  cat- 
tolici :  andai  a  vedere  il  vescovo  latino ,  mia  vecchia  re- 
lazione; ei  mi  mostrò 9  sotto  il  portico  della  sua  chiesa, 
una  pila  da  acqua  benedetta,  piedistallo  d'Anna  statua  anti- 
ca, e  pella  città,  avanzi  di  vecchi  marmi  ed  epigrafi  tumu- 
larle .  Mi  fece  poscia  condurre  dal  suo  epUropos  (  cancel- 
liere laico)  sull'altura  dei  Cinque  Molini^  donde  scorgeva 
ancora  lo  scoglio  di  Serifo,  già  popolalo  delle  vittime  di 
Tiberio,  e  T ombra  di  Gitno,  celebrata  per  le  sue  acque 
calde.  Dopo  una  corsa  di  due  ore  attorno  agli  orli  spazio- 
si di  Sira, me  ne  tornai  al  porto;  e  ripigliando  il  model- 
la mia  navigazione ,  avevo,  già  prima  della  notte,  girata  la 
puqta  meridionale  dell'isola. 

Il  di  9,  mi  soffermo  sul  far  del  giorno  in  una  cala  del- 
l' isola  di  Zea ,  alle  falde  del  monte  Marpeso  che  mi  provo 
a  salire:  quest'alta  collina,  cui  fu  dato  il  nome  della  ce- 
lebre montagna  di  Paro,  lascia  pure  vedere  alcuni  fran- 
tumi di  marmi  e  di  crislalli.  Mi  fermai  nella  mia  peno- 


VIAGGIO  131 

sa  passeggiata,  appena  potei  dominar  coli' occhio  la  città 
dì  Coreso,  posta  salla  riva  del  mare ,  e  le  rive  d' un  tor- 
rente dalle  profonde  rupi,  che  devasta  nell^iaverno  le  cam- 
pagne di  Zea,  sotto  il  bel  nome  di  Bnme  Elissos. 

Io  mi  rimbarco  :  e  passando  con  un  vento  favorevole 
di  oriente  lo  stretto  che  mi  rimane  a  varcare ,  giro  la  pun- 
ta  della  Macronesa^  che  appellasi  anche  Cranae ,  io  osse- 
quio d'un  epiteto  d'Omero:  isola  testimone  della  prima 
infedeltà  di  Eleoa,aI  dir  di  certi  autori,  o  sivvero  della 
seconda,  al  dire  di  alcuni  altri. 

Tocco  finalmente  l'Attica,  egetto  l'ancora  all'ombra 
del  capo  Sunio.  Il  sole  illumina  ancora  le  antiche  colonne 
del  tempio  di  Minerva  :  —  io  mi  slancio  sulla  riva . 


GRECIA 


J.      .        «♦        •     '  •  . 


•  i'    *  M'J  I'.        'I      A      1  .< 


CARTA   DKLL*  ATTICA 


f 

L 


<.  . 


AOITTA  'jj-a  atjiao 


CAP.xxn. 

l'attica—  il  capo  SOSIO 
IL  PIREO — ATENB 


LllElIt,  Poni»  UlÓH 


ì  L'ANDO  io  saltava  di  gioia  cosi  al- 
1  Li  vista  del  capo  Sunio,  era  gio< 
vane,  caldo,  avido  d'iolerroga- 
Capo  snnio  cc  quolle  coDtrade  tanfo  piene  di 

ricordi  del  tempo  che  fu  ;  ardeva  di  vedere  se  ì  promon- 
torit  e  le  campagne  d'Alene  erano  veramente  tali  qua- 


238  MARCBLLUS 

li  me  le  rappresentava  la  mia  fantasia  classica.  Un  solo 
uomo,  e  quest^uomo  m^ aveva  fatto  dimenticar  tutti  gli 
altri  viaggiatori  9  traversando  il  Peloponneso  per  anda- 
re ad  adorare  il  gran  sepolcro ,  aveva,  passando ,  raccon- 
tato  al  secolo  decimonono  la  Grecia ,  la  sua  desolazione 
e  le  sue  ruine  ;  resta  allora  qualche  cosa  da  dire  su  quella 
terra,  che  era  tuttavia  per  me  la  patria  di  Socrate  e  di 
Leonida . 

Ma  oggi  che  il  sogno  dello  Chateaubriand  si  è  realiz- 
zato, che  t  le  vie  sono  aperte,  gli  alberghi  fabbricati, 
t  che  i  Agli  di  tutta  T  Europa  possono  imparare  airuni- 

•  versità  d^  Atene  il  greco  letterale  e  il  greco  volgare; 

•  quando  una  folla  di  Svizzeri  e  di  Tedeschi  si  mescola 
»  agli  Albanesi  (1)  ;  •  finalmente  quando  tutti  viaggiono 
e  che  quasi  tutti  scrivono ,  che  rimane  da  fare  ?  Se  le  co- 
se vanno  in  seguito  come  per  lo  passato  (  e  perchè  nò7  ), 
ogni  casale  greco  o  turco  avrà  il  suo  storico,  ogni  Bedui- 
no il  suo  biografo.  In  questa  occasione,  siccome  in  mol- 
te altre ,  la  stampa ,  *  questa  fonte  sempre  versante  bugie 
senza  numero,  t  come  la  chiama  il  Cooper  —  Everbubbling 
spring  ofendless  lies  (2),  —  la  stampa,  dico,  prodiga  anzi 
che  benefica,  dà  al  pubblico  molto  più  ch^einon  chiede: 
in  questo  modo  tutto  è  conosciuto,  ridetto,  vecchio,  fin' an- 
che queste  riflessioni,  che  sono  una  spezie  di  reminiscen- 
za, e  che  io  credo  aver  lette  non  mi  rammento  più  in  qual 
giornale  periodico. 


(1)  Veggasi  ntWIUnerario  quel  sogno  tanto  strano  che  data  dal  1806.  Pro- 
digiosa Intuizione  del  genio  !  Era  dato  allo  Chateaubriand  di  esser  profeta,  an- 
che In  sogno .  /  sogni  vengono  da  Dio ,  dice  Omero  :  Kac  yap  r'  o va/9  sx 
Aid'c  l'ffTiy . 

(s)  COOPER' s,  Works,  Progress  of  errour. 


Y1AG610  239 

All'^epoca  felice  del  mio  viaggio ,  nulla  aveva  peranche 
raffreddato  il  mio  entusiasmo.  Corsi  al  tempio  di  Sunio 
alla  voce  di  Platone ,  soprannominato  divino  per  universal 
consmtimento  ^cui  ninno  ha  osato  contrastar  gli  ^  dice  Mon- 
taigne •  Riandava  fra  me  e  me  gli  insegnamenti  della  elo- 
quente sapienza ,  e  credeva  vedere  il  venerabil  filosofo  as- 
siso air  ombra  delle  colonne  di  Minerva,  stendermi  le  brac- 
cia e  chiamarmi.  Io  traversai  di  subito,  per  sentieri  appe- 
na tocchi ,  dei  boschi  di  guerci  vallonifere  e  di  citisi  ; 
ma  poi,  per  salire  il  promontorio  scosceso,  non  trovai  piìi 
traccia ,  non  trovai  più  strada .  Mi  procurai  un  aspro 
passaggio  attraverso  cespugli  spinosi  e  bronchi ,  abbran- 
cando colle  mani  talora  insanguinate  i  rami  degli  arbo- 
scelli, dei  mirti,  e  gli  angoli  taglienti  delle  roccie.  So- 
litudine dovunque,  dovunque  silenzio:  io  non  sentiva  al- 
tro che  il  rumor  dei  miei  passi ,  e  del  mio  respiro  affanna- 
to; soltanto  ,  quando  giunsi  a  toccare  i  primi  rottami  del 
marmo,  una  brigata  di  pernici  mi  fuggi  fra  i  piedi,  e  an- 
dò a  posarsi  negli  scopeti  vicini ,  lasciandomi  solo  con  Mi- 
nerva e  colmici  pensieri  • 

Qual  omaggio  pomposo  alla  dea  protettrice  dell*  Attica  ! 
Quelle  grandi  colonne  di  marmo  bianco  dominavano  da 
lunge  i  mari  sottoposti  alle  leggi  d^ Atene,  e  cuoprivano 
quasi  di  un^ egida  le  isole  soggette.  Oggi  il  tempio  io  rui* 
na  è  ridotto  un  segnale  pei  naviganti  smarriti,  e  un  rifu- 
gio di  pirati.  Altra  volta  le  nazioni  si  affollavano  alla  sua 
ombra ,  ora  fuggono  i  suoi  scogli  e  le  «uè  solitudini  I  —  lo 
m'* assisi  presso  un  frantume  di  marmo,  in  mezzo  delle 
erbe  ingiallite.  Stava  di  sopra  al  mare  pia  alto  della  casa 
del  Tasso  sulle  onde  di  Sorrento  ;  e  lo  scoglio ,  anche  più 
perpendicolare ,  celandomi  la  base  lasciavami  scorgere  sol- 
tanto un  abisso  pauroso. 


240  MABCBLLUS 

Stavami  ÌDDanii  V  isola  d'Elena,  Andrea  dai  floreali  vi- 
gneti ,  Giaro  tristo  e  deserto  ^  e  in  lontananza  le  ombre 
delle  Cicladi .  Il  mare  placido  e  quieto  stendeva  sotto  gli 
ultimi  raggi  del  sole  le  sue  vaste  pianure,  solcate  dalle 
liste  azzurrine  delle  sue  correnti .  Di  tanto  in  tanto,  leggie- 
ri aliti  vespertini,  troppo  deboli  per  imbiancar  le  creste  dei 
flutti ,  increspavano  le  onde  che  rendevano  scure  in  pas- 
sando.  Questi  soffi,  giunti  alla  riva,  facevano  smuovervi' e 
stormire  le  foglie  dei  platani  di  Sunio,  senza  agitarne  i 
rami,  lo  respirava,  in  queste  brezze  balsamicbe,  le  ema- 
nazioni deir  isole ,  la  freschezza  delle  onde ,  e  il  profumo 
dei  mirti  fioriti  ai  miei  piedi. 

Mi  lasciai  andare  tutto  intiero  alle  delizie  delle  mie  sen- 
sazioni patetiche  e  di  quella  felicità  contemplativa  •  Il  so- 
le ,  coricatosi  dietro  le  cime  del  monte  Laurio ,  avea  dato 
luogo  al  crepuscolo ,  il  crepuscolo  alla  notte ,  ed  io  pensa- 
va ancora  :  uno  scoppio  che  veniva  dalia  baia ,  dove  co- 
me un  punto  nero  scorgeva  legata  la  mia  barca,  mi  scos- 
se dalla  estasi  poetica  ;  era  un  colpo  deU^  unico  nostro 
cannone,  e  mi  spiegava  F inquietudine  del  mio  capitano. 
Obbedii  alF ordine  di  ritirata,  e  con  pena  riguadagnai  la 
riva  e  la  tartana  .  I  vapori  della  sera  s^  erano  dissipati ,  la 
notte  brillava  di  stelle  ;  feci  stendere  la  materassa  sul  pon- 
te,  e  m'  addormentai  in  faccia  al  tempio ,  pensando  tutta-  | 
via  a  Platone  ed  a  Minerva.  i 

Non  stette  guari  a  sorprenderci  in  quegli  ancoraggi  so- 
litarii  un  alternar  di  remi  battuti  che  ci  si  avvicinava; 
quasi  subito  la  tartana  fu  avvicinata  da  una 

Rapida  nave,  cui  robuste  braccia 

E  nerborute  davnn  moto  ......  (1) 

(l)^y>  0&À>  8v  J*  àvd'pt;  «Tav  nolitq  re  xaì  «V9>ot. 

Omero  ,  Inno  ad  Apollo ,  v.  302. 


!  VIAGGIO  U\ 

U  capitano  fa  presto  a  dirmi  sotto  Toce^  che  oravamo  as«        \ 
saliti  dai  corsali ,  e  che  la  loro  moltitudioe  ci  avrthhe  fat*        i 
to  resistere  ioatilmeote;  m^ assisi  perciò  sopra  un  hancoi        | 
aspettando  il  mio  destino.  Ma i  pirati ^  poco  curavansi  di        | 
spogliarci  :  io  volsi  loro  la  parola  in  greco  ^  né  stetti  trop*        ) 
pò  a  capire  ch^ essi  avevano  paura  di  noi,  quanto  noi  di        I 
loro  9  e  tutto  male  a  proposito  :  eri  un  l>attello  menato  da 
sei  giovani  marinai ,  un  rti$ ,  o  timoniere,  con  mustacchi 
bianchi,  e  tre  passeggieri  ;  partiti  dappoi  un  mese  da  Rodi 
per  Tessalonica,  andavano,  sema  carta  e  sema  bussola,  da        j 
unMsoIa  air  altra  a  seconda  del  vento,  e  poco  incuranti  |)er        i 
servirsi  spesso  del  remo  •  I  marinai  mi  domandarono  su 

i  quali  coste  eravamo,  se  I^ ancora;;gio  era  sicuro,  e  se  po- 
teva dar  loro  qualche  direzione  pel  rimanente  del  loro 
viaggio:  io  aveva  una  buona  carta geograOca  nel  mio  por- 

I  tafoglio ,  e  vi  cercai  tutte  le  notizie  utili  al  loro  itinerario . 
Del  rimanente,  parvemi  molto  curioso,  che  un  selvaggio  na- 
tivo deirAquitaoia  insegnasse  la  via  della  Tessaglia  a  del 
Bodii:  sapientissimi  navigatori  deir Arcipelago  antico  (1). 
Appena  il  sole  gittò  sul  mare  lunghe  traccie  della  sua  luce 
verso  le  alte  colonne  di  Sunio,  m^allontanai  dalla  riva,  do* 
vela  mia  barca  era  tuttavia  nelPombra,  lasciando  il  servi- 
tore a  bordo.  Detti  al  capitano  le  mie  istruzioni  nautlctie  | 
gli  ingiunsi  di  passare  fra  il  capo  Laurio  e  Pisola  di  Pa- 
troclo, di  girare  piccolo  isolotto  d^Axema,  e  di  aspettar* 
mi  in  faccia  di  Eleusi,  in  una  cala  angusta  dove  altra  volta 
dovea  trovarsi  il  villaggio  d^Egilia,  alle  falde  d^uoo  dei 
fianchi  del  monte  Imeito*  il  vento  di  terra,  che  sofliava, 


nr*  31 


242  MARCBLLUS 

dovea  fargli  facile  qaesto  tragitto.  Io  promisi  di  farmi  tro- 
vare a  Egilia  verso  mezzo  giorno ,  calcolaBdo  che  non  mi 
occorrerebbe  maggior  tempo  per  varcare  le  ultime  altu- 
re del  Laurto. 

Il  capitano  azzardò  certe  obbiezioni;  dicendomi  come 
Mercurio  ad  Ulisse  nell^  isola  di  Circe  : 

Perchè  ignaro  de'  luoghi  e  tutto  solo 
Muovi  COSI  per  queste  balze  a  caso  (1)  ? 

Ma  io  non  badai  alle  sue  osservazioni  ;  poiché,  almeno  una 
volta  nella  mia  vita,  volli  profittare  sulle  colline  delP  Attica 
di  una  di  quelle  mattuiate  di  settembre ,  cosi  favorevoli 
alla  caccia ,  di  cui  sapea  tanto  bene  godere  pelle  pianure 
del  mio  paese.  D^  altronde ,  non  so  qual  istinto  m^  avver- 
tisse che  Mmerva  aveva  lasciato  qualche  impero  a  Diana 
in  queste  solitudini  (2)  • 

Mi  cacciai  nel  bosco  collo  schioppo  e  col  cane.  Era  la 
stagione  in  cui  le  quaglie  viaggiano  in  numerose  brigate  sa 
tutte  le  coste  marittime  ;  ne  vidi  molte  fra  le  folte  erbe 
delle  radure;  poi  tortorel^e,,  anch^esse  di  passaggio  che 
volavano  a  coppie.  Nulla  stoppose  ai  miei  piaceri,  che  era- 
no variati  da  altre  brigate  di  pernici  ed  anche  da  lepri ,  e 
traversai  cosi ,  correndo  dietro  alla  mia  preda,  le  alture 
che  separano  il  Sunio  dal  golfo  di  Atene  • 

La  vegetazione  era  in  tutto  il  suo  lusso;  calpestava  pra- 
terie che  la  faJce  non  ha  mai  tocche .  Sotto  lunghe  gra- 


(1)  Un  ^*  aCiT&j;,  Uff^vi ,  ii  axciac  ipyjat  cioq 
XfktpO'j  òìi^piq  idtv  ; 

Ombro,  OdìMea,  lib.  x,  ▼.  181. 

(2)  Experiérisnon  Dtanam  magis  monHbutquam  Minervmm  inmran, 

PLIHIOy  llli.  I,  Leu.  6. 


VIAGGIO  S43 

migne  seccate  agli  ardori  del  sole,  brillavano  il  colchico 
violetto ,  e  r  erba  pio  verde  ravvivata  dalle  prime  pioggie 
dell'  autuimo  ;  poi,  botri  carichi  di  olivi  salvatici ,  di  len- 
tischi e  di  cedri  nani  •  Ghirlande  di  viti  silvestri  e  di  pam- 
]Mni  arrossiti  dalla  stagione,  ove  i  tordi  delle  monta- 
gne avevano  lasciato  alcuni  grappoli  d' un'  uva,  intralcia- 
vano quegli  arboscelli  che  insieme  crescevano.  Scesi  fi- 
nalmente le  colline  in  mezzo  a  macchioni  fioriti,  per  sen«> 
fieri  guerniti  di  cisti  e  di  cespugli  rosati  della  centaurea  • 

Giunto  al  pendio  dei  monti  che  s'abbassano  verso  il 
mare  Saronico ,  incontrai  dei  boscaieli  che  mi  rimisero 
in  via  ;  cosi  mi  trovai  presso  alcune  capanne  dove  doveva 
essere  V  antica  Anaflisto  •  Di  quivi,  girando  attorno  agli 
scogli  e  costeggiando  la  riva,  raggiunsi  la  mia  tartana  in 
riposo  dappoi  un  ora  n^la  cala  che  le  aveva  indicata,  e 
subito  spiegammo  le  vele  verso  Atene  •  Distesi  la  mia  cac- 
cia sul  ponte,  scelsi  quel  che  mifparve  più  degno  della 
mensa  del  signor  Fau vel ,  e  il  rimanente  fu  preda  del  mio 
picciolo  equipaggio. 

Infrattanto,  un  vento  di  fuori  ci  spingeva  rapidamente 
Verso  il  Pireo.  Rasentando  ora  la  riva,  davamo  volta  al  capo 
Zoster  e  ne  toccavamo  quasi  le  roccie  di  granito  e  i  suoi 
arboscelli  sporgenti  sulle  onde  ;  tal  altra  volta  scansavamo 
gli  scogli  delle  isote  Phaura ,  Hydrasa  e  le  punte  di  terra 
biancheggianti  che  Serse  fuggendo  dopo  la  battaglia  di 
Salamina ,  avea  prese  nella  notte  per  vele  dell'armata  ate* 
niese ,  e  più  rapido  fuggiva  (1)  j  come  scrive  Erodoto. 


xaì  r/fsuyov  ire  noiXlov, 

Erodoto,  Ub.  viii,  eap.  107. 


2«4  MARCELLTS 

GiuQti  alla  piaggia  di  Àlimos,  facemmo  il  giro  intero  della 
rada  di  Falera  •  Nel  mio  pensiero  io  andava  riponendo  so 
queste  rive  deserte  i  tempi  di  Venere  e  di  Giove;  poi,  pas- 
sando davanti  al  porto  di  Monichio ,  io  entrai  nel  canak 
ehe  conduce  ai  Pireo  9  e  salutai  le  pietre  nere  cbe  porta- 
ne il  nome  di  sepolcro  di  TemiitocU  •  Queste  ruine^  a  fog- 
giadi aliare  —  ^%ifiou^ii;  (1)  —9  non  potrebbero  essere  an- 
che un^  ara  di  Nettuno  dove  i  naviganti  sacrificavano  pri- 
ma di  mettersi  in  via?  E  Teroe  di  Salamina  non  merita 
forse  d^  esser  confuso  col  dio  de^  Mari  ? 

In  pochi  minuti  sbarcai  dalla  tartana,  mi  accomiatai 
dal  mio  equipaggio  genovese,  ed  avviai  per  Atene  il  mio 
servo  e  le  mie  robe ,  dopo  aver  sodisfatto  alle  esigenze 
dei  doganieri  del  Pireo . 

Avevo  spesso  ripetute  le  parole  di  Properzio  nelFat- 
to  di  partir  per  Atene  :  t  Appena  avrò  tocche  le  rive 
t  del  porto  Pireo ,  mi  spingerò  verso  la  citta  di  Teseo , 
»  per  quella  via  cbe  si  divide  in  due  lunghe  braccia  (2)  » 
E  specialmente  avevo  sudato  sul  Giovine  Ànacanij  a  stu- 
diare le  piante  dei  contorni  d^  Atene  e  dei  lunghi  muri'j 
cosicché  ostinatamente  ricusai  una  guida ,  e  sdegnai  per 
fino  di  andar  per  la  via  segnata  !  Fidandomi  alle  mie  me- 
morie, cominciai  ad  attraversare  la  pianura,  facendo  del 
Partenone  come  lo  scopo  della  mia  corsa  in  linea  dritta . 
Finche  non  traversai  cbe  stoppie  e  praterie ,  la  mia  di- 
rezione ebbe  buon  esito  ;  ma  ben  tosto  selve  di  olivi  na- 


(1)  Plutarco,  Viu  di  Temistocto  . 

(2)  .  .  .  Ubi  Ptraei  eapieni  me  lUiora  porius, 
Scandam  §g9  ThéiiOé  brachia  longa  fnae . 

PlOPtftZIO,  lib.  Ili,  El.  21. 


YIA€€IO  2U 

scoodeiidoiiii  il  tempio  di  Minerva ,  deviai  senta  accorger* 
meoe,  e  per  orìzzootarini  cercando  il  letto  del  CeSso  y  | 
caddi  io  paludi  di  coi  il  Giovine  Ànaearsi  non  parla  •  in  | 
snlie  prime  le  credei  racilmente  guadabili ,  e  pieno  di 
scolaresca  vanità,  non  volli  per  onore  rincular  d^  un  pol- 
lice. Mi  cacciai  allora  Trancameote  e  sempre  più  in  un 
suolo  fangoso,  in  mezzo  a  giunchi  e  cespugli  d^  iWs  •  Le 
gambe  erano  già  inzuppate  di  quella  melma  liquida,  e 
non  so  dove  m-avrebbe  condotto  la  mia  sciocca  caparbietà, 
se  una  voce  che  mi  pareva  conoscere  non  mi  si  fosse  fatta 
sentir  da  lontano .  •  .  t  Signor  Marcellus ,  fermatevi ,  qui 
»  non  siete  pelle  vie  di  Costantinopoli  ;  queste  sono  paludi 
t  donde  non  potrete  uscire  se  vi  ostinate  •  Tornale ,  tor- 
t  nate  sulla  strada  buona  »  •  —  Questa  volta  io  non  ave- 
va quasi  più  bisogno  delle  mie  solite  illusioni,  per  credere 
di  aver  sentito  la  voce  di  Minerva*,  imperocché  nulla  v^era 
di  più  prudente  di  quel  consiglio  caduto  dal  cielo;  io  tor- 
nai  addietro  adagio  adagio,  e  scòrsi  sur  una  via  vicina 
alla  palude,  un  Greco  che  mi  seguiva  coir  occhio.  Aveva 
un  cavallo  a  mano,  e  mi  faceva  segni  e  gesti  animatissimi 
da  lontano . 

Appena  mi  vide  in  buona  strada,  venne  a  baciarmi  la 
mano .  »  Effendi ,  mi  disse ,  riconoscete  il  vostro  povero 
»  Yani  ?  Io  che  v'  he  tante  volte  guidato  fra  le  selve  del 
>  Bosforo,  doveva  salvarvi  anche  dalle  paludi  d'Ate- 
»  ne  ».  —Avevo  bisogno  di  questa  voce  e  di  questi  accenti 
fraterni  per  cancellar  la  brutta  vergogna  che  mi  restava 
della  mia  malavventura.  Abbracciai  cordialmente  Yaoi,  e 
volle  ad  ogni  costo  che  il  suo  cavallo  mi  conducesse  (ino 
ad  Atene,  mentr*egli  allegramente  mi  camminava  accanto. 

Yani  era  di  Sira  •  Lo  avevo  trovato  fin  dal  mio  primo 
giugnere  a  Costantinopoli,  colla  livrea  del  palazzo  di  Fran- 


246  MÀRCELLUS 

eia,  ed  io  me  gli  era  affezionato.  Mi  servi  per  un  pezzo  ^ 
e  svelto  ed  astuto  com^  era  lo  aveva  fatto  soprinteodente 
delle  mie  caccie  ;  ma  Yani  9  incostante  come  un  Greco,  o 
come  un  Francese,  si  annoiò  della  vita  monotona  di  Co* 
stantinopoli  ;  volle  riveder  gli  scogli  di  Sira,  e  non  stette 
molto  a  stancarsi  della  sua  isola  natale  :  cosicché,  dandosi 
di  bel  nuovo  alla  vita  dei  viaggi ,  aveva  accompagnato  un 
Inglese  ad  Atene  ;  e  allora  appunto  veniva  da  noleggiare 
una  barca  al  Pireo  pel  suo  nuovo  padrone,  quando  s^  im- 
battè nell^ antico.  Allora  mi  prese  sotto  la  sua  protezio* 
ne ,  ricominciando  il  suo  servigio  come  se  non  Io  avesse 
mai  lasciato  ;  mi  fece  traversare  senza  fermarsi  e  senza 
difficoltà  il  corpo  di  guardia  turco  che  vigilava  alla  porta  di 
Atene ,  e  mi  lasciò  soltanto  allora  che  m^  ebbe  |condotto 
presso  il  signor  Fauvel,  e  posto  sotto  Tombra  della  autorità 
consolare  • 

Di  tutto  quello  che  Atene  doveva  offrire  idla  mia  cu- 
riosità ,  il  signor  Fauvel  era  V  oggetto  ch^io  bramava  più 
ardentemente  di  conoscere.  Nel  mio  pensiero,  il  vecchio 
antiquario  teneva  il  suo  vero  posto  Ti  in  mezzo  ai  grandi 
monumenti  d^  un^  altra  età,  e  sMdentificava  in  qualche 
guisa  cogli  ediflzi  che  doveva  spiegarmi .  lo  me  lo  figura- 
va seduto  alla  porta  di  questo  vasto  museo ,  sotto  la  for- 
ma di  Giove  -  Custode . 

U  signor  Fauvel  m^avea  preparato  nella  propria  casa  una 
camera  accanto  alla  sua  •  Questa  camera  era  il  suo  gabi- 
netto d'antichità  e  la  sua  biblioteca.  Ci  vidi  subito,  come 
neir  Adone  del  cavalier  Marino , 

•     •     .     •     gran  quanlilà  di  libri  iciohi , 
Ch'  avean  mal  conce  e  lacere  le  carte  ; 
Taid  sossopra  in  un  gran  mucchio  accolti  » 


VIÀGGIO 


247 


GiaceaD  negletti  al  suol ,  la  maggior  parte 
Rosi  dal  tarlo ,  e  nella  polve  involti  (1) . 

Più  in  là,  sopra  ogni  seggiola,  eraoo  uno  o  due  fram- 
menti di  marmo  ;  migliaia  di  chiodi  fitti  nelle  pareti  so- 
stenevano  pezzi,  bassi  rilievi  o  gessi  slK)zzati;  negli  angoli 
alcune  statue  non  intere^  sulle  tavole,  medaglie,  arma- 
ture arrugginite,  una  freccia  dei  Persiani  morti  a  Mara- 
tona: tutto  in  una  tal  confusione,  che  Tabile  artista  avreb- 
be solo  potuto  raccapezzarvicisi  •  U  letto  era  appoggiato 
al  muro ,  in  mezzo  a  questi  avanzi  polverosi  ;  e  la  prima 
sera ,  avea  appena  posato  la  testa  sul  capezzale ,  che  sentii 
una  mano  passeggiarmi  fra  i  capelli  j  io  afferrai  quella 
mano  rabbrividito  ;  elPera  di  marmo.  Era  il  braccio  di 
una  statua  di  Venere ,  che,  sospeso  a  un  filo  di  ferro ,  on- 
dulava ancora  lungo  il  muro ,  per  la  scossa  data  da  me 
al  letto  nel  coricarmici . 

Confidai  ciecamente  al  signor  Fauvel  la  direzione  delle 
mie  escursioni  antiquarie .  11  dotto  archeologo  era  grato  a 
questa  sommissione  passiva  tutta  a  prò  del  viaggiatore  : 
ogni  sera  dava  il  piano  di  campagna  per  V  indomane  ;  ora 
seguitando  V  ordine  cronologico ,  mi  faceva  ammirare  i 
progressi  delia  architettura  greca  ;  passava  per  gradi  da- 
gli incunaboli  deir  arte  al  suo  apogeo ,  e  produceva  tipi 
{HTcziosi  delle  fasi  intermediarie.  Ora ,  ricordando  la  ge- 
rarchia mitologica  mi  conduceva  dalle  colonne  di  Giove 
Olimpico  per  tutti  i  monumenti  delle  divinità  secondarie  , 
fino  al  tempio  di  Teseo  semidio.  Altra  volta,  quando  obbe- 
dendo ai  suoi  doveri  consolari  aveva  letto  i  giornali  di 


(I)  Marino  ,  Adone,  Canto  x. 


248  MÀECBLLU9 

Francia  tanto  lenti  a  giugnerci  e  le  parlate  dei  deputati: 
Andiamo ,  dicevami  il  malizioso  vecchio ,  andiamo  al 
Pnyx ,  a  dimenticare  questi  tenebrosi  dibattimenti  al- 
la voce  di  Demostene  »  —  Se  parlavamo  del  commer- 
cio e  dei  prodotti  della  Grecia:  »  Venite,  dicevami ,  allM- 
gora^  ora  bazzarro:  è  pur  sempre  la  stessa  cosa ,  tran- 
ne il  mutamento  del  nome  ;  là  sono  sempre  le  botteghe, 
ma  voi  non  vi  incontrerete  più  quelle  venditrici  di  erbe 
delle  quali  Alcibiade  temeva  le  burle ,  e  che  fecero  ar- 
rossir Teofrastodi  non  essere  Ateniese.  •  •  Vedete,  ag- 
giugneva,  quella  torre  quadrata  con  un  orologio,  nuo- 
va,  pesante,  sgraziata  che  domina  il  mercato?  E  stata 
eretta  da  lord  Elgin ,  come  una  spezie  di  ammenda  ono- 
revole delle  sue  rapine;  ma  non  vi  pare  alFopposito  che 
ogni  ora  ch^ella  batte  debba  ricordarle?  Cade  veramen- 
te a  proposito  di  ripetere  con  lord  Byron  :  Erostrato  ed 
Elgin  sono  per  sempre  immortali  nella  maledizione  degli 
uomini!  e  forse  il  secondo  vai  meno  del  primo?  (1)  Ha, 
a  proposito  del  Biron,  salghiamo  ai  Propilei:  ecco  il  suo 
nome  sopra  una  colonna  del  Partenone  ;  ho  veduto  inci- 
dervi io  stesso ,  colle  sue  mani  quel  sanguinoso  epigram- 
ma contro  il  moderno  Alarico.  Quale  indignazione  bril- 
lava allora  nei  suoi  occhi,  quasi  sempre  melanconici! 
Ho  veduto  anche,  molto  tempo  prima,  un  poeta  meno 
appassionato,  F abate  Delille,  scrivere  alcuni  versi  facili 
ed  eleganti  su  questi  marmi;  non  vi  resta  oggi  altro  che 
il  nome,  eccolo  là,  segnalo  in  caratteri  tanto  regolari  !  ed 


(1)  A]ike  comlemned  for  aye  to  stand  accursed  ; 
Perchance  the  seoond  vller  than  the  first. 

BtROSi'S  ,  Cune  of  Ifioenra. 


VIAGGIO  219 

io  non  riveggo  mai  senza  palpitare  questo  nome  del  pri- 
mo dei  nostri  poeti  francesi ,  che  ha  visitato  e  cantato 
la  mia  Atene  prediletta .  Ero  con  lui  quando  entrai  al 
Partenone  per  la  prima  volta,  né  mai  io  lo  lasciava;  una 
tenera  ammirazione  mi  teneva  attaccato  a  tutti  i  suoi 
passi .  Accanto  a  me  scrisse  le  pagine  ispirate  della  Ima' 
ginazione^  e  mi  insegnava  a  dir,  com^egli,  alla  sven- 
turata Grecia  : 

Del  tuoi  palagi ,  dei  tuoi  templi  sparsi , 
Ogni  avaozo  solenne  in  sua  vecchiaia, 
Sembra  dovunque  ancor  i  luoi  deserti 
Ripopolar    .     .     .     •     (1) 

Qualche  volta,  quando  la  conversazione  face  vasi  meno 
seria,  e  che  io  gli  domandava  schiarimenti  sui  moderni 
costumi  delle  Ateniesi ,  delle  quali  ammiravo  la  bellezza  : 
»  Io  vo^  mostrarvi ,  mi  rispondeva  la  dotta  mia  guida ,  il 
•  loco  dove  io  pongo  la  casa  d^  Aspasia  ;  »  —  e  cammin 
facendo,  il  caustico  narratore  citava  sui  costumi  delle  an- 
tiche protette  di  Minerva,  come  pure  sulla  civetteria  delle 
nuove  abitatrici  d^  Atene ,  certi  tratti  che  valevano  i  dia- 
loghi di  Luciano . 

Mi  lasciai  dunque  andar  senza  ritegno  alla  dotta  dire- 
zione del  signor  Fauvel,  né  con  lui  o  senza  lui  io  faceva 
se  non  ciò  che  mi  diceva  di  fare.  Nella  sua  lunga  spe- 
rienza  egli  aveva  osservato  gli  eflTetti  delle  sue  rovine  sulle 
imaginazioni  dei  viaggiatori;  aveva  calcolato  la  natura 


(I)  Partout  de  tes  pa'ais,  de  tes  temples  épars, 
Quelque  reste  imposant ,  dans  sa  décrépitude , 
Semble  encore  à  lui  seul  peupler  ta  S4)litude .  • 

Delille  ,  I macinai lon  ,  eh.  Vll< 


IV.  32 


2:a) 


HARCELLUS 


delle  impressioni ,  la  portata  delle  remiDiscenze  ;  e  presen- 
tandole con  nna  abile  simetria  9  procurava  a  ciaschedano 
godimenti  particolari,  senza  lasciare  indovinare  il  suo  be- 
nevolo artificio. 

Fin  dal  mio  arrivo,  mi  condusse  al  Partenone, che  me- 
ritava i  miei  primi  omaggi .  Voleva  presentarmi  la  città , 
r Attica  e  le  sue  montagne,  come  si  pone  sott^ occhio  una 
gran  carta  dMnsieme  prima  di  svolgere  le  piante  speciali. 
»  Serbiamo  per  un  altro  giorno  le  particolarità ,  dicevami 
»  il  signor  Fauvel,  stasera  vi  lascio  solo,  né  vò  guastar  la 
»  vostra  prima  contemplazione .  • 

La  scena  era  sublime  :  il  sole  si  coricava  dietro  P  Acro- 
Corinto;  era  Torà  in  cui  Socrate  avea  sorbito  la  cicuta. 
I  miei  sguardi  spaziavano  sulle  vie  d^  Atene,  sulle  sue  tor- 
rette e  i  suoi  giardini ,  sul  tempio  di  Teseo  e  il  suo  pal- 
mizio solitario;  poi  sui  campi  seminati  e  sulle  foreste  di 
olivi  del  CeQso.  Air  orizzonte ,  il  monte  Icaro  ci  cuopri- 
vala  Beozia;  il  mare  scintillava  verso  il  Pireo  e  alla  spiag- 
gia di  Sa  lamina.  Io  volgeva  il  dorso  al  Partenone ,  alFlIis- 
so,  airimetto;  questo  gran  quadro  era  ammantato  d^ una 
luce  cosi  dolce  e  cosi  trasparente ,  il  sole  lo  vestiva  di  co- 
lori di  rosa  cosi  pallidi.  Tarla  era  tanto  pura  e  tanto  leg- 
giera, che  dimenticando  i  ricordi  della  storia  e  i  monu- 
menti che  il  tempo  distrugge,  io  dedicai  tutti  i  miei  pen- 
sieri a  quelle  maravigliose  bellezze  della  Natura  che  il 
tempo  consérvif ,  moltiplica ,  e  di  cui  la  Grecia  offre  do- 
vunque  lo  spettacolo,- attraverso  il  prisma  del  suo  clima 
benefico. 

Dopo  questo  esordimento  il  signor  Fauvel  aprì  subito  il 
giorno  dopo  un  corso  regolare  di  antiquaria .  —  Ma  che 
può  dirsi  di  Atene  alla  giornata  ?  Ogni  trivio  è  stato  fru- 
gato ,  ogni  strada  descritta .  La  città  di  Teseo  ha  i  suoi  ma- 


VIAGGIO  251 

naali  e  i  suoi  Ciceroni  come  Roma  e  Firenze:  ella  era  me* 
no  conosciuta  quando  io  la  percorreva  colla  mia  vecchia 
guida  ;  ma  quelle  lunghe  ore  che  passavo  a  contemplarne 
gli  avanzi,  a  studiarne  la  topografia  antica  e  moderna, 
non  debbono  lasciar  orma  che  nella  mia  memoria.  11  rac« 
contar  tutto  ciò  riuscirebbe  monotono ,  tanto  più  che  ora 
è  anche  superfluo .  Io  mi  limito  perciò  a  poche  note  rapi- 
de, solo  per  non  interrompere  affatto  la  cronologia  del 
mio  viaggio. 

E  di  subito,  il  tempio  di  Teseo ,  il  meglio  conservato  di 
tutti  i  monumenti  greci,  mi  fu  spiegato  da  cima  a  fondo  dal 
signor  Fauvel,  cominciando  dai  bassorilievi  di  Fidia  fino 
alle  tombe  degli  Inglesi,  cui,  da  quaranta  anni  a  questa  par- 
te è  saltato  in  testa  lo  strano  ghiribizzo  di  andare  a  farsi 
sotterrare  alF ombra  e  sotto  la  protezione  del  vincitore  del 
Minotauro .  Sopra  una  colonna  della  facciata  occidentale , 
lessi:  —  De/t7/e,  1784  —  ;  e  una  mano  abile,  quella  dicerto 
d^un  compatriotta ,  avea  cìnto  questo  nome  con  una  ghir- 
landa di  rose ,  scolpita  recentemente  sul  marmo. 

Usciti  dalla  città ,  abbiamo  percorso  le  solitudini  delia 
tribuna  delle  concioni ,  sito  per  lungo  tempo  incerto ,  che 
il  signor  Fauvel  credè  aver  ritrovato  da  due  anni:  le  mu- 
ra delP  Acropoli ,  costruite  o  restaurate  in  tre  epoche  ben 
distinte ,  le  mura  della  città  attuale ,  e  il  monumento  di 
Filopappo  sulla  collina  del  Museo,  spezie  di  specola  cen- 
trale, ci  passano  T un  dopo  P altro  davanti:  riscesi  nella 
pianura  di  Limnea  veggiamo  le  ruine  del  tempio  d^  Escu- 
lapio,  i  resti  del  teatro  e  del  tempio  di  Bacco,  il  letto 
dellMIisso  asciutto  e  poi veroso  allora ,  la  fontana  di  Calli- 
roe ,  r  antica  traccia  delle  sue  cascate,  quando  i  torrenti 
deirimetto,  ingrossati  dalle  pioggie  dMnverno ,  pagano  il 
loro  tributo  ai  suoi  nove  canali  {iy^ià  /&ou>o()  ;  poi  un  tem- 


252  MARCBLLUS 

pio  di  Cerere  ruiaato ,  sono  ora  quarant'anni ,  e  un  altare 
della  Vittoria. 

Finalmente  io  giungo  allo  Stadio:  tutti  i  gradini  di  que- 
stMmmenso  anfiteatro  sono  spariti,  rotti  o  dispersi .  Ram- 
mentasi il  signor  Fauvel  di  aver  veduto  da  giovine  un 
ultimo  pezzo  informe  di  marmo  pentelico,  che  si  potreb- 
be ,  diceva ,  ritrovare  nel  museo  di  Londra ,  e  che  non  me- 
ritava un  viaggio  così  lungo  !  Distinguesi  ancora  la  via 
dei  Carri .  —  Le  fanciulle  e  le  donne  Ateniesi  fanno  oggi  di 
questo  stadio  deserto  un  convegno  superstizioso:  e  quando 
chieggono  al  cielo  un  fausto  imeneo,  il  ritorno  d'uno 
sposo,  o  la  salute  d'un  Aglio,  legata  con  un  filo  cremisi 
una  moneta  in  mezzo  ad  un  fazzoletto  ricamalo ,  vanno  a 
porla  sulla  antica  via  dei  Carri  con  un  poco  di  miele , 
una  tazza  di  latte,  pane  e  mandorle;  poi  se  ne  vanno,  in- 
vocando le  Parche ,  e  dicendo  :  •  Dee  Parche ,  che  presie- 
»  dete  al  fato  delP  Universo ,  vogliate  anche  aver  cura 
•  del  mio  fato.  •  (1)  E  questo  sortilegio,  dove  il  signor 
Fauvel  pretendeva  scuoprire  qualche  lontana  tradizione 
dei  misteri  d'EIeusi ,  è  molto  praticato  in  Atene. 

Tornammo  dal  panteon  d' Adriano  :  così  vuole  il  signor 
Fauvel  che  si  chiami ,  serbando  il  nome  di  Giove  Olim- 
pico per  i  marmi  delP  Agora .  L^archeologo  parlavami 
sempre  con  un  certo  disprezzo  di  quelle  colonne  corintie 
che  farebbero  la  fortuna  e  T onore  d'una  delle  nostre 
grandi  città  francesi  ^  ei  vi  riconosceva  uno  stile  di  deca- 
denza, e  non  passava  mai  sotto  la  loro  ombra  senza  lanciar 
qualche  epigramma  alla  Voltaire  contro  il  dervicco  stili- 
ta  che  abitò  ventanni  la  loro  cima.  Rientrammo  in  cit- 
tà per  la  porta  d' Adriano  ,  ed  ammirammo  sulla  via  la 

(l)  Motore,  oVo'j  f*oi;à^2T€  ròv  xo^j/òv,  fiotfàtirc  xacc/xcva. 


1    r    •»    ^' 


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ACROPOLI    ni    ATENE 


252 


r  LI   r  Si 


pio  di  Cerere  rr 
della  Vittori.' 

FiDalmo- 
sl'imnio 
menta 


.1  *{U  MMfiraiii.i,  {*  un  ai'.M' 


j       ».  j  V    ,        Sa.    .         _. 


ulti' 


':'.»:   (iMi  I  -I  ;  lini  di   ^    •«. 

•  ^  T  \»'lt]io   d'i    u:«'^  !i>t'   un 

I  ■>♦••«.'    I  MLi'liM  •  e  «'^T  lu'i:  II'-- 

Il    i;<>  '    I>'>fu  .'j«»sì  ancora    la   m.i 

!.' e  It»  *  line  \f.'id4'^i  fi.:;,-!  «    /j  .Ji 

•    •  .t  cor^   gnn  i>'*  'crbli/.i.».^u:  cju  i-'o 

.1   liìiislo  i:u'uoo,  il   riln »ì.>    «J'ni'<» 

.  ::n    ^i^lio*  iog.j.'.i   co:i  un  liio  .•.»'?!ii>i 

■l'Ma  .)  nii //o  ail  un  f.izzoli'*>  ric;nn*'».) .  vanr.    .i 

iil»ì  I    \l.i  'I'.  I    C  irri  •  tììj  un  poro  di    ni"  W  . 

♦.  «•  i-.i  mdorlf:  poi  >\?  m»  vann*»^  in 

.  I  •?•:'.  :•  Dee  i*ariÌKS  •  In»  |'n*<io- 

•  tivtT'^o,    vOj^!' i^'  «inr'u.»    a>tr  r'jra 

.    I    r|U4*siv)   soriìle;?ìo,  ..»»>*   il   >Ì4nor 

e  nj(dt(^  pialic  lo  i.!    *  iuw  . 
'  mlittni  «1  Adriano-  «•">.  >'h*\<ì  i   ■''^.  •* 
l  auvcii  cIk    '!  •  hia:iii .  M'iif.    ih'  il    ■.' p'     d«  <ii.u»*  * 'lini. 
»i«  0    peri    •    Mini  «lidi*  A-'M-i .    I '«n-du-c   »«  i»   »r  iri»*  .aiii 


Tom.'  hii» 


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VIAGGIO  253 

oltagona  Torre  dei  Venti ,  com^anche  le  sue  sculture  co- 
lossali. —  Terminò  così  la  prima  giornata  delle  nostre  pas- 
seggiate. 

Due  cani  di  razza  inglese ,  compagni  inseparabili  del 
signor  Fauvel ,  ci  avevano  preceduto  costantemente  nelle 
nostre  escursioni,  fermandosi  da  se  stessi  in  quei  sili  do- 
ve il  loro  padrone  soleva  applicare  i  suoi  dotti  commen- 
tari!, questi  fidi  animali,  nei  quali  P  istinto  stava  a  sup- 
plire alla  scienza,  avrebbero  potuto  servir  anch^essi  di 
guida  in  Atene. 

La  nostra  seconda  giornata  non  fu  di  minore  interes- 
se. Rividi  a  mio  beU^  agio  V  Acropoli  e  tutte  le  sue  ricchez- 
ze :  i  Propilei ,  il  Tempio  della  Vittoria ,  poi  il  Partenone 
in  tutti  i  suoi  avanzi ,  in  tutte  le  sue  fasi  storiche  illu- 
strato dalle  spiegazioni  del  signor  Fauvel.  »  Su  questo  edi- 
fizio  magnifico  ,  dicevami  egli ,  le  opinioni  sono  tante 
quanti  gli  antiquarii  :  ognuno  vuol  avere  il  suo  sistema 
e  la  sua  preferenza.  Un^ artista ,  colpito  da  queste  mae- 
stose mine ,  dirà  sospirando  :  —  Oh  come  gli  antichi 
architetti  erano  grandi  al  paragone  dei  nostri  !  —  e 
un  altro  artista,  perduto  nella  immensa  basilica  del  Va- 
ticano ,  sclamerà  con  trasporto  :  —  Oh  gli  antichi  non 
valevano  noi!  —  Questi  due  uomini,  se  sono  Francesi, 
saranno  genti  da  battersi  o  da  sprecar  botti  dMnchiostro 
per  sostenere  la  loro  asserzione  esclusiva  ;  e ,  pesata  ben 
bene,  a  che  poi  si  riduce  ella?  a  questo  precisamente, 
cioè:  che  gli  antichi  non  costruivano  chiese  sulle  rive  del 
Tevere ,  e  che  noi  non  fabbrichiamo  templi  in  Grecia .  » 
Vedemmo  poscia  i  tre  templi,  quasi  contigui,  d'Eretteo, 
di  Minerva  Poliade,  il  Pandroseo  colle  sue  volute  ioni- 
che ,  e  quelle  cariatidi ,  modelli  perpetui  d^  una  eleganza  e 
d^una  grazia  inimitabili.  Tornati  in  città  dopo  aver  pene- 


2)4 


MARCELLUS 


trato  nella  grotta  di  Pane,  visitiamo  il  tempio  dWngu- 

■ 

sto,  la  via  dei  Tripodi,  e,  quasi  per  puriQcarmi  da  tante 
contaminazioni  pagane ,  andai  ad  assidermi  sullo  scanno 
del  padre  Paolo ,  il  piii  umile  dei  religiosi  di  san  Fran- 
cesco .  Costui  sta  ad  ascoltare  con  emozione  i  miei  racconti 
di  Gerusalemme ,  mi  interroga  sui  suoi  fratelli ,  sulla  mi- 
seria  dei  conventi,  sulle  persecuzioni  solite  •  »  Sono  andato 
»  io  stesso  a  prostrarmi  ai  piedi  del  santo  Sepolcro,  mi 

•  disse  ;  poi  sono  stato  mandato  in  Grecia  •  E  là ,  soventi 

•  volte ,  come  V  apostolo  di  cui  io  porto  il  nome ,  mi  at- 
>  tristo ,  e  il  mio  spirito  si  rivolta  in  se  stesso  quando 
1  vedo  V  idolatria  regnare  per  tutta  la  città  (1)  » . 

All'ombra  di  quel  piccolo  convento  che  abitava  il  padre 
Paolo ,  avrei  potuto  figurarmi  d^  esser  tuttavia  in  Palesti- 
na,  se ,  per  ringraziarmi  delle  consolazioni  eh'  io  gli  ave- 
va date,  il  buon  cappuccino  non  m'avesse  fatto  minu- 
tamente ammirare  la  lanterna  di  Demostene ,  dove  è  na- 
scosta la  sua  povera  cella  . 


(I)  Paulus  auiem  quumAthenis  eo$  expecktrei,  incUabaiur  jptrthi« 
ejtu  in  ipso ,  videns  idolatriae  deditam  eiviiaiem . 

Atti  Hpgli  Apostoli,  rap.  wir. 


■ìì--^\p/^] 


Mi^^o- 


GAP.  XXIH. 


CORINTO  —  ARGO  —  ISOLA  EGINA 


(1820) 


.  tf 

J 

I  *.i«l/n,  (Acre  .    • 

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OHmi 

Belli 

j  vii>  i   »|> 
m>  .,«.u  ! 
ho  .|.ir.o  h. 

Oh 

,  Gm»  >i  !  «1  Crcciii 
w.  OB  fnJd.; 

NFRATTAKTo  le  mìe  giornale  scor- 
revano rapide  ad  Atene.  —  lo  mi 
lasciava  andare  a  poco  a  poco  a 
quella  mollezza  melaoconica  ^  &• 
glia  del  clima  ,  e  alla  beatitudine  d' un  ozio  totale  di  mez- 
zo a  quelle  ruine  cosi  familiari,  per  dirla  così ,  e  cosi  fa- 
vorevoli ai  divagamcDli  del  pensiero .  Altre  ruine  meno 


o        I 


25G  M  A  R  C  E  L  L  IJ  S 

accessibili  m^  attraevano  verso  il  Peloponneso:  mi  avanza- 
vano pochi  momenti  prima  delFarrivo  della  Estafette^  che 
doveva  svellermi  air  Attica  ;  feci  dunque  di  tutto  per  prò 
fittarne  onde  vedere  quel  più  che  potrei  della  Morea. 

Fornito  di  mille  istruzioni  verbali  e  di  alcune  note  ma- 
noscritte del  signor  Fau\el,  noleggiai  cinque  cavalli  che 
dovevano  portare  il  mio  servo,  le  mie  bagaglie,  il  gian- 
nizzero 9  la  guida  e  me .  Questa  rapida  escursione  è  una 
di  quelle  in  cui  mi  sono  più  divertito;  non  già  che  le  mie 
ricerche  su  questo  antico  terreno  siano  state  profonde  ,  e 
eh  '  io  possa  vantarmi  d' una  scoperta  od  anche  d^  una  os- 
servazione sfuggita  ai  miei  predecessori-,  al  contrario,  ho 
trascurato  ,  e  ne  fo  confessione ,  mille  colonne  in  piedi , 
mille  capitelli  rovesciati,  da  Eleusi  a  Sidone:  ma  nella 
mia  incuria,  ho  trovato  un  incanto  inesprimibile  a  per- 
correre quei  bei  mari ,  quelle  celebri  montagne ,  durante 
la  stagione  più  favorevole  ai  viaggi .  Avrei  perduto  il  tem- 
po se  avessi  voluto  interpretare  a  stento  iscrizioni  tutte 
belle  e  tradotte,  descrivere  mine  disegnate  già  per  piedi 
e  per  pollici ,  insomma  a  citare  borghi  e  ruscelli  regi- 
strali su  tutti  gli  itinerarii .  Era  meglio  lasciarmi  andare 
alle  mie  impressioni  e  ai  miei  ricordi . 

Partii  da  Atene  di  buonissima  ora,  il  14  settembre  ,  e 
passando  presso  al  tempio  di  Teseo  non  potei  fare  a  meno 
di  fare  una  invocazioncella  mentale  al  valoroso  semideo . 
La  guerra  dMIbania  aveva  popolato  di  vagabondi  e  di  assas- 
sini le  montagne  di  Megarae  di  Corinto  ;  io  doveva  traver- 
sare le  roccie  di  Scirone:  •  Teseo,  sclamai  come  Racine, 

.  .  •   .  S' iinqiin  il  tuo  cor  la  riva 
Purgò  dn  iiii([ui  nnl  fattori  ,  .   •  . 

•  proteggi  i  passi  di  noi  viandanti  ignoti ,  amici  della  cac- 
••  eia  e  delle  selve,  come  il  Aglio  tuo  Ippolito.  • 


VIAGGIO  i:^T 

Passai  poscia  la  porta  d*  Atene ,  e  traversai  il  Cerami- 
co quando  il  sole  sorgeva  dietro  il  monte  Imetto  coronato 
di  alcune  candide  nuvolette .  »  Tristo  presagio  ^  signore  ^ 

•  mi  disse  la  guida ,  poiché  ecco  come  dice  il  proverbio 

•  greco:  —  Quando  o  viaggiatore  ,  la  montagna  si  mette 
»  il  cappello  al  levar  del  sole,  anche  tu  copriti  il  capo  •  — 

•  La  burrasca  non  è  lontana  » .  Selve  di  olivi  si  stendo- 
no oggi  per  tutta  la  pianura  del  Geflso  scendendo  da  De- 
celia fino  al  Pireo.  In  queste  masse  d^un  tristo  e  grigio 
fogliame  si  nascondono  Lacia ,  Colone  e  Gorìdallo .  I  giar- 
dini di  Platone  sono  ora  coltivati  con  forte  spesa ,  ed  ab- 
belliti da  un  vaivoda  turco  ritirato  dal  mondo  ;  questo  ti- 
rannetto  della  Livadia  si  occupa,  a  quanto  dicono,  nei 
boschetti  deir  Accademia  d^un  commentario  sul  Corano  ; 
e  reco  il  quale  ripeteva  il  Fedone,  ripete  oggi  F opera  del 
rivale  di  Abul  -  Feda . 

Passai  il  Gefiso  .  Quattro  fiumi  in  Grecia  portano  que- 
sto grazioso  nome;  questo,  come  a  tempo  dello  Spon,  fa  più 
rumore  nel  mondo  che  nel  suo  letto .  Le  sue  acque,  vaga- 
bonde neir  inverno ,  non  corrono  la  state  ;  non  hanno  mai 
un  corso  tracciato  e  regolare }  è  stato  costruito ,  per  la 
stagione  delle  pioggie ,  un  ponte  di  alcuni  archi,  inutile  in 
tutto  il  rimanente  deiranno;  ed  anche  allora,  questo  ponte 
non  presenta  sempre  un  passo  certo ,  imperocché  il  fiume 
si  diverte  talora  a  svolger  le  sue  onde  capricciose  non  sot- 
to,  ma  lateralmente  agli  archi . 

Il  Geflso  mi  ricordò  una  scempiataggine  della  mia  ado- 
lescenza  •  In  quella  età  in  cui  il  cuore  si  schiude  a  fantasie 
soavissime  perché  appunto  sono  folli  e  senza  obbietto,  in 
una  di  quelle  estasi  da  scolare  entusiasta  di  Pericle ,  d^Al- 
cibiade  e  soprattutto  di  Aspasia ,  avevo  scritto  una  spezie 
di  Novella  greca  (episodio  o  poema,  poco  mMmportava 


IV  Xi 


258  MARCELLUS 

il  (itolo)  zeppa  di  citazioni ,  più  ancora  di  quelle  che  sono 
in  questo  viaggio.  La  scena  era  rappresentata  neir  At- 
tica. Non  lascerei  certamente  vivere  oggi  venti  righe  di 
quel  lavoro  prematuro;  ma  v^ era  amore,  v^era  del  nal- 
la,  sepolcri  poi  a  diluvio.  Ebbi  alcuni  plausi;  occhi  di 
provincia  vi  piansero  sopra ,  mi  credei  un  Bernardin  -  de 
St  -  Pierre ,  sovrapposto  ad  un  abate  Bartbelemy  ;  ed  af- 
famato di  suffragi,  andai  una  sera  a  leggere  a  una  donna 
meno  giovine  delle  mie  piangolose ,  quelle  sciocchezze  che 
ella  ebbe  la  pazienza  e  la  bontà  di  ascoltare.  Stava  per  fi- 
nir la  mia  storia ,  cioè  era  alla  morte  successiva  di  tutti  i 
miei  personaggi ,  compresovi  un  cane  molosso,  sul  quale 
faceva  qualche  conto  per  V  interesse  della  narrazione  ; 
e  neppure  una  lagrima ,  di  cui  avrebbe  ella  potuto  farmi 
grazia ,  non  era  caduta  al  rumore  delle  mie  frasi  senti- 
mentali (1).  Finalmente  arrivo  al  mio  paragrafo  favorito , 
rinforzo  la  voce ,  ed  ecco  V  eroe  e  V  eroina  erranti  in  si- 
lenzio fra  le  pietre  sepolcrali  del  Ceramico  ;  giunti  al  Ce- 
fiso,  seggono  discosti  Tuno  dall'altra,  sopra  colonne  spez- 
zale, e  guardano  scorrere  le  onde  lentamente  »  I  nostri  an- 
»  ni ,  sclama  allora  il  giovine  Greco ,  fuggono  anch'  essi 
•  veloci  come  quest'onda,  nulla  di  ciò  che  spetta  all'uo- 
»  mo  è  stabile  dice  Isocrate  ;  e  il  sublime  Pindaro  aggiu- 
»  gne  che  la  vita  è  il  sogno  d' un'  ombra. ...»  Ero  a  questo 
punto,  quando  mi  sentii  accanto  risa  soffocate  delle  quali 
stava  per  avermi  a  male.  »  Credetemi,  amico  mio,  mi  disse 
>  la  signora  esperta  ;  scrivete  col  cuore ,  e  non  col  di- 


ci)   Una,  mehercule,  falsa  lacrymula, 

Quam  »  oeulos  terendo  misere ,  vix  vi  expresserii . 

Terenzio,  Eun. ,  Ai.i. 


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VIAGGIO  259 

•  zionario  ;  lasciate  da  banda  tutto  questo  miscuglio  me- 

•  lauconico  e  dotto.  A  chi  vorreste  persuadere  che  due 
»  amanti,  soli,  presso  un  ruscello,  si  mettano  a  citar  Pin- 

•  darò  ?..  .  •  »  —  Non  son  sicuro  d^  aver  profittato  della 
lezione  quanto  T avrei  dovuto,  e  non  so  come  questo  trat- 
to della  mia  gioventù  mi  tornasse  alla  mente  varcando  il 
Gefiso  •  Del  resto ,  io  promisi  a  me  stesso  che  questo  sa- 
rebbe r  ultimo  ;  e  che  nel  paese  delle  solenni  reminiscen- 
ze ,  tutta  la  mia  memoria  sarebbe  per  esse  • 

Lasciando  gli  diveti  d^  Atene ,  entrai  in  una  gola  che 
mi  conduceva  al  torrente  di  Dafni .  È  questi  un  nome 
comune  in  Grecia  a  tutti  i  borri  di  cui  il  letto  ghiaioso 
è  coperto  di  lauri  rosa  (  pikro  -  daphnaià  ) .  Un  convento 
con  scure  muraglie  surge  di  mezzo  a  questa  gola  serrata; 
da  un  lato  è  protetto  da  un  bosco  di  abeti  argentati ,  che 
giunge  fino  alle  sue  mura  e  inverdisce  il  monte  fino  alisi 
cima;  dall'  altro  il  monastero  si  appoggia  a  un'alta  collina 
rivestita  di  arbuscelli  e  da  scope .  Di  quivi  la  vista  si  sten- 
de sul  golfo  di  Salamina ,  il  promontorio  Amfialo ,  le  isole 
Farmacuse ,  e  verso  la  città  d' Eleusi .  Io  camminava  pel* 
r  antica  Via  Sacra  ;  ne  riconobbi  facilmente  le  traccio 
solla  spiaggia  del  mare  ]  la  via  è  qualche  volta  scavata  nel 
masso,  e  la  ruota  dei  carri  delle  misteriose  sacerdotesse  vi 
ha  lasciato  più  d' una  impronta .  Una  nugola  nera ,  mossa 
dal  monte  Coridallo ,  mi  ricordò  ad  un  tratto  le  sinistre 
predizioni  della  guida.  Ero  in  mezzo  afie  paludi  formate 
da  un  secondo  Ceflso,  il  Gefiso  della  Beozia ,  sulle  rive  dei 
piccioli  laghi  e  delle  correnti  salate .  Domandai  invano  al 
tempio  di  Yoiere ,  di  cui  calpestava  11  suolo,  una  colonna 
ancora  in  piedi,  una  rovina  per  asilo;  non  vidi  che  pie- 
tre corrose  dal  tempo  e  coperte  dalla  borraccina ,  e  feci 
fretta  per  giugnere  a  Lepsina.  È  questo  il  nome  sotto  il 


.-  ' 


200 


MARCELLUS 


quale  oggi  giorno  si  nasconde  la  città  di  Proscrpina  e  di 
Cerere . 

Mi  fermai  in  una  taverna  dov'  ebbi  subito  la  visita  de- 
gli abitanti  del  borgo,  tutti  curiosi  e  tutti  ad  un  tempo 
sfaccendati .  A  tutte  le  mie  fermate  cercava  di  annodar 
conversazione  coi  contadini  greci  ;  e  li  interrogava  sui  Io* 
ro  lavori ,  sulle  imposte ,  sui  loro  vaivodi  :  essi  mi  rispon- 
devano volentieri ,  e  senza  paura  svelavano  la  loro  pover- 
tà ,  la  loro  pigrizia  e  nel  tempo  stesso  la  crudeltà  e  r  ava- 
rizia dei  loro  capi,  Turchi  o  Greci  che  fossero.  Di  tanto 
in  tanto  parlava  loro  degli  avi ,  della  loro  antica  gloria;  e 
allora  restavano  muti  e  non  mi  capivano  . 

Percorsi  gli  avanzi  del  tempio  di  Eleusi  ;  ci  si  ritrova 
tuttavia,  sul  monticello  che  domina  il  villaggio,  il  pa- 
vimento d^  un  secondo  tempio  ;  gli  altri  resti  sono  scom- 
parsi ,  tolti  dagli  antiquari!  europei  o  distrutti  dal  loro 
martello ,  fuorché  alcune  statue  mutilate  cui  non  è  possi- 
bile assestare  una  positura,  un  sesso,  un  nome.  Final- 
mente, deciferai  tre  o  quattro  iscrizioni,  tutte  del  tempo 
deir  impero  romano ,  che  già  avevo  lette  con  molta  minor 
fatica  nei  viaggi  dello  Spon .  La  pioggia  cadeva  a  ciel  rot- 
to ;  i  nugoli  mi  toglievano  la  vista  di  Salamina  ,  del  ma- 
re ,  e  dei  monti  della  Beozia,  che  cingono  V  orizzonte  di 
Eleusi .  Partii  per  Megara . 

La  via ,  che  è  un  sentiero  battuto ,  traversa  di  subito 
campagne  coltivate  ad  intervalli ,  spesso  nude  e  deserte  ; 
poscia  un  vallone ,  dove  Cerere  s^  assise  per  terra ,  stan- 
ca ed  assetata  —  AvuraUx ,  aTroróc  T6  (1)  —  ,  air  ombra  di 
un^  olivo,  quando  andava  in  traccia  di  Proserpina .  Chiama- 


ci) Callimaco  ,  Inno  a  Cerere ,  verso  I7. 


VIAGGIO  261 

vasi  aUora  9  ed  anche  pia  tardi  a  tempo  di  Ovidio,  la  irisla 
valle  (1).  Quivi  la  flglia  del  vecchio  Celeo  iacootrò  la  dea , 
ascosa  sotto  le  forme  d^uaa  vecchiarella .  >  Madre ,  le  dis- 
socila; e  Cerere  trasaTi  a  questo  nome  di  madre  ;  che  Tai  tu 
sola  per  questi  monti  deserti?  •  —  Sii  sempre  felice,  e  che 
tu  non  perda  mal  i  tuoi  figli ,  le  rispose  la  dea  ;  quanto  a 
me ,  m^  han  tolto  la  figlia  -  E  Cerere  si  mise  a  pian- 
gere (2)  »  . 

Prima  di  giugnere  al  monte  Cerate,  che  finisce  con  due 
cime  o  con  due  coma,  traduzione  del  suo  nome,  si  traver- 
sa la  gola  dove  Cercione  fu  ucciso  da  Teseo  ;  un  secondo 
temporale  mi  sorprese  nella  montagna,  e  mi  involse  di  nu- 
vole che  mi  accompagnarono  nella  pianura  e  si  dissiparono 
alPentrar  nella  città,  apposta  per  farmi  ammirare  la  veduta 
che  presentano  le  alture  di  Megara.  Salamìna,  deserta  e 
solitaria,  si  spiega  tutta  intera  sotto  gli  occhi  ;  i  monti  Gè- 
ranii,  anneriti  dagli  abeti,  si  alzano  a  ponente;  e  sotto 
la  città,  si  dilunga  una  vasta  pianura,  intercisa  da  campi 
d'Iorio  e  da  boschi  d'^olivi,  la  quale  va  a  finire  alla  rada  di 
Nisea. 

Trovai  a  Megara,  più  ancora  che  ad  Eleusi,  frammenli 
di  statue  rovesciate  e  senza  onore  •  Questi  tronchi  mutilati 
servono  di  sedile  sotto  il  peristilio  delle  chiese  greche,  co- 
strutte anch^essedi  colonne  spezzate:  soventi  volte  di  mezzo 
a  un  rozzo  muro,  vedesi  sorgere  in  rilievo  la  voluta  elegan- 
te d^un  capitello  ionico  o  la  foglia  d^  acanto  delP ordine 
corìntio.  Mi  fu  mostrata  una  statua  dissotterrata  di  fresco  , 


(1)  illud  Cecropidae  nune  quoque  Triste  vocani  .  ; 

OVIDIO,  Fa\li,  lili.  IV.  V.  518.  | 

(2)  Sospes  eoi  »  semperque  parens  ,  mihi  fiUa  rupia  est .  ! 

Ovidio,  Fasii,  hli.iv.  i 


262  MARCELLUS 

alla  quale, dicevasi  sul  serio,  che  per  avere  un  gran  valore 
non  mancava  altro  che  la  testa,  le  braccia  e  una  gamba. 
Tornava  per  la  via  che  conduce  a  Nisea ,  dopo  una  lun- 
ga passeggiata  attorno  alle  rovine  di  Megara,  e  conside- 
rava le  colonne  giacenti  presso  la  cisterna  sulla  pubblica 
piazza ,  quando  una  vecchiarella  mi  corse  incontro,  e  mi 
prego  di  andare  in  casa  sua  per  visitarvi  una  fanciulla 
Franca  (xoWXa «/ozvxin  ).  Appassionato  per  V  Itinerario^  pas- 
sione che  m^è  rimasta,  mi  figurai  subito  un^ avventura 
alla  Chateaubriand.  Non  è  forse  a  Megara  che  Fautore 
del  Genio  del  Cri$tiane$imo  cercò  di  guarire  quella  giovi- 
netta Greca  pallida  ed  agonizzante?  La  fanciulla  Franca 
poteva  essere  una  figlia  o  sorella  della  povera  malata,  chi 

lo  sa? Tutto  ciò  mi  passava  per  la  mente  ed  il 

cuore  come  un  lampo  ;  domandai  dunque  anchMo  se  la 
fanciulla  era  malata?  —  «Nò signore;  ella  ha  braccia  e 
»  gambe .  —  Intendo ,  risposi ,  ella  non  è  forse  storpiata , 
»  ma  voi  m^  avete  preso  per  un  medico ,  e  se  ella  è  mala- 

•  ta,  io  non  posso  in  coscenza —  Oh!  la  ve- 

»  drete  !  •  —  riprese  violentemente  la  donna,  e  afferran- 
domi per  Fabito  mi  trascinò  fino  a  una  porticella  che  scru- 
polosamente si  trasse  dietro .  La  stanza  era  scura  : 

Pochi  carbon  sollo  la  cener  chiusi 
Brìllaro  al  soffio  lardo  ed  affannoso 
Di  Bauci  •  .  .  . 


E  a  quella  pallida  luce,  disotterrando  da  una  nicchiuccia 
uno  di  que'  bronzi  egizii,  grandi  come  un  pollice  e  sì  co- 
muni, rappresentanti  la  dea  Iside:  •  Eccola,  mi  disse,  la 
»  fanciulla  Franca!  Ella  vai  proprio  cento  piastre  >  —  Du- 
rai gran  fatica  a  non  scoppiar  dalle  risa ,  e  mostrai  grave- 
mente a  Bauci,  che  il  suo  pezzo  di  bronzo  era  quasi  senza 


VIAGGIO  263 

valore  ^  ella  mi  pregò  di  tener  per  me  quel  giudizio  seve- 
ro, e  di  vantar  per  tutto  la  sua  fanciulla  Franca,  onde  altri 
viaggiatori  più  facili  ne  facessero  acquisto. 

Questa  avventurella  mi  dette  una  prima  lezione  dello  sti- 
le lapidario  albanese .  Imparai  presto  tutte  le  denomina- 
zioni a  controsenso ,  cbe  applicano  ai  resti  antichi  i  Gre- 
ci dei  nostri  giorni  ^  cosi  una  statuetta  di  donna ,  grande 
o  picciola,  si  chiama  kopela^  signorina^  quella  d^un  uo- 
mo ,  palteari ,  giovinetto  ;  V  appellazione  generica  di  sta- 
tue senza  distinzione  di  sesso,  è  kolonaii^  colonne  ;  quella 
di  colonne ,  marmara ,  marmi  :  Analmente ,  i  bassorilievi , 
le  iscrizioni  e  le  tombe,  sono  pietre  bianche ,  aspri  pelra. 
£  tutte  queste  designazioni  vanno  accompagnate  dall^  epi- 
teto di  /ran&aù, franche;  imperocché  si  attribuiscono  aiso- 
li Europei  (  i  Franchi  )  tutti  questi  lavori  maravigliosi .  I 
poveri  Greci  non  sanno,  che  quando  i  loro  avi  erigevano , 
sotto  il  clima  più  brillante,  que^ monumenti  della  loro 
grandezza  e  del  loro  genio ,  i  padri  dei  Franchi  erravano , 
ignoranti  e  feroci,  sopra  sterili  scogli  o  in  mezzo  alle  più 
orride  foreste  • 

Non  fui  scontento  del  kan  di  Megara .  Questa  spezie  di 
ospizi  sono  molto  comodi  ;  siamo  quasi  sempre  sicuri  di 
trovarci  una  gallina  magrissima  per  pranzo,  e  una  stola  di 
giunco  per  letto  :  ma  questo  è  mille  volte  preferibile  alle 
locande  dei  villaggi  della  Romelia,  dove  si  corre  grave  ri- 
schio di  non  cenare  e  di  dormir  per  la  strada. 

Due  ore  dopo  aver  lasciato  Megara,  salii  le  prime  col- 
line; dominai  gli  Scogli  Maledetti^  che  il  monte  Oneio  pro- 
lunga sul  mare ,  antica  stanza  di  Scirrone .  Un  solo  di  que- 
sti scogli  si  sottrae  alla  infame  riputazione  delle  gesla  del 
brigante  vinto  da  Teseo  ed  è  lo  scoglio  Moluris,  testi- 
mone delle  sventure  della  Ino  e  di  Melicerto,  e  che  fu  lo- 


26i  MARCBLLCS 

ro  consccrato  quando  presero  posto  fra  gli  dei  delle  acqae  . 
Ovidio  dice  : 

Un  scoglio  dentro  il  mar  si  spinge  e  poggia 
Che  stretto ,  lungo  eJ  aspro  in  là  si  stende , 
Dall'ampio  mar  cavato  d' una  foggia 
Col  continuo  picchiar  che  il  sasso  offende 
Che  salva  Tonde  salse  dalla  pioggia (1) 

Il  Cromione,  il  promontorio  di  Budore,  Pisola  Miooa,  la 
Spiaggia  di  Riti,  mi  si  alTacciavano  alPocchio  V  una  dopo 
r altra;  penetrai  poscia  nelle  alte  valli  dei  monti  Geranii, 
e  giunsi  a  un  corpo  di  guardia  stabilito,  io  credo,  piuttosto 
per  chieder  T elemosina  a  cbi  passa,  che  per  guarentire 
la  sua  sicurezza.  La  via  si  fece  variatissima;  oragiugnevo 
al  sommo  di  scogli  negri,  dirupati  \  ora  ne  rasentavo  i  fian- 
chi pieni  di  scope  fiorite  e  di  rododendri*,  talora  passavo 
gole  anguste  sopra  ciottoli  e  massi  rotolati  dai  torrenti ,  o 
mi  perdevo  fra  le  selve  di  abeti  :  ma  per  dovunque  era  una 
abbondante  vegetazione,  dovunque  vedeasi  il  mirto  dalle 
nere  coccole,  il  corbezzolo  e  il  suo  frutto  purpureo.  Su 
queste  cime  deserte  fui  per  qualche  tempo  ravvolto  da  nu- 
vole fredde  ed  umide ,  ma  queste  brume  dissipandosi  det- 
tero una  maggior  serenità  e  trasparenza  al  cielo.  Toccava 
allora  F ultima  cima  del  monte  Geranio:  ci  fermammo, 
presso  un  secondo  corpo  di  guardia,  vicino  a  una  fonte  di 
acqua  viva  che  scaturisce  da  un  enorme  masso.  Un  plata- 


(  I  )  Imminei  aeqaoribus  scopulus ,  pars  ima  cavatur 
Fluclibus ,  et  tectas  deftmdil  ab  imbribus  undas  » 
Summa  rigei ,  frontemque  in  aperlum  porrigii  aequor. 

Ovidio,  Mct.,  lib.  iv.,  v-   524. 


1  # 


VIAGGIO  265 

ùo  terdeggianU j  vigoroso^  grosso  come  una  colonna  (1) 
mi  fu  largo  di  asilo  ;  ammirai  per  uo  pezzo  questo  beiral* 
bero,  amante  della  pianura  e  del  lito^  mi  maravigliai  di 
vederlo  nascoudere  sotto  la  sua  ombra  i  picchi  delle  mon- 
tagne e  il  corso  delle  acque  gelate.  Seppi  con  piacere 9 
che  un  Turco  benefico  avevalo  portato  da  Corinto  su 
queste  alte  regioni  •  11  platano  è  per  V  Oriente  ciò  che  la 
querele  è  pel  Settentrione.  Là  egli  si  veste  delle  foglie 
più  larghe  e  dei  rami  più  spaziosi  •  Offre  la  sua  ombra  ai 
bevitori  come  al  tempo  di  Virgilio  9  ma  ai  bevitori  so- 
brii  (2);  e  i  Turchi  astemi  scelgono  le  acque  ch'egli  pro- 
tegge per  loro  bevanda,  come  anche  per  le  loro  pie  ablu- 
zioni . 

Scesi  lentamente  la  montagna  j  oltrepassai^  in  suir  en- 
trar nella  pianura 9  i  grandi  muri,  le  torri  dirute  che  in 
altri  tempi  difendevano  la  gola  chiamata  oggi  dai  Turchi, 
ed  anche  dai  Greci  y  il  D&rveni .  Giunsi  al  luogo  più  im- 
gusto  delllstmo^  laddove  si  veggiono  tuttavia  le  tracce 
del  canale  cominciato  forse  tanto  per  ricongiungere  idue 
mari  interni  d'Atene  e  di  Corinto  durante  la  pace,  quan* 
to  per  separare  il  Peloponneso  dairAtticaio  tempo  di  guer- 
ra; questo  canale  non  finito  è  doventato  un  gran  borro. 
11  caldo  era  eccessivo  al  pie  delle  ultime  colline.  Ordinai 
una  seconda  fermata,  e  mi  bagnai  con  delizia  nel  mar  di 
Crissa.  —  Un^ora  dopo  io  era  a  Corinto. 

Dal  kan ,  dove  aveva  fissato  un  posto  per  la  notte ,  cor- 
si air  Acro  -  Corinto .  Salii  tant'  alto  quanto  si  può  andare 


(I)  'Ax,ur^v«;  OxAsGmv.  na^iro^  ^^  r,v  v^uri  xiuy, 

Ombrò,  Odissea,  canto  X\1II ,   ?.    191. 

(2) .  .  .  minUlrantem  pUuanum  poiarUUnu  iim^ran» . 

Virgilio,  Gvvrg.Ub.  iv. 


IV 


34 


S9« 


HARCBLLD8 


quando  non  si  ha  T  onore  d^  esser  Turco ,  o  almeno  Alba- 
nese ;  imperocché  fa  d^  uopo  aver  uno  di  questi  titoli  per 
penetrar  nella  fortezza  ;  non  vi  si  lascia  entrare  alcun  Eu- 
ropeo, per  paura  che  non  se  ne  impadronisca  da  se  solo^ 
e  non  se  la  tenga.  Mi  soffermai  un  poco  sotto  la  cittadel- 
la, presso  alla  fonte  dove  s^ abbeverava  il  cavai  Pegaseo, 
sorgente  sempre  piena,  al  dir  di  Strabene ,  d^ un* acqua  cri" 
stallina  ed  eccellente  (1);  e.  laddove  P ultima  montagna 
delPArgolide,  inchinandosi  verso  T Istmo,  domina  ad  un 
tempo  i  due  mari  separati  da  Corinto^  fui  testimone  d^  una 
grande  scena  • 

Un  negro  temporale  avvolgeasi  tra  le  montagne  di  Del- 
fo; la  prima  nugola  appoggiavasl  alla  cima  del  monte 
Paroasso  oltre  il  lito  della  Focide,  e  l'ultima  sull^ Elico- 
na, al  di  sopra  delle  pianure  della  Beozia  ;  la  folgore  guiz- 
zava per  questo  immenso  spazio ,  e  un  tuonar  lontano  ve- 
niva a  rimbombar  cupamente  fino  ai  miei  piedi .  Il  mar 
di  Crissa,  sbattuto  dal  vento  della  tempesta,  lanciava  con 
furia  le  sue  onde  spumanti  sulle  spiaggie  di  Sicione  ;  ma 
la  volta  delle  nuvole  non  si  avanzava  fino  air  Istmo  ;  e 
quando  tutto  era  disordine ,  violenza  e  tenebre  sul  mar 
di  Corinto,  il  golfb  d^  Atene  rìsplendeva  tranquillo  sotto  i 
raggi  del  sole .  Io  vedeva  le  acque  del  mar  Saronico  incre- 
spate appena  dalle  correnti ,  e  le  brezze  spinte  dai  pro- 
montorii  delle  isole  della  Megaride.  Tutto  era  serenità 
su  questa  riva;  la  vista  riposando  sulle  onde  spianate ^ 
prolungavasi  con  delizia  verso  le  coste  d^Epidauro;  Toc- 
chio,  seguitando  la  catena  di  quelle  alte  colline,  passava 


StBABOHIi  lib.    TIII,  C.    TU. 


VIAGGIO  S67 

da  Eguia,aicapo  Santo ,  ad  Atene,  a  Nisea,  per  torna- 
re 9  attraverso  i  contomi  dei  monti  Gerani!,  alle  belle  cam- 
pagne di  Corinto. 

Io  non  poteva  saziarmi  di  qaestospettacolo;  infrattanto 
la  notte  s'*av vicinava.  La  tempesta  era  fuggita  verso  le  mon- 
tagne deirEtolia  ;  alcuni  buffi  dei  venti  smarriti  sollevava- 
no ancora  le  onde .  —  «Io  udiva  fremere  il  mare  delle  due 
rive  (1)  ».  —  Lessi  alcuni  versi  delFOdissea,  secondo  il  mio 
solito  in  tutte  le  staztoni  in  Grecia  e  neir  Arcipelago.  Cer- 
cai Tarmoniosa  e  cupa  pittura  della  tempesta  che  gittò  Ulis- 
se neir  isola  d^  Alcinoo^  »  quando  le  nubi  e  le  tenebre  pio- 
vevano dal  cieto  (2)  •  ;  poscia  gli  scherzi  di  Nausicaa  sulla 
riva,  al  ricomparir  del  sole,  •  quando  la  serenità  si  disten- 
de senza  nuvole  e  che  un  candido  splendore  corre  su  tutta 
la  terra  (3)  ».  —  Omero  mi  diceva  le  cose  come  ancbMo 
le  aveva  vedute,  ma  egli  dipigneva  la  natura  a  grandi 
pennellate  ! 

Scesi  dairAcre-Corintoe  trovai  allMin  un  architetto  Scoz- 
zese che  veniva  da  Atene  come  me  •  Lo  pregai  di  divider 
meco  il  mio  pranzo ,  ed  egli  m^  offrì  il  suo  ;  tutti  e  due 
riuniti  componevano  un  povero  mangiare  :  ma  se  io  sa- 
pessi dipingere  i  groppi  e  far  risaltare  ì  contrasti,  avrei 
qui  da  rappresentare  il  Gallo  ed  il  Pitto  accosciati  alla  stes- 
sa tavola,  nella  patria  di  Timoleone  ;  poi,  quasi  per  Unire 


(!)  .  .  .In  meéUÌM  audU  duo  lùtora  eampis  . 

Stazio,  TeU-de,  lìL.  I. 
(9)    .....    .    o.os^pd  ^'  ovsccvgOiv  yv{. 

Ombro,  Oditica,  Uk.  y,  y.  ^94. 
(3) 'ÀXXàfAaX'cecOon 

Omuo,  Odissea,  lib.   yi,  v.   43. 


l 


266  HARCBLLUS 

il  quadro  di  questa  strana  riankme ,  f  nostri  giaonixteri 
figli  selvaggi  d^Otmano,  fumando  le  loro  pipe  in  un^  an- 
golo delP  hangar ,  e  presso  loro  dei  Corinti  solleciti  di  ob- 
bedire 9  ed  avidi  di  piacere  a  costoro .  L^architetto  doveva 
tratteoei^i  a  Corinto ,  dove  veniva  a  veriflcare  le  vere  di- 
mensioni delle  colonne  d^  un  tempio  di  Diana  o  di  Giuno- 
ne .  Eragli  stato  detto  cbe  quelle  cdonne  spargevano  una 
nuova  luce  sulP  arte  antica,  e  cbe  T  aj^Iicazione  delle  loro 
proporzioni  all'  ordine  dorico  era  stata  ignorata  fino  ai 
nostri  giorni . 

Questo  pranzo  senza  fasto  e  senza  soggezione,  quel  eat- 
tivo ostello  che  ci  era  comune ,  quella  paglia  dove  dove- 
vanpN)  riposare  insieme,  finalmente  quella  intima  familia- 
rilkVtfte  sMngenera  coi  viaggi  sulle  inospite  rive  della 
Grecia,  tutto  stabifi  fra  noi,  fin  da  principio,  una  spezie 
di  fraternità .  Fidenti  come  due  uomini  cbe  non  hanno 
che  sperare  o  che  temere  l'uno  delP  altro,  prolungammo 
la  nostra  conversazione  ben  oltre  nella  notte ,  facendoci 
passare  Forciuolo  che  conteneva  il  vino  aspro  di  Corinto 
attorno  a  un  piattello  di  stagno,  con  quella  gravità  cbe 
avremmo  avuto  se  ci  fossimo  passati  il  claretto  sufi'  aea- 
jou  lucente  e  forbito  d' Edimburgo .  Parlammo  alla  lunga 
della  Grecia  e  delle  sue  miserie  :  —  »  Io  non  ho  troppa 
»  commiserazione  pei  Greci,  mi  disse  lo  Scozzese  ;  nazione 
»  degenerata  e  senza  fede ,  ella  non  merita  meno  di  quello 
>  che  ha.  Sapete  che  ne  disse  il  celebre  frate  di  Venezia, 
»  Fra  Paolo  Sarpi?  >  Non  vi  scordate  di  tener  i  Greci 
»  umiliati  e  di  tarpar  loro  bene  i  denti  e  le  unghie.  Pane 
p  e  bastone,  ecco  ciò  cbe  ci  vuole  per  essi.  Serbiamo  l'uma- 
»  nilà,  per  una  migliore  occasione  > .  —  Questa  è  bile ,  ri- 
sposi, e  non  ragionare.  E  poi,  sarà  egli  necessario  conchiu- 
dere da  ciò  che  sono  i  Greci  d^oggi  giorno,  o  meglio  da  ciò 


VIAGGIO  269       ' 

che  paiono,  ch^  ei  debbano  esser  condannati  a  star  sempre 
COSI?  Credete  piuttosto  al  vostro  Byron  :  —  »  Si  accusano  i 
Greci  di  essere  ingrati ,  dice  egli  ;  ma ,  per  Nemesi  ! 
diche  volete  dunque  ch^e^ siano  riconoscenti?  Deb- 
bono essi  esser  molto  grati  ai  Turchi  per  le  loro  cate*- 
ne  7  Agli  Europei  per  le  loro  vane  promesse  e  pei  loro 
cmsigli  mendaci  ?  Agli  artisti  che  disegnano  le  loro  rui- 
ne^  o  agli  antiquarii  che  le  portano  via?  Al  viaggia- 
tore ,  il  gianniziero  del  quale  li  bastona ,  o  al  gior- 
nalista che  nelle  appendici  del  suo  giornale  li  calun- 
nia? »  — 

»  Finalmente ,  ripigliava  Tarchitetto  ,  non  amo  troppo 
nemmeno  i  Turchi,  coi  loro  incendi  in  forma  di  petizio- 
ne, il  loro  fanatismo  che  propaga  la  peste  ^  e  il  loro  de- 
spota assoluto  e  fanuUone .  Da  un'  altra  banda  non  ho 
neppure  una  gran  passione  pei  Russi ,  pel  loro  dispo- 
tismo sanguinario  e  per  la  loro  ignoranza  •  > 
»  Tutta  la  vostra  ammirazione ,  la  serbate  dunque  per 
le  istituzioni  inglesi  ?  gli  dissi  io  a  mia  volta.  —  Y^è  sen- 
za dubbio,  molto  da  lodare,  replicò  egli;  tengo  molto  che 
un  re ,  poiché  ce  ne  vuol  uno,  sia  ben  poco  re  ;  effettiva- 
inente^  che  il  re  da  noi  sia  d' origine  tedesca  o  scozzese, 
che  sia  virtuoso  o  scioperato,  buon  padre  o  cattivo  ma- 
rito, imbecille  o  pazzo,  maggiore  o  minore,  giovine  o 
vecchio,  maschio  o  femmina,  che  importa!  I  ministri 
che  il  paese  gli  impone  han  solo  bisogno  del  suo  nome , 
e  dirigono  soli  gli  interessi  pubblici .  Ecco ,  e  voi  ne  con- 
verrete,  il  governo  che  possediamo,  perchè  lo  abbia- 
mo voluto  ;  ed  è  anche  quello  che  avrete  presto  anche 

voi  altri  Francesi ,  senza  forse  averlo  voluto 

Ma,  sotto  questa  apparente  libertà  9  quanto  orgoglio , 


•*- 


270  MAECILLUS 

»  quanto  egoismo  !  quanta  ineguagliania  nelle  condizioni , 
»  e  quanti  vecchi  privilegi  ! 
>  Dunque  par  clie  vi  sorridano  la  repubblica  ^  e  gli  Stati 

•  Uniti?  interruppi  io.  —  Nò ,  neppure:  la  costituzione 
«  di  Nova  lorca  è  troppo  giovine,  e  la  società  che  ha  fatta 

•  troppo  trista.  Ma  che  ho  io  bisogno  di  scegliere  una  for- 
»  ma  di  governo  ed  amarla  7  L*  artista  viaggiatore  è  co- 

•  smopoUta;  egli  è  a  se  stesso  despota  e  legge  ;  passa  da 

•  un  paese  alFaltro ,  e  resta  solo  indipendente;  egli  obbe- 
»  disco  alla  sola  natura  ;  non  piega  il  ginocchio  che  da«- 

•  vanti  quella  grande  Imagine  del  bello  ideale  ch^egli 

•  divinizza,  e  traversa  il  mondo  sociale  senza  preoccu- 
»  parsi  dei  vani  pensieri  degli  altri  uomini  •. 

Dopo  queste  parole  cosi  orgogliose  e  cosi  entusiasti- 
che, ma  che  rivelavano  alquanto  egoismo,  T architet- 
to mi  strinse  la  mano,  mi  augurò  la  buona  notte,  si 
rinvoltò  nel  mantello  e  si  distese  sulla  paglia  •  Egli  non 
mi  domandò  il  mio  nome ,  né  io  so  il  suo  •  Egli  non  indo- 
vinò alla  mia  ritenutezza  che  io  era  un  diplomatico  ;  dal 
canto  mio,  io  non  fui  punto oflfeso  dalla  sua  franchezza. 
Ci  eravamo  rincontrati  per  alcuni  istanti  nelle  agitazioni 
della  nostra  vita  si  diversa;  ci  prendemmo  e  ci  lasciammo 
nella  stessa  osteria ,  se  può  darsi  questo  nome  .ai  hangar 
del  caravanserai  di  Corinto  • 

Prima  dello  spuntar  del  giorno  io  era  in  via  per  Argo. 
Passai  successivamente  un  borro  e  dei  ruscelli  che  sca- 
turivano dai  monti  della  Corintia  per  andare  a  perderà 
nel  golfo  di  Lepanto,  poi  una  vasta  selva  di  olivi,  e 
giunsi  a  certe  colline  cariche  di  scope  e  di  arboscelli 
che  la  via  superava  e  talvolta  rasentava.  Sono  queste 
le  ultime  ondulazioni  del  monte  Polifengos.  Molti  pon- 
ti sopra  torrenti  a  secco,  e  le  alte  cime  di  alcuni  ci- 


▼  1  AGGIO  271 

pressi  mi  anaunciarone^  le  rovine  di  GleoQe .  Scesi  da  ca- 
vallo per  rispetto  delle  grosse  pietre  che  furono  le  terraz- 
ze e  le  torri  di  Cleono  la  ben  fabbricata  —  ìoxrcu^va;  n  kai- 
«.va; —  (1).  Io  doveva  la  sera  tornare  a  Micene;  mi  fermai 
un  solo  istante  sulle  alture  di  Garvathi,  per  contemplarvi 
la  vasta  pianura  di  Argo,  e  il  magniSco  golfo  di  Nauplia , 
che  si  dispiegava  per  la  prima  volta  ai  miei  occhi .  Io  scor- 
geva in  prossimità  della  via,  a  manca,  alcuni  pezzi  di  piè- 
tre che  hanno  forse  potuto  essere  le  tombe  di  Perseo  e  di 
Tieste  •  Mi  volsi  poscia  verso  V  Inaco ,  che  passai  a  guado 
presso  le  antiche  ruine  d^  un  ponte  di  cui  avanzano  tre 
arcate ,  ed  entrai  in  Argo . 

Cosi  poche  ore  erano  state  sufficienti  per  traversare  il 
territorio  di  Corinto,  gli  stati  d'Agamennone,  re  dei  re, 
e  quelli  del  bellicoso  Diomede.  Del  resto,  ciò  deve  dare  non 
già  una  alta  idea  della  mia  attività ,  ma  piuttosto  una  me- 
schinissima  idea  della  potenza  di  questi  monarchi  primi- 
tivi ,  che  Omero  ha  trasmutati  in  grandi  sovrani  e  in  gi- 
ganti di  battaglie;  non  v^  ha  oggi  vaivoda  che  non  abbia 
più  vasto  distretto;  e  il  più  picciolo  circondario  d'un  bre- 
ve compartimento  della  Francia  equivarrebbe  a  uno  di 
questi  regni . 

Dacché  io  viaggio,  non  ho  veduto  città,  la  situazione  del- 
la  quale  mi  paia  superar  quella  di  Argo  :  la  sua  popola- 
zione  ascende  a  circa  ottomila  anime .  Domina  una  pia- 
nura fertile  che  si  stende  fino  al  mare  lontano  una^lega. 
Cercava  cogli  occhi  sulla  spiaggia  la  fonte  di  Amimone,  ri- 
petendo i  graziosi  versi  che  una  elegante  cantata  di  Rous- 
seau aveva  lasciati  nella  mia  memoria  : 


(I)  Okbo,  Iliade ,  libro  U. 


273  ilABCBLLCS 

D' Argo  sui  liti ,  pressa  le  asciutte  sabbie 
DoTc  il  mar  rompe  i  suoi  superbi  datti  > 

La  più  giovine  Daoalde 
Aaiimone  dai  numi  implora  aita  (1  )• 

Io  non  vidi  presso  la  citlà  che  i  vecchi  resti  d^un  teatro; 
salii  poscia  9  non  senza  pena,  T  antica  Acropoli;  il  suo  ca- 
stello veneziano  era  deserto  e  mezzo  diruto .  Hi  assisi  per 
terra  al  cospetto  di  quei  maraviglioso  golfo ,  che  pare  non 
prolungarsi  verso  Argo  che  per  assoggettarsi  al  suo  domi- 
nio e  per  abbellirla;  io  posi  sopra  questa  altura  una  di  quel- 
le stazioni  geograflche,  che  senza  dubbio  ripeto  un  poco 
troppo ,  ma  che ,  moootohe  per  gli  altri ,  hanno  per  me 
il  dono  di  ripresentare  alla  mia  memoria  quegli  osserva- 
tòri come  sMo  vi  fossi  tuttavia. 

Aveva  ad  austro  le  paludi  di  Lerna,  cinte  dalle  mon- 
tagne dell^  Arcadia  ;  più  lunge  ,  seguitando  Forlzzon- 
te,  io  distingueva  i  campi  di  Tirea  dominati  dai  monti 
della  Laconia;  ad  oriente ,  in  faccia  a  me,  biancheggia- 
vano le  moschee  e  i  mìaaretli  di  Nauplia,  appoggiata  sopra 
uno  scoglio  coronato  dalla  cittadella  Palamida  dai  larghi 
merli.  Dietro  Napoli,  le  alte  cime  che  nascondono  Epidau- 
ro  ;  poi ,  in  lontananza  sul  mare ,  le  isole  di  Pitiusa  e  di 
Efirea,  ombra  di  Spezia  j  tornando  verso  la  riva,  ritrovai 
Tirinto,  ed  ai  miei  piedi.  Argo  coi  suoi  vasti  giardini. 

Ero  distante  poche  ore  da  Tegea ,  di  cui  vedeva  bian- 
cheggiar la  via  sulla  pianura;  fra  un  giorno  avrei  toccato 


(I)  Sur  les  rives  d' Argos,  près  de  ces  bords  aiides 
Olì  la  mer  Yient  briser  ses  flots  impérieux. 
La  plus  Jeune  des  Danaìdes 
Amyinoue  implorait  l' asslstance  des  dieui . 


▼  lAGGIO  173 

il  Liceo,  Manie  e  lfegd<qioli*  —  Di  quivi  soendeya  a  Spar- 
la per  interrogarri  le  omlire  de^  eroi ,  per  beni  Inacqua 
ddl^Eorota.  Salendo  il  sommo  del  Taigete,  andava  a  vi- 
tifar  nei  loro  selvaggi  abituri  quei  flgM  di  Maina,  nei  quali 
arde  tatlaviafl  fuoco  del  coraggio  e  la  passione  per  la  liber- 
tà: io  aveva  incontrato  a  Costantinopoli  nn  Malnota  inei« 
vUlto,e  m'^aveva  promesso  on'accogUenia  fraterna  fra 
i  snoi  scogli  indipendenti.  —  Dopo  passava  in  Elide;  ero 
pastore  saDe  rive  dell^  Alleo,  pancratae  lottatore  a  Olimpia, 
cacciatore  nelle  paladi  di  Stimfale  ;  io  non  so  finalmente 
fin  dove  sarei  andato  coi  miei  casielli  in  aria^  se  i  miei 
doveri  non  avessero  fatto  fretta  al  mio  ri  tomo  verso  le  ri* 
ve  del  Bosforo  :  e  fu  por  d^  uopo  metter  tutti  quei  pro- 
getti poetici  fra  tanti  altri  sogni  incompiuti . 

La  posiiione  topografica  delle  principali  città  greche 
è  scelta  maravigliosamente^  per  tutto  facile  accesso,  as- 
petti svariati  sul  mare  e  sulla  campagna ,  aria  salubre  • 
»  La  Grecia  dice  Montesquieu ,  è  una  gran  penisola  di  cui 
»  i  capi  pare  abbiau  fatto  ritrarre  i  mari,  ed  i  golfi  sem- 
»  bra  siensi  aperti  da  tutti  i  lati  come  per  riceverlo  anco- 
»  ra  (1)  ».  — y^è  una  certa  somiglianza  nella  situazione  di 
molte  antiche  cjttà  che  ho  visitate  ;  cosi  0  monte  Pereo 
protegge  Argo,  come  il  monte  Geranio  protegge  Corinto, 
e  la  catena  dei  Cerati  Megara.  Quasi  sempre  lunghi  mu- 
ri guarentivano  le  comunicazioni  della  città  col  porto ,  e 
castello  di  accesso  difficile  oflferivano  sicuri  asili  contro  le 
irruzioni  d'un  vicino  potente. 

Rientrato  in  Argo,  passai  presso  ad  una  scuola  che 
riconobbi  al  susurro  continuo  dei  fanciulli  ohe  leggeva- 


(I)  VOKTESQt'iEu ,  Esprit  dn  le\$,  lib.  xxi ,  cap.  Tn. 


IV. 


35 


S74  MAECBLLUS 

no  e  ripetevano  tutti  insieme  ad  alta  voce  la  lezione  del* 
la  giornata.  El)bi  voglia  di  entrare  in  queir  asilo  delle 
lettere  greche ,  e  di  esaminare  la  generazione  bambina  dei 
poveri  Elleni .  Il  Bidascalos  (  precettore  )  mi  accolse  con 
molla  urbanità  ;  mi  fece  sedere  accanto  a  Jui ,  e  mentre 
mi  portavano  una  tazza  di  cafie^  mi  vantò  moUissimo 
r  intelligenza  dei  suoi  discepolt,  e  anche  un  poco  il  suo 
metodo  dMnsegnamente  •  Mi  mostrò  i  suoi  libri  elementa- 
ri ,  la  gramatica  di  Lascaris ,  alcuni  estratti  dei  pìn  gran- 
di autori  classici)  stampati  a  Gorfii ,  la  rettorica  di  Oike- 
nomos,  e,  per  far  pieno  Pesame,  ordinò  ai  piò  abili  scuo- 
lari  di  recitarmi  alcune  scene  del  Leonida  alle  Termopile  ^ 
dramma  eroico,  che  preludiava  molto  felicemente  alla  ri- 
voluzione del  1820,  e  che  era  stato  stampalo  ^el  181 6  a 
spese  d'un  capitano  Idriotto:  ^citerò  questi  frammenti , 
e  cercherò  di  tradurli  • 

TERZA  SCENA  DEL  SECONDO  ATTO  • 

SERSE,   SEGUITO  E  GUARDIE 

SPEBZIA  E  BULETE.  spartani. 


SPERZIA 

»  Re  dei  Persi .... 

GUARDIE   DI  SERSC 

•  Bacia  prima  la  terra ,  prosternati  e  mostra  profondo 
»  rispetto  e  sommissione. 

SPERZIA 

•  Noi  non  siamo  schiavi. 

BULETE 

»  Noi  non  pieghiamo  il  ginocchio  che  davanti  agli  Dei. 


r 


VIAGGIO  S75 

SERSfi 

»  (  Alle  sue  gìMrdie)  Noq  Tinquietate .  (  Agli  Spartani) 
Parlate  liberamente  ;  che  volete  7 

SPBRZIA 

>  Re  !  gli  Spartani,  or  volgono  alcuni  anni ,  traviati  da 
»  soverchia  ira ,  detter  morte  agli  inviati  di  Dario  padre 
»  tuo .  Per  cancellar  questa  macchia  che  pesa  sulla  nostra 
»  razza ,  noi  ci  offriamo  a  te  aflSnchè  tu  ci  imnnoli  :  e  poi- 
»  che  quei  tuoi  ambasciatori  erano  senz'  armi ,  eccoci 
»  inermi  anche  noi . 

SERSE 

>  Siete  voi  pazzi? 

SPERZIA 

•  Non  frappor  dimera  9  o  re  ;  ordina  che  il  sangue  dei 

•  tuoi  ambasciatori  sia  vendicato . 

SERSE 

•  Ma  donde  questo  disperato  proposito? 

BCLBTE 

»  Non   voler  chiamare  disperazione  i  sensi  più  sacri 

•  presso  gli  Spartani,  T onore  è  P amor  della  patria  (1)  ! . 

SCENA  PRIMA  DEL  QUARTO  ATTO  • 

UNO   SPIONE  PERSIANO  E  UN  GIOVINE  DI   SPARTA  . 

LO   SPIONE 

•  Amico ,  te  ne  prego ,  appaga  la  mia  curiosità .  Don- 
»  de  viene  che  pettinate  con  tanta  sollecitudine  i  vostri  ca- 

•  pelli  j  come  se  si  trattasse  d^  un  giorno  di  nozze  o  di 
>  assemblea?  Avete  fors^oggi  qualche  festa? 

(I)  Questa  scena  è  quasi  tolta  di  peso  da  Erodoto  (vedi  la  settima  Musa  ) . 


a7«  MARCBLLUS 

LO  SPARTANO 

»  NÒ ,  ma  è  costume  nostro  quando  abbiam  fisso  di 
»  combattere  fino  alla  morte  • 

LO  SFtONE 

>  £  cosa  strana  acconciarsi  di  questa  fatta  per  andare 
»  a  morire,  lo  credeva  lo  faceste  per  metter  paura  al 
•  nimico. 

LO  SPARTANO 

»  Noi  mettiam  paura  al  nimico  colle  armi,  e  non  col- 

>  la  capigliatura.  A  voi  soli  ponnole  chiome  riuscir  utili 
»  nella  pugna. 

LO  SPIONE 

»  In  che? 

LO  SPARTANO 

»  Per  nascondervi  la  faccia  svergognata  quando  fuggite 
»  come  lepri. 

LO  SPIONE 

•  Tu  sei  un  uomo  libero,  vuoi  tu  seguirmi  al  campo  di 

>  Serse  ?  il  gran  re  ti  ricompenserà  largamente. 

LO  SPARTANO 

•  Non  Io  credo 

LO  SPIONE 

»  Perchè? 

LO  SPARTANO 

»  Perchè  la  mia  lancia  potrebbe  spiacergli. 

LO  SPIONE 

•  Non  mMntendi.  Ci  verresti  da  amico,  non  da  ni* 
»  mico. 

LO  SPARTANO 

»  Mai. 

LO  SPIONE 

»  Sei  ricco? 


VIAGGIO 


177 


LO  8PABTA190 

•  Ho  assai  pei  miei  bisogni . 

LO  SPIOKS 

>  Addio  •  Tu  non  sei  degno  di  goder  vita  felice  • 

LO  SPARTANO 

•  Tienti ]a  toa  yita  felice.  L'onor  vai  piti  di  tntte  le 
•  ricchezze..  • 

ULTIMA  SCENA 

MORTE  DI  LEONIDA 
GIACENTE  SUI  CADAVERI  DEI  PERSI 


LEONIDA 

>  Lasciatemi  •  Questa  freccia  m'ba  trafitto  pih  delP al- 
tra. Le  forze  mi  mancano;  la  vita  si  dilegua.  •  .  . 
Ogni  aiuto  è  vano.  ...  lo  muoio  per  Pindlpen- 
densa  della  Grecia.  .  .  •  Oh  Dei  !  giusti  protettori 
ddla  mia  patria!  ricevete  il  mio  sacrificio  come  un 
omaggio Serva  la  mia  morte  alla  glo- 
ria di  tutti  i  Greci e  alPonore  di  Sparta 

mio  paese 

•  (  Egli  spira  j  alcuni  Spartani  feriti  ^  che  rimangono 
ancora ,  si  precipitano  sui  Persi  gridando  :  )  Mooai  amo 

PER  LA  LIBERTA*   BELLA   GRECIA .  • 


Io  ascoltava,  muto  di  stupore,  queste  espressioni  energia 
che  eboUenii;  iomi guardai  da  ogni  domanda  o  commen- 
tario sul  loro  senso  poMtico,  limitandomi  ad  alcune  esser- 
vazkmisoUo  stile  e  sol  dialetto.  Quello  non  era  più  il  lin- 
guaggio della  Morea,  dalla  sua  conruiione  e  dalla  suarapi- 
dita  fatto  inintelligibile}  era  una  preounda  lenta  e  misu- 


im^^^^ 


218 


MAECBLLD8 


rata;  la  voce  di  que^fancialii  si  trascinava  sugli  accenti  j 
che  i  Greci  osservano  con  tanto  scrupolo  nel  loro  idioma 
volgare.  Si  riderebbe  sMo  parlassi  delia  grazia  di  quel  lo- 
ro porgere ,  ma  posso  almeno  assicurare  cbe  quei  giovi- 
netti mi  parvero  intender  ciò  che  declamavano,  ed  esaltarsi 
a  quelle  coraggiose  parole  •  Chiesi  di  comprare  una  copia 
del  dramma  di  Leonida;  il  Didascalos  me  lo  fece  porta-» 
re,  e  quelli bretto lo  conservo  tuttavia.  Risalii  a  cavallo 
preoccupato  di  ciò  che  aveva  udito,  e  continuai  cogitabon- 
do pella  via  di  Micene . 

Dopo  un^ora  e  mezzo  di  cammino,  mi  fermai  di  nuovo  a 
Garvathi.  Le  ruine  di  Micene  sono  nella  montagna,  dopo 
alcuni  passi  fatti  da  quel  horguccio,  che  dal  lato  della  Co- 
rintia termina  la  pianura  di  Argo  •  Vidi  grandi  muri  di 
pietra,  lavoro  di  giganti  o  di  ciclopi ,  alcuni  frantumi  di 
marmo ,  traccie  d^  una  architettura  primitiva  e  colossale , 
più  che  vestigio  delFarte  greca;  finalmente i leoni  in  rilie- 
vo che  vigilavano  alle  porte  della  città:  scrissi  il  mio  nome 
sulla  loro  criniera ,  come  vi  hanno  fatto  mille  altri  viag- 
giatori. In  mezzo  a  queste  ruine  di  Micene  dalle  larghe  «t>, 
come  la  chiama  Omero  (cu st;a7vr.9iMvxW/),  io  procedeva 
taciturno  e  pensieroso  sopra  scope  rosate  e  vilucchi  cile- 
stri.  Della  citta  degli  Atridi  rividi  solo  la  loro  tomba:  ma 
questo  vasto  monumento  è  notevole  per  la  sua  beila  con- 
servazione ,  per  i  suoi  due  ingressi ,  la  forma  della  sua  cu- 
pola, e  per  le  volte  sotterranee  che  si  addentrano  molto 
sotto  la  collina  • 

Passai  alla  fonte  di  Perseo  per  raccogliervi  a  stento  nel  - 
lamia  tazza  da  viaggio  alcune  rade  goccie  di  acqua,  e 
tomai  a  Garvathi  dove  non  è  ian,  ma  solo  poche  case .  Non 
trovai  altro  asilo  che  un  albero,  folto  come  quegli  ulivi 
che  celavano  Ulisse  neir  isola  dei  Feaci  : 


VIAGGIO  ^79 

M  La  forza  non  crollavali  deVenti , 

n  Nò  )'  igneo  sole  go*  suoi  raggi  addentro 

M  .LI  saettava  ;  né  le  dense  piogge 

M  Penetravan  tra  lor  -;  sì  unici  insieme 

M  Crebbero  ,  e  tanto  s' intrecciar  co^  rami  (1). 

I  miei  cavalli  erano  accampati  in  una  prateria  vicioa*; 
il  giorno  stava  per  morire  ;  io  aveva  meco  alcune  provvi- 
gioni  clie  bastarono  alla  picciola  brigala .  Durante  questo 
parco  rinfresco  all^aria  aperta,  il  capo  del  borgo  (e  per- 
cbè  non  dir  1^  Eforo  ?  )  9  accompagnato  da  mòtti  Alba- 
nesi, venne  ad  assidermisi  accanto.  Dapprima  io  non 
ci  aveva  badato  ;  ma  dopo  poco  ei  mi  volse  alcune  parole 
cortesi  j  ed  alcune  scuse  sulla  sua  inospitalità .  »  Signor 

•  viaggiatore,  mi  disse,  le  nostre  capanne  sono  si  anguste, 
»  e  così  piene  delle  nostre  famiglie,  che  non  possiamo  ri- 
«  cevervici;  ma  la  nottata  è  bella;  è  forza  contentarsi 
»  di  tutto  in  questo  mondo:  clii  sa?  se  foste  mollemente 

•  adagiato  in  un  bel  palazzo,  potrebbe  precipitarvi  il  tetto 
V  in  capo,  e  qui  non  v^è  questo  pericolo.  •  —  A  questa 
riflessione  filosofica  del  veccliio,  mi  rizzai  dalla  stola  sulla 
quale  giaceva ,  e  gli  risposi  col  proverbio  greco  Ka?»  i>;;9- 
itAJ  QiacTo  xaùov,  cioè  da  ogai  male  nasce  un  bene.  —  •  Ave- 

•  te  ragione,  signor  viaggiatore,  riprese  TEforo;  bisogna 
»  prender  in  questo  modo  le  traversie:  ma  poiché  non 

•  ignorate  la  nostra  lingua  e  conoscete  perfino  i  nostri  prò- 

•  vert>L,  v^han  eglino  detto  donde  venga  quello  che  avete 


(I)  Tow;  |àv  OLu  ovr'  èatiyi''u'^  ^liu  fiive;  v7;*òv  àivrciv , 
Ov^sroT*  Mm^  ^z/Omv  datxlan  iSxXacv  , 
05t'  of^c«(  irf  odtayzt  ^izfiinfii .  w;  a^Jc  rvzvoì , 

'àJJr,'A0l9llf  IVVV  Ì7T7.llvZxÌ\i  .... 

OmcrO,  Orlusea,  cjatoV.  v.  478. 


S80  HAftCBLLUS 

•  citato  poco  fa?  >  — Nò  davvero  *—  t  Ebbene  la  sua  orì- 
»  gine  è  tutta  moraita,  e  se  non  v'è  discaro  re  la  dirò.  • 
Io  non  aveva  punta  voglia  di  dormire,  e  mi  accostai  nn 
po^  più  al  novelliere  :  f^i  Albanesi  ci  fecero  cerchio;  il  mio 
giannizzero,  nato  ad  Alene  e  parlando  il  greco  quando  non 
poteva  fare  a  meno ,  chiuse  il  cerchio.  In  Arabia  io  aveva 
ascoltato  senza  capirli  i  lunghi  racconti  dei  Beduini  ;  ma 
qui  feci  proposito  di  non  perder  sillaba  di  questa  storia; 
e  il  primate  cominciò  : 

•  Dovete  dunque  sapere ,  Effendi ,  che  uno  fra  quei 
sultani  di  cui  non  ignorate  il  nome  voi  altri  Europei , 
e  di  cui  e  on  tanta  curiosità  cercate  le  monete  e  gli  an- 
tichi serragli,  regnava  a  Garvathi  son  ora  parecchie  cen- 
tinaia d^anni  e  forse  più,  forse  meno  ;  voi  lo  sapete  ;  ma 
a  noi,  ce  ne  importa  poco:  il  suo  reame  stendevasi  dal- 
la corrente  della  Planitza  6no  a  San  Giorgio,  e  giugneva 
quasi  fino  a  Xauplia.  Egli  era  perciò  piuttosto  un  vaivoda 
che  un  sultano  ;  siccome  aveva  molti  vicini,  aveva  anche 
molli  nimici,  e  fra  questi  il  pascià  di  Vasiliko  (Sidone), 
che  spesso  spesso  gli  minacciava  gli  stati.  Apparecchia- 
va una  volta  una  spedizione  contro  questo  pascià,  e  nel 
mentre  che  prendeva  le  sue  misure  per  fare  la  guerra  a 
suo  prò>  aveva  mandato  alcuni  Capidgi  baici  (ciambel- 
lani) per  parlare  di  pace.  Non  importa  chMo  vi  dica  es- 
ser questo  il  solito  uso  •  Del  rimanente,  il  nostro  sulta- 
no aveva  ricchezze  in  copia,  bei  giardini,  le  ombre  dei 
quali  si  stendevano  fino  alla  pianura ,  un  sontuoso  palaz- 
zo nella  montagna  che  avete  già  visitata,  e  finalmente 
un  harem  popolato  di  graziose  odalische  f  avea  però  una 
sola  moglie ,  e  questa  moglie  era  rimasta  la  sua  predi- 
letta ,  ciò  che  allora  era  raro  come  oggi . 


VIAGGIO  281 

»  Una  notte,  nel  mentre  che  dormiva  saporitamente, 
alcuni  fra  i  suoi  più  fedeli  Tsciausci  (guardie)  Io  sve- 
gliarono dandogli  la  notizia  che  la  ciUà  erasi  levata  a  ru- 
more, che  il  suo  Kehaya  (luogotenente),  d'accordo  colla 
favorita,  faceva  di  tutto  per  togliersi  in  mano  la  sua  per- 
sona, porla  a  morte,  e  regnare  in  sua  vece.  Il  sultano, 
spaventato,  di  subito  prende  la  borsa  e  la  pelliccia  e  s'af- 
fretta a  fuggire  per  una  porta  segreta  del  serraglio ,  ma- 
ledicendo il  suo  Subasci  (  capo  della  polizia  ) ,  che  non 
aveva  saputo  prevenir  la  rivolta,  né  avvertimelo  .  Ora 
questo  sultano  era  un  di  quelli  che  sogliono  chiamarsi 
saggi;  era  buono,  paziente,  rassegnato  e  prendeva  tutto 
per  lo  meglio .  Cammin  facendo,  riandava  là  sua  disgra- 
zia imprevista,  e  lasciandosi  menare  più  dai  suoi  pen- 
sieri che  dalla  via,  si  ritrovò  in  un  loco  selvaggio,  dove 
fu  assalito  dai  ladri  ;  questi  gli  rubarono  il  denaro ,  ma 
quando  disse  loro  che  era  il  sultano,  lo  presero  per  paz- 
zo, e  per  rispetto  della  sua  pazzia,  gli  lasciarono  la  pel- 
liccia. La  notte  era  cruda  ;  il  fuggiasco  dopo  essersi  allon- 
tanato di  qualche  miglio,  si  sdraiò  sopra  un  sasso  e  s'ad- 
dormentò, ingiuriando  di  nuovo  il  trascurato  Subasci  che 
non  teneva  a  dovere  1  ladri:  dopo  poche  ore  di  riposo 
la  saviezza  gli  tornò  colla  sua  solita  rassegnazione.  A 
dir  vero,  ragionava  fra  sé,  è  stata  una  fortuna  che  i  bri- 
ganti m' abbian  preso  i  denari  e  m' abbiano  lasciato  la 
pelliccia;  se  m'avessero  tolto  la  pelliccia  e  m'avessero 
lasciata  la  borsa ,  avrei  battuto  i  denti  tutta  la  notte  :  e 
tutti  i  mahmudii  del  mondo  (moneta  d'oro  coli' efflgie 
del  sultano  Mahmoud  )  non  sarebbero  stati  buoni  a  scal- 
darmi .  Anche  il  male  è  buono  a  qualche  cosa  (  KàOi  iunó- 

dtov  Olà  zò  xaXov)  • 


IV.  36 


282  HARCELLUS 

p  Dette  queste  parole,  si  rimesse  a  scappare  in  meszo 

>  ai  borri  ;  non  era  ancora  spuntato  il  giorno,  e  il  povero 

•  sultano,  poco  avvezzo  a  camminare ,  cadde  da  un  pun* 

•  lo  molto  elevato  nel  letto  della  Planitza  (IHnaco),  e 

>  stette  un  pezzo  senza  potersi  muovere  pel  dolore  della 
»  caduta.  Stava  per  riaversi,  quando  un  contadino  che 

>  passava  n^  ebbe  pietà ,  e  lo  aiutò  a  dirigersi  verso  una 

•  capanna.  Rallegratevi  meco,  amico  mio,  gli  diceva  il 

>  sultano,  per  buona  sorte  la  Planitza  era  secca;  se  il  fiu- 

•  me  avesse  avuta  tutta  P  acqua  che  porta  in  primavera, 
»  ci  sarei  senza  dubbio  affogato  :  KàOc  f>7r<>^cov  9dt  tò  xaXov  »  • 

•  Non  stette  molto  il  sultano  a  rimettersi  in  via  e  a  frap- 
»  por  maggior  distanza  fra  lui  e  i  suoi  nimici  ;  andò  Gno 

•  a  Tripolitza,  e  appena  entrato  in  citta  s^  abbattè  nella  sua 

>  moglie  favorita,  che  gli  si  slanciò  al  collo  e  gli  provò  lu* 

•  minosamente  di  essere  stata  calunniata  quando  Paccu- 

>  sarono  di  pratiche  segrete  col  ribelle  Kehaya.  Il  sulta- 

>  no  era  buon  uomo }  fu  al  colmo  della  gioia  e  sclamò  : 
»  O  cara  moglie  mia ,  s'^io  non  t^ avessi  mai  perduta,  se 

>  le  sventure  non  avessero  mutato  i  nostri  destini ,  avrei 
»  ora  meno  piacere  nel  rivederti  e  nello  stringerti  fra  le 

>  mie  braccia.  Anche  il  male  è  buono  a  qualche  cosa. 

»  Dopo  qualche  grande  infortunio,  non  è  poco  davvero 
»  ritrovare  nna  moglie  ;  ma  per  un  sultano  non  basta  : 
»  quando  una  volta  ha  comandato  agli  uomini ,  vuol  co- 

•  mandar  sempre  e  . . . 

A  questo  punto  il  giannizzero  fece  un  moto  quasi  per  in- 
terrompere le  riflessioni  poco  rispettose  verso  i  sultani  j 
ma  per  via  di  quella  riverenza  profonda  che  si  ha  in  Oriente 
per  ogni  uomo  che  racconta,  si  tacque,  e  il  narratore  con- 
tinuò . 


VIAGGIO  2S3 

»  Al  nostro  savio  rincresceva  di  tanto  in  tanto  la  perdu- 

•  ta  potenza,  il  suo  serraglio  e  le  sue  ricchezze,  quando  si 
»  seppero  a  Tripolitza  le  rivoluzioni  di  Garvathi.  Il  pascià 
«  di  Vasiliko,  consapevole  della  rivolta  del  Kehaya^  avea 

•  fatto  suo  prò  di  que'  momenti  di  scompiglio,  e  sorpren- 

>  dendo  la  città,  avea  fatto  strangolare  il  luogotenente  in- 

>  fedele  •  —  Ecco  V  ultimo  colpo  di  sorte ,  disse  il  sultano 
»  a  questa  notizia.  Io  mi  trovo  vendicato  senza  essermene 

•  dato  briga;  e  sMo  avessi  tuttavia  regnato  a  Garvathi,  il 

•  vincitore  avrebbe  strangolato  me.  Allora,  consolatissimo 

>  delle  sue  disgrazie,  si  ritirò  colla  moglie  nelle  montagne 
»  di  Maina,  ed  insegnò  ai  suoi  figli,  siccome  questi  lo  hanno 
»  insegnato  a  noi ,  a  ripetere  il  proverbio  :  kxOi  c>7ro Jiov  cfeà 
»  TÒ  xac)o'v,  cioè,  anche  il  male  è  buono  a  qualche  cosa .  '• 

Cosi  finì  il  racconto .  •  V  Allah  !  s clamò  il  giannizzero. 
Dio  ne  sa  più  di  noi  (1)  • .  —  Quanto  a  me ,  cercando  di 
trovare  qualche  vestigio  d^  antichità  in  questo  racconto 
alquanto  confuso,  e  tutto  pienodella  famiglia  degli  Atridi, 
m^  immaginai  :  che ,  nella  prima  parte  della  storia,  il  sulta- 
no di  Garvathi  fosse  il  grande  Agamennone,  re  di  Micene , 
che  il  luogotenente  rivoltato  fosse  Egisto  e  la  favorita  Gli- 
tennestra  ;  ma  che,  verso  la  fine  della  cronaca,  le  parti  fos- 
sero scambiate:  che  il  sultano  doventasse  Menelao,  il  pascià 
di  Vasiliko,  Oreste;  infatti,  le  parole  di  Elena  nelFOdissea, 
quando,  tornata  a  Sparta,  dice:  indora  la  pillola  al  buon 
Menelao,  sono  presso  a  poco  le  stesse  della  favorita  al  suo 
virtuoso  filosofo.  Finalmente,  le  graziose  odalische  erano 
Criseide  e  Briseide,  belle  fanciulle  serbate  per  aver  cura  del 


(I)  Frase  turca  proyerbiale .  Takdir  tedJbiri  boxar  :  alla  lettera  ,  sIgnIOca  : 
li  dettino  spezia  ciò  che  Tuomo  dispone . 


I 


28t  MARCEL  LUS 

ledo  delredéire—  A/x«c  avT»oW«v(l).  —  Ocfa-Zyi  signi  Oca  9 
anche  in  turco,  la  donna  che  s^occnpa  della  camera  del  pa« 
drone.Iononsoperò,inqual  modo,  ad  onta  dei  miei  raffronti 
antichi,  trovassi  in  questa  leggenda  una  certa  aria  falsa  dei 
raccontini  arabi  molto  sparsi  in  Grecia  sotto  nome  di  5yn- 
ttpas^  e  soprattutto  di  quelli  di  Candido  P ottimista.  Ma 
senza  accusar  di  plagio  il  Micenate  imitator  del  Voltaire , 
io  ripeteva  come  lui  :  »  Anche  il  male  è  buono  a  qualche 
cosa  »  ;  e  in  cuore  questo  intercalare  puntellava  con  quel 
verso  di  Ovidio:  Aliqwsque  malo  futi  usus  in  ilio  •  •  •  Poscia 
risdraiatomi  sulla  mia  stola ,  fui  colto  di  un  subito  pro- 
fondo sonno,  che  resse  insino  ai  primi  freschi  delPaurora. 
Appena  spuntato  il  giorno ,  dopo  aver  trascritta  la  sto- 
riella del  primate  di  Carvathi  sul  mio  portafoglio ,  dove  la 
ritrovo  quale  me  V  aveva  narrata ,  presi  via  per  Sidone  ;  e 
lasciandomi  indietro  di  subito  i  resti  ciclopei  di  Micene  9 
entrai  nelle  gole  di  Tretos  o  delle  Caverne.  •  Il  terribile  Ito- 
»  ne  che  Giunone  aveva  allevato ,  diceva  Esiodo ,  regna- 
•  va  sopra  Nemea  e  sopra  TApesa  (2)  • .  Andai  per  uà 
pezzo  sotto  volte  verdeggianti  :  mirti  alti  e  corbezzoli  lus- 
sureggianti di  frutti  e  di  fiori ,  cuoprivano  la  via ,  mentre 
i  lecci  ed  alcuni  cipressi,  dominando  questi  arbusti  coi  loro 
spaziosi  rami,  addoppiavano  il  folto  delF ombra;  le  pra- 
terìe erano  smaltate  di  fiori  di  colchica  e  d^  eufrasia  • 
Giunto  nel  più  angusto  della  vallata,  passai  presso  alcune 
capanne ,  e,  varcato  uno  dei  clivi  del  monte  Apesa,  scesi 
sopra  Nemea. 


(1)  Omero  ,  Iliade ,  canto  i. 

(2)  Koeoxv/euv  T/a/Toto,  N«uet*;c  n*?'  'Aff/ory vto;  . 

Esiodo,  Togon'a,  verso  335. 


VIAGGIO 


.    285 


Si  riconosce  tuttavia ,  al  terreno  livellato  sotto  i  bron- 
chi e  le  felci,  lo  stadio  consecrato  ai  giuochi  erculei. 
Andai  a  veder  Tantrodel  Lione;  oggidì  vi  si  albergano  le 
capre  sotto  la  guardia  d'^nn  pastore,  che  fuggiva  veden- 
doci progredire,  allorquando  il  mio  giannizzero,  sapendo 
quali  fossero  i  prodotti  di  Nemea,  gli  gridò  da  lontano  di 
portarci  del  miele.  Tornai  ad  assidermi  airombra  di  tre 
grandi  colonne  scannellate  d^  ordine  dorico ,  ornamento  di 
questa  solitudine  ;  esse  sole  stanno  in  piedi  in  mezzo  alle 
loro  compagne  cadute.  Queste  colonne  si  compongono  di 
pile  0  tamburi  di  marmo ,  sovrapposti  e  collegati  insieme 
per  un  foro  quadrato  nel  centro ,  corrispondente  a  quello 
superiore  ;  questi  tamburi  ricevevano  cosi  un  pernio  di 
cedro,  legno  incorruttibile,  che  li  riuniva  internamente 
ciascuno  e  ne  faceva  una  sola  massa .  Il  tempo  ha  rove- 
sciato queste  colonne  di  Nemea  con  una  spezie  di  simetria; 
e  quando  esse  si  sono  disfatte ,  le  pile ,  ruzzolando ,  hanno 
scoperto  V  ingegnoso  mistero  della  loro  commettitura . 

Sciami  di  api  susurravano  fra  questi  rottami,  e  so- 
spendevano i  loro  alveari  alle  colonne  ritte  o  mezze  distrut- 
te; e  quivi  non  v^è  chi  le  disturbi,  seppur  ciò  non  av- 
viene a  lunghi  intervalli  dal  passo  di  qualche  viaggiatore  • 
Il  pastore  non  durò  gran  fatica  ad  impossessarsi  di  alcune 
porzioni  di  miele  eccellente;  ne  feci  la  mia  colazione  in 
mezzo  agli  avanzi  del  tempio  di  Ercole ,  mentre  i  miei  ca- 
valli pascevano  l""  erba  dello  stadio . 

Dopo  breve  riposo,  mi  rimisi  in  via,  e  seguitai  il  cor- 
so che  prendono  le  acque  del  fiume,  quando  ne  ha.  Le 
traccie  dei  guasti  di  questo  torrentello  mi  guidarono  attra- 
verso air  antica  selva  Nemea  Ono  alle  falde  delle  colline 
del  monte  Cillene,  che  traversai  per  andare  a  riuscire  dal- 
la valle  del  Bembina  in  quella  deir  Asopo  •  Passando  poi 


286  MAECBLLUS 

presso  ai  luoghi  dove  faroDo  Flionte  e  Titano ,  il  gianniz- 
zero mi  soffermò  alla  %ista  di  alcuni  avanzi,  che  potevano 
essere  quelli  del  tempio  delle  Eumenidi  ;  erano  a  manca 
dell'  Asopo ,  e  queste  ruine  sono  ombreggiate  oggi  come 
negli  antichi  tempi  dai  più  bei  lecci  (ò^voq  npiifw) .  Mi  fer- 
mai sotto  quel  fogliame  folto,  pensando  alla  picciola  città  di 
Flionte ,  tanto  celebrata  pel  suo  coraggio  e  pella  sua  fedel- 
tà. Alleata  inseparabile  di  Sparta,  seppe  resistere  a  tutta 
la  Grecia  collegata  dopo  la  battaglia  di  Leuctra .  Io  leggeva 
con  ammirazione  Fintrepidità  generosa  degli  abitatori  di 
Flionte,  la  loro  religiosa  valentia,  l'entusiasmo  delle  loro 
donne  piangenti  di  gioia  e  intenerite  alle  sventure  della 

guerra  in  mezzo  ai  tripudii  della  vittoria  (KX^uvcvauc) .  Poi, 

•  

diceva  fra  me,  come  Senofonte  :  •  Tanti  scrittori  celebrano 
»  i  minimi  fatli  dei  grandi  popoli  ;  quanto  a  me ,  io  credo 
■  molto  più  degne  di  ricordanza  le  belle  azioni  delle  pic- 
•  cole  città  (1)  » 

Più  basso  nella  valle,  le  acque  delP inverno  avevano 
siffattamente  guasto  e  scavato  le  ripe  del  fiume ,  eh'  io  non 
potei  trovare  altro  sentiero  che  il  suo  letto .  Per  fortuna 
era  quasi  secco .  Se ,  come  lo  assicuravano  gli  antichi  abi- 
tanti di  Sidone  (e  Pausania  non  osa  combattere  questa  tra- 
dizione riportandola),  se,  io  dico,  l' Asopo  non  è  altra  co- 
sa che  il  Meandro  dell'Asia  Minore,  che  scaricandosi  nel 
mare  a  Mileto ,  passa  sotto  l' Arcipelago  per  ricomparire 
nel  Peloponneso,  bisogna  confessare  ch'ei  fa  un  lunghissimo 
viaggio  per  lieve  causa ,  e  non  vai  la  pena  di  venire  cosi 


(I)  'Ejuioi  ^i^oxil,  X2t  et  Ttc  (Uxpànù'Xi^  oSva  ir.XXà  xac  xoùÀipya,  ^ta- 
7tÌ7Tpoty.rxif  cri  fAoXÀov  a^cov  ft vae  àirofaivtiv . 

SbmofONTB,  Ellenicbr,  lib.  VII,  e.    It. 


VIAGGIO  287 

da  lontano  per  mostrar  tanta  poca  acqua  (1).  Asopo  o 
Meandro 9  lo  passai  su  pochi  ciottoli,  menando  il  cavallo 
pella  brìglia ,  e  verso  mezzo  giorno  entrai  a  Sicione . 

Quale  spettacolo  solenne ,  qual  ricca  varietà  di  aspetti 
attorno  a  quelle  alte  montagne  della  Corintia  ?  Ieri,  il  goKo 
di  Argo  colle  sue  belle  isole  e  le  sue  spaziose  rive  stende- 
vamisi  ai  piedi ,  oggi  Sicione  mi  fa  mostra  di  tutto  il  ma- 
re di  Lepanto,  delle  cime  acute  deUe  rupi  di  Delfo,  della 
Focide,  deirEtoliae  del  reame  di  Afi- Pascià. 

Si  ravvisa  a  Sicione  il  sito  di  tre  città:  una,  F  antica 
Sicione,  dimora  dei  più  antichi  re  di  Grecia,  era  sul  de- 
clivio della  collina,  ed  oggi  non  esiste  più.  Chiama  vasi  il 
porto,  e  il  mare  n^è  distante  oggidì  piìi  di  due  miglia.  La 
seconda  città  si  nasconde  ora  sotto  i  miseri  casolari  di  Ya- 
siliko,  e  i  suoi  resti  coronano  le  prime  colline  .Finalmente, 
la  terza  era  la  bella  Sicione  j  e  questa ,  posta  sul  secondo 
ripiano  delle  ondulazioni  del  monte  Cillene,  è  nella  situa- 
zione la  più  maestosa  •  Offre  le  sue  ruine  in  semicerchio 
sul  mare  di  Lepanto;  dalla  sommità  delle  sue  torri  si  do- 
minavano a  una  grande  altezza  le  campagne  deir Acaia ,  di 
Egira,  e ,  lunge  dalla  riva,  i  flutti  del  golfo .  Le  frequen- 
ti navi  partite  dal  mare  Ionico  non  potevano  giugnere  a 
Corinto  senza  esser  segnalate  a  Sicione,  e  senza  esser  pas- 
sate air  ombra  delle  colonne  del  bel  tempio  di  Nettuno  che 
sporgeva  sulle  onde  di  Crissa.  Lo  sguardo  cerca  ora  in- 
darno una  barca  su  questo  gran  Iago  solitario;  di  tanto  in 
tanto  la  vela  isolata  d^  un  gramo  pescatore  biancheggia 
presso  la  spiaggia  e  guida  P  occhio  contristato  verso  le  rive 


(I)  Pal'samia,  lib.  Il,  e.  V. 


288  MABCBLLDS 

di  Naupacto  e  le  campagne  della  Locridc^  sormontale  dalle 
cime  nevose  del  Paroasso  ( nzpwìvòvvipo'cvra )  (1). 

Visitai  lo  stadio  di  Sicione ,  avanzi  senza  nome ,  e  il  su- 
perbo teatro,  il  ricinto  del  quale  è  segnato  tuttavia  da  al- 
cuni muri  conservati .  Il  pappas  di  Vasiliko  m' aveva  con- 
dotto su  questi  avanzi  senza  potermi  aiutare  con  qualche 
indizio  9  e  mi  ricondusse  al  villaggio  dove  mi  fermai  pres- 
so alla  sua  cliiesa.  Io  aveva  in  mano  Omero ,  e  andava 
cercandovi  quel  eh''  avesse  detto  di  Sicione  ;  alcuni  abitan- 
ti ,  usciti  dai  loro  tugurii  sporchi  e  rovinati ,  mi  si  avvi- 
cinarono ,  e  mi  fecero  subito  un  cerchio  attorno ,  sedendo 
in  terra  presso  la  stola  che  mi  faceva  da  tappeto .  II  meno 
timido  si  accostò  al  pappas  e  gli  domandò  che  libro  fosse 
I  quello  dovMo  leggeva.  Io,  che  aveva  udita  la  domanda,  per 
dare  agio  al  prete  greco  di  rispondergli,  gli  presentai 
r  Odissea  ;ei  la  scartabellò  per  un  pezzetto  e  me  la  rese 
poscia  dicendomi:  •  Rispondete  voi  a  costoro,  perchè  io, 

•  quanto  a  me,  non  ci  capisco  nulla  ;  eppur  è  scritto  nel- 
»  la  lingua  degli  Elleni  > 

— Ebbene,  figliuoli  miei  (  Palikaria)^  queste  sono  can- 
zoni d^un  gran  poeta,  che  percorreva  i  vostri  villaggi  so- 
no ora  tremiPanni,  e  celebrava  le  gesta  dei  padri  vostri. 

•  —  Or  bene ,  che  ne  dic^  egli  ?  mi  domandarono  alcuni 

•  uomini  del  cerchio;  avevano  essi  più  màndrie  di  noi, 

•  più  campi,  più  olivi? — 

•  Nò,  interruppe  un  Romelista  accosciato  accanto  a  me 
»  come  gli  altri^  ma  essi  erano  Elleni ,  e  noi  siamo  schiavi , 
»  siamo  bruti  »  —  I  suoi  occhi  fiammeggiarono-,  si  alzò, 
riprese  il  suo  bastone  ferrato,  e  ci  lasciò  volgendosi  verso 


(i)  OMERO,  Inno  ad  Apollo ,  v.  282. 


VIAGGIO  269 


gli  scopeti  di  Sicione .  I  suoi  compatriotti  stettero  alquan* 
lo  taciturni,  e  ciascuno  se  ne  andò  poscia  nel  suo  tugurio. 

Era  tardi:  —  rimontai  a  cavallo  e  scesi  la  collina  di  Vasilil^o 
per  ripigliar  la  via  della  pianura.  Traversai  di  bel  nuovo 
-I  FAsopo,  fiume  celebre,  che  ba  sole  cinque  miglia  di  corso, 
degno  fratello  del  divino  Cefiso,  che  percorre  appena  do- 
dici miglia  nella  campagna  d^ Atene.  L^Uisso,  altrettanto 
famoso,  è  anche  meno  viaggiatore:  e, quanto  alFInopo, 
illustre  fiume  di  Delo,  sono  andato  in  dieci  minuti  dal  luo- 
go dove  fu  la  sua  sorgente  ai  luoghi  dove  fu  la  sua  foce  . 
Del  rimanente,  TAsopo  è  rapidissimo  nel  verno  e  merita 
l'epiteto  che  gli  dà  il  poeta  Agide  ( norautoo  /SaOv^cvncvToc  (i)  ) , 
Fiume  dai  profondi  vortici  • .  —  Io  passai  in  seguito  quasi 
a  secco  il  fiume  di  Nomea  .Egli  mette  tant^acqua  nella  cat- 
tiva stagione,  che  di  già  ha  portato  via  gli  archi  d'un  ponte 
in  costruzione ,  costruzione  turca  e  per  vero  dire  poco  so- 
lida ',  il  ponte  antico,  vicinissimo  a  questo,  è  talmente  ro- 
vinato ,  che  hanno  rinunciato  a  ristaurarlo  ;  lavoravasi  al 
terzo  ponte,  che  non  pareva  dover  esser  più  durevole,  e  sen- 
za dubbio  il  primo  viaggiatore  delia  prossima  primavera 
ce  ne  racconterà  la  rovina . 

Una  pioggia  dolce  dolce,  che  avea  raddoppiato  il  profumo 
delle  foglie  e  delle  campagne,  era  cessata;  neri  nuvoloni 
erano  cacciati  verso  il  Parnasso;  io  camminava  lentamente 
al  passo  del  mio  cavallo.  Questa  passeggiata  notturna  ai- 
traverso  la  vasta  pianura  di  Sicione  fu  deliziosa .  Ora  io 
traversava  grandi  selve  di  olivi,  ove  i  raggi  della  luna  mi 
Investivano  appena  ;  ora  ne  vedeva  lo  splendore  spandersi 
sopra  aride  stoppie  ^  o  sopra  scuri  scopeti  ;  numerosi  ar«^ 


(I)  PAOSANli  ,  Lib.  XI. 


IV.  37 


290  UARCBLLCS 

menti  di  montoni  e  di  capre  vi  passavano  la  notte  senza 
pastore  e  senza  tema  di  lupi.  Forse  non  sMncontrano  più 
lupi  in  questi  campi  dappoiché  Apollo  insegnò  ai  pastori 
dell'Arcadia  il  modo  di  sterminarli,  e  dopo  che  gli  fa  inal- 
zato un  tempio  a  Sidone  in  commemorazione  di  questo 
beneficio  sotto  nome  di  Apollo  Lupaio  (  ÀroXXovoc  Auxaiov  )7  — 
Giunsi  a  Corinto  nella  notte ,  dopo  tre  ore  di  cammino.  * 

Sveglio  prima  del  sorger  del  sole ,  andai  a  vedere  a  Le*  j 
sché ,  scalo  di  Corinto,  sul  golfo  di  Lepanto,  alcune  mine  | 
venete,  traccie  confuse  delF antico  porto,  e  le  baracche  i 
d^lle  dogane  che  formano  il  nuovo;  tornai  poscia  nella  | 
vecchia  città  per  ammirarvi  le  cinque  colonne  del  tempio 
di  Giunone  ;  io  non  so,  se  dedicando  alla  regina  degli  Dei 
quelle  belle  colonne  scannellate  e  d'ordine  dorico  senza 
base,  io  non  commetta  un  delitto  di  lesa  antichità,  ma  ripe- 
to ,  senza  guarentirlo ,  ciò  che  mi  fu  detto  a  Corinto.  Con* 
templai,  con  uno  stupore  che  erasi  in  tutte  le  mie  escur- 
sioni  riprodotto  in  Morea,  quegli  enormi  massi  cui  Parte 
antica  seppe  dare  proporzioni  tanto  precise  e  tanto  ele« 
ganti .  Credei  allora  ai  prodigi  d' Omero .  Gli  uomini  che 
maneggiarono  con  tanta  destrezza  questi  frammenti  di  mon* 
tagna,  dovettero  essere  gli  eroi  atessi  i  quali  lanciarano 
scogli  che  dieci  uomini  dei  nostri  giorni  potrebbero  soUe* 
vare  a  stento.  Né  con  minore  stupore  osservai  quelle  giun- 
ture impercettibili  dei  marmi  che  ne  fanno  un  solo  cor- 
po; i  capitelli  erano  così  maestrevolmente  adattati  alle  co- 
lonne, che  anche  dopo  tanti  secoli,  F unione  ne  era  inri- 
aibile  agli  occhi  più  acuti  e  più  sperimentati .  Tanium  m- 
rie$  juncturaque  pollet! 

Aveva  dimenticato,  al  mio  primo  passaggio ,  di  consegna- 
re una  lettera  che  erami  stata  data  ad  Atene  per  un  Greco 
di  Corinto.  Io  mi  presentai,  un'ora  prima  di  partire,  nella 


VIAGGIO  291 

8oa  graziosa  casa,  fuor  del  villaggio,  appoggiala  al  pendio 
della  cittadella,  e  in  faccia  al  mare  di  Crissa  e  alle  mon- 
tagne di  Delfo.  Questa  casa  non  era  ancora  finita;  il  Gre- 
co abitava  in  tanto  nna  bicocca.  Parvemi  occupatissimo  ed 
inquietissimo  di  ciò  che  avveniva  in  Albania.  Mi  domandò 
notizie  della  spedizione  già  spinta  assai  contro  Ali- Pascià; 
io  ne  sapeva  meno  di  lai .  Allora  mi  disse  che  V  esercito 
turco,  sotto  gli  ordini  di  Pache  -  Bey  erasi  avanzato  verso 
Giannina,  che  Ali-Pascià,  dopo  aver  fatto  saccheggiare  dai 
suoiAmauti  la  propria  capitale,  Paveva  incendiata  e  resi- 
steva tuttavia  nei  castelli  del  Iago.  11  corintio  temeva  il  ri- 
tomo delle  genti  ottomane  trionfanti,  e  il  loro  passaggio  in 
Morea ,  che  certamente  sarebbe  stato  incomodo  al  riposo 
ed  alla  borsa  dei  Greci  opulenti  •  Egli  non  sospettava  per 
ombra  che  un  anno  più  tardi  il  suo  paese  doveva  provare 
scosse  più  serie  e  più  dirette. 

La  via  è  lunga  da  Corinto  a  Gencrea ,  ov'  io  doveva 
imbarcarmi  ;  ma  ella  è  segnata  da  antiche  opere  intrapre- 
se per  tagliar  Fbtmo;  e  di  subito  scorgesiun  bell^anfiteatro 
scavato  nella  rupe,  il  casolare  di  Hexamili,  la  via  del  porto 
Seenoi}  poi,  vestigia  di  muraglie  presso  la  via,  antiche 
cave,  pozzi  e  traccie  di  scandagli  fatti  per  riscontrare  la 
natura  del  suolo  che  doveva  essere  attraversato  dal  cana- 
le. Questo  canale,  uno  dei  più  antichi  lavori  geodesici  del- 
r Europa,  intrapreso  da  Demetrio  re  di  Macedonia,  con- 
tinuato da  Giulio  Cesare,  da  Caligola,  e  che  Nerone  scavò 
egli  stesso  colla  sua  mano  imperiale  a  suono  di  tromba, 
non  doveva,  più  di  tanti  altri  canali  meno  celebri  nella  sto- 
ria moderna,  aver  pieno  compimento.  Le  difficoltà  del  ter- 
reno, P incostanza  e  la  superstizione  dei  popoli,  i  rivol- 
gimenti degli  imperi  vi  ostarimo  :  e  la  sacerdotessa  d' Apol- 


292  HARCELLUS 

io  Pizio,  lanciò  T  anatema  sulle  nazioni  che  lodano  Holia^ 
mente  contro  la  Natura^  figlia  degli  Dei. 

Finalmente  giansi,  di  rottami  in  rottami ,  al  Tillaggio  di 
Gencrea ,  per  ammirarvi  le  sne  catacombe  sulle  rive  del 
mare ,  ed  i  suoi  parapetti  di  granito .  Noleggiai  un  battello 
a  due  vele  per  Egina  e  pel  Pireo  ^  e  volli  mettermi  sabito 
in  cammino  ;  il  tempo  era  bello  ^  il  vento  debole ,  e  io  co- 
steggiava le  rive  deli^Epidauria.  Stava  sdraiato  sul  ponte 
della  barca  e  leggeva  la  maravigliosa  lettera  di  Servio 
Sulpicio  a  Cicerone  per  consolarlo  della  morte  della  fi» 
glia.  Avevo  prima  della  mia  partenza  da  Costantinopoli 
tradotta  questa  lettera  per  mio  oso^  e  coU^  idea  di  meditar- 
vi sopra  quando  m'avvicinerei  ad  EginauEcco  il  paragrafo 
che  mira  al  mio  viaggio  • 

•  Io  vo^  dirti  ciò  che  m'^ha  recato  mi  vero  confor- 
to ;  forse  ne  verrà  qualche  sollievo  al  tuo  dolore  •  — 
Tornava  d' Asia  ^  faceva  vela  per  Megara ,  e  andava  in- 
tanto considerando  il  paese  d' attorno  •  Avevo  a  tergo 
Egina,  Megara  in  faccia ,  a  dritta  il  Pireo,  a  manca  Co- 
rinto: queste  città,  altra  volta  tanto  floride,  oggi  cadii' 
te  e  distrutte,  dormono  sotto  la  polvere.  Allora  nel  cuore 
feci  questa  riflessiime  :  Eh  che  !  Noi  mortali ,  di  cut  la 
vita  debb'  esser  si  corte ,  ci  arrabbiamo  col  destino  , 
quando  un  nostro  amico  soccombe  sotto  il  peso  deU^  età 
o  sotto  un  ferro,  mentre  in  questo  luogo  solo,  tanle 
città  disfatte  ci  mostrano  il  loro  tristo  cadavere  !  Ali 
Servio ,  non  vuoi  tu  dunque  rientrare  in  te  stesso  e  ri-- 
cordarti  che  sei  nato  uomo  7  •  •  •  Credimi ,  questo  gn^ 
ve  pensiero  mi  rese  V  antica  fermezza.  Ebbene  !  cerca 
di  presenterti  la  stessa  imagine  :  tu  vedi ,  al  tempo  stes- 
so, perir  tanti  grandi  uomini,  soflHr  le  repubbKche  tan- 
te vicissitudini ,  e  le  provIncie  scosse  cosi  violenti ,  e  ti 


I 


I 


1 


VIAGGIO  293 

•  immergi  ia  im' abbattimento  prorondo  poiché  una  sola 

•  e  debole  donna  disparye  !  Ma  che  !  Se  ella  non  aves- 
9  se  sobìto  oggi  il  suo  fato ,  le  era  pur  forza  morir  qual- 
t  che  anno  più  tardi ,  perchè  finalmente  eir  era  mor- 
»  tale  (1)  > . 

Ecco  di  quanto  è  capace,  per  sanare  i  mali  delPanima , 
la  fliosofla  del  paganesimo  ^  consolava  la  morte  colla  mor- 
te,  e  non  colla  certezza  d' un  altra  vita  !  Era  riserbato  al 
solo  Vangelo  di  far  brillar  la  speranza  nel  fondo  dei  nostri 
dolori,  e  di  offerire  alPuomo  contristato  del  passato ,  cui 
sfugge  il  presente ,  V  avvenire  della  immortalila .  E  cosa 
curiosa  veder  Sulpicio ,  colla  affettata  ripetizione  delle  pa- 
role iùrte^de$tino^fùrtuna^  dì  battersi  per  dir  cosi  contro 
r  idea  di  JHo^  che  pare  tormentargli  il  pensiero  senza  po« 
tergli  scappar  dalla  penna .  Crederebbesi  che  questa  lettera 
tanto  patetica  fosse  uscita  tutta  intera  da  una  penna  moder- 
na !  La  Melanconia ,  decima  Musa,  alla  quale  tanti  poeti  e 
pensatori  moderni  hanno  quasi  esclusivamente  sacrificato, 
ispirava  rarissimamente  gli  scrittori  dell*  antichitìi .  Il  cri- 
stianesimo solo  poteva  sviluppar  questa  malattia  di  un^  ani- 
ma immortale  • 

Intanto  negre  nuvole  risospinte  dall'  Acro  -  Corinto  ci 
investirono  e  menarono,  colla  pioggia  e  coi  lampi,  un  vento 
impetuoso,  che  in  pochi  minuti  ci  fece  oltrepassare  con 
una  sola  vela  le  isole  di  Eleusa ,  il  promontorio  di  Spireo, 
traversare  in  tre  ore  uno  spazio  marittimo  di  quasi  qua- 
ranta  mi|^  ed  arrivare  ad  Egina  • 

Egina,  nella  sua  picciolezza,  è  una  delle  pio  graziose 
isole  della  Grecia }  e  senza  dubbio,  quell'isola  che  Antifilo 


(1)  Cicaoin,  Utt.  In.,  llb.  iv ,  Idt.  s. 


J 


294  UARCELLU8 

fa  parlare  in  questo  epigramma,  è  Egina:  t  Io  porto  tere- 
•  binti  e  pochi  vigneti  ;  picciola  e  modesta ,  io  non  sono 
t  né  arida ,  né  dirupata.  Le  isole  mie  sorelle,  lunghe  e  lar- 

>  ghe ,  ma  montagnose  e  sterili ,  mi  vincono  ^in  grandez* 
t  za.  Noi  però  non  dobbiamo  gareggiar  per  i  nostri  sta- 
»  di,  ma  sibben  per  i  nostri  prodotti  :  un  solco  d^ Egitto 

>  ha  egli  da  invidiar  qualche  cosa  alle  immense  sabbie 
»  dellaLibia?(l)». 

Egina  è  ingombra  di  antichi  avanzi  ;  mi  accostai  a  due 
colonne  del  tempio  di  Venere ,  che  dominano  la  città  edi- 
ficata in  cerchio  nella  rada ,  e  tomai  ad  assidermi  sul 
sedile  estemo  della  osteria ,  dove  era  andato  ad  alloggiare. 
Il  sole  brillava  di  nuovo  ;  ma  il  mare  si  ricordava  il  tem- 
porale ,  e  le  sue  onde  agitate ,  sollevando  le  barche  del 
porto ,  venivano  a  spezzarsi  ai  miei  piedi .  Le  mie  conver- 
sazioni cogli  Egineti  cominciarono;  mi  parlarono  subito 
(  essendo  queste  le  loro  sventure  più  recenti  )  d^  un  d  ele- 
gato del  dragomanno  dell^  Arsenale  che  si  trovava  allora 
nellMsoIa  per  togliervi  le  imposizioni ,  e  il  rigore  del  quale 
gli  riduceva  ad  una  trista  povertà  ;  nominavano  intanto 
rispettosamente  questo  dignitario ,  il  principe  Yanko . 

Io  aveva  la  pretensione  di  conoscer  troppo  bene  la  nobil- 
tà greca  del  Fanale ,  e ,  riandando  fra  me  le  generazioni 
dei  boiardi ,  cercai  indarno  di  associare  a  qualche  fami- 
glia fanariotta  questo  principe  Yanko ,  quando  mi  fu  mo- 
strato in  capo  alla  spiaggia  :  egli  era  sul  punto  di  passar- 
mi davanti  con  un  seguito  numeroso  di* cortigiani  egi- 
neti ;  avea  ravvolto  alla  testa  uno  scialle  di  casimira , 
procedeva  gravemente  con  un^  aria  spensierata  e  sprei- 


(I)  Antologia  I  Ub.  i.  eplgr.  D'ANTinLO. 


VIAGGIO  295 

lante ,  e  portava  una  lunga  pipa  con  una  singolare  agia- 
tezza :  io  squadrai  da  capo  a'  piedi  questo  gran  personag- 
gio ,  e  non  potrei  dir  quanta  fosse  la  mia  sorpresa  ravvi- 
sando sotto  quelle  apparenze  orgogliose  un  servitore  del 
dragomanno  greco ,  onorato  nell'  interno  della  sua  casa 
del  titolo  di  Tscibaktsct^  e  destinato  esclusivamente  a 
Costantinopoli  dell'attribuzione  di  apprestare,  accendere 
e  avvicinarci  alle  labbra  le  pipe  del  suo  padrone. 

Anch' egli  mi  riconobbe  subitole  la  gentilezza  non  fu 
minore  della  sfacciataggine  in  lui.  •  Signore,  mi  disse 
•  avvicinandomisi  coi  gesti  più  rispettosi,  qual  felice  ven- 
t  tura  mi  vi  fa  incontrare  ad  Egina  ?  Comandatemi  pure 
»  a  modo  di  re;  i  miei  servigi  ponno  esservi  utili  ;  questi 

>  miserabili  villani  non  vi  possono  oflTrire  che  olive,  man- 
»  dorle  e  poponi;  fatemi  l'onore  di  penetrar  nel  mio  al- 
»  bergo  e  ci  troverete  qualche  vivanda  più  degna  di  voi.  » 
Nello  stesso  tempo  riempi  con  una  abilità  naturale  in  lui 
la  lunga  pipa  che  aveva  in  mano,  e  ,  come  per  abitudi- 
ne ,  me  V  accostò  alla  bocca.  Io  rifiutai  sorridendo  le  sue 
cortesi  esibizioni  e  lo  pregai  di  sedermisi  accanto.  Appena 
seduto:  t  Sapete  voi,  diss' egli,  volgendosi  al  cerchio  degli 
»  Egineti ,  chi  avete  nell'  isola  7  Questo  signore  è  un 
»  gran  generale  francese,  un  uomo  potente  e  congiunto 
»  del  re ,  un'  uomo  insomma  che  ...»  E  veramente  il 
principe  Yanko  non  avrebbe  potuto  abbassarsi  a  tanto  sen- 
nonché  per  un  maresciallo  di  Francia  o  per  T  erede  della 
corona  •  Oh  che  fate  qui ,  gli  diss'  io  tagliandogli  le  parole 
in  bocca?  —  »  Ah!  Signore,  rispostegli  con  un  piglio 

>  scioperato,  ci  muoio  di  noia:  non  v'è  paese  più  tristo 
»  di  Egina  !  Sono  otto  eterni  giorni  che  ci  languisco:  aen- 

>  za  società ,  senza  distrazioni  ;  non  ci  si  può  vivere.  Ci 
»  tolgo  le  imposizioni ,  è  vero ,  ma  non  mi  sento  fatto  per 


296  HARCBLLDS 

t  questo  cattivo  mestiere  :  è  tempo  cbe  n  mio  esigilo  cessi 
»  e  eh'  io  rada  a  rivedere  la  gran  citta  * .  Il  Tscibuktsei  , 
in  tutto  quel  che  dicera  avveduto  imitatore  dei  modi  e  del 
linguaggio  de' padroni,  mi  dava  saggio  di  avere  studiato 
con  profitto  le  conversazioni  dei'boiardi ,  delle  quali  per  il 
solito  egli  e  i  suoi  compagni  sono  i  muti  testimoni.  Poco  dopo 
però ,  stanco  di  infingersi ,  e  impertinente  di  buona  fede , 
con  un  cenno  mandò  via  i  suoi:  Scusate ,  o  signore,  mi 
>  disse  poscia,  questi  modi  che  forse  vi  urtano  ;  ma  posso 
»  accertarvi ,  che  questa  spezie  di  arroganza  è  molto  pro- 
»  ficua  pelle  mie  incombenze  ;  ed  io  non  trarrei  un  obolo 
t  da  questi  isolani ,  se  non  cercassi  a  dar  loro  una  gran- 
»  de  idea  della  mia  nascita  e  del  mio  credito  • . 

In  sul  far  della  notte  lasciai  questo  tiranno  d'Egina ,  e 
ripresi  la  barca  che  doveva  condurmi  al  Pireo.  Ci  fu  for* 
za  lottare  contro  i  medesimi  flutti  che  il  temporale  aveva 
sconvolti  per  spingerci  tanto  rapidamente  ad  Egina;  né 
passammo  senza  pericolo  e  nel  fitto  della  notte  presso  ^li 
scogli  di  cui  risola  è  seminata,  t  Egina,  dice  Pausania , 
•  fra  tutte  le  isole  greche  è  quella  V  accesso  delia  quale 
»  è  pili  difficoltoso,  avvegnaché  ella  sia  attorniata  da 
»  tutte  le  parti  da  scogli  nascosti ,  e  da  rupi  a  fior  d' a- 
»  equa  (1)  » . 

In  suir  alba ,  eravamo  vicinissimi  a  Salamina  •  Queste 
acque ,  che  avevano  sbattuto  in  mezzo  a  grida  sanguinose 
le  triremi  degli  Ateniesi  e  le  mille  navi  dei  Persiani ,  cedeva- 
no  ora  senza  fiotto,  davanti  alla  mia  barca  solitaria.  Appe* 
na  r aurora  mi  permise  di  leggere,  mi  misi  a  scartabellare 


PaOSAKIA,  lib.   ir,  dfnt,  XX IX. 


fi-AGGI4>  297 

Erodoto  siri  ponte  del  battetto,  e  mi  dièposi  d'attórno, 
nella  III&  ittiafgtMzioiie  ì  moti  di  qnolia  pugna  navate ,  la 
più  illustre  che  rieordinogtt  annali  del  mondo,  più  av- 
reutiirosa  per  la  ÌUberik  che  le  battaglie  d^Azib  e  di 
Lepanto;  più  decisiva  nei  suoi  risaltamenti  cbe  quelle 
deirHogue  e  di  Trafalgar.  lo  aggruppai  presso  i  prò- 
montorli  presso  gli  scogli  deserti,  que' grandi  uomini 
della  Grecia,  quali  ce  li  rappresenta  la  storia  :  Amenia 
di  Pallene^  il  bollente  ardore  del  quale  impegnò  la  zuffa; 
Euribìade  di  Sparta,  il  generoso  Aristide,  P immortale 
Temistocte;  e  nella  mia  rassegna  di  celebri  nomi,  non 
aveva  dimonticato  davvero^  clie  Eschilo,  bravo  soldato 
e  gran  poeta ,  aveva  combattuto  anebe  egli  a  Salami- 
na.  —  Là ,  sul  continente  delF Attica,  sulla  sommith  della 
collina  Egalea ,  il  re  de'  Persi  si  assise ,  e  contemplò  la 
sua  disfatta  ;  qui  stava  la  regina  Artemisia ,  prudente  del 
consiglio ,  coraggiosa  ed  abile  nella  raisdiia ,  (ìHl  tanti  vi- 
li ;  unica  donna  cbe  abbia  mai  osato  comandare  una  flot- 
ta. Parevami  udirla  dire  a  Serse,  dopo  tanti  aHri*  consi- 
gli spregiati:  »  Ob  !  s\,  tornate  vene  in  Asia,  e  andate  a 

•  viver  nei  vostri  palagi:  lasciate  Mardonto  in  Grecia; 

•  s' ei  mai  vi  perisce,  non  sarà  grave  la  perdita  !  •  —  J?  t7 
parere^  continua  lo  storico,  fu  approvato  dal  re,  che  in 
cuore  aveva  la  stessa  idea.  Or  questo  storico,  suddito  della 
gran  regina ,  cresceva  allora  ad  Alicarnasso ,  per  carez  - 
zar  presto  T  orecchio  dei  Greci  col  racconto  del  loro  va- 
lore . 

Per  me ,  in  queste  pagine  d^  Erodoto ,  credeva  leggere 
una  nuova  Iliade  ;  ci  ritrovava  V  andamento ,  lo  stile  e  le 
imagini  grandiose  d'Omero;  e  subito  T  enumerazione  delle 
navi  prima  dello  scontro  ;  poi  la  terra  e  il  mare  che  tra- 
ballano ;  quel  fantasima  di  donna  che  si  mostra  neir  aria 


IV.  38 


ed  osta  alla  fuga  \  per  ultimo  le  modesta  e  sublimi  parole 
1       di  Temistocle:  i  Noosiam  noi  che  abbiamo  viato^  sono 

•  gli  Dei.  Essi  non  hanno  permesso  che  un  empio  insea- 

•  saio  osasse  uguagliarli  9  regnando  solo  sull'  Asia  e  sul* 
»  r  Europa  ad  un  tempo  (1)  t . 

Coli'  anima  tutta  piena  di  questo  gran  dramma  di  Sa- 
lamina  ^  m' avvicinai  alla  riva ,  e  posi  il  piede  a  terra  in 
una  cala  deserta .  Andava  sulla  spiaggia  del  mare  senza 
guardarmi  d' attorno  *,  il  mìo  pensiero  spaziava  pei  tempi 
che  furono  duemila  anni  fa  ;  e  fattomi  interamente  Ate- 
niese )  sentiva  il  cuore  palpitarmi  violentemente  nel  petto. 
Passai  senz'  accorgermene  il  letto  del  fiume   Bocaroi  ;  uè 
vi  trovai  una  sola  goccia  di  acqua  stagnante  per  distrarmi 
dalle  mie  illusioni .  Traversai  il  promontorio  di  Minerva 
Scirrade,  sempre  affascinato  dallMncanto  dei  famosi  anti- 
chi  ricordi  \  e  cacciando  lo  sguardo  sulla  punta  di  Gino* 
sura,  sullo  stretto  e  sulle  rive;»  Figlio ,  sclamai  volgen- 
domi al  marinaio  Egineta  che  ra' accompagnava  ^  mo- 
strami i  trofei  di  Temistocle  •  • 
»  Effendi,  mi  rispose ,  non  vi  sono  quasi  piii  pietre  òian- 
che  a  Colurl  :  il  vaivoda  le  lascia  portar  via  da  quanti 
passano.  Avete  davanti  Ampelaki  (  villaggio  della  vigna), 
dove  non  giugnerete  prima  di  un'ora  se  continuate  ad  an- 
dar COSI  adagio  ;  ci  troverete  della  buona  uva ,  e  una 
chiesetta  con  lettere  scritte  sul  muro  :  ma  il  vento  è  fa- 
vorevole*, credetemelo,  andiamo  a  Porto-Lione ^^  sarà 


•   (I)  Td9i  ykfi  wx  Vfu?(  x^rCfyzoetftcOa,  òJJlàSiQt.  ......  et  ffOó- 

vvio'ay  àv(fp2  iva  Tr,q  ti  'A7Ós(  rat  rr»;  £ù^cjn}{  ^aac/cv92t ,  covTa  etvoate'y 
ri  xal  irÌ7'j3ilov . 

Erodoto  ,  lìb.  vm ,  e.  lOB. 


meglio  » .  ( 

I 


VIAGGIO  299 

Io  abbassai  il  capo ,  confuso  dalle  mie  fantasticaggini , 
e  dalle  osservazioni  del  Policare ,  e  gli  tenni  dietro  senza 
insistere. 

Goluri  !  Porto  Lione  !  —  Ecco  dunque ,  diceva  io  fra 
me ,  i  nomi  di  Salamina  e  del  Pireo  !  Senza  ruine ,  sen* 
za  marmi  ;  senza  un  solo  vestigio  dei  tempi  passati ,  in 
questMsola  che  vide  il  trionfo  piii  luminoso  del  coraggio, 
che  fu  la  patria  di  Solone,  e  il  regno  di  Aiace  !  Sarò  io  co- 
stretto a  portarne  per  ricordo  poche  foglie  verdi  svelte 
a  magri  arbuscelli?  Non  ho  potuto  trovare  un  flore,  nep- 
pur  quel  fiore  d' Aiace ,  spezie  di  giglio  o  di  giacinto  che 
nacque  sulla  riva  alla  morte  del  figlio  di  Telamone  ! 

Risalii  suUa  barca  egineta ,  che  non  era  piii  comandata 
da  quel  valoroso  Policrito,  vincitor  dei  Sidonii  alla  pugna 
di  Salamina  ;  rasentai  poscia  lo  scoglio  d' Atalanta ,  V  isola 
Psittalia,  e  un^ora  dopo,  ero  al  Pireo.  A  dì  19  settembre, 
prima  di  mezzodì ,  io  aveva  ripreso  la  mia  stanza  in  Ate- 
ne, in  casa  del  signor  Fauvel ,  e  il  mio  posto  sopra  il  suo 
divano ,  dove  gli  raccontai  tutte  le  minime  particolarità 
della  mia  escursione  in  Morea ,  troppo  breve  a  dir  vero , 
non  avendovi  potuto  consecrar  piti  di  sei  giorni  • 


J 


GAP.  XXIV. 


L'mBTTO  E  HAKATOHA 
SMARAGDl 


(1820) 


'ixtTO  i'  K  Ux^oSu^ 

OM(ro  ,  Odi 


tùpwàyvtav  'à'.nHi* , 


I  A  Stìafeité  dqh  era  ^ta  per  au* 
1  che  segnalata  Mi  golfo  Saronico, 
1.  e  ffUeivBqite  il  suo  ritardo  prò* 
Inngava  il  mio  «oggioroo  ad  Ate- 
ne. Così  Jc  dUanèeoi  delta  7e«na  a^ettau  da  Delo  avevano 
dato  alla  vtta  diseccate. qualche  gioroo  di  piq,  4ì..  cqi  la 
memoria  è  immortale,  lo  feci  mio  prò  di  quei  fugaci  ino- 


302  MARCBLLUS 

menti  per  varie  corse  yicine  consigliatemi  o  dirette  in  per- 
sona dal  signor  Faavel .  Subito,  dopo  tornato  da  Corinto , 
egli  volle  ch'io  facessi  una  visita  alla  patria  d^Artstide  e  di 
Socrate  ,  ad  Àlopega,  picciolo  villaggio  sul  monte  Inietto , 
sul  quale  ogni  sera  9  al  tramonto,  vedovasi  sorgere  un  fu- 
mo biancastro* 

Mi  fu  data  una  guida:  pratica  di  tutti  gli  andirivieni 
del  monte  ella  doveva  condurmi  attraverso  colli  deserti  e 
selve  fino  ad  Alopega  ;  poi  ci  era  stato  ordinato  di  ripie- 
garci sopra  una  villa  nelle  vicinanze  del  casale  di  Drago- 
nisi,  dove  alcune  famiglie  greche  fuggivano  nella  state  il 
caldo  affannoso  delle  vie  d' Atene . 

Lasciammo  a  sinistra  gli  avanzi  della  porta  Diocharis , 
del  Ginnasio  e  del  Liceo.  Passai  V  Ilisso  alquanto  sopra  Pat- 
tare di  Borea  di  cui  riconoscevasi  appena  il  sito .  Non 
trovai  pia  •  quel  magnifico  platano  dai  rami  spaziosi, 
»  queir  ombra,  quei  dolci  aliti  dei  venti,  quell^erba  si 

•  molle  da  sedervi  agiatamente ,  ed  anche  sdraiarvisi  •  ; 
ma  volsi  alla  mia  guida  le  stesse  parole  di  Fedros  a  So- 
crate :  »  Ditemi,  non  è  forse  qui  dove  si  vuole  che  Borea  ra- 

•  pisse  un  giorno  la  ninfa  Orizia,  mentre  scherzava  sulla  ri- 

•  va  7  »  Ed  ella  mi  rispose ,  come  Socrate  a  Fedros  :  Lo  do- 
gliono^  ed  accompagnò  questa  risposta  con  un  ghigno  altret- 
tanto incredulo  quanto  quello  di  Platone:  imperocché  il 
cristianesimo ,  e  i  primi  studi  della  sua  infanzia ,  avevano 
insegnato  di  certo  a  questo  greco  ignorante,  ciò  che  il  più 
gran  filosofo  della  antichità  aveva  dovuto  indovinare  col- 
r  aiuto  di  tutto  il  suo  genio. L' alveo  del  fiume  non  aveva 
in  tutto  il  suo  corso  che  -  piccole  buche  dove  stagnava 
un'acqua  fangosa ,  resto  degli  ultimi  lenporaM ,  ed  era 
molto  più  degna  di  laviure  i  piedi  del  fllosoQ  scalzi  (  òMmo- 


VIAGGIO  a03 

<ff r&iv  ),  che  pura  fresca  e  trasparente  come  debb^essere  per 
gli  scherzi  delle  vergini  (1).  • 

Dicendo  addio  alie  rive  aride  deir  Ilisso,  traversammo 
dapprima  alcune  collinette  sabbiose ,  poi  alte  macchie  fiori- 
te ,  finalmente  boschetti  di  lentischi  e  siepaglle  verdeggian- 
ti. Io  coglieva  qua  e  là  le  mille  piante  che  fanno  la  gloria 
deirimetlo:  il  crisantemo  dorato,  la  salvia,  P  acanto 
spinoso,  la  gran  campanula,  Tdunea,  che  Plinio  chiama 
helenium^  e  cb^egli  fa  nascere  dalle  lagrime  di  Elena  nel- 
r  isola  di  Granae ,  ^  pure  è  vero  che  Elena  piangesse , 
quand'ella  fuggi  da  Sparta  col  bel  garzone  Paride  :  insomma 
mille  arbuscelli  cari  alle  api  mi  rammentavano  i  concetti 
d^ Ovidio:  »  ^ulle  colline  imporporate delP imetto  sempre 

•  fiorito ,  non  sono  foreste,  ma  boschetti  ove  gli  arbuscelli 

•  tutelano  i  prati ,  su  cui  soavemente  olezza  il  rosmarino, 
»  il  lauro  ed  il  mirto  ^  vi  si  vede  anche  il  bossolo  dalle 

•  spesse  foglie ,  le  scope  flessibili,  il  citiso  svelto  ed  i  pi- 
»  ni  odoriferi .  Tutte  queste  foglie  e  questi  steli  di  fiori 
»  vi  ondeggiano ,  mossi  dagli  aliti  gradevoli  degli  zefii- 

•  ri(2).. 

Quivi, in  questi  deliziosi  boschetti,  moriva  Procri ,  più 
bella  anche  della  sorella  Orizla,  Dignior  isia  rapi,  lo  mi 
fermai  all'ombra  d^un  cedro  dalle  foglie  di  cipresso  per 
rileggere  le  sventure  della  sposa  di  Cefalo ,  quali  si  soave- 


(0  Xfl'/iuvTa  7&wy  xai  xaOapà  xai  ^tx^zvfé  ri  vòiruL  (^mvìtm^  xz 

QucsU  cltailooe  e  queUe  che  preoedooo  fono  tolte  da]  prologo  unto  poe- 
tico di  Platone  nel  Phedro$ . 

(2)  Lenlbui  Impulsae  iB|4iyfis  ,  aofaqae  lalubrl    . 
Tot  genenin  f miéM  »  berhanue  nimma  treBuuit . 

Ovidio  ,  Arte  d'  amare  ,  lib.  Ili  ,  v.  00\. 


a04  MAECELLCS 

mente  ci  ba  raccontate  dne  volte  il  e jntor  degtt  amori.  Egli 
non  era  più  ai  miei  occhi  allora 

Quel  vate  Ucesso» 
Bugiardo  vate  cu!  l'infanzia  anela  (1); 

era  allora  il  discepolo  e  I^emulo  di  Catullo  e  di  Virgilio  , 
che  sublima  la  sua  Procri  fino  ad  Arianna  e  a  Didone.  Bat- 
tevami  il  cuore  nel  petto  a  queste  parole  di  Cefalo: 

Fonte  del  mio  dolor  le  gioie  fiiro 


Che  vòlto  solo  a  Procri  era  il  mio  amore  » 
E  Procri  in  bocca  avea,  Procri  nel  core  (i) . 

Giunsi  ad  Alopega  molto  più  occupato  dei  sospiri  di  Ce- 
falo che  delle  api  di  cut  sentiva  ovunque  il  susurro.  Mi 
fu  nuUadimeno  fatto  conoscere  minutamente  quanta  cura 
esìgevano  quelle  repubbliche  alate ,  per  le  quali  il  savio 
Solone  aveva  fatto  alcune  leggi ,  regolando  la  proprietà  e 
la  industria  divina  delle  figlie  del  Cielo .  Comprai  uà**  ab- 
bondante provvisione  dell*  ambrosia  dellUmetto  •  Posseggo 
tuttavia  alcune  goccie  di  quel  miele  accanto  al  nettare  di 
Cipro  ed  al  vino  di  Santorino  ,  vecchi  testimoni  del  mio 
viaggio . 

lo  non  spinsi  più  oltre  la  mia  curiosità  sul  monte ,  che 
costeggiai  ritornando  sul  suo  lato  di  mezzogiorno.  Il  sole 


(I) eeiOvidé 

Poite  mentonger  doni  V  enfimee  ni  mide . 

FolTTAircS,   Forcf  de  Hi 

(3)  Gmtdia  j^ndpium  ni>$iri  tmU . . .  dolori§  .  «  . . 

•    •    •    JHvertfi  MNOMMi; 

Pedore  Proerig eroi,  Procris  «fai umptrlnon . 

Ovidio,  Mecan.   Iib.  tu.  ,  t.  108  et  196. 


VIAGGIO  305 

dechinava  allora  verso  le  cime  dei  monti  Geranii,  e  mi  mo- 
strava il  golfo  d\\teae  in  tatto  il  sao  splendore  ,  dallo  sco* 
giio  di  Belbina  ad  oriente,  fino  alle  spiaggie  di  Megara  e  di 
Corinto .  Scorgeva  distintamente  le  bianche  colonne  del 
tempio  di  Giove  Panellenico ,  e  sopra  Egina  le  montagne 
deir  Epidanria  confinate  dal  promontorio  Scilleo . 

Raggiunsi  dopo  poco  la  villa  dov'era  aspettato,  net  con- 
torni del  villaggio  Dragonisi.  Io  dovea  trovarci  la  fami- 
glia  d^un  logotheta^  magistrato  d'Atene,  e  dae  greche  pa- 
renti d'un  console  eoropeo.  Queste  due  sorelle  godevano 
d' una  gran  reputazione ,  che  dovevano  alla  lira  di  lord 
Byron .  11  poeta  inglese  le  aveva  cantate  nelle  sue  canzone 
orientali  9  ed  anche,  se  vuoisi  prestar  fede  alla  cronaca, 
avea  provato  un  amore  violento,  come  tutte  le  sue  passioni, 
per  una  di  esse  \  non  si  diceva  per  quale,  onde  lasciarne  la 
gloria  a  tu  tt' e  due.  Fui  ricevuto  da  queste  stesse  signore 
più  belle  che  giovani,  e  dalle  loro  amiche,. nel  salone  d^una 
casa  assai  appariscente  •  Un  divano  ricorreva  sotto  e  ac- 
canto le  finestre ,  che  rispondevano  sopra  un  esteso  giar- 
dino. 

Queste  greche  bianchissime  del  colorito ,  erano  vestite 
con  farsetti  (spencers)  di  seta  rossa  o  cilestre,  con  mani- 
che larghe  ed  aperte,  e  aveano  strettamente  chiusa  la 
vita  della  quale  cuoprivano  le  forme  senza  mascherarle  • 
Quelle  vesti  corte  e  rotonde  finivano  sotto  una  larga  cin- 
tura, e  a  questo  punto  cominciavano  sottane  di  mossolina 
e  di  velo  bianco ,  che  ondeggiavano  sopra  un  gentil  piede 
candido  e  scalzo,  del  quale  le  unghie  colorite  erano  celate 
dababbuccie  ricamate .  Avean  la  testa  ornata  di  perle  e 
di  fiori ,  e  i  loro  capelli  intrecciati  ai  nastri,  scendevano 
loro  sugli  omeri  divisi  in  due  treccie;  ed  erano  quelle  trec- 
cie in  libertà^  secondo  T  espressione  del  poeta,  carezzate  da 


IV.  :59 


306  M4RCELLCS 

ogni  alito  del  tnare  Egeo  (1).  Grandi  albanesi,  sarchiate 
e  broDeine,  ci  oflérirono  confetture  e  sorbetti;  queste  erano 
vestite  di  abiti  rossi  che  scendevano  loro  fino  al  ginocchio; 
le  gambe  ed  i  piedi  riposavano  sopra  loccoli  di  legno  col 
tacco  9  spezie  di  pianelle;  la  loro  chioma  nera  intrecciata, 
agitava  qualche  moneta  di  argento;  e  un  lungo  velo  bian- 
co, cignendo  il  capo  ed  il  collo,  ricadeva  loro  in  due  liste 
sulle  spalle. 

La  conversazione  fu  insulsa  e  leggera  come  doveva  es- 
sere con  signore  giovani  occupate  tutto  dì  dei  bagni ,  della 
acconciatura  e  dei  fiori.  Ci  riconobbi  le  ciarle  d'Atene ,  di 
che  avevami  tenuto  proposito  il  signor  Fauvel  lagnando- 
sene amaramente,  e  attaccandole  con  i  suoi  mordaci  epi- 
grammi ,  poiché ,  sturbandolo  per  fino  nella  sua  vita  pri- 
vata, ne  avevano  sconcertato  la  flemma  filosofica.  Mi  fu 
parlato  di  numerosi  viaggiatori  che  erano  gli  uni  dopo 
gli  altri  venati  a  fare  i  loro  omaggi  al  tempio  di  Minerva 
e  alle  moderne  bellezze  delP Attica;  ne  colsi  il  destro  per 
nominare  il  cantore  della  Sposa  d'Abido  e  del  (riavrò;  lo 
feci  con  qualche  malizia,  sperando  scuoprir  V  amante  di 
lord  Byron  ;  ma  le  due  sorelle  arrossirono  ambedue  ad 
un  tempo . 

Il  sole  stava  per  sparire  ;  ringraziai  le  mie  belle  ospiti 
di  avermi  tanto  cortesemente  ricevuto,  e  soprattutto  di 
essersi  lasciate  vedere  ed  ammirare  nella  intimità  del  lo- 
ro gineceo;  pensai  allora  a  ritirarmi ,  quando  mi  fu  prò* 
posto  di  condurmi  alla  fonte  di  Procri;  cosi  ave  vaia  no- 
minata ,  ad  onta  di  tutti  gli  altri  suoi  nomi  volgari ,  non 


J)  .    .    .    .    Thoie  tresses  uncoDfioed 
Woo'if  by  each  iEgean  ^ìnd. 

BlROS'S,  MiscvII.  [vteim. 


VIAGGIO  307 

80  qua!  viaggiatore  profano.  La  via  era  corta  felicemente^ 
e  la  sorgente  scaturiva  all'estremità  del  giardino,  11  ve* 
stiario  da  casa,  un  poco  incomodo  per  il  moto,  non  avreb- 
be consentito  a  quelle  signore  una  passeggiata  lontana ,  e 
la  liberta  della  campagna  non  avrebbe  autorizzato  una 
infrazione  piti  lunga  delle  costumanze  greche.  La  fontana 
aveva  poche  goccie  d'acqua.  Una  delle  flglie  del  Logoteta 
mi  disse,  che  il  giorno  della  Pentecoste  vede  vasi  ogn' an- 
no una  colomba  scender  dal  cielo ,  soffermarsi  presso  la 
sorgente,  beverci,  e  rivolar  verso  il  suo  divino  soggior- 
no .  La  madre  dell'  ingenua  Ateniese  aggiunse  sommessa- 
mente ,  che  le  novelle  spose  erano  sicure  di  trovar  una  fe- 
lice gravidanza  e  un  facile  parto  bevendo  di  queste  acque  • 

Nel  mentre  che  le  signore  greche ,  dopo  i  nostri  addio , 
ritornavano  verso  il  giardino,  io  seguitai  la  traccia  del  tor- 
rentello scavato  nel  verno  dalla  sorgente  diProcri  per  ri- 
congiungersi alle  onde  delP  Uisso.  Cosi  ridiscesi  sulle  apiag- 
gie  del  fiume  che  di  bel  nuovo  ripassai  a  secco ,  come  un 
largo  solco  in  una  campagna  polverosa,  e  ripresi,  al  lume 
di  Iona,  la  via  d'Atene,  da  cui  m'era  di  poco  dilungato  • 

Gli  aspetti  sulla  pianura  delF  Attica  presentatimi  dalle 
scoscenditure  delF  Imetto ,  non  m' erano  parati  né  svariati 
né  precisi  quanto  quelli  di  cui  godeva  alP  Acropoli .  £  Ik 
io  ritornava  sempre;  il  Partenone  erasi  fatto  il  mio  osser- 
vatorio prediletto .  Rividi  cosi  da  looteno  e  da  vicino  tutti 
que'  monumenti  antichi  già  da  me  enumerati  alla  lunga . 

Qui  io  non  posso  però  dimenticare  di  dire,  cheTindomane 
del  mio  ritorno  dalla  Morea,  appena  «vegliato,  cercando O- 
mero  per  leggerne  qualche  verso ,  secondo  il  solito  di  ogni 
giorno ,  ebbi  il  dolore  di  non  trovar  più  la  mia  Odissea  • 
M'era  ella  caduto  di  tasca  polla  via  del  Pireo?  l' avevo  forse 
dimenticate  sulla  barca  d' Egina  ?  —  Raccontei  al  signor 


308  M  A  U  C  B  L  L  U  S 

Faovel  nel  tempo  della  colazione  la  mia  disgrazia.  Questo 
libro,  gli  diceva,  avea  stilla  prima  pagina  le  parole  di  Pria- 
mo ad  Achille  —  Mw^crai  7raT<&o;  «co  — Ricordati  di  tuo  pa^ 
dre  ;'e  mio  padre  stesso  di  proprio  pugno  ve  le  aveva  scrit- 
te il  giorno  della  nostra  separazione .  —  »  Compiango  la 
vostra  perdita ,  mi  rispose  il  signor  Fauvel  ;  disgrazia- 
tamente non  posso  ripararvi .  Io  non  bo  altro  che  un 
Omero,  e  siamo  inseparabili  fra  noi  ;  imperocché  scegli 
è  Pamicodel  viaggiatore,  egli  è  anche  il  manuale  deir  an- 
tiquario: in  lui  tutto  è  imagine;  ciascun  epiteto,  con- 
secrato  dal  tempo,  imprime  d'un  conio  incancellabile  i 
luoghi  cb^egli  designa.  E  nelF  inno  ad  Apollo  princi- 
palmente ,  poema  troppo  poco  letto ,  egli  dispiega  piii 
che  altrove  tutta  la  bellezza  del  suo  stile  descrittivo,  e 
tutto  il  lusso  della  sua  scienza  geografica.  Avete  voi  no. 
tato  in  quel  lavoro  maraviglioso  con  qual  predilezione 
segreta  ei  si  pone  a  descrivere  con  delizia  le  isole  ? 
Questa  osservazione  mi  parrebbe  di  qualche  peso  per 
decidere  la  gran  lite  della  sua  culla  » . 
*  QuestMnno  fa  le  mie  delizie,  gli  risposi  io;  egli  sta  im- 
presso quasi  tutto  intiero  neHa  mia  mente,  tanto  V  ho 
letto  e  riletto .  In  questa  spezie  di  compendio  della  mitolo- 
gia, qual  pittura  armoniosa  delle  scene  della  natura!  sia 
che  Omero  rappresenti  a  grandi  pennellate  le  rive  del  mare^ 
ed  i  fiumi  che  vi  recano  le  loro  acque^  sia  ch'ei  dipinga  le  al- 
te montagne  piegate  verso  i  flutti ,  e  quei  promontorii  cari 
ai  viandanti^  d^onde  V  occhio  si  spinge  sulle  colline  inchi- 
nate^ sulle  isole  e  sui  negri  abissi.  Finalmente,  quali  pen- 
sieri profondi  e  filosofici  !  Uomini  miserabili  e  stolti  ! 
che  non  meditate  nelle  anime  vostre  che  tristezza  e  malin- 
conia ,  voi  vivete  senza  prudenza ,  ni  sapete  trovare  nella 


VIAGGIO  309 

vecchiaia  il  riposo  della  vita  ^  ni  il  rimedio  a  tutti  i  mali 
nella  morte. 

Omero  y  durava  a  dir  io ,  è  il  poeta  deir  anima  *,  egli  è 
r  incanto  della  infanzia,  della  età  matura  e  degli  anni  se- 
nili .  Dà  sempre  tanto  piacere  ed  istruzione  quanta  può 
prenderne  ogni  lettore.  Il  suo  libro  è  il  primo,  il  secondo  e 
l'ultimo  che  bassi  a  leggere  (1).  Mentre  tutto  invecchia 
quaggiù,  egli  solo,  antichissimo  dei  poeti,  pare  air  incontro 
ringiovanire,  e  spingersi  sempre  più  nella  memoria  e  nella 
riconoscenza  degli  uomini . 

•  Siogolar  privilegio  del  genio!  ripigliava  a  dire  il  si- 

•  gnor  Fauvel,  facendo  plauso  al  mio  entusiasmo;  Omero 

•  ha  immortalato  anche  i  suoi  detrattori.  Aristarco  e 
»  Zoilo  ». 

Io  non  m' era  accorto  delP attenzione  colla  quale  il  mio 
servo  francese,  ritto  dietro  la  mia  sedia,  ascoltava  le  mie 
parole,  il  senso  delle  quali  sovente  doveva  anche  sfuggirgli. 
Io  non  mi  detti  briga  della  sua  assenza  per  tutta  la  giorna- 
ta ;  ma  la  sera  andando  a  riposare ,  qual  fu  la  mia  sorpresa 
trovando  la  mia  Odissea  sul  letto  !  Chiesi  alcuni  schiari- 
menti al  mio  servitore;  egli  m'avea  veduto,  rispose,  cosi 
afflitto  della  perdita  di  quel  libretto ,  che  d' altronde  co- 
nosceva COSI  bene  per  avermelo  messo  in  mano  tante  vol- 
te, che  era  corso  fino  al  Pireo  cercandolo  cogli  occhi  per 
tutta  la  via ,  e  quivi  prendendo  una  barca ,  avea  raggiunta 
qualche  miglio  in  mare  quella  che  ci  aveva  condotti  fino 
adEgina,  e  che  era  in  via  per  tornarsene:   sovr'essa 


(I)  Est  jtpóìxo^  xai  fi/ffo;,  xaì  uctxto;  ,  ravti  ffWc,  xa)  à-Apì,  xai 
ytpoTfTt  , 

DioxB  Crisostomo  ,  (Irpt  Xoyou  à7iai9t6^  . 


310  MARCBLLUS 

aveva  trovato  V  Omero  tuttora  aperto  sulla  materassa  do« 
ye  era  stato  sdraiato.  Mi  strinsi  allora  sul  cuore  il  volu- 
me ^  che  già  le  onde  di  Gaiffa  avevano  improntato  del  loro 
segno  9  e  stesi  la  mano  al  mio  domestico ,  intenerito  co- 
m'era  poiché  erasi  internato  siffattamente  nei  miei  af- 
fetti o  nelle  mie  smanie . 

Giudicai  che  resterebbemi  tempo  ancora  per  veder  Ma- 
ratona; laonde  il  signor  Fauvel  si  occupò  meco  di  un  lavo- 
retto preparatorio*  Prese  un  foglio,  una  ematita,  e  con  la  sua 
mano  vecchia,  ma  guidata  da  una  memoria  giovanissima , 
segnò  a  mente  una  carta  compiuta  della  campagna  e  dei 
dintorni  di  Maratona,  tanto  precisa  e  tanto  fedele  quanto 
avrebbe  potuto  esserlo  una  pianta  topografica  lungamente 
meditata .  Ho  sott^  occhio  tuttavia,  scrivendo ,  questo  ab- 
bozzo prezioso ,  e  parmi  sentir  sempre  il  commentario  del 
dotto  archeologo^ 

»  Dopo  il  villaggio  di  Gefisia,  patria  del  gran  poeta  Me- 
»  nandro,  lascerete  a  manca,  diceva  egli,  una  grotta  di 
»  Pane,  sulla  china  del  Pentelieo;  poi  traverserete  una 
»  palude ,  e  subito  dopo  sarete  al  luogo  che  chiamasi  Ma- 
»  ratona,  che  oggidì  è  deserto .  Lascerete  da  banda  Suli, 
»  casale  insignificante,  sempre  alla  vostra  manca ,  com'an- 
»  che  la  via  che  mena  a  Rhamno,  celebre  altra  volta  pel 
»  tempio  di  Nemesi  e  per  la  statua  di  Fidia,  ed  anche  per 
»  un  primo  trofeo  molto  vicino  al  mare.  Calpesterete  le 
»  vestigia  delP  antico  porticato  inalzato  da  Erode  Attico  ; 
»  poi ,  volgendovi  verso  la  spiaggia ,  vi  troverete  in  piena 
»  battaglia,  fra  un  tempio  di  Ercole ,  le  tombe  dei  Persi  e  i 
»  trofei  degli  Ateniesi .  Anderete  a  dormire  in  una  delle 
»  case  di  Yrana ,  se  pur  non  preferite  dormir  sulle  frec- 
»  eie  spezzate  che  si  trovano  ancora  frugando  nei  lu- 
»  muli  ;  e  noterete  che  Yrana  è  forse  una  corruzione  della 


I 


I 


VIAGGIO  311 

•  parola  Brauron:  e  veramente  il  sito  di  quella  città  di 
»  Braurooe  dette  un  soprannome  di  più  a  Diana  •  Yergi- 
»  nelle ,  vestite  di  lunghe  tuniche  gialle ,  vi  celebravano 

•  tutti  gli  anni  feste  solenni  presso  la  statua  della  Dea  ^ 
»  portata  dalla  Tauride  da  Oreste  e  dalla  sua  sorella  •  Là, 
»  rimpelto  alF  Àulide ,  penserete  ad  Efigenia.  » 

Partii  per  Maratona ,  conoscendone  la  via  e  il  campo 
di  battaglia  come  se  già  V  avessi  veduto .  Accompagnato 
da  una  sola  guida,  uscii  da  Atene  a  cavallo  per  la  porta 
Melitide  j  e  traversando  la  pianura  del  Gefiso ,  coperta  di 
campi  seminati  e  di  olivi,  dopo  due  ore  giunsi  al  grazioso 
villaggio  di  Gefisia .  Mi  ci  riposai  alquanto  air  ombra  dei 
cipressi  d' un  cimitoro  turco,  assiso  sopra  una  tomba  mu- 
sulmana ;  varcai  poscia  le  ultime  colline  del  monte  Pente- 
lieo  ,  e  scesi  verso  le  campagne  bagnate  dalle  onde  del- 
r  Euripo,  e  che  stanno  rimpetto  all'Eubea . 

Procedeva  al  passo  del  cavallo ,  con  stento,  e  dolente 
sulla  sella;  il  capo  mi  bruciava,  ed  andava  attribuendo 
questo  malessere  alle  esalazioni  degli  stegni  che  aveva  tra- 
versato, e  alla  umidità  delle  ore  di  settembre  (  ieptembrilms 
horis).  I  dolori  mi  raddoppiarono ,  e  quando  entrai  nella 
pianura  di  Maratona,  gran  deserto  che  comincia  alle  fai* 
de  del  monte  Pentelico ,  per  finir  soltanto  al  mare ,  rico- 
nobbi i  brividi  e  la  febbre  che  ebbi  in  Egitto.  Le  campa- 
gne coperte  di  paludi ,  di  giunchi,  di  macchie  lasciavano 
veder  a  rari  intervalli  pochi  terreni  appena  coltivati ,  e 
masse  di  sassi  rotondeggiate  a  guisa  di  monticelli.  Cercai 
cogli  occhi  una  casa  in  queUa  vasta  solitudine  ;  scòrsi  al- 
l' ultima  ondulazione  della  montagna  tre  capanne  quasi  na- 
scoste fra  gli  alberi.  M'avviai  verso  la  meno  rovinata,  e 
lasciando  il  cavallo  alla  guida ,  mi  presentai  sulla  soglia 
della  porta . 


H ARCELLLS 


t 


Uoa  faDcialta  si  alzò  appeaa  mi  vide.  —  Poss''io  pas- 
sar la  notte  qui  ?  le  dissi  —  >  Padrooe  sempre ,  Effendi 

■  rispos'etla ,  comandate  alla  vostra  schiava.  >  — Queste 
umili  parole  sono  quelle  che  i  Greci  soggetti  volgono  al  Tur- 
co imperioso.  Ebbi  paura  di  esser  preso  per  ud  Ottomano, 
e  soggiunsi  subito  che  ero  un  forestiero ,  e  che  cercavo  di 
veder  le  rovine  della  pianura.  —  •  Vi  ci  condurrò  io  stes* 

■  sa,  Effendi,  mi  disse  la  fanciulla,  non   siete  il  primo 

■  viaggiatwe  che  ho  guidato  per  questi  seotieri  ;  ma  non 

>  ho  mai  potuto  indovinare  che  mai  vi  cerchino.  Venite, 

>  presto  presto  saremo  tornali  > . 

lo  la  seguitai,  e  silenziosamente  ammirava  la  bella  per- 
sona della  giovinetta  Greca,  e  la  grazia  della  sua  andatu- 
ra .  Era  vestita  d'una  tunica  scura  e  d^  una  spezie  dì  far- 
setto bianco,  che  malcnopriva  forme  dimagrate.  Alcuni 
flori  d'auluono  già  appassiti  si  mescolavano  alla  nera  sua 
chioma;  ella  andava  lentamente  come  me;  i  suoi  pie  nudi 
riposavano  sopra  zoccoli  di  legno  sostenuti  da  cinghie  di 
cuoio  grossolano.  Dopo  pochi  passi  fra  le  scepaglie  e  le  can- 
ne:—  *  Ecco,  mi  diss'  ella,  dove  sogliono  soffermarsi  i  viag- 

>  giatori.  ■  —  Attenta  e  ritta  accanto  a  me,  ella  aspettò 
eh'  io  avessi  esplorato  a  mio  beli'  agio  il  campo  dì  batta- 
glia, applicaodo  lo  schizzo  geografico  del  sigDorFaavel  alle 
accidentalità  della  pianura  che  io  percorreva  cogli  sguar- 
di; riconobbi  il  tempio  di  Ercole,  le  tombe  degli  Atenie- 
si ,  i  tumuli  sotto  i  quali  furono  ammontati  i  cadaveri 
dei  Persiani  coi  rottami  delle  loro  armi ,  dei  loro  carri ,  e 
meditai  sui  trofei  di  Milziade.  —  Poi,  siccome  io  le  do- 
mandava di  nominarmi  i  contorni ,  *  davanti  a  voi ,  mi  ri- 

•  spose  ^  stanno  le  cime  delle  montagne  di  Negroponte  ; 

■  hi'im  ,  bene  non  conosco   che  quei  luoghi ,  poiché  vi 

•  :touu  nata.  • 


VIAGGIO 


313 


Doretfi  sdordr  la  passeggiata,  e  pregar  la  !  giovinetta 
di  riaccompagDarmi  a  casa  sua  ;  un  vMento  brividio  mi 
correva  per  tutte  le  membra,  e  glielo  disai:  >  Vi  guarirò 
»  io,  mi  dias'ella;  conosco  questo  male;  ne  ho  sofferte 
»  per  un  pezzo:  Vedete  come  son  pallida  !  ».—  E  un  sor- 
rìso imiocentissimo  rischiarò  d'improvvisa  Iute  quel  sem- 
biante grazioso.  Per  via,  cercando  a  distrarmi  da  miei  do- 
lori,  mi  raccontò  che  si  chiamava  Smaragdi;  ich'^elFera 
venuta  a  Maratona  dappoi  tre  anni;  che,  debole  e  mala* 
ticcia ,  non  poteva,  come  i  suoi  fratelli ,  suo  padre  e  sua 
madre ,  lavorare  ai  campi; ma  ch'ell'era  incaricata  delle 
faccende  inteme  della  casa,  e  che  guardava  le  capre  quan- 
di era  bel  tempo ,  nei  boschetti  della  montagna  piìi  prò* 
pinqui  alla  sua  capanna. 

Rientrando  in  casa  di  Smaragdi,  trovai  tutta  la  famiglia 
riunita;  e  ne  fui  ricevuto  con  urbanità  e  con  affetto.  -- 

•  Questo  forestiero  ha  la  febbre ,  disse  loro  la  fanciulla  ^ 
»  ed  io  so  come  medicarlo.  •  —  Mi  fece  giacere  sopra  certi 
vecchi  guanciali  del  solo  divano  «he  aveva  ;  io  mi  rav- 
viluppai nel  mantella  ,  ed  ella  mi  cuopri  di  piii  con  una 
sua  sottana  da  inverno.  Venne  la  notte,  e  la  febbre  rinfor- 
zava: Smaragdi  volle  vegliare  accanto  a  me,  assisa  sopra 
una  panchetta,  e  di  tanto  intanto  porgevami  in  una  sco- 
della di  legno  una  decozione  di  centaurea  .  *  Bevete,  si- 
>  gnore,  diceva  ella:  quest'acqua  è  amara,  ma  è  pur 

•  quella  che  m'ha  guarita.  • —  Né  mi  lasciava  un  momen- 
to .  Nei  mìei  insonni  ardenti,  io  le  faceva  mille  doman- 
de sopra  i  suoi  gusti ,  sopra  il  suo  destino .  »  Io  sono 
»  quasi  felice,  mi  diceva  ella;  se  le  mie  lunghe  febbri 
»  non  si  riaffacciano,  anderò  presto  ad  Atene  a  servir  le 
»  sif^nore  Greche  ;  imperocché  vedete  bene  anche  voi  che 
»  i  lavori  della  campagna  non  son  fatti  pella  mia  comples- 


!V. 


40 


y 


314 


MARCBtLC  S 


»  sioM .  Mio  padre  e  mia  madre  approvano  il  mio  proget* 
»  to,  e  Terraafeo  di  tanto  in  tanto  a  vedermi;  d^  altronde , 
»  poiché  ha  impat^tliO  a  leggere  a  Negroponte ,  bitegnerà 
»  pure  eh'  io  vada  dia  cittìi  >  —  E  che  leggete  qui  9  le 
domandai  io:  —  »  Ecco^  rispose,  eoeo  i  miei lii^rt ;  prima 

•  di  tolto  il  libro  delle  prtgbieres  «  diceva^  ponendomi 
sul  letto  tre  o  quattro  voluon  rilegati  in  cartoncino  giallo, 
e  stampati  a  Venezia;  »  qpeeta  è  una  kuiga  storia  gre* 

•  ca  che  mi  diverte ,  e  poi  Erotùcrito  •  —  aggiunse  ;  ed 
arrossi ,  vedendo  eh'  io  conosceva  quella  vecchia  cronaca 
amorosa. 

La  nette  passò  framezzo  a  questi  discorsi  ddla  giova- 

netta;  fiqalmeote  il  sonno  mi  prese,  e  mi  svegliai  tardis- 
simo) quando  il  sole  dappoi  gran  tempo  vibrava  i  suoi 
raggi  sulla  pianura  di  Maratona . 

Non  avevo  plh  febbre,  ma  aveva  un^  estrema  debolez- 
za ;  non  ostante  velli  partire .  »  Ci  volete  lasciare ,  mi  dis* 
»  se  Smaragdi  :  ah  f  troverete  ad  Atene  medici  sperimen* 
>  tati  e  migliori  serventi  !»  —  Io  le  feci  vivissimi  ringra- 
ziamenti per  le  sue  cortesie ,  e  per  le  sue  soUecitudini  ; 
e  la  pregai  di  accettare  come  un  ricordo  di  me , 


Come  sogliono  oguor  gli  ospiti  anjlci 
Dare  agli  osi>ill  lor,    .     .     .     (I) 

un  paro  d'orecchini,  e  un  vezzo  del  serraglio  in  pasta  di 
rosa  :  parve  che  accettasse  per  compiacermi;  e  con  un  pi- 
glio di  tristezza  sclamò  :  —  »  Questi  ornamenti  non  mi  sta- 


Ombro,  Od(<«.,  lil>   i»  v.  313. 


VIAGGIO 


315 


»  ramio  bene  ;  non  vedete  come  sono  pallida  e  trasfiguri- 
»  ta!  •  •—  Smaragdi  volle  accompagnarmi  floo  alla  prima 
rivolta  delta-'noiitagQa,  poi  mi  disse  : 

•  lo  SODO  una  povwa  fanciulla  9  nfe  so  cosa  darvi;  pure 
»  accettate  la  metà  di  questa  foglia  di  platano  che  ho  4i« 
»  visa  ora  in  due  peui  \  serbatela  per  ricordarvi  di  Sma- 
«  ragdi  3  io  serberò  Taltra .  Forse  un  giorno  queste  due 
•  mezze  foglie ,  le  soie  che  possano  combaciar  V  una  col- 
«  r  altra  ^  si  rimiiranno  •  È  questo  un  addio  dell^  amici*' 
»  zia  »  —  Tolto  intenerito  mi  posi  in  seno  la  preziosa  mez» 
za  foglia,  e  sospirai  lasciando  Smaragdi,  cbe  si  dileguò  fra 
gli  alberi  •  La  foglia  del  platano  di  Maratona  non  doveva 
riunirsi ,  ma  un  pezzo  appassir  lunga  daU'  altro ,  seccar- 
si, e  insensibilmente  sparire.    • 


Le  cave  del  monte  Pentelico  erano  indicate  «ul  mio  iti- 
nerario :  mi  d  lasciai  condurre  ,  ma  gtttai  a  stento  un'oc* 
cbiata  sugli  ampi  scavi  e  sulle  grandi  masse  neglette  di 
qnei  marmi,  che  servirono  ad  innalzar  i  pia  hei  ediflzi  di 
Atene.  Il  tempo  li  ha  ricoperti  d'una  certa  sfumatura  do- 
rata e  d' un  colore  di  foglia  morta,  che  si  riscontra  princi- 
palmente suBe  colonne  del  Partenone  •  Io  li  vidi  senza  os- 
servarli ;  i  miei  pensieri  erano  rimasti  cion  Smaragdi  « 

Finalmente,  consegnai  il  cavalo  alla  guidai  gli  detti  or- 
dine di  precedermi^  e  di  andare  ad  annaariare  il  mio  ri- 
torno al  signor  Fauvel.  Quanto  a  me,  rimasto  .serio  sul  pen- 
dio del  Pentelico ,  coi  miei  tristi  ricordi ,  mi  diressi  a  pie- 
de verso  Atene . 

Camminavo  sopra  un  semplice  viottolo  alP  ombra  degli 
olivi  e  dei  platani,  più.  spesso  fra  campagne  spogliate  delie 
loro  messi,  tal  altra  voHa  in  metto  ad  arbusceUi  nani , 
fra  macchioni,  ed  alcuni  sepolcri  marmorei  diruti  sulPorlo 


r 


316 


MARCELLUS 


delia  via.  Passai  all'MDfbra  del  monte  Aocfaesmo,  presso 
al  tempio  ed  ai  giardini  di  Venere;  rientrai  nell'anti- 
ca Atene  pel  luogo  oye  dotreva  essere  la  porta  Diomeia  . 
Giunsi  alle  ruine  della  casa  di  Focione,  e  all^  altare  di  Dia- 
na fabbricato  da  Temistocle.  Poscia  9  traversando  il  baz- 
zarro,  arrivai  presso  il  signor  FauveK 

Gli  addio  41  Smaragdi,  e  le  mie  fantaaticaogini  comin- 
ciate a  Maratona  e  continuate  durante  il  mio  viaggio  so- 
litario, m'avevano  immerso  in  una inanperabile  malin- 
conìa .  Dopo  alcuaie  ore  di  riposo  ^  presi  un  picciolo  So- 
focle fra  1  libri  polverosi  del  signor  Fauvel  e  fuggii  da 
Atene;  mMoteróai  nei  deserti  del  Ceramico  sopra  gli  avan- 
zi della  porta  Dipila.  Quivi  aliipeatando  le  noie  medita- 
zioni col  ricordo  di  tante  nobili  tomba^  che  non  si  ricono- 
scono più  neppure  alle  loro  .ruine,  andai  a  riverire  le  ce- 
neri disperse  dt  Pericle,  imperocché  io  diceva  coir  amico 
di  Cicerone r  ^  Atene  non  mi' diletta  tanto  per  le. sue  ope- 
»  re  magnifiche  e  perle  suesciuisite  arti  aniicbe,  guanto 
f  per  la  memoria  degli  uomtei  grandi  e  V  aspetto  dei  luo- 

>  gbi  ove*  abitavano^  sedevano,  disputavano;  io  ne  cerco 

>  perfino  avidamente  i  sepolcri  (1)»  «  —  Andai  finalmente 
a  calpeslair-  i  Mssiche  furono  gik  la  torre  di  Timone  il  Mi- 
santropo, e  %tutt6i>  à'GoIoiie,  dove  mor)  Edipo,  che  io  avea 
scelto  per  puntò  della;  mia  passeggiata;  e  veramente  io  non 
ih^era  sentito  «nal  tanto  disposto  a  piangere  sulle  sventure 
d^  Antigone.  La  via  di  bronzo,  il  bosco  saero  ddle  £u- 


t .  • 


•  1 1 


(1)  Jlfo  quidem  ipsm  UUb  nosirq!  Athena  nontam  oper^u$  magnifieis , 
éxquisUisqae  aniiqùorum  arlibu9  deUeUmU,  qvmi  reeordoÈUme  «mnmo- 
rum  wTonm,  ubi.  ^fifliM  halniarf ,  ubi  itdtT9,  uH  disputare  sit  ioUhu , 
studioseque  $orum  etiam  sq^uicra  eontemplor. 


VIAGGIO  317 

menidi,  iloroaltari,  il  tempio  di  Nettuno^  banoo  lasciato 
alcune  traccie  sopra  uD^emioenza  che  domina  il  corso  del 
Ce  fiso  9  e  soprattutto  a  un  sito  nudo  e  spianalo  che  ri- 
corda il  concorso  dei  popoli  e  i  monumenti  dei  loro  primi 
culti.  Su  questa  patria  di  Sofocle,  tutto  per  me  si  anima- 
va alla  voce  del  gran  poeta.  Parevami  che  mi  dicesse  egli 
stesso  come  il  coro  dei  Goloniati  al  re  cieco  : 

Strofe  1.» 

O  pellegrin ,  ncll*  ubertoso  suolo 
Nutritor  di  cavalli , 
Nel  bealo  Colone  11  pie  ponesti , 
Ove  molcc  co'  mesti 
Modi  frequente  il  querulo  usignuolo 
Nelle  verdi  convalli , 
Fra  1^ edera  nascoso-^  e  nel  sacrato 
I  Bosco  di  centa  e  cento 

Frutti  ferace ,' al  sole 
Chiusole  all'Ire  del  vento  ; 
,       C  qua  venirne  usato 

Sempre  è  il  nume  di  Nisa  a  far  carole  , 
Dalle  dive  nudrici  accompagnato  . 

Antistbof£  1." 

I  Carco  di  bei  corimbi  in  questo  loco 

■  11  fiorente  narciso, 

Ghirlanda  delle  due  Gran  Dive  antica  , 

Tuttodì  si  nutria 

Di  celeste  rugiada , 

Ne  giammai  dei  Cefiso 

Mancan  vigi/i  rivi  a  dar  ristoro 

Di  lor  porissim'  onda  , 


318 


MARCBLLITS 


Che  della  terra  «corre 

Sul  grembo  ,  e  lo  feconda  ; 

Né  delle  Mu$c  U  coro 

AboiTi  la  contrada  ,  e  non  l'aborre 

Diva  Ciprigna  dalle  briglie  d'oro  (])• 

Ammirai  con  quanta  compiacenza  e  con  quali  maravi- 
gliosi  colori  Sofocle  dipingesse  la  patria .  Tutti  i  veri  poe- 
ti hanno  amato  il  loro  paese  ;  tutti  Thanno  abbellito  degli 
incanti  della  loro  fervida  fantasia  ;  tutti  gli  hanno  prodigato 
i  tesori  del  loro  genio ,  come  se ,  temendo  di  staccarsi  dal 
sepolcro  di  quella  terra  che  fu  loro  pulla,  cercassero  di  as- 
sociarla in  questo  modo  anticipatamente  alla  loro  immor- 
talità. Avevo  letto  gli  stessi  versi ,  che  Sofocle,  accusalo 
dUnfarizia  per  la  sua  età  decrepita^  dice  Plutarco,  recitò 
al  cospetto  de^  suoi  giudici .  //  cantico  piacque  portentosa" 
mente  aW  udienza ,  continua  Amyol ,  e  il  vecchio  fu  as- 
soluto ,  e  accompagnato  a  casa  con  grandi  acclamazioni  di 
gioia.  La  posterità  doveva  consolidare  e  confermare  la 
sentenza  del  tribunale  e  del  popolo  d'Atene,  siccome  ap- 
punto tutto  il  mondo  letterario  doveva  applaudire  a  quella 
divina  poesia. 

Me  ne  tornai  pian  piano  pella  via  di  Tebe  ;  Sofocle  mi 
avea  insegnato,  che  la  strada  era  piuttosto  lunga  (uaxsa 


(I)  .  .  .  .  oO^  :'un'vot 

KrjyiToj  vo'i/ii^SQ  ptiBpcay 
'Aa).'  aìij  in'  r,fiOL7i 
'Qà'jTo'/o;  rre^tcov  ÌttvAwizxi 


Sofocle,  Edipo  i  Cotoot,  aito  ii. 


VIAGGIO  310 

xi'JifuOoc)  •  Ritrorai  le  mura  delta  città  moderoa  ^  lasciando 
a  «laBca  gU  avanaf  dell'antica  porta  Hippade. 

La'EiUrfètte  en  venuta  ad  ancorarsi  aHa  tomba  di  1%* 
mistocle:  non  mi  restavano  più  ehe  ventiquattro  ore  da 
passare  ad  Atene»  Alcune  noveHe  d^ Europa  vennero  4 
disturbare  la  ultima  mia  visita  al  Partenone  ;  1^  ambascia- 
tore, nominato  capitano  ddle  guardie,  tornavasene  inFran* 
eia,  e  mi  dava  1^  ordine  di  portarmi  subito  subito  a  Co- 
stantinopoli ,  donde  voleva  spedirmi  per  terra  a  Parigi . 
Stavo  per  lasciar  di  presente  PAttica  ,  T Arcipelago,  il  Bo- 
sforo-, andava  però  dopo  cinque  anni  di  assenza  a  riveder 
la  Tamigfia  ed  il  paese,  e  non  sapeva  dire  se  maggior  fbsse 
in  me  il  dispiacere  e  il  contento .  Sotto  queste  impressioni 
recenti,  non  potei  ebiuder  ocebio  in  tutta  la  notte  :  le  tene* 
bre  duravano  tuttavia  quando  uscii  dalla  casa  del  signor 
Fauvel;  le  vie  erano  mute,  buie;  la  piazza  deserta.  Andai 
a  sedere  sur  una  sommità  dove  sono  i  mulini ,  in  faccia  al 
monte  Icaro ,  sola  ombra  ehe  mi  si  affiicciò  d^  attorno,  poi- 
ebè  ella  staccavasi  da  lontiioo  sopra  un  cielo  azzurrino  . 
A  poco  a  poco,  mentrMo  mi  lasciava  andare  a  lunghe  agi- 
tazioni interne,  e  che,  preoccupato  da  progetti  d^ avvenire, 
da  desideri!  e  da  sogni  non  contava  più  le  ore ,  V  alba  del 
dì  novello  si  annunciò,  crebbe,  e  molto  tenìpo  dopo  un  rag'^ 
gio  di  sole  uscito  dietro  airimetto  corse  6no  al  Giterone . 
lo  fantasticava  sempre  :  nullostante  il  rieder  della  luce ,  e 
quel  bagliore  del  giorno  che  coloriva  sotto  i  miei  occhi  le 
montagne,  i  campi  e  la  città,  mescolarono  alcune  impres- 
sioni nuove  ai  passati  miei  sogni .  Io  mezzo  alle  chimere 
che  si  affollavano  nella  mia  testa  per  affligger  mi  e  rallegrar- 
mi ad  un  tempo,  giovine  comMo  era,  capitò  anche  un  pen- 
siero per  questa  città  desolata  chMo  stava  per  abi>ondona- 
re,  per  quelle  ruine  che  mi  annunciavano  la  fuga  degli 


820 


M  ARCIKLLIIS 


anm^emi  oonsigliaTanodi  scorcir  le  mie.lttogbe  speran- 
ze (1).  Ora,  siceotte  era  eolHo.di  ritrovare  i  miei  |^  in* 
timi  ìsenllmeiiti  pr^so  quei  :graa  poeti ,  eosì  eccellenti  in- 
terpreti  dell' anima  9  non  abbandonai  il  mio  osservatorio 
primya  d' aver  riietto. questi  versi  del  Tasso  : 


Muoiono  le  citiàj  muoiono  i  regoi, 
Cuopre  i  fasti  e  le  pompe  arena  ed  erba  : 
E  l'uom  d'esser  mortai  par  che  si  sdegai  ! 
Oh  nostra  mente  cupida  e  superba  1  (2)  • 

Dopo  questi  solitari!  e  tristi  godimenti ,  dopo  queste  me* 
dilazioni  perdute  nel  vagp  delle  notti ,  ma  delle  quali  mi 
ricordo  tuttavia  come  se  mi  agitassero  ancora  sulle  rovi- 
ne delle  città  di  Teseo ,  io  rientrai  nella  picciola  società 
di  Atene  )  e  ripresi  il  corso  dei  miei  doveri  e  delle  mie  os- 
servazioni . 

.  Alcune  signore  mezze  greche^  proUtu  francesi ,  aspet- 
tavano i  miei  addio .  Io  aveva  loro  veduto  d^  appresso  gio- 
vinette Ateniesi,  Greche  in  tutto  e  per  tulto;  osservai  bei- 
le corporature  bianche  e  regolari ,  grandi  occhi ,  accon- 
ciature ricche  e  pompose-,  ma  personali  negletti,  un  modo  di 
andare  sgraziato;  fioalmente  voci  acute  e  stridule,  che  il 
dialetto  ateniese,  gergo  dei  più  corrotti  della  lingua  vol- 
gare, faceva  anche  più  disaggradevoU  air  orecchio . 


.  (I) et  spatia  |>reTi 

Spem  loiigam  reseces. 

Orazio,  IA>.  jinnM,  <mI«  xi. 

{2)  Tas^  ,  Gerusalemme  Liber. ,  canlo  xv,  st.  20. 
«  Tu  vero  dubitabis,  et  ludiguabere  obire .  » 

Lucrezio,  caato  in,  verni  1058. 


VIAGGIO  <SI 

Atene,  durante  il  mio  soggiorno ,  erati  arricchita  di  molti 
miei  compatriotti  •  I  signori  Martin^  console  generale,  Du- 
parquet ,  Ledreux  di  Parigi ,  Le  Brun,  membro  dell^Acca 
demia  francese,  si  compiacquero  di  accompagnare  il  signor 
Fauyel  nella  visita  che  fece  aUa  Venere  di  Milo,  di  che  io 
lo  avea  pregato  ;  mi  rincrebbe  moltissimo  che  il  signor 
Uuyot,  famoso  architetto,  ritenuto  in  letto  da  una  febbre 
ardentissima ,  non  fosse  in  istato  di  venir  con  noi .  Par- 
timmo alquanto  tardi  da  Atene,  che  lasciai  la  notte,  co- 
me avea  fatto  Chateaubriand ,  per  paura  di  non  sentirne 
troppo  dolore  i!  giorno.  Appena  giunti  al  Pireo,  la  luna 
si  levò . 

Ldi Estafette^  per  esser  più  presto  pronta  a  mettersi  alla 
vela,  s^era  ancorata  a  brevissima  distanza  dallo  zoccolo 
dell^  antico  Leone  che  guardava  il  porto  di  Atene  ,  e  che 
ora  dall^alto  della  gran  colonna  della  Piazzetta ,  veglia  sul 
canale  di  Venezia.  Appena  la  barca  ci  ebbe  condotti  a  bor- 
do, feci  subito  alzare  sul  ponte  della  nave  i  due  pezzi 
della  statua,  e  racconciare  la  sua  capigliatura  staccata.  Il 
signor  Fauvel  volle  subito  contemplarla  al  chiaror  della 
luna;  poi  furon  portate  delle  torcie .  Il  vecchio  console  non 
si  saziava  di  girare  attorno  a  questo  capo  d^  opera  dell^an- 
tica  scultura ,  di  spiegarne  artisticamente  le  bellezze ,  il 
(grandioso carattere  e  F epoca.  Ho  già  dette  tutte  queste 
particolarità,  e  s^  io  le  ripeto  con  troppa  compiacenza,  ciò 
avviene  perchè  anch' egli  andava  ripetendole  con  entusia- 
smo a  ciascuno  di  noi. Finalmente,  la  mia  Venere  s'ebbe 
dai  miei  compatriotti  riuniti  i  suffragii  più  compiuti ,  più 
unanimi .  —  >  Io  son  venuto  in  Grecia,  giovine  come  voi , 
»  mi  disse  il  signor  Fauvel,  in  compagnia  d' antiquarii  ap* 

>  passionati  che  sono  invecchiati  nelle  loro  investigazio- 

>  ni  :  ma  uè  il  signor  di  Choiseul ,  nostro  patrono,  né  essi , 


IV.  41 


MS  HABCBLLDS 

•  né  io,  non  abbiamo  incontrato  mai  sulla  via  una  fortu- 

*  na  così  bella.  • 

Provai  un  vero  dolore  a  separarmi  dal  signor  Faavel; 
spero  per  lui  ch'e'noa  fosse  mosso  da  un  sentimento  tanto 
viro  di  dispiacere  ;  sarebbe  stata  troppo  trista  la  sua  vita 
se  avesse  dovuto  affliggersi  al  partir  d*ogni  viaggiatore 
riconoscente . 


ASIA  MINORE 


y#s 


CAP.  XXV. 


SHIBNE 
LA  HISIA   E  LA  BITINIA 


(ISSO) 


>  .     M    Cuisdo  ccwn  vfIoi,  mica  Mgtn  i 

•  T  de  Ini  «toonloi  ain|>ini]i 

•  ViKb  in   In  Dadu,  j  eal«  •icnloi  Dida^ 
•1  (■nrg.lario ,   jor. 


Cnt'hiiii  aui  ili  [Hù  gnlo  lU'ocdiu  d'una  DiiH. 
qaudD  n  ibiKiii  ow  npidilt,  vlca   k|giatiml' 

ebamti  ,  fflk  inn'oDda  ■  asola  fra  i  tmiI> 


I  o  viaggiava  in  fretta,  obbligato  di 
risfrìi^ere  il  mìo  itinerario  e  di  to- 
siDinie  glierne  via  tutto  quel  che  ood  mi 

avrebbe  direttamente  ricoodotto  a  Costantinopoli.  — Non 
posso  dir  GUI  quanto  disi^acere  vivissimo  io  dovetti  rinnn- 
ciarea  veder  Efeso,  sulla  quale  avevo  contato  tanto*,  Samo 


326  MARCBLLCS 

che  compiva  tanto  bene  il  mio  corso  delle  isole  dell'Arcipe- 
lago  ;  finalmente  la  via  da  Smirne  a  Troia  per  il  canale  di 
Antandro^che  doveva  mostrarmi  Mitilene  ed  alcune  piaggie 
poco  visitate  dell'Asia  Minore.  Io  mi  era  anche  create 
certe  chimere  su  quest'ultima  escursione,  di  cui  nel  mio 
spirito  andava  facendo  una  spezie  di  viaggio  di  scoperta . 


La  notte  del  22  settembre  partimmo  dal  Pireo .  I  primi 
albori  e  la  calma  della  mattina  ci  trovarono  distanti  dalla 
costa  settentrionale  d' Egina  un  centinaio  di  tese .  Erava- 
mo in  faccia  al  monte  Panellenico  •  Quivi  la  figlia  di  Aso- 
pò 9  denunciata  da  Sisifo^  fu  sorpresa,  dice  T arcivescovo 
Melezio,  con  quel  libertino  di  Giove  (à<raró;).  Egina  fu 
trasmutata  subito  dal  suo  amante  in  queir  isola  che  vedia- 
mo; Sisifo  fu  condannato  a  ruotolare  eternamente  una 
rupe  nel  Tartaro ,  ed  a  Giove  fu  inalzato  quel  magnifico 
tempio  che  colpiva  i  miei  sguardi.  In  buona  morale,  chi 
dei  tre  fu  piii  colpevole  ? 

Quelle  grandi  colonne  bianche  del  tempio  di  Giove  Pa- 
nellenico ,  risaltando  sulla  verdura  dei  boschetti ,  sono  di 
un  efletto  maraviglioso .  L'  architettura  ne  è  pomposa  • 

Vedi  il  tempio,  là  in  faccia  i  a  cui  s'ascende 
Per  lunghi  gradi  ?  a  Giove  è  sacro.  .  .  •  (1) 

Così  parla  il  re  Eaco ,  figlio  della  ninfa  Egina ,  ai  legati 
Ateniesi:  ed  io  leggeva  poscia  con  ammirazione  quella 


(1)  Tempia  viclef  eowbra ,  gradUnu  mbUnda  ìangis  : 
JuppUtr  t'Ita  (efMi. 

Ovidio,  McImii.,  Hb.   tii,  ▼.  587. 


VIAGGIO  SS7 

tremenda  descrizione  della  peste  d'Egina,  nella  qoale 
Ovidio  ha  qualche  volta  e  con  felicità  lottato  con  Tucidide 
e  con  Lucrezio. 

In^ul  mezzo  giorno  usciamo  dal  golfo  d^  Atene.  Un  ven- 
to di  scìlocco  ci  fece  passare  rapidamente  davanti  al  capo 
Colonna  e  Macroneso  ;  la  sera  ci  trovanmio  in  quella  spezie 
di  gran  Iago  formato  col  Sunio  e  le  montagne  dell' Eubea 
dalle  isole  di  Zea ,  di  Giaro  e  di  Andros.  Quivi  comincia 
il  marMirtoo,»  Solcato,  secondo  F  espressione  d^ Orazio , 
da  pavidi  nocchieri  >  (1). 

Il  sole  si  corica  dietro  il  monte  Pantelico ,  in  mezzo  a 
neri  nuvoloni:  situati  dal  lato  della  nostra  poppa,  ci 
presagiscono  secondo  il  piloto  una  felice  e  rapida  traver- 
sata; e  veramente  si  filano  otto  nodi  V  ora,  col  faTore  di 
un  vento  direttamente  favorevole .  Rimontiamo  nella  not- 
te restremo  capo  di  Negroponte,  la  punta  di  Bardia,  vil- 
laggio deir  isola  d' Andros,  e  fendiamo  la  vasta  pianura 
dell'Arcipelago,  laddove,  s'alzano  i  più  alti  marosi,  dice 
il  Poeta  :  cosi  chiamano  Omero ,  Platone ,  Luciano  e  Dio- 
doro; quasi  che  questo  titolo  non  potesse  appartenere  che  a 
un  solo  uomo . 

Ci  troviamo  di  buon' ora  davanti  Ipsara;  Ipsara,  isola 
pietrosa  ed  angusta  9  donde  doveva  scoppiar,  come  da  Idra 
e  da  Spezia  sue  fide  sorelle ,  la  scintilla  che  accese  l' incen- 
dio deUa  rivoluzione  greca,  e  che  ne  illuminò  il  trionfo!  — 
Appena  conosciuta  dalla  antichità  sotto  nome  di  Psyra^ 
da  pochi  anni  in  poi  ella  cominciava  ad  arricchirsi  col  suo 
commercio,  e  a  farsi  una  riputazione  per  la  bravura  e 
l'esperienza  de' suoi  marinai .  Quest'isola,  orgogliosa  della 


(1)  Mjfrtamn  pàoidui  flauto  teeei  mare. 

Orazio,  Ode  i. 


aas  HARCBLLUS 

sua  popolazione,  scarsa  è  vero,  ma  intrepida  ed  esercita- 
ta alle  lotte  di  mare ,  vicina  aU^  Asia  Minore  ed  a  Smirne, 
sentinella  della  Grecia ,  dominava  da  luhge  il  mare  Egeo . 
Ci  avvicinammo  adlpsara  abbastanza  per  vederne  il4>orto 
gremito  di  barche  a  ponte  e  di  brigantini  a  vele  quadre, 
la  piccola  città  dalle  case  fitte  e  bianche,  e  quel  monastero 
di  San  Niccola ,  che  più  tardi,  trasformato  in  cittadella , 
dovea  seppellire  sotto  le  sue  rovine  alcuni  coraggiosi  Ipsa- 
riotti  e  più  migliaia  dei  loro  nimici — Dopo  Ipsara,  pas- 
sammo in  vista  del  capo  Nero ,  e  dei  campi  di  Cardamilo 
che  Scio  ci  mostra  sulla  sua  costa  occidentale  • 

Prima  della  sera  avevamo  riconosciuto  il  continente 
deir  Asia ,  e  ci  eravamo  avvicinati  alla  terra  un  poco  so- 
pra le  campagne  di  Eritrea.  Di  quivi  alcune  bordate  felici 
ci  fecero  rimontare  il  promontorio  Argenne,  il  Carabur- 
nù  dei  Turchi ,  e  costeggiare  gli  ultimi  lati  opposti  del 
monte!  Mimanto  dalle  sublimi  alture  —  u^tx^i^f4you)  (l). — 
Eravamo  scampati  da  quello  stretto  che  Nestore  temeva 
tornando  da  Ilio  •  Omero  dice: 

Menelao  ci  trovò  ^  che  della  via 

G>nsigliav<ain ;  se  all'aspra  Chio  di  sopra, 

Pstria  lasciando  dal  sinistro  lato , 

O  in  vece  sotto  Chio,  luogo  il  ventoso 

Mimanto ,  veleggiassimo  •  D' un  segno 

Nettun  pregammo  ;  ei  mostrò  un  segno  ,  e  il  mare 

Noi  fendemmo  nel  mezzo,  e  dell' Eubea 

Navigammo  alla  volta  ,  onde  con  quanta 

Fretta  si  potea  più  ,  condurci  in  salvo  (2)  • 


(1)  OMERO,  Epigr.  sopra  Nettuno,  v.  5. 

(2)  .  .  .  .  xaft*  Tnv<a'yii  TrsXoyow*  fis'o'ov  et;  EvjS^iav 

Ts'fAvstv . 

Ombro,  Odissea,  lìb.  in,  v.  175. 


VIAGGIO  339 

Il  monte  Mimanto ,  dicevami  it  piloto ,  è  sempre  temuto 
dai  nocehieri  isolani,  e  le  sue  cime  sono  il  soggiorno  favo- 
rito delle  nuvole  che  portano  il  temporale.  Non  era  la  pri-  -^ 
ma  volta  che  il  nostro  pilota  si  trovava  d' accordo  con 
Omero,  e  la  riputazione  di  questo  monte  non  è  mutata  da 
Nestore  inflno  al  pilota  Torgos  di  Milo. 

Seguitammo  le  sinuosità  del  golfo  di  Smirne,  flssando 
lo  sguardo  sulle  selve  di  pini  del  Mimanto,  celebrate  nella 
Farsaglia  {Pintisqtie  Mimuntis)^  e  sulle  sue  valli  om- 
brose che  scendono  fino  a  Glazomene.  La  distanza  che  sepa- 
rava questa  città ,  da  Teo ,  patria  di  Anacreonte ,  è  di'  sole 
sette  o  tutto  al  più  otto  miglia;  e- Alessandro  il  Grande 
avea- formato  il  progetto  di  congiungere  con  un  canale 
scavato  in  questa  direzione  i  due  golfi  di  Scio  e  di  Smir- 
ne. Oggi,  la  piccola  altezza  che  domina  queste  mine  debbe 
olTertre  una  veduta  magnifica  sulle  acque  del  gran  lago 
di  Smirne ,  da  un  lato ,  e  sul  piccolo  Arcipelago  di  Scio 
dall'altro .  Pomponio  Mela  dice,  con  una  felice  lucidità  di 
descrizione:  >  che  Teo  e  Glazomene,  bagnate,  unite  e  con* 
»  finate  dal  mare,  sono  addossate  Puna  alP  altra ,  di  modo 

•  ehe  toccandosi ,  fanno  faccia  nondimeno  ai  due  opposti 

•  golfi  (1>. 

In  sul  far  della  notte  oltrepassammo  le  isole  di  Vurla,  in- 
dicate successivamente  sotto  mille  nomi  diversi  :  Pertsteridi 
cioè  isole  delle  Colombe;  Lagtue  vale  a  dire  isole  delle  Lepri; 
Alopegeo  isole  delle  Volpi:  esse  son  celebri  tuttavia  per 
^abbondanza  della  cacciagione,  cui  tendono  insidie  soltanto 


(1)  Bine  Teo«;  Ulinc  Clazomoia  :-et  tiuia-  terga^Juagunt-coofiBio  adoeit 
maris,  diYcrsis  frontibus  diversa  maria  prospectant  . 

POMPOHIO  Mela  ,  e.  JLTll. 


IV.  42 


330  MARCBLLUS 

le  ciurme  delle  navi  che  vi  approdano.  I  venti  sfavorevoli 
avendoci  costretti  ad  ancorarci  alla  distania  di  circa  quat* 
tro  miglia  ai  di  fuori  del  castello  di  Smirne ,  antica  for- 
tezza,  mexza  diruta,  come  tant'altre  cittadelle  torcbe, 
non  potei  sbarcare  a  Smirne  che  il  24  settembre,  dopo 
aver  oltrepassato  i  bassi  fondi  di  sabbia  ammontata  dal* 
la  foce  dell'Ermo .  Partito  dalF  Attica,  ero  giunto  nella 
Ionia  in  quarantadue  ore  :  pareva  che  i  venti  e  le  onde 
avessero  capito  tutto  V  impegno  che  io  questa  volta  aveva 
di  affrettar  la  mia  corsa . 

Lasciai  a  Smirne  la  Estafette^ehe  dovea  ripigliare  il  suo 
posto  nella  Ck>ttiglia  stazionaria  del  Levante .  Toccava  ora 
alla  gabarra  la  Lionne  a  ricondurre  in  Francia  V  amba- 
sciatore. Aspettavasi  ad  ogni  momento  questa  nave ,  sulla 
quale  io  aveva  fatto  disegno  di  recarmi  a  Costantinopoli; 
ma  per  tre  giorni  non  vidi  venir  altro  che  un  vento  se^ 
tentrìonale ,  il  quale  chiudeva  ad  ogni  nave  Io  stretto  dei 
Dardanelli  e  il  mar  di  Mannara .  Mi  decisi  allora  di  eleg* 
ger  la  via  di  terra ,  e  riuscire ,  attraverso  alPAsia  Mino* 
re ,  sullo  scalo  di  Mudania  sulla  Propontide,  d' onde  il  tra- 
ghetto marittimo  Gno  al  Bosforo  era  presso  a  poco  possi- 
bile in  ogni  stagione.  Questo  passaggio  d'altronde  m'era 
familiarissimo ,  imperocché  lo  aveva  fatto  parecchie  vol- 
te, quando  andava  a  Broussa,  al  monte  OUmpo,  oalle 
acque  termali  di  Tscekerdgé  • 

In  questi  giorni  di  lunga  ansietà,  alloggiai  a  Smirne 
presso  il  console  generale  di  Francia,  che  s'era  stabilito 
da  poco  tempo  sulla  riva  del  mare,  verso  il  sobborgo  chia- 
mato La  Punia ,  nella  graziosa  casa  del  governatore  re- 
centemente decapitato.  Le  picciole  schifità  delicate  the 
possono  in  siffatti  casi  sentirsi  in  Europa ,  non  si  provano 
in  Oriente;  d'altronde,  non  aveva  io  abitualmente  dor- 


r 


VIAGGIO  331 

mito  sol  Bosforo^  in  faccia  al  Mar  Nero ,  sotto  le  travi  dei 
gran  palazzo  di  legno  che  la  Sublime  Porta  dette  alla 
Francia  imperiale ,  dopo  averlo  confiscato  aUo  sventurato 
principe  Ypsilatoti  ? 

Animati  dagli  stessi  gusti ,  il  signor  David  ed  io  abbre* 
viammo  il  tempo  delle  nostre  conrerenze  consolari^  per  con- 
secrare  i  nostri  ozii  e  colloquii  sulh  letterature  dell'epoca 
nostra  e  di  quelle  cbe  furono .  Il  console^  abile  e  giudizioso 
critico,  conosceva  a  fondo  quella  letteratura  che  seppe  vi- 
vere, non  oserei  dir  fiorire,  durante  le  nostre  triste  rìvo- 
luzionL  Egli  aveva  scritto  nelle  Appendici  dei  maggiori  gior* 
naii  periodici,  arbitri  della  opinione  letteraria  allora  anche 
più  d^oggi  •  Aveva  conosciuto  il  Lebrun,  il  Ducis ,  il  Ghé« 
nier,  PAndrieux,  il  Fontane»  e  soprattutto  il  Delille.  Questa 
epoca,  o  questa  tose  della  nostra  letteratura,  tenuta  a 
vile  dai  nostri  arditi  novatori ,  non  era ,  me  lo  perdonino 
eoaCoro ,  senza  un  qualche  merito .  Il  signor  David  si  com^ 
piacque  mescolare  alle  sue  lezioni  di  critica,  alcune  letture 
d^  un  poema  cui  stava  ponendo  V  ultima  mano ,  V  AU$- 
$cmdr€idè^  ed  ebbi  gran  piacere  a  sentir  dire  sulle  ruine 
àtìrBimeremm^  gran  portico  dedicato  ad  Omero ,  i  versi 
seguenti: 

Et  tot ,  des  ueblei  coeurs  •  divinile  ch^rie  , 
Tei  qa'  HcNDoère  invoqua  daos  ssi  belle  patrie , 
Muse  ,  quitte  k  n  votx  les  rives  du  Méiès , 
Les  grottes  da  Sipjle ,  et  les  bois  de  Thalès . 

Commentando  e  declamando  a  vicenda  i  versi  dei  no- 
stri maggiori  poeti ,  andavamo  sopra  una  collina  fuor  del 
rìcinto  della  città  moderna,  a  visitar  le  reliquie  del  tea- 
tro deir  antica  Smime  :  di  là  i  nostri  sguardi,  passan- 


332  UARCBLLUS 

do  sopra  i  cipressi  del  cimiterio  e  le  vie  strepitose  deUa 
popolosa  città,  dominavano  il  golfo,  le  sue  isole,  le  cam- 
pagne delPErmo,  le  prime  pianure  della  Eolia,  e  si  ferma- 
vano verso  mezzogiorno ,  sulle  sommità  del  monte  Pago  e 
del  Goricio  :  ora  cercavamo  le  inscrizioni  consumate  incas- 
sate nelle  mura  della  cittadella,  ed  ora  guardavamo  le  lunghe 
caravane  di  cammelli  carichi  dei  tesori  delP  India  e  della 
Persia ,  che  ci  sfliavano  ai  piedi . 

Yoili  più  ch^altro  vedere  le  grotte  d^  Omero  e  il  corso 
del  Mela .  Andava  debitore  di  questo  pellegrinaggio  alla 
mia  religiosa  ammirazione  pel  divino  poeta:  aveva  veduto 
a  Scio  i  liti  ch'egli  ahitò  ;  aveva  scorto  lo  scoglio  dell^sola 
d*Ios ,  dove  si  dice  che  fosse  posta  la  sua  tomba  ;  restav»- 
mi  ora  da  conoscere  la  sua  pretesa  cuna.  Alcune  signorine , 
che  parlavano  il  linguaggio  greco  e  vestivano  alla  foggia 
greca,  e  non  avevano  d'europeo  che  il  titolo  di  protette  (  ti- 
tolo che  dà  loro  il  nostro  orgoglio  nazionale) ,  ma  che  pur 
nonostante  per  grazia  e  per  bellezza  erano  tutte  Ioniche, 
ebbero  il  ghiribizzo  di  accompagnarci  in  questa  poetica 
escursione.  Partimmo  insieme  dal  borgo  di  Bumaba^ 
dove  esse  dunoravano  in  mezzo  agli  aranci  fioriti  e  sotto 
r  ombre  dei  platani .  La  via  fu  da  principio  arida  e  sas- 
sosa :  trovammo  poc'  acqua  e  poca  ombra  sulle  rive  del 
Mela  ;  eppure  era  questo  quel  fiume  dalle  belle  onde ,  co- 
me lo  dipinge  Pausania,  quel  fiume  che  Solino  chiama 
i7  primo  fiume  deW  Asia  (1).  Qual  ascendente  magico 
esercita  dunque  attraverso  i  secoli,  questo  potente  Omero  , 
per  far  dimenticare  a  siffatti  geografi  P  Eufrate  ed  il  Gan- 


ci) Inter  flamina  Asiatica  facile  praeeipuus  aomis. 

SoLivo,  «.  sua. 


VIAGGIO  333 

gè  7  Ora  il  Mela ,  nella  stagione  piovosa  ^  paò  a  stento 
far  girare  le  due  ruote  d' un  molino .  Io  nonostante  non 
volli  vederci  che  il  fiume  divino  che  presiedette  alla  na- 
scita d' Omero ,  e  bevvi  alcune  goccio  delle  sue  acque  in 
QDor  del  poeta.  Mi  fu  fatto  osservare  poi  ima  rupe  soo* 
scesa ,  una  spezie  di  nicchia  tumularìa  scavata  nello  sco- 
glio, finalmente  i  sotterranei  che  si  chiamano  grotte  delle 
ifin/à.  Ripigliammo  la  via  di  Smirne,  poco  sorpresi  di  que- 
ste antichità  incerte,  e  parlando  colle  nostre  signore 
molto  più  dei  piaceri  agiati  del  verno  di  Smirne ,  che  di 
memorie  mitologiche.  Passammo  per  pianure  in  parte 
coltivate,  poi  sopra  le  sabbie  e  i  ciottoli  del  Mela;  qual- 
che volta  sotto  vaghe  ombre  :  alcuni  rami  mostravano  già 
i  colori  deir  autunno,  ed  il  fruscio  delle  foglie  secche  sotto 
i  nostri  piedi  mescolava  ai  nostri  discorsi  ed  ai  nostri  si- 
lenzii  una  spezie  di  sentimento  melanconico,  che  è  dolcìt- 
simo  a  leggersi  nei  grandi  occhi  delle  figlie  di  Ellena  e  di 
Aspasia. 

Lasciai  a  Smime  il  servitore ,  la  Venere  di  Milo  e  il 
mio  cane,  che  dovevano  salire  a  bordo  della  Lionne^  e  ve- 
nire a  raggiugnermi  a  Costantinopoli  •  Partii  il  di  27  set- 
tembre, a  cavallo,  preceduto  da  un  Tscirudgi  (conduttore) 
e  da  un  giannizzero  •  Mi  scordava  di  dire ,  che  nella  mia 
furia  ebbi  pure  il  tempo  di  avere  a  Smirne  un  accesso 
di  febbre,  terza  ed  ultima  conseguenza  d^una  nottata 
trascorsa  sulle  sabbie  d^  Nilo  •  La  mia  impazienza  di  gio- 
gnere  non  avendo  fatto  fino  ad  ora  che  rallenter  la  mia 
corsa ,  e  poiché  d'altronde  non  poteva  in  alcun  oaso  an- 
dar più  presto  che  non  me  lo  consentisse  il  cavallo  desti- 
nato a  portarmi  per  quattro  lunghe  giornate ,  presi  la  ri- 
soluzione di  far  tregua  coi  miei  slanci  impetuosi  d' obbe- 
dienza  e  di  velocità  ;  e  cercai  di  goder  ancora  a  mio  agio 


334  UARCBLLC& 

delle  ultime  ore  di  questo  viaggio^  che  fra  poco  stava  per 
finire .  ^ 

Uscito  dal  ridato  e  dai  subborghi  di  Smirne,  che,  aeoon- 
do  Filostrato ,  fu  la  bellissima  città  saito  il  sole ,  e  dov« 
non  restano  nemmeno  gli  avanti  di  qudla  maguifloensa, 
passai  di  subito,  accanto  a  certi  ponti  rovinati  dai  torrenti 
della  cattiva  stagione,  piccioli  rivoletti  che  le  prime  pioggia 
deir  autunno  avevano  creati.  La  via  continuò  per  un  petto 
attraverso  larghe  e  lunghe  pianure,  piene  delle  stoppie  in* 
gialfite  della  messe  raccdta ,  e  dei  germi  già  verdi  della 
messe  futura.  Quivi  le  campagne ,  ricche  e  feconde,  s'ani- 
mavano sotto  la  voce  del  lavoratore  •  Non  era  più  il  terre- 
no sassoso  e  sterile  del  Peloponneso ,  non  era  precisamen- 
te la  fertilità  della  Siria;  ma  i  campi  che  io  rasentava  dm>« 
stravano  le  treccie  d'una  cultura  ricompensata,  e  la  via 
era  ombreggiata  da  bei  mori,  e  da  grandi  platani. 

Arrampicandomi  sulla  prima  altura  che  doveva  aspa- 
ranni  dal  bacino  di  Smirne ,  detti  un'  ultima  occhiata  ver* 
so  la  città  e  verso  il  golfo  ;  mandai  un  ultimo  saspiro  ver- 
so le  campagne  d'Efeso  che  non  avevo  potuto  vedere, 
e  che  11  mente  Pago  mi  nascondeva  all'Oritzente  :  poi , 
scendendo  l' opposito  lato  delia  pendice ,  dissi  addio  alla 
molle  ionia  • 

Dopo  quattr'ore  d'un  viaggio  molto  aspro,  sotto  la 
sferza  d'un  sole  ardente,  e  concentrato  nette  prime  vUi 
die  precedono  la  montagna ,  sestammio  alquanto  a  Taka- 
keui ,  picciolo  casale  nascosto  tra  gK  alberi.  L' orzo  pei  ca- 
valli ^  la  pipa  per  il  tscirtfdgi^  il  cafè  per  il  giannixM* 
ro ,  ed  alcune  lk*ntta  per  me,  ristorarono  le  fbrze  di  lultt . 
Poco  dopo  cominciammo  a  scMevarei  verso  il  monte  ^ 
pilo ,  patria  della  sventurata  Niobe  •  Io  cercava  eolio 


VIAGGIO  335 

Sguardo  d*  attorno  a  me  ^  la  statua  della  pia  infelice  delle 
madri,  che  ancora 9 

fra  i  sassi 

Del  Sipilo  deserti ,  ove  le  stanze 
Son  delle  Ninfe  che  sul  verde  margo 
Danzan  dell'  Acheloo  ,  cangiata  in  rupe 
Sensibilmente  ancor  piagne ,  e  in  ruscelli 
Sfoga  l'afiEsinno  che  gli  Dei  le  diero  (1)  . 

Queste  parole  che  Achille  volse  a  Priamo,  al  cospetto  del 
cadavere  di  Ettore,  per  alleviar  di  qualche  modo  il  dolore 
I  del  povero  padre  col  paragone  di  altri  mali  di  gran  lunga 
!  più  terribili,  m'aveano  sempre  intenerito  fino  alle  viscere . 
I  Spingendomi  innanzi  sulla  via  tracciata  dalle  caravane , 

>         arbori  robusti  mi  cuoprivan  dapprima  sotto  II  folto  delle 
loro  frondi  ;  poscia  corbezzoli ,  viti  serpeggianti ,   bo- 
I        schetti  framezzo  ai  quali  apparivano  alcuni  fiori  di^citiso  nel- 
i        la  loro  seconda  stagione  ;  poscia  macchie  fiorite  e  ginepri . 
La  nostra  salita  stentata  e  serpeggiante  durò  per  un  pezzo  ; 
'        finalmente,  quando  fui  giunto  sull'ultimo  ripiano  del  Sipi- 
lo,  e  sul  suo  lato  opposito  settentrionale,  restavami  tutta- 
!        via  ufC  altr^ora  di  sole^  secondo  1^  espressione  turca . 
1  A  quest'altezza  Taere  era  trasparente ,  e  gli  aspetti  va- 

,  ghtssimi  a  vedersi  ;  a  manca  mi  stavano  le  pianure  del- 
l'Eolia  che  dechinavano  fino  al  mar  di  Focea;  alquanto 
più  lungo  le  colline  di  Pergamo  ;  a  dritta  la  valle  del  Pat- 
tolo.  Sardi,  il  reame  di  Creso  e  la  Meonia;  in  faccia,  in 


(I)  *E»6a,  /tOoc  TTtp  òv^«,  6€èS>  ex,  y.ré^ta  niaon. 

Ombro,  lUacU,  «odi»  x&it,  ▼.  617. 


336  HARCBLLUS 

I 

lontananza ,  Àk^hùar^  fabbricata  sulle  mine  di  Tiatira  ; 
I        ai  miei  piedi,  la  città  di  Magnesia,  e  il  corso  dell'Ermo; 
disopra  alle  vallate  e  alle  vaste  campagne  della  Misia ,  io 
vedeva  biancheggiar  all'orizzonte  le  nevi  delP Olimpo. 

Di  quivi  volgendomi  ad  oriente,  rocchio  seguitava  la 
giogaia  dei  monti  altìssimi,  che ,  ricongiunti  fra  loro  dal 
Termeso ,  dal  monte  Cadmo  e  dal  Tmolo ,  s' inchinano  vei- 
so  la  Ionia  per  abbellir  Smime  «  verso  Efeso  e  Mileto  per 
rovesciarvi  le  onde  del  Meandro,  e  uniscono  i  due  giganti 
deir  Asia  Minore ,  V  Olimpo  ed  il  Tauro  • 

A  misura  ch'io  scendeva  verso  Magnesia,  la  grande 
scena  mi  sfuggiva:  l'aria  facevasi  fredda ,  il  sole  era  spa- 
rito ;  gli  oggetti  cominciavano  a  confondersi  peOa  pianu- 
ra,  e  il  fumo  della  sera  alzavasi  dai  tetti  di  qualche  ca- 
panna eretta  sui  fianchi  del  Sipilo  •  Io  pensava  a  quella 
orribil  pugna  di  Magnesia ,  che  fece  cader  la  possanza  del 
grande  Antioco ,  e  dette  l'Asia  Minore  ai  Romani  :  io  mi 
ricordava  di  Annibale  e  di  Scipione ,  due  folgori  di  guer- 
ra ,  che  nel  tempo  di  questa  catastrofe ,  ravvicinatisi  sul 
suolo  dell'  Asia ,  siccome  per  durare  a  lottare ,  languivano 
il  primo  nella  Licia  stretto  dalla  flotta  dei  Rodiani ,  il  se- 
condo malato  nella  città  di  Elea.  La  battaglia  del  monte 
Sipilo  fu  tanto  sanguinosa,  che  trentamila  uomini  e  Scipio- 
ne l'Asiatico  esterminarono  cinquantamila  soldati  del  re 
di  Siria!  Io  non  volli  credere,  a  malgrado  di  tutta  la  gra- 
vità degli  storici  che  lo  raccontano,  a  questo  orribile  ma- 
cello ;  il  mio  pensiero  rifugge  con.  raccapriccio,  da  queste 
guerre  di  conquista,  ed  a  rivoluzioni  tanto  funeste  alla 
umanità.  Yo'piuttosto  riportarmi  colla  mente  a  quello  sven* 
turato  Antioco,  il  quale,  pochi  di  prima  della  sua  caduta , 
sapendo  nella  città  di  Tiatira,  di  cui  scorgevo  le  mine  nel 
fondo  delle  campagne,  che  Seipione  era  malato  ad  Elea,  gli 


I 
I 


VIAGGIO  33-7 

rinviò  il  figlio  perchè  ne  àUeviasse  i  dolori  :  —  «e  questo 

•  demo,  non  solamente  fa  caro  al  cuore  d^un  padre,  dice 
»  Tito  Livio,  ma  questa  gioia  fu  pure  favorevole  aUa  sua 
»  salute .  (1)  •  —  Or  questo  giovinetto,  figlio  del  vincitor 
d'Annibale,  era  lo  stesso  Scipione  che  doveva  trasmettere 
questo  nome  glorioso  al  futuro  distruttore  di  Cartagine  • 

Non  era  peranche  notte  scura  allorquando  entrai  a  Ma- 
gnesia; vedendo  le  sue  case  sucide  e  minaccianti  ruina , 
mm  avrei  potuto  indovinar  mai,  senza  l'aiuto  delle  mie 
carte  geografiche,  che  il  Fattolo  dalle  onde  auree  (x^vvop* 
poos),  dappoi  gran  tempo  riunito  al  ricco  Ermo  (iurbidus 
auro^  cosi  lo  chiama  Virgilio),  scorresse  intero  pella  pia- 
nura ,  e  che  ambidue  concorrevano  ad  arricchire  e  lavare 
le  vie  ed  i  bazzarri  della  città . 

•  Signore,  mi  disse, il  giannizzero,  entrando  nel  kan 

•  di  Magnesia,  sappiate  profittare  delle  dolcezze  di  questo 
»  bel  caravanserai  ;  non  vi  toccherà  sempre  un  così  buo- 
»  no  alloggio.  •  — Dovrò  dire  ora  che  intendesse  il  mio 
giannizzero  per  buono  alloggio?  Era  un  lungo  portico  so- 
stenuto da  alcuni  pilastri ,  e  dava  sopra  una  corte  mol- 
to buia.  Cellette  anguste,  senza  luce  e  senz'aria,  si  apri- 
vano su  questo  portico  ;  vere  carceri  d' una  nera  prigione , 
dove  non  erano  né  divani,  né  sedie,  né  letto,  né  tavole. 

Fu  posta  più  tardi  in  questa  galleria  una  tavola,  attor- 
no alla  quale  ci  sdraiammo  sopra  una  vecchia  stola  il 
giannizzero  ed  io  .  Più  lontano  era  una  seconda  tavola , 
dove  mangiavano  un  Turco  e  tre  donne  mezze  velate .  11 


(1)  Non  iolum  animo  patrio  graium  munut ,  $ed  eorpori  qtwque   ia- 
Uibre  gaudium  futi . 

Tito  Livio,  lil>.  xxivii.  cap.  37. 


I 


I 


IV.  43 


\ 


\ 


336 


HAECBLLUS 

pilauj  solo  piatto  éhe  ci  fu  imbandito  ^  era  già  sparito  sotto 
le  dita  del  giannizzero  più  clie  sotto  le  mie  ^  allorquando 
il  mio  vicino  vide  la  mia  miseria  ;  ad  un  suo  cenno ,  una 
donna  assisa  sul  suo  stesso  tappeto  j  si  alzò  e  venne  a  pre- 
garmi a  nome  del  padrone  9  con  alcuni  complimenti  orien* 
tali,  di  avvicinarmi  alla  loro  refezione .  Accettai  con  gra- 
titudine e  con  piacere.  —  •  Siedi  amico,  mi  disse  il  Torco; 

•  ho  saputo  che  sei  francese  ;  ed  io  sono  stato  a  MarsUia 

•  e  a  Lione  pel  mio  commercio  di  seterie  ;  io  abito  a  Bros- 

•  sa  •  *  —  Aveva  spesso  percorso  i  quartieri  e  le  vie  delia 
città  di  Brussa  ;  parlai  della  sua  felice  posizione ,  delle  sue 
moschee  e  delle  sue  fontane,  ciò  che  raddoppiò  le  genti- 
lezze del  mercante  e  la  bontà  delle  signore:  a  poco  a  poco  si 
stabili  fra  noi  una  spezie  d'intimità;  i  veli  bianchi  che  ricuo- 
privano  il  mento  e  la  fronte  delle  convitate  caddero  come 
per  caso,  e  vidi  accanto  al  negoziante  la  graziosa  figura  e 
gli  occhi  neri  d' una  bella  fanciulla,  al  cospetto  della  quale 
le  altre  donne  tenevano  un  contegno  rispettoso.  Essa  era 
vestita  dei  più  bei  tessuti  della  fabbrica  di  suo  padre  ;  uno 
scialle  color  di  rosa  strigneva  ai  fianchi  le  pieghe  del  suo 
abito,  che  le  scendeva  sopra  i  graziosi  piedi,  calzati  in  pia- 
nelle ricamate  d^oro  ed  appuntate .  »  Poiché  conosci  Brus- 

>  sa,  signor  Francese,  mi  disse  la  giovine  Bitinia,  giu- 

•  dica  se  io  debba  ricordar  con  dispiacere  in  questo  su- 

•  cido  kan  di  Magnesia,  .1  bazzarri  ed  i  bagni  della  città 
»  dove  soa  nate  !  —  «Io  ti  ci  ricondurrò  subito ,  fi^liuo- 

•  la  mia,  riprese  il  Turco;  tu  sai  che  ho  ancora  per  pò- 

>  chi  giorni  da  comperar  seta  qui ,  e  venderci  le  mie 
»  stoffe .  »  —  »  Oh  !  riprese  ella ,  ma  le  giornate  son  tanto 

•  lunghe  qui  !  io  muoio  di  noia  :  perchè  ho  io  acconsen- 
»  tito  a  questo  viaggio  ?  ma ,  forse ,  era  destinato  !  ag- 
»  giunse  poscia  con  un  sospiro  ;  ciò  che  è  scritto    sulta 


VIAGGIO  339 

•  fronte^  debbe  necessariamente  accadere  >  (1)  •  Dopo  que- 
sto proverbio  pronunciato  con  un  piglio  scorrucciato,  la 
graziosa  Turca  ci  dette  una  spezie  di  sorbetto  ch^eila  stes- 
sa aveva  composto  con  una  pasta  di  zucchero  e  di  cannel- 
la,  portata  in  conserve.  »  Qui  non  abbiamo,  dissocila,  che 

•  Inacqua  fangosa  dei  fiume;  non  è  come  a  Brussa ,  do- 
»  ve  sono  sorgenti  freschissime  e  il  ghiaccio  della  mon* 

•  tagna.  »  Poi  ella  gittb  della  essenza  di  rose  sulla  barba 
del  padre ,  sui  miei  abiti  e  sulle  mie  mani .  U  vecchio  mer- 
catante, alquanto  sconcertato  dalle  maniere  estramusulma- 
ne  della  figlia ,  mi  disse  solo:  *  Amico  Francese,  è  Tunica 

•  mia  prole  ;  ella  viaggia  sempre  con  me ,  ed  è  solita  di- 

•  re  e  fare  tutto  quello  che  vuole;  mi  rammento  eh' ella 

•  faceva  quasi  sempre  così  anche  quando  eli'  era  nel  tuo 

•  paese,  fra  le  donne  di  Francia  •  •  —  Dopo  i  ringrazia- 
menti dovuti  ad  una  ospitalità  tanto  cordiale ,  mi  ritirai 
nella  mia  trista  celletta ,  vi  avevano  portato  un  poco  di 
paglia,  sulla  quale  distesi  le  coperte  de'  miei  cavalli ,  e  la 
sella  mi  servì  da  guanciale.  Siccome  la  porta  non  si  chiu- 
deva, il  giannizzero  vi  si  sdraiò  attraverso  per  barrarla. 
M' addormentai  profondamente ,  e  i  miei  sogni  comincia- 
vano ad  abbellirsi  coli'  imagine  della  bella  Bitinia ,  quando 
fui  svegliato  dall'  inesorabile  conduttore . 

Lasciai  Magnesia  alle  quattro  della  mattina ,  traversan- 
do successivamente  l' Ermo,  gli  argini  antichi  e  moderni 
che  le  sae  inondazioni  frequenti  hanno  resi  in  ogni  epa- 
ca necessarii ,  e  le  lunghe  paludi  della  pianura .  Spuntò  il 
giorno,  ed  ammirai  le  belle  campagne  della  Misia.  In  que- 
ste regioni  felici  abitano  (sono  stato  per  dire,  regnano)  i 


(1)  Bascla  tailleinisce  olan  gaelraek  vadzlbdir . 


3^J 


H  A  RCBLLDS 


Cara-osman^oglu^  famiglia  quasi  sovrana  ed  ereditaria,  cui 
la  sublime  Porta  ha  gran  premura  di  confermare  nella  sua 
giurisdizione  e  d^  investirla  ad  ogni  nuova  generazione  del 
pascialicato  di  Magnesia  .  Dice  il  terribile  GiaflQro ,  tiran- 
no d'  Abido: 

• 

alti  lignaggi 

Non  cura  Mussulman  ;  par,  dall'  antica 
Stirpe  di  Carasman  che  fra  gì'  invitti 
Timari'oti  prima  sorse,  e  ardita 
Combattè,  vinse  ed  iifkmutabil  regna. 
Nacque  chi  ti  disia  :  nelle  sue  vene 
Scorre  il  sangue  d'Oglù (1) 


Questa  picciola  dinastia  conta  saggi  magistrati,  abili  coltiva- 
tori, osservatori  fedeli  delle  leggi  delFImpero  e'fervorosi  di- 
scepoli di  Maometto.  Forse  chi  sa, che  di  uno  dei  loro  rami, 
stabiliti  a  Costantinopoli,  non  parli  lo  storico  Cantemiro, 
quando  addita  la  famiglia  più  illustre  delPImpero  Ottomano , 
presso  la  quale  il  Gran  Signore  desina  due  volte  V  anno  7 
Egli  aggiugne,  che  gli  uomini  di  questa  linea,  accomodando 
alla  loro  maniera  il  domma  della  legittimità,  non  hanno  che 
schiave  e  concubine ,  per  non  mescolare  il  loro  sangue  il- 
lustre con  un^  altro  sangue  iUustre,  e  più  ch'altro  onde 
evitare  il  pericolo  di  vedere  spegnersi  la  razza ,  nel  caso 
in  cui  il  numero  delle  mogli  legittime  permesse  dal  Co- 
rano ,  venisse  ad  esaurirsi  senza  eredi  maschi  ;  ora ,  non 


(1)  We ,  Moslem ,  reck  not  mu      of  blood; 
Bui  yetthe  line  of  CaraHMinan 
llDcbanged ,  ùnchangeable  hath  stood 
First  or  the  i)old  Timarlot  bands. 


Btroh's,  bride  of  kbjòm. 


L 


VIAGGIO  341 

y'è  pia  questo  pericolo  con  concubine  in  numero  indefi- 
nito. È  questa  una  spezie  di  eredità  semi-legittima,  varie- 
tà del  genere 9  chMo  mi  lusingo  di  far  conoscere  in  Euro- 
pa con  queste  particolarità,  e  che  raccomando  alle  me- 
ditazioni di  tutti  coloro,  che  da  trent^anni  a  questa  par- 
te vi  hanno  creato ,  distrutto  e  ricreato ,  per  ridistrugge- 
ro  tante  legittimità  e  tante  eredità  • 

Io  mi  fermai  alle  undici  al  villaggio  di  Paiamo ,  presso 
un  ruscello  che  i  Turchi  chiamano,  come  il  Simoenta,  Jfen- 
dere  $ù  (  acqua  della  Valle  )  ;  ma  non  v^è  altro  segno  di 
rassomiglianza  col  fiume  divino .  Egli  non  debbo  la  sua 
vita  alle  mille  sorgenti  del  monte  Ida  (i),  e  non  ha  mai 
avuto  Troia  sopra  le  sue  rive .  Giunsi  a  Yaléga ,  picciola 
città  dipendente  tuttavia  dal  pascià  di  Magnesia,  allorché 
il  sole  tramontava  dietro  le  montagne  della  Troade  •  — 
Via  di  quattordici  ore . 

Addi  29 ,  rimontiamo  a  cavallo  alle  tre  del  mattino  : 
nebbie  fredde  ed  umide  ci  avvolgono  per  un  pezzo.  Ci 
fermiamo  al  villaggio  di  Gurkevi ,  limite  dei  pasciali- 
cati  di  Magnesia  e  di  Brussa .  Quivi  finiva  presso  a  poco 
altra  volta  la  Misia  e  cominciava  la  Bitinia ,  prima  che  Ro» 
ma  e  più  tardi  Bisanzio,  avessero  mescolato  e  confuso 
sotto  un  solo  scettro  tutti  questi  reami .  Le  pianure  che 
io  traverso  offrono  le  traccio  d' una  gran  fertilità.  Ci  ve- 
deva vigne  cariche  di  bellissime  uve;  per  tutto  ammira- 
vansi  i  grappoli  dorati  del  moscado  :  i  Turchi  stessi  col- 
tivano alcuni  di  questi  ricchi  vigneti  ;  io  non  ho  V  indi- 
scretezza dMnter rogarli  se  si  contentano  di  mangiar  l'uva 


Ombro,  Iliade,  e.  Xì,  V.  182. 


t 


I 


34S  HARCBLLUS 

in  autunno, o  se  non  s^ occupano  anche  di  beverne  on  poca 
nel  verno.  In  sulla  sera,  giungo  a  Mansura,  dopo  aver 
passato  alcune  verdi  colline  e  freschissime  vallate.  — 
Giornata   di  quindici  ore. 

Ciecamente  sottomesso  agli  ordini  del  mio  Tscirurdgi , 
egli  mi  disse  di  partire  a  mezza  notte ,  ed  io  partii  senza 
far  motto.  A  dir  vero  mi  spiacque  di  rinunciar  così  a  quel 
scmno,  che,  per  vendicarsi  delle  brevi  ore  deDa  notte ,  mi 
pigliava  talora  U  giorno  sul  mio  cavallo,  al  punto  di  f ar- 
mici traballare .  Due  ore  dopo  il  levar  del  sole ,  noi  ci  fer- 
mammo a  Susugberlè ,  ed  io  passeggiai  lungo  tempo  sulle 
sabbie  e  sui  ciottoli  del  ruscello,  che  il  signor  Chateau- 
briand ha  preso  per  il  Cranico. 

11  Cranico,  secondo  Strabone  (  e  il  racconto  degli  storici 
d' Alessandro  s^accorda  maravigliosamente  con  quello  del 
geografo  di  Amasea),  nasce  nel  monte  Ida,  e  si  scarica  nella 
Propontide  fra  Cizico  e  Lampsaco .  Ora ,  il  monto  Ida  è 
molto  lontano  alla  sinistra  detta  via,  che  il  grande  scrit- 
tore ,  ed  io  quindici  anni  d<^ ,  seguitevamo  da  Smirne  a 
Costantinopoli  :  il  fiume  che  passa  a  Susugberlè  vien  dalle 
aite  colline  che  avevamo  a  dritte ,  flf^e  delle  ondulazioni 
che  P  Olimpo  prolunga  verso  P  Asia  Minore  ;  finalmente , 
quelle  medesime  acque  che  il  signor  di  Chateaubriand  ve- 
deva scorrere  a  Susugberlè ,  perdute  nel  fiume  di  Mika- 
litza^  di  cui  fa  una  maravigliosa  descrizione ,  dovevano , 
sotto  il  nome  di  Rindaco,  portarlo  più  tardi  alla  Pnqpon- 
tide ,  dDve  lo  aspettevano  spettacoli  che  lui  ha  cosi  magi- 
stralmente descritti'. 

Del  rkoanente ,  se  per  questa  rettificazione  di  cui  il'  si- 
gnor'di  Chateanhriand  ha  senza  dubbio,  prima  di  me ,  ri- 
conosciuta la  necessità ,  avviene  che  io  lo  privi  dell'  onore 
d'aver  veduto  il  Cranico,  chiedo  di  fare  osservare  che  io 


VIAGGIO  349 

mi  sottopongo  volentieri  agli  stessi  dispiaceri.  Il  grido 
della  mia  coscienza  di  viaggiatore  tia  dovuto  essere  molto 
forte  per  ispirare  al  discepolo  Tardire  di  erìgersi  una  sola 
volta  contro  le  parole  del  maestro  • 

Ero  giunto  dopo  il  mezzogiorno  a  Mikalitza  ;  ci  passai 
alcune  ore ,  passeggiando  pelle  vie  scure  e  quasi  deserte 
della  città.  Andai  poscia  a  vedere  scorrere  le  acque 
del  Bindaco,  finalmente  tomai  ad  un  kioiko  molto  ele- 
gante dove  era  aspettato  dal  mio  pranzo  ;  e  fu  questo  uno 
dei  migliori  chMo  m'avessi  mai  fatti  in  Oriente.  U  mio  os- 
pite,  proprietario  del  kan  di  Mikalitza ,  e  del  kiosko  dove 
mi  riposava ,  erasi  dato  carico  di  farmi  conoscere  tutte  le 
risorse  della  cucina  turca.  Avevami  imbandito  del  castrato 
sminuzzato  ed  arrostito  sulla  bragia^  d'olive,  dei  piccioni 
ripieni  di  mandorle ,  delle  quaglie  in  pilau ,  dei  pesci  del 
lago  col  pepe  e  la  cannella,  dei  cetriuoli  col  latte ,  de'  pa- 
stìccietti ,  delle  frutte ,  dei  sorbetti  di  ciliegie  e  d' arancia  • 

Rimontando  le  rive  del  fiume  di  Mikalitza,  venni  a  riu- 
scire a  Lopat ,  spezie  di  Ginevra  in  piccolo,  che  domina 
r  uscita  del  Rindaco  fuori  del  lago  d'AbuiUonto,  l'an- 
tica Apollonia  ,  come  Ginevra  vede  sfuggirsi  il  Rodano . 

Dopo  una  breve  stiizione  sulle  rive  del  fiume  e  del  lago 
d' Apollonia,  nati  ambedue  dalle  nevi  e  dalle  sorgenti  del- 
l'Olimpo, continuai  la  via  ai  chiaror  delle  steUe,  ma 
senza  luna.  Procedevamo  in  silenzio  nelle  tenebre ,  attra- 
verso vaste  pianure  e  piccole  colline .  Verso  un  ora  del 
mattino,  m' accorsi  che  non  eravamo  più  sopra  un  sentie* 
ro  tracciato,  ma  piuttosto  in  mezzo  a  macchie  ed  erbe.  Ne 
feci  parola  al  giannizzero,  e  il  Tsciùrdgi  confessò  che  ave* 
vamo  smarrita  la  dritta  via.  Per  tre  ore  cercammo  indar- 
no ,  ciascun  dal  suo  lato ,  qualche  capanna  donde  potes- 
sero riporci  sulla  vera  direzione  j  le  nostre  grida  sveglia- 


344 


HARCBLLDS 


roDO  soltanto  gli  uccelli  nascosti  neUe  scopaglie,  ed  alcune 
pernici  che  ci  scappavano  fra  i  piedi  •  Finalmente  sentia- 
mo abbaiare  un  cane  in  lontananza,  e  riconosciamo  la  ca- 
panna d' un  pastore  che  viene  ad  accompagnarci  per  più 
d^  una  lega ,  e  ci  insegna  una  nuova  via  verso  Mudania  . 
Noi  ci  eravamo  troppo  allontanati  dalla  prima  nostra  di- 
rezione perchè  poles^mo  ripigliarla  ;  camminammo  fino  a 
giorno  nelle  valli  e  sulle  ultime  colline  che  vanno  inchinan- 
dosi al  mare .  Passai  sopra  un  ponticello  il  fiume  fuggito 
dall^  Olimpo,  che  innaffia  la  città  di  Prusia  :  ora  chiamasi 
r  Ufer-su  ,  ed  era  altra  volta  V  Orisio  ;  e  poiché  il  so- 
le sorgeva,  giunsi  sulla  sommità  deirultima  collina ,  pres- 
so al  mare ,  donde  il  mio  sguardo  slanciavasi  fino  alle  om- 
bre turchine  che  segnano  ali^  orizzonte  la  linea  delle  co- 
ste europee .  Al  di  là ,  sopra  la  Propontide ,  scorgeva  le 
cuspidi  dì  santa  Sofia  e  i  minaretti  della  moschea  d^Ack- 
met,  dritti  e  sottili  come  quei  fili  bianchi,  che  in  un  gior- 
no purissimo  s' allungano  e  risaltano  ai  raggi  del  sole  sul- 
r  azzurro  dei  cieli  • 

Sboccai  sulla  spiaggia ,  un  poco  al  di  sotto  del  grazio- 
so villaggio  di  Triglia,  e  rasentando  la  riva  del  mare  en- 
trai a  Mudania  •  Le  nostre  ultime  stazioni  avean  cessato 
d^  esser  regolari  ;  lo  sbaglio  della  nostra  guida  avendo  rad- 
doppiato il  tempo  del  nostro  viaggio  notturno,  i  nostri  pic- 
coli cavalli  ci  avevano  portato  per  tredici  ore  intere  sen- 
za riposo .  Da  Smime  a  Mudania  ho  contato  cinquantadue 
ore  di  cammino. 

Mudania  è  il  porto  di  Brussa;  eBrussa,  antica  capi- 
tale dell'  impero  Ottomano,  è  una  delle  piìi  belle  città  della 
Turchia  Asiatica .  Circondati  dai  monumenti  della  loro  an- 
tica potenza,  nel  centro  delle  loro  vecchie  moschee ,  nondi- 
meno i  Musulmani  vi  sono  meno  fanatici  che  in  tutta  qne- 


i 


VIAGGIO  345 

Si' Asia  ch^essi  considerano  come  loro  vera  patria  ed  in- 
contestabile proprietà.  Rigidi  osservatori  della  loro  legge 
religiosa  9  non  bevono  che  T  acqua  delle  loro  mille  Tonta» 
ne  i  e  nondimeno ,  hanno  generalmente  a  Br ussa  costumi 
soavi  e  benevoli .  •    I  miei  accusatori ,  dice   Demostene , 

•  pretendono,  che  siccome  bevo  solamente  acqua  debbo 
»  essere  una  spezie  d' uomo  difficile  a  vivere  in  società  e  di 

•  un  umore  bisbetico  (1)  » .  Le  onde  che  sorgono  dalF  Olim- 
po non  hanno  la  trista  virtù  delle  sorgenti  dellUmetto  • 

Un  vento  gagliardo  opponevasi  direttamente  alP  uscita 
dal  golfo }  i  marosi  si  coronavano  di  schiuma,  nissuna 
barca  osava  affrontare  il  mare,  ed  io  ebbi  a  passar  la 
giornata  del  primo  d'ottobre  a  Mudania.  La  città  m*era  no- 
ta ;  appena  mi  sentii  alquanto  confortato  dalle  fatiche  della 
lunga  via  e  dall' insonnio,  andai  a  rivedere  il  dottor  Chel- 
li,  medico  franco  stabilito  da  trentanni  in  Bitinia;  poi  altri 
mercatanti  francesi  e  greci,  eh'  io  aveva  cercato  nei  mìei 
precedenti  viaggi .  Mi  dettero  le  notizie  del  paese  :  la  pro- 
duzione delle  sete  era  stata  abbondante  ;  v'  era  stata  af- 
fluenza di  Asiatici  e  d' Europei  alle  sorgenti  minerali  del- 
l' Olimpo^  dicevasi  all'orecchio  che  il  pascià  nuovo  di  Brus* 
sa  stava  per  esser  chiamato  alla  luogotenenza  deli'  impe- 
ro; il  suo  predecessore  inunediato  a  Brussa  occupava 
allora  quel  posto  tanto  invidiato ,  ed  era  egli  stesso  al  posto 
dell'antico  pascià  di  Brussa,  Dervich*£ffendi ,  come  se  la 
capitale  della  Bitinia  fosse  doventata  scuola  e  semensaio  di 
grandi  visir!  • 


(I)  Af  70VTat  wc  iyik  fùv  yStp  TTi\mv,  ìuotu;  JuaxoXòc  xai  Juarpoiroc 

tifii  TK  «v6pA»iroc . 

Dbmostbke  I  M  Filippica  . 


IV. 


44 


-46  HAECBLLDS 

Il  d\  2  Ottobre ,  essendo  abbassato  il  Yeplo ,  rnentr'  io 
accomodava  le  mie  bagaglio  nella  barca  ^  e  cbe  m' inorgo- 
gliva dMmitar  in  questo  modo  T  esempio  d^  Alcinoo  re  dei 
Feaci ,  qaando  assestava  nella  barca  il  tesoro  d^  Ulisse  suo 


I       ospite , 


Onde  mentre  daran  de'i^mi  in  acqua  , 

Non  impedisca  alcan  dei  Fcacesi 

Giovani  ,  e  i'  offendesse  urna  o  treppiede  (I)  ; 

nel  momento  in  cui  stavo  per  partire,  riconobbi  snlla  riva 
un  prete  greco  cbe  avevo  qualche  volta  veduto  presso 
r  arcivescovo  d' Efeso  ^  egli  tornava  dalle  acque  di  Tscie- 
kerdgi^  ed  avendo  saputo  ch^  io  aveva  noleggiato  un  fiadei 
per  Costantinopoli ,  mi  pregava  di  concedergli  un  posto  ac- 
canto a  me  fino  alle  isole  dei  Principi .  Ci  acconsentii  con 
vero  piacere  ;  io  sapeva  che  il  papas  Meleti  era  un  uomo 
di  spirito  e  di  erudizione ,  e  c^  imbarcammo  subito.  Ci  voi- 
le  d^  ogni  maniera  di  sforzo  perchfe  i  nostri  otto  remiganti 
giugnessero  a  stento  alla  punta  di  Bos-Burnu,  altravolta 
capo  Posidione,  che  separa  il  mar  diNicoqiedia  dal  golfo  di 
Gbemlé,  T antica  Ciò. 

Ci  trascinammo  ancora  per  alcune  ore ,  a  dispetto  d^  un 
mare  agitato,  lungo  le  spiaggie  di  Kisil-Kaiasi ,  passando 
lentamente  i  clivi  e  i  vaUoncelli  che  dal  monte  Argante* 
ne  dechinano  verso  la  piaggia.  Giunto  al  villaggio  di  Ka- 
tirli,  la  ciurma  sfinita  dichiarò  non  potere  andar   più 


(I)  Avrò;  tw*y  (Jia  vr,ò;,  ìtno  ^w'/ii  y^^»  TtV«ratpft>v 

Omero,  Odissea,  lili.  xiii,  v.  SI. 


VIAGGIO 


347 


avanti  •  Là  tutti  i  giorni  sono  caricati  i  massi  di  glilaccio 
staccati  dall^  alta  regione  dell' Olimpo  ;  ravvolti  in  unfel* 
tro ,  questi  ghiaccioni  scendono  a  dosso  di  molo  fino  a 
Katirli)  donde  un  servizio  regolare  di  navicelli  li  porta 
via  per  rinfrescar  le  lievande  del  serraglio  e  della  gran 
città. 

Accompagnato  dal  papas  Mileti  andai  sulla  collina  a 
veder  sfilare  queste  caravane  di  muli;  poscia  tornammo 
sul  greto  solitario 


del  mar  soaanle  » 


Di  cui  1'  onda  gli  estremi  orli  lambia-(l)  . 

Il  prete  greco  mi  raccontava  la  sua  vita.  Monaco  delPor- 
dine  di  san  Basilio,  aveva  abitato  i  conventi  del  monte 
Atos ,  di  cui  mi  dipingeva  la  solitudine  e  le  austerità.  Ave- 
va ottenuto  dal  Sinodo  di  frammischiare  qualche  viaggio 
alle  meditazioni  della  sua  vita  ascettica,  ed  avea  visitato 
Vienna  e  r Italia.  Conosceva  perfettamente  i  latini:  •  Ho 
imparato  questa  lingua  in  Europa,  dicevami  ;  in  Orien- 
te la  è  conosciuta  appena:  i  Greci  la  trascurano,  pri- 
ma perchè  lo  studio  elementare  né  è  scabro  e  lungo, 
poi  un  poco  anche  per  disprezzo  j  imperocché  final- 
mente noi  fummo  gli  antenati  dei  Romani ,  i  loro  mo- 
delli ,  e  quasi  i  loro  padri  nelle  lettere 

Volevo  soprattutto  veder  Parigi ,  ed  imparare  il  fran- 
cese -,  ma  le  vostre  rivoluzioni  me  n^  hanno  chiusa  la 
via Dovrò  dunque  morire  senza  aver  let- 


(!)  'EyfixOzvù,  o9(  xvfAftr'  ìk'  iqìo'vo;  xÀv(c9xoy. 

Ombro,  HììkIc,  c.   xxiii,  v.  80. 


348  HARCBLLUS 

>  to  Rousseau  e  Voltaire ,  di  coi  m^è  stato  tanto  parla- 

>  to  »  —  Come  !  replicai  io ,  papas  Meleti  j  s^  io  vi  mo- 
strassi dispiacere  di  non  conoscere  abbastanza  il  greco  per 
leggere  i  vostri  sofisti  moderni  e  i  vostri  eresiarcbi,  non  cer- 
chereste a  consolarmi  di  questa  lieve  disgrazia?  .... 
Ma  poiché  niun^ altra  cosa  ci  ode  qui,  fuorché  il  mare  ed 
il  vento,  (ni7,  ni9i  panius  et  aer)^  siete  voi  dunque  tanto 
avido  d'una  di  quelle  rivoluzioni  nate  dall'ateismo,  che 
insanguinano  il  mondo ,  e  donde  non  s' ingenera  che  sven- 
tura  e  scompiglio?  Io  vi  credeva  più  saggio.  »  —  Oh  !  tutto 

il  contrario ,  mi  rispose  il  papas  Meleti  :  quando  spun- 
terà anche  per  noi  quel  mutamento  tanto  bramato  (  né 
quel  giorno  può  esser  lontano  ) ,  non  v'  ingannate ,  noi  Io 
dovremo  alla  sola  religione  !  Yoi  dovete  vederlo  ;  in  que- 
sta ansia  tutti  i  nostri  voti  si  volgono  verso  U  Setten- 
trione  I  Russi  hanno  da  noi  la  loro  reli- 
gione, e  noi  siamo  i  capi  più  antichi  del  loro  culto  . 
Una  comunione  fraterna  é  giurata  fra  noi ,  fin  dai  pri- 
mi secoli  della  nostra  chiesa;  gli  czar  hanno  avuto  sem- 
pre la  missione  divina  per  operare  questa  riunione  sotto 
un  solo  scettro,  ed  era  un  dovere  di  cui  ciascun  im- 
peratore gravava  la  coscienza  del  suo  successore  fino 
a  Pietro  1. 1  Francesi ,  cui  un  episodio  delle  loro  guer- 
re sante  avea  locati  sul  trono  di  Costantinopoli ,  non 
hanno  potuto  reggervisi ,  soggiogati  dalle  lusinghe  della 
bellezza,  dalla  mollezza  del  clima ,  e  da  novelli  costu- 
mi. L'impero  Latino  non  serbando  omai  di  romano ^che 
il  nome ,  essendosi  aSSatto  corrotta  la  disciplina  degli 
eserciti  e  l' amministrazione  delle  provincie ,  i  nostri  ca- 
pi non  seppero  opporre  ai  Barbari  dell'Asia  che  un  reg- 
gimento sfibrato  e  una  milizia  snervata.  Tentano  i 
Russi  altre  vie  per  giugnere  al  dominio  di  queste  stesse 


VIAGGIO 


349 


»  Provincie  che  i  Romani  hanno  occapate  per  lungo  trat- 

•  to  nei  secoli ,  ed  i  Francesi  appena  e  di  passaggio .  Il 
»  loro  trionfo  preparasi ,  è  vero ,  con  molta  lentezza ,  ma 

•  egli  è  certo.  I  Turchi  di  cui  non  conoscesi  in  Europa 

>  la  politica  astuta ,  sono  forse  il  solo  popolo  che  abbia 

•  saputo  ritardare  per  un  gran  pezzo  questo  trionfo  ;  con- 
»  servando  qualche  particella  della  generosità  del  sangue 

•  tartaro,  e  attignendo  una   prudente  moderazione  nel 

>  Corano ,  i  ministri  turchi ,  o  per  dir  meglio  il  loro  su* 

•  premo  direttore ,  permette  i  culti  forestieri .  Egli  prò- 

•  tegge  altamente  il  nostro  rito ,  contro  le  pretensioni  dei 

>  nostri  fratelli  cristiani,  e  questo  andamento  è  savio  e 
»  dritto ,  ma  egli  ha  finito  il  suo  tempo .  Oggi  la  luna  mu  - 

•  sulmana  che  fregiala  cupola  di  Santa  Sofia debbe  cade- 

•  re  al  cospetto  della  croce  di  Costantino  !  —  disgraziata- 
»  mente  son  troppo  in  là  cogli  anni  per  veder  quel  bel  giorno 

•  in  cui  i  Greci  canteranno  sotto  le  volte  della  gran  chic- 
»  ^  :  Ao$«)  cv  v^coToc;  Bi^,  xal  t'c  xhv  yii  slpixvn ,  Gloria  a  Dio  nei 
»  cieli  e  pace  stUla  terra  !  • 

Dicendo  queste  parole ,  il  vecchio  entusiasta  s' era  mes- 
so a  cantare  le  parole  greche ,  come  nella  liturgia .  .  • 
.  .  —  Continuammo  con  un  tuono  più  moderato ,  e  ri- 
tornati alla  barca  ci  riposammo  fino  a  mezza  notte  • 

A  quest^ora  la  ciurma  riprese  il  mare  :  un  vento  orien- 
tale soOib  dai  monti  di  Nicomedia,  e  in  poco  tempo  toc- 
canunoPisola  di  Calki. —  t  Venite  a  riposarvi  sotto  Pombra 
»  del  nostro  grazioso  convento  della  Triade ,  mi  disse  il 
»  Calogero;  ci  troverete  una  ospitalità  cordiale  e  dolce,  e 
»  se  non  m^  inganno ,  eviterete  cosi  il  temporale  che  si 
»  prepara .  •  —  Vi  ringrazio ,  papas  Meleti ,  gli  risposi  ; 
ma  uno  di  que^  poeti  latini  che  i  Greci  non  tengono  in  gran- 
de estimazione^  ha  detto ,  tornando  come  noi  dalla  Bitinia: 


360  HAHCBLLUS 

Oh  I  che  v'  ha  di  più  bealo  »  • 
Che,  dal  doro  peso  ingrato 
Dei  peosier  k  meote  sgombra  , 
Ricovrarsi  alla  dolce  ombra» 
Del  paterno  amico  tetlo, 
E  nel  suo  bramato  letto 
Riposar  il  molle  fianco 
Già  per  lunghi  errori  stanco  ? 
Questo  è  al  fin  di  tante  pene 
Frutto  sol  che  a  me  ne  viene  ^)  . 


Giovine  come  io  era  ,  parTeml  aver  trovato  alcan  che  di 
epigrammatico  nel  citar  dei  versi  di  Catullo  a  un  mo- 
naco greco  • 

Continuai  la  via  ;  e  mentre  prendeva  alcuni  appunti  in- 
tomo ai  miei  colloqui  col  papas  Meleti ,  rumoreggiò  il 
tuono  e  le  nuvole  si  accavallarono  sulla  Propontlde.  Era- 
vamo  air  altezza  di  Calcedonia,  e  in  mezzo  ai  lampi,  quan- 
do i  nostri  remiganti  approdarono  a  fretta  e  furia  alla 
riva;  trascinarono  a  secco  la  barca,  la  volsero  sopra  un 
lato,  r appuntellarono  coi  remi,  e  ne  piegarono  la  carena 
contro  il  temporale ,  facendomi  seder  con  essi  sotto  que- 
sto asilo  improvvisato,  che  ci  salvò  dalla  pioggia  e  dalla  gran- 
dine. Questa  strana  manovra  nautica  m' era  affatto  ignota. 

Finito  il  temporale  ,  pochi  minuti  bastarono  per  slan- 
ciarci di  bel  nuovo  in  mare  :  io  rasentai  i  cipressi  di  Scu- 


(,1)0  quid  solutis  est  beatius  curis  ! 

Quuni  mens  onus  reponlt ,  ac  peregrino 
Labore  leidyTWliDQS  ad  Urem  aartniiii, 
Uesideraloque  acquiescimos  letto . 
Hoc  est ,  quod  unum  est  prò  laborìbus  tantls . 

CATtrtLo .  e 


\%\t,  V.  7. 


VIAGGIO  S51 

tari,  la  torre  della  Giovinetta  {Keu$  Skelem)^  e  salutando 
il  serraglio,  approdai  allo  scalo  di  Topaohè.  Quivi  mu- 
tai tosto  il  mio  pesante  piadet  con  uno  di  quel  caicchi  a  tre 
ordini  di  remi,  rapidi  corsieri  del  Bosforo;  più  leggieri 
dei  battelli  a  quattordici  remi  destinati  agli  ambasciatori, 
ed  aocbe  delle  barche  a  ventidue  remi,  privilegio  dei  gran 
visiri ,  non  cedono  in  rapidità  che  al  piadet  imperiale  , 
agitato  da  ventotto  ale  dorate. 

In  meno  di  due  ore,  rimontai  le  correnti  del  Bosforo, 
e  sulla  notte  posi  il  piede  in  terra  al  palano  di  Francia  a 
Therapìa . 

Erano  quasi  cinque  mesi  che  avevo  lasciato  Coelanti- 
nopoli. 


<?àL^M 


Ltite;fcil!_j,^^. 


^^'^mm^ 


TURCHIA  EUROPEA 


[ .. 

«V.  45 


J 


flmn  Cnelw 


GAP.  XXVI. 


COSTANTINOPOLI 
APPARBCCni    PER   LA   PARTENZA 


( 1820  ) 


vREi  da  dir  molto   rispetto  a 
CostantinopoJi ,.  che  ho  visi- 
tato per  tanto  tempo ,  e  tanto 
Ba,r«rD  studialo .   Quattro  aonì  <I*  uà 

soggiorno  assiduo  in  questa  bella  metropoli  m' haooo  fatto 
conoscere  le  sue  moschee  ^  i  suoi  bazzarrl ,  i  suoi  porti, 
le  sue  piazze  spaziose,  le  sue  vìe  scure,  le  sue  rovioe  dì 


359  MARCBLLUS 

tante  epoche,  e  fors' anche  qualcuno  dei  suoi  misteri.  Il 
largo  fiume  del  Bosforo  non  ha  in  tutto  il  suo  corso ,  sul- 
Funa  o  suir  altra  delle  sue  rive,  un  kiosko  imperiale  ,  un 
palagio  armeno,  turco  o  greco,  un  trivio  scuro ,  una  fon- 
tana e  un  boschetto,  chMo  non  abbia  visitato  a  pia 
riprese.  Ma  arrossirei  ingrossando  il  numero  di  queste 
carte  con  tante  reminiscenze ,  veri  stracci  mal  cuciti,  che 
io  ho  messo  come  i  rapsodi  miei  predecessori ,  sotto  la 
protezione  d^ Omero.  Se  un  giorno  il  mio  giornale  e  le 
mie  voluminose  note  sopra  Costantinopoli  mi  paressero 
degne  di  qualche  attenzione ,  potrei  tentar  di  produrle  • 
Ora  vo'  ristringere  tutti  i  miei  racconti  a  questi  viaggi  ; 
sono  abbastanza  per  me ,  e  forse  troppo  per  gli  altri. 

Giunsi  a  Pera  due  giorni  prima  del  marchese  di  Riviè- 
re: io  doveva  partire  ventiquattro  ore  dopo  di  lui;  e  men- 
tre il  suo  vascello  gli  faceva  vedere  TArcipelago  e  il  Medi- 
terraneo, io  andava  attraverso  alP  Europa  per  raggiugner- 
lo  a  Parigi.  Mi  affrettai  a  consegnare  air  ambasciatore  un 
rendiconto  della  missione  ailidatami  dal  re  ;  io  ne  avea 
steso  dispacci  minuti  e  numerosi  per  capitoli  ;  vi  si  trova- 
vano tutte  le  idee  politiche,  tutte  le con^hietture  delP av- 
venire, tutte  le  utopie  che  nelle  fantasticaggini  del  mio 
viaggio  e  negli  slanci  del  mio  zelo  sboccavano  dalla  mia 
giovine  imaginazione;  poscia  nozioni  positive,  considera- 
zioni commerciali,  ed  alcuni  piani,  la  esecuzione  dei  quaji 
parevami  utile  agli  interessi  del  mio  paese.  Il  signor  di 
Rivière  presentò  da  se  stesso  i  miei  lavori  al  duca  di  Ri- 
chelieu,  il  quale,  appassionato  per  F  Oriente ,  li  pose  sot- 
t' occhio'  a  Luigi  XYIII.  Il  re  e  il  suo  ministro  me  ne  par- 
larono con  bontà  :  ne  fu  tenuto  proposito  per  un  giomo 
0  due  alFuiBzio  degli  affari  esteri,  un  po^meno  al  palazzo 
delle  Tuileries  :  poscia  passarono  non  so  dove  :  e  oggi  si 


VIAGGIO  357 

dorerebbe  gran  pena  a  ritrovarne  le  tratcie.  Nonostante, 
alcuni  progetti  favOTevoU  alla  nostra  influenza  politica  e 
commerciale  ^  progetti  di  cui  mi  vanto  in  cuore  d'essere 
stato  il  promotore  9  sono  stati  posti  in  esecuzione  ^  trattivi 
forse  più  dalla  forza  delle  cose  che  dalla  lettura  delle  mie 
relazioni. 

E  tutto  questo  lo  dico  senz' ombra  di  anarezza.  Tanti 
scritti  molto  più  importanti  sono  andati  a  perire  negli 
stessi  oscuri  ed  impenetrabili  abissi  !  Nessuno  ne  ha  col- 
pa; le  ore  passano  tanto  presto  !  D'altrondei,  eerte  idee  vi- 
vono un  giorno  solo  come  la  rosa  ed  anche  come  il  fiorda- 
liso; possMo  pretender  dal  tempo  ^  e  per  me  solo ,  ch'egli 
sofifemii  la  fugacità  degli  anni ,  e  ch'ei  aoqpenda  il  corso 
dell'onda  dell'  obblivione  ? 

Vicino  a  romper  per  sempre  le  mie  lunghe  familiarità 
c(A  Bosforo^  con  Bisanzio  e  coi  suoi  abitanti  tanto  diversi , 
volli  ad  uno  alia  volta  rivedere  i  bei  luogU  che  erano  ob- 
biotto  delle  mie  corse  favcnrite  :  le  Acque  dolci  dove  aveva 
assistito  a  feste  tanto  brillanti ,  l'Àtmeidan,  le  ruine  del  pa- 
lazzo  di  Belisario  ^  e  i  boschi  di  cipressi  che  attorniano  le 
magnifiche  tombe  di  Eyub .  Il  viale  che  mena  al  cimiterìo 
di  questo  subborgo  venerato,  è  pieno  di  qoeile  botteghe  dai 
mille  colori ,  delizie  dei  fanciulli  turchi,  dove  non  A  ven- 
dono che  trastulli  :  e  non  rassomigliava  esso  a  Parigi  ?  e  la 
via  de  la  Fotte  non  conduce  essa  al  cimiterìo  del  Padre  La- 
chaùe  7  —  lo  tornava  in  seguito  per  la  rada  profonda  verso 
il  serraglio,  e  passando  gli  eleganti  palazzi  imperiali  delle 
due  rive ,  andai  a  dire  addio  a  Kandìli ,  mia  passeggiata 
Favorita,  là  dove  il  Bosforo  sembra  sottoporre  tutte  le 
sue  onde  a  quel  villaggio  silenzioso  e  solitario .  La  prato- 
ria  di  Buyuk-  Déré  e  i  suoi  bei  platani ,  ebbero  anch'essi  le 
mie  coodoglienze;  finalmente  volli  un'  altra  volta  domina- 


358  MARCBLLUS 

re  le  pianare  nubilose  del  Mar  Nero ,  e  porgere  un'  ultimo 
omaggio  aUe  Cianee ,  testimoni  delle  mie  lunghe  caccie  e 
dei  miei  piaceri  • 

Io  non  posso  staccar  il  pensiero  da  quel  festino  fatale 
cui  assistei  presso  il  principe  Gallimaki,  antico  ospado- 
ne  di  Valacchia.  Le  porte  greche,  che  il  timore  ed  i  costumi 
orientali  tengono  quasi  sempre  chiuse  agli  Europei ,  s'era- 
no aperte  per  me  ;  e  questo  avveniva  presso  il  sasso  dove 
Medea  macinava  i  suoi  veleni ,  in  quel  gran  palagio  che 
prospetta  al  Bosforo ,  e  che  per  di  sopra  guarda  lo  stret- 
to, la  deliziosa  vallata  di  Tokat,  e  la  montagna  del  Gi- 
gante. Celebravansi  le  nozze  della  bella  principessa  Ralù 
Gallimaki,  con  un  hetmano  Moldavo;  eravamo  sessanta  con- 
vitati attorno  ad  una  tavola  opulenta;  gli   arcivescovi  di 
Cesarea  e  d'Efeso,  i  principi  e  le  principesse  Morosi  e 
Soutzo ,  la  numerosa  famiglia  dei  Gallimaki,  gli  Spathar , 
Postelnick ,  e  finalmente  il  patriarca  Gregorio,  che  avea 
compiuta  la  ceremonia  del  matrimonio.  Tutto  ad  un  tratto 
il  cannone  d'un  vascello  Francese,  ancorato  aTherapia, 
rimbombò  nel  Bosforo  dove  l' artiglieria  turca  ha  soltanto 
il  diritto  di  tuonare .  La  bandiera  bianca  che  dalle  nostre 
finestre  veggiamo  sventolare  sul  palazzo  dell'ambasciata, 
s'abbassa  e  si  rialza  tre  volte  per  rispondere  •  Ciascuno 
si  guarda  in  viso ,  mi  si  domanda  il  perchè  di  questi  ono- 
ri insoliti;  né  io  sapea  che  rispondere  ;  quando  ad  un  trat- 
to si  schiude  la  porta  ad  un  giannizzero  •  Coperto  del  sno 
berretto  di  ceremonia  dal  lungo  feltro ,  egli  s' avanza  gra- 
vemente verso  me,  mi  consegna  un  biglietto  dell'amba- 
sciatore ,  e  ritto ,  appoggiato  sul  suo  bianco  bastone  aspetta 
i  miei  ordini.  Quelle  poche  righe  m' annunciavano  che  era 
nato  un  figlio  dello  sventurato  duca  di  Berry ,  onde  per- 
petuare l' antica  e  legittima  razza  dei  nostri  re  •  Tradussi 


VIAGGIO  350 

ia  greco  la  gran  notizia,  e  di  subito  fui  attorniato;  la  gioia 
brillava  sui  volti  di  tutti  ;  ciascuno  vuol  leggere  la  lettera 
avventurosa .  I  principi  alzano  i  loro  bicchieri  per  bevere 
alla  salute  dell'  augusto  figlio  ;  la  giovine  sposa  sorride  al 
grato  augurio  della  nascita  d' un  figlio  enunciata  nel  tem- 
pò  del  pranzo  di  nozze.  »  Onore  e  gloria  alla  Francia ,  mi 
»  grida  il  patriarca  Gregorio  con  una  voce  sonora ,  ecco 
>  assicurata  la  pace  del  mondo  !  t  .  .  .  .  —  Cor- 
reranno appena  sei  mesi ,  e  questa  voce  si  spegnerà  ; 
que^  principi  caderanno  sotto  la  scure  o  morranno  di  ca- 
pestro •  Quelle  principesse ,  cariche  di  diamanti  e  di  fio- 
ri, fuggiranno  vedove  e  mendiche  verso  le  terre  straniere  : 
le  loro  figlie ,  le  più  giovani  e  le  più  belle ,  saranno  ven- 
dute e  schiave  ;  gli  arcivescovi  decapitati ,  il  patriarca 
Gregorio  impiccato!  •  .  •  .  Più  tardi,  il  torrente  delle  ri- 
voluzioni che  ruotola  tanto  sangue  nei  suoi  gorghi,  non 
dovrà  neppur  risparmiare  il  giannizzero ,  testimone  ina- 
spettato delle  nostre  gioie Non  molto  dopo,  an- 
che quel  principe  che  ha  visto  or' ora  la  luce,  attornia- 
to da  tante  speranze  e  tanti  voti ,  quel  figlio  di  san  Luigi 
e  di  Enrico  IV ,  sarà  a  malgrado  della  sua  tenera  età  e 
della  sua  innocenza ,  cacciato  dal  suo  regno ,  esiliato  dalla 
sua  patria  e  minacciato  della  morte  come  un  esoso  nimi- 
co •  Finalmente ,  colpito  anch^  io  da  tali  rovesci ,  dovrò 
rimaner  quasi  solo ,  fra  tanti  convitati,  per  piangerei 
loro  destini  svaniti  !  !  ! 


11  signor  marchese  di  Rivière  parti  pella  Francia  addì 
29  ottobre  •  lo  fui  testimone  dei  suoi  addio  alla  gran  città 
ove  aveva  risieduto  per  cinque  anni .  Ottenne  la  stima 
profonda  di  quel  popolo  musulmano ,  giusto  apprezzatore 


360  MARCELLUS 

delle  virtù  sociali ,  dei  nobili  sacrificii ,  e  pia  ch^ altro 
dei  sentinenti  religiosi  •  Portò  seco  da  Gostantinopoli  yu 
To  desiderio  di  se ,  e  voti  sineeri  •  Ciò  ch'ei  ha  recato  seco 
di  me  in  una  patria  migliore  ,  il  mio  cuor  solo  lo  sa,  né 
la  mia  voce  saprebbe  dirlo .  Egli  m^  ha  lascialo  nella  me- 
morìa  riconoscente  mia  grand^  imagìne,  e  sifiEitte  rimem* 
branze  cui  il  tempo  non  varrebbe  a  distruggere  • 

Nulladimeno ,  io  voleva  resistere  a  questo  tristo  pen- 
siero che  io  considerava  per  V  ultima  volta  quei  bei  mari, 
quelle  isole,  e  quei  monti  dell^  antico  Bisaniio.  Forse  la 
mia  carriera  diiriomatiea  cominciata  qu«id'  io  era  tanto 
giovine ,  mi  lasciava  sperare  ch^  io  tornerei  un  giorno  in 
Oriente .  Non  sapeva  che  non  si  vedono  due  volte  rive  così 
lontane ,  e  che  soprattutto  dopo  averle  percorse  attraverso 
il  prisma  d^una  felice  imaginazione,  avida  dMllusione  e 
di  chimere ,  non  bisogna  tornar  piìi  tardi  a  dimandarle 
godimenti  che  la  ragione  e  V  età  disincantano,  e  cercarvi 
affliggenti  realitli .  Tuttavolta  cercai  di  ingannar  me  stes- 
so e  gli  altri,  promettendo  ai  miei  amici  un  prossimo  ri- 
tomo ,  sottraendomi  ai  nostri  addio  • 


GAP.  xxvn. 


LA    ROMELIA  E  LA  VALACCHIA 
ADRIANOPOLI   E   BDCHARBST 

( 1820  f 
La  »lell  minkdra  dcnuùi  ]«  ri 
MlCHlUO  ,  Prialecni4   <!' im 


V-i«:ì 


Mrrn  da  CostanliDopoU  il  30 
di  ottobre  reno  mezzogiorno. 
.  Qaaado,  dopo  aver  traversa. 
A<i>i.:^u[..;i<  to  i  flumi  Barbiso  e  Cldari  riu- 

niti nella  valle  delle  Àeqw  dolete  gionsi  alla  eoUliia  so- 
pra EjDb ,  mi  volsi  per  dare  an  estremo  vale  aUa  più 
Iwita  cittk  del  mondo,  iHo  rovine  del  palazzo  di  Coatan- 
tfno ,  alla  grandi  mura  degli  imperatori ,  alle  cupole  ri* 


362  MARGBLLDS 

splendenti  delle  moschee  ^  e  a  quei  mari  fulgidi  sotto  i 
raggi  del  sole  •  Un  altro  passo  ancora ,  e  mi  trovai  in 
mezzo  agli  scopeti  aridi,  nell'  alta  pianura  ondulata  che  fi- 
nisce sulla  Propontide  al  villaggio  di  San  Stefano.  Sentieri 
battuti  Tuno  presso  alP  altro,  alcune  vestigia  ben  rade 
della  ruota  degli  arabasy  indicano  la  via  ;  io  la  seguitai  fi- 
no alla  casupola  d'un  dervicco,  dove  m'era  proposto  di 
passar  la  notte  •  Questo  asilo  m'era  familiare  :  quante  volte 
aveva  dormito  sotto  la  sua  ombra,  quand'io  andava  a  cac- 
cia nelle  solitudini  di  Kutsciuk  -  (scekmedgé  !  Volevo  ri- 
vedere il  vecchio  Turco  che  ci  offeriva  con  tanto  buon 
cuore  la  sua  meschina  ospitalità ,  e  che  talora  mescolavasi 
alle  nostre  allegre  serate  •  Io  passeggiava  solo  e  pensoso 
sulle  rive  del  lago ,  che  era  coperto  d' uccelli  selvaggi,  di 
folaghe  e  di  aironi,  siccome  al  tempo  in  cui  andava  a 
cacciarli.  Questi  piaceri  d'una  gioventii  avventurosa  han- 
no ora  ceduto  il  loco  alle  inquietezze  d' un  incerto  avve- 
nire . 

Traversai,  l' indomane  allo  spuntar  del  giorno,  i gran- 
di e  piccioli  ponti  costruiti  da  Selim  per  fare  scorrere  nel 
mar  di  Marmara  le  acque  che  scendono  dalle  immense 
selve  della  Tracia  •  La  mia  comitiva  componevasi  d' una 
guida,  dell' esperimentato  Mustafà,  ch'io  avea  scelto  pel 
suo  zelo  e  pella  sua  attività  provata  fra  i  giannizzeri  che 
facevano  la  guardia  al  palazzo  di  Francia  e  di  due  do- 
mestici: intuito,  cinque  persone  e  sei  cavalli. 

Nelle  pianure  di  Kamburgas  m'abbatto  in  una  rumo- 
rosa brigata  di  giovani,  verso  i,  quali  il  giannizzero  si  lan- 
cia, adoprando  la  frusta  a  destra  e  sinistra*,  il  battaglio- 
ne si  sbanda,  e  fugge  a  gambe  pei  campi  vicini,  caricai»* 
doci  d'ingiurie.  »  Signore,  mi  disse  Mustafa,  questi  scia- 
»  gurati  ehe  vedete  correre  e  sentite  ora  parlar  così  spe- 


VIAGGIO  383 

»  ditamente,  sono!  muti  e  gli  zoppi  che  chieggono  Tele- 
t  jnosina  per  tutti  i  quartieri  di  Costantinopoli  :  quand^  io 
i  li  vedo,  mi  fanno  montar  la  rabbia.  »  —  Noi  lasciamo  da 
banda  un  borgo  greco,  molto  ben  situato  sopra  una  colli- 
na inchinata  verso  il  mare,  ed  entriamo  a  Selivri  dopo  no- 
ve ore  di  cammino . 

Mentre  air  unica  taverna  di  Selivri  si  andava  apparec- 
chiandomisi  una  cena,  vidi  arrivare  sette  o  otto  cavalieri 
pella  via  d^EracIa.  Tre  soltanto  entranmo  nelI^'Aan^ar  dovMo 
era  installato;  uno  di  questi,  pallido  il  volto,  asciutto  del 
corpo,  parca  avere  una  quarantina  d'anni;  coperto  dt 
ricchissime  vestimeuta ,  procedeva  primo ,  e  pareva  esse* 
re  per  gli  altri  un  oggetto  di  riverenza  e  di  sorveglianza 
ad  un  tempo.  Fu  portato  un  gran  vassoio  di  stagno  at^ 
torno  al  quale  ci  accosciammo  sulle  calcagna .  n  nuovo  ve- 
nuto prese  posto  sopra  un  cuscino  che  per  lui  fu  tolto  da 
un  divano  del  vicinato;  mangiò  poco  e  stette  taciturno.  Di 
tanto;  in  tanto  mandava  fuori  un  sospiro  dal  petto  affan- 
noso ,  ed  errava  collo  sguardo  sulle  pareti  della  taverna, 
come  se  il  buo  pensiero  non  stesse  con  noi.  Ed  io  pure  mi 
tacqui ,  e  badai  poco  alla  futile  conversazione  dei  nostri 
giannizzeri.  Non  stammo  molto  tempo  ad  alzarci:  egli  mi 
augurò  tristamente  la  felice  notte;  lo  posi  la  mano  sul 
cuore  volgendogli  lo  stesso  voto ,  e  non  lo  vidi  più. 

•  Sapete  voi.  Effendi,  mi  disse  iMndomane  il  padrone 
t  dell^osteria,  *-  sapete  voi  con  chi  cenaste  ieri  sera?  t  — 
Nò  davvero  :  ma  dev'essere  un  uomo  molto  disgrazia- 
to.—  »  Egli  è  Yely,  l'antico  pascià  della  Morea,  il  figlio 
»  del  visir  di  Jannìna;  egli  ha  fatto  la  pace  col  padiscià  U 
>  quale  lo  manda  a  stare  in  Anatolia .  »  —  Così  dunque  io 
aveva  veduto  un  flgUo  della  bella  Emineh  e  del  feroce 
Ali-Pacha.  Per  lui  e  pel  suo  fratello  Auctar,  la  pace 


8M  MAACBLtUS 

colla  Porta  fa  un  incammìiiamento  alla  morte  •  Il  tiranno 
ebbe  anche  il  tempo  di  8afer  la  fine  dei  buoi  sciagurati  fi* 
gli  e  di  dire  :  >  Avevano  tradito  il  loro  padre  ^  dimenticliia- 
»  moli  é  t  Ma  accanto  al  N^one  dell' Albania^  an[>ari8ce,  in 
quest'ultUna  tragedia  dell'Epiro 9  la  giovine  e  uobU  figura 
del  figlio  maggior  di  Monetar  —  »  Afì,  gridò  egli  ^  quando 
»  tutti  i  tuoi  anaci  t'iddiandonano,  il  tao  figlio  Hoasein 
»  non  ti  abiiandonerà !  t^  < —  Vittima  innocente  di  sedici 
ami  9  che  seppe  morir  con  gloria  e  con  coraggio  presso 
il  sanguinario  visir  9  allorquando  la  saa  famiglia  periva  di- 
sonorata sotto  il  capestro  imperiale  I 

Mi  trovai  di  buon'ora  al  villaggio  di  Kinikli  9  e  mi  fer- 
mai a  Tsciorlu  9  che  è  presso  a  poco  una  citt^  •  La  via  trae, 
data  dalie  Eampe  de' cavalli  sopra  vasti  scopeti  9  senz'al- 
beri 9  senxa  limiti  e  sema  chiase9  non  si  dilunga  mai  dalla 
Canora.  Di  tanto  intanto  si  passa  davanti  a  molte  case 
aggrumate  9  delle  quali  non  si  sa  spiegar  la  riunione  9  poi- 
ché li  vicino  né  v'ha  un  ruscell09  né  una  moschea  9  né^^an»» 
pi  pia  fertili  che  altrove.  Si  scorge  a  destra  la  linea  delle 
montagne  della  Tracia  9  e  verso  austro  9  all' orizzonte  9  i 
monti  Ganeii  che  circoadano  Redosto.  La  sera  mi  fermai 
a  Caristran. 

A  di  2  novembre  9  cominciò  la  pioggia  nella  nottata.  Io 
dormiva  in  una  stalla  9  con  gran  diq>iacere  di  alcune  po- 
vere vacche  4}he  avea  sloggiate  9  e  che  tornavano  a  pio- 
chiare  alla  porta  •  Fu  forza  lasciar  quel  rifugio  ed  affrontare 
i  torrenti  che  precipitavano  dal  cielo  9  e  che  facevano  della 
via  piana  e  senza  fossi  9  un  lago  di  acqua  e  di  fango.  —  A 
Bttrgas9  dopo  un'ora  di  riposo 9  la  pioggia  raddoppia; 
giungo  la  sera  a  unborguccio  bulgaro  chiamato  Kuleli. 
Ci  troviamo  uova  9  cipolle  e  burro  5  come  in  tutti  questi 
casali  pei  ^lali  passiamo.  Dormo  sopra  stole  9  e  sto  meg^ 


VIAGGIO  365 

d'ieri:  avricmandoel  alla  nostra  posta,  la  via  s^è  fatta 
più  pittorica;  ho  dovuto  rasentare  ed  arrampicarmi  a  col- 
linette ,  le  quali  a  dispetto  delle  nebbie  y  mi  sono  sembrate 
offerir  qualche  varietà  nel  paesaggio. 

Il  3  novembre ,  dopo  un  breve  riposo  a  Kavsa ,  entro  in 
Adrianopoli.  Di  qui  a  CostantiiM^[Krii  si  contano  quaran- 
tacinque  leghe  ;  mi  ci  vollero  quasi  quattro  giorni  per  farla 
oegli  stessi  eavalU.  La  posta  imperiale 9  che  un  firmano  del 
Gran  Signore  pone  a  mia  disposizione 9  comincia,  o  se  ai 
vuole,  finisee  ad  Adrianopoli,  e  non  giugne  fino  alla  capi- 
tale •  Bizzarria  amministrativa  incomoda  e  al  tempo  stes- 
ioineqdicabile,  che  cela  forse  qualche  concetto  politico 
ugualmente  difficile  a  spiegarsi. 

Si  parla  molto  poco  di  Adrianopoli  nel  mondo  :  Bisanzio 
le  sta  troppo  vieitto.  Le  rimembranze  che  si  recano  dal 
Boefero  ^  o  l'impazienza  di  giugnervi,  fanno  tenere  in  po- 
co conto  questa  bella  città ,  cui  Costantinopoli ,  metropoli 
d^^ imparo,  ha  ceduto  il  titolo  di  capitale  della  Bomelia. 
Anch'ella  però  ha  alcune  antichità  nella  sua  origine  ;  grandi 
combattimeatt  ne  portano  il  nome ,  e  il  soggiorno  dei  pri- 
mi sultani  che  conquistarono  queste  provIncle  dell^  Euro- 
pa, P  ha  prodigiosamente  abbellita .  Prometto  anticipata^ 
mente  al  viaggiatore  che  avrìi  la  rara  fantasia  di  studiar 
Adrianopoli ,  alcune  scoperte  e  godimenti  poco  comuni  ;  i 
suoi  bazzarri  dalle  lunghe  vòlte  e  sublimi,  mi  parvero  piti 
animati  e  piii  brillanti  di  quelli  di  Costantinopoli  ;  li  avrei 
anche  preferiti  a  que'dlBrussa,  sMo  non  mi  fossi  ricor- 
dato di  quelle  copiose  fontane  di  un'acqua  tanto  pura,  che 
P  Olimpo  moltiplica  nella  citOi  di  Prusia,  e  dalle  quali  le 
piazsse  pobbHohe,  1  bazzarri  eie  moschee  aoeo  perpetua* 
mente  inondate. 


366  MABGBLLUS 

m 

Adrianopolf  h9  una  popolazione  di  Gentomil^aniine.  Di« 
▼ide  colla  capitale  il  privilegio  di  ricevere  per  le  sue  mnra 
un  distaccamento  della  milizia  imperiale  dei  basiandgi^  ed 
ano  dei  due  capitani  della  guardia  di  Sua  Altezza.  Questi 
due  Bostandgi  -  basei  ^  sono  i  soli  officiali  del  serraglio  che 
hanno  il  diritto  di  portar  barba ,  e  calzar  babbucde  co- 
lor d^  arancio. 

La  moschea  di  Selimo  II  è  uno  dei  monumenti  più  cu- 
riosi dell'  architettura  ottomana  :  il  cortile  è  vasto  e  molto 
rassomigliante  ai  vestilK>li  delle  gran  dgiamis  dell'  impe- 
ro ;  la  porta  intema  è  d'una  rara  eleganza,  ed  offre  gli  or- 
nati più  squisiti  deUa  scultura  moresca  j  P  altezza  della 
sua  cupola,  la  larghezza  delle  sue  volte,  i  suoi  svelti  pi- 
lastri ,  e  i  suoi  fregi  la  ravvicinano  alla  moschea  di  Acmet, 
che  passa  per  esser  più  grande  di  Santa  -  Sofla  :  ma  la 
Se/imiVd'AdrianopoIi  possiede  più  che  le  sue  rivali  una 
fontana,  la  quale  scaturisce  nel  suo  centro  sotto  la  cupo- 
la,  e  che  ricadendo  in  un  ampio  bacino ,  occupa  aempre 
reco  interno  di  questo  maestoso  edificio. 

La  Selimié  si  distingue  soprattutto  per  quattro  belU»- 
simi  minaretti,  i  più  eleganti  ch'abbia  inalzato  l' islami- 
mo.  Queste  cuspidi  graziose  sono  allineate  ai  quattro  an- 
goli^ in  una  direzione  così  esatta  verso  la  Mecca,  che  giu- 
gnendo  per  la  via  di  Salirvi  si  sta  un  gran  pezzo  prima 
di  scorgerne  più  di  due  :  i  terrazzi  delle  loro  tre  gallerie  j 
praticati  ad  altezze  uguali ,  sono  formati  di  pietre  trafo- 
rate a  giorno ,  ed  offrono  mille  festoni  svariati .  Dugen* 
to  cinquantotto  gradini  di  undici  pollici  mi  condussero  al 
più  alto  piano  di  una  di  quelle  torricelle  ;  tre  scale  di- 
stinte ,  ciascuna  con  ingresso  separato  nel  cortile  del 
tempio,  menano  all'ultima  galleria;  tutte  e  tre,  appli- 
cate l' una  sopra  l'altra  a  spirale,  si  seguono  nell'Inter- 


VIAGGIO  Mi 

DO  di  questa  cuspide  così  sottile  e  cosi  diritta ,  senza  io- 
coDtrarsi  e  seoza  intralciarsi  mai  :  la  prima  conduce  al- 
la prima  galleria ,  dalla  quale  si  sale  alla  seconda  e  al- 
la terza;  la  seconda  ha  riuscita  solo  al  secondo  piano;  e 
finalmente  la  terza  scala  sbalza  senza  interrompersi  fino 
alla  più  alta  regione  •  L' inclinamento  ne  è  ripidissimo  ; 
ed  i  pianerottoli  molto  angusti  non  possono  riposare  colo- 
ro che  salgono  e  scendono,  occupati  a  stento  a  strisciarsi 
sulle  rampe ,  o  a  salirle .  Concetto  egli  è  questo  vera- 
mente originale  e  maravigliosamente  eseguito:  così  il 
muezzin  delia  prima  galleria,  se  sale  per  distrazione  o  per 
sbaglio  la  terza  scala  della  torriceUa,  dovrìi,  dopo  aver 
salito  dngento  cinquantotto  scalini ,  scenderne  cento  cin- 
quanta per  fare  appello  alla  preghiera  dell'alto  del  suo 
solito  terrazzo.  Questa  disposizione  intema  non  si  ritrova 
in  alcun' altra  moschea  di  Costantinopoli,  ed  esiste  qui  nei 
soli  minaretti  a  ponente  degli  altri  due . 

Mentre  che  però,  e  forse  invano,  m'aflìitico  a  spiegar 
come  li  ho  veduti  ed  intesi ,  questi  arditi  campanili  a  vo- 
ce umana ,  stava  per  dimenticare  di  dire  quale  spettacolo 
maraviglioso  mi  attendeva  sulla  loro  cima  :  la  vasta  pia- 
nura di  Adrianopoli  si  dispiegava  ai  miei  sguardi  con  i  suoi 
orti,  co'  suoi  giardini,  le  sue  verdi  praterie,  dove  pascevano 
ie  numerose  giumente  dei  Traci,  amici  dei  cavalli  (1),  come 
li  chiamaOmero.  L'occhio  seguita  in  lontananza  le  sinuosità 
della  Tundgia  e  dell'  Arba ,  altravolta  l' Agriana  e  il  Tai- 
naro.  Più  presso  alle  mura ,  l' Ebro,  che  scorre  di  mezzo 
alle  pasture ,  si  nasconde  sotto  il  nome  più  pasto  rale  di  Ma- 
ritza.  Lunghe  linee  di  alberi ,  amanti  delle  rive,  segnano 


(I)  OMERO)  iriad€  ,  CftD«0  xin. 


(I)  L'  arcìTescoTo  d' AdrianopoH ,  ProTos»  dopo  aver  profesiata  filoaofia  e 
fiiict  nel  collegio  greco  di  Kura-Tsclesmé  sul  Bosforo,  giunto  ai  primi  onori 
del  SiDOdo,  fu  strangolato  fin  dal  principio  del  torbidi  del  I68{. 


368  MABCBLLUS 

alla  vista  il  corso  dei  graaosi  fiumi  onde  FEbro  inpe-        i 
tooso  trascina  le  acque  verso  il  mare  di  Samotracia,  doy^ 
P  aveva  veduto  perdersi  sotto  le  mora  deUa  città  d' Enea,       1 
Eoos.  Nei  sobborghi  appare,  colle  sue  torri  antiche,  il  ser- 
raglio dei  primi  soltani ,  qoando  veoivano  ad  Àdrianopoli 
I        per  esercitar  alle  conqoiste  le  legioni  dei  loro  Ivavi  gian- 
mzzeri;  e  verso  settentrione ,  le  montagne  del  Balkan,  li- 
mitano r  orizzonte . 
I  Vidi  r  arcivescovo  greco ,  Prolos  (1)  •  Io  aveva  avoto 

già  alcune  relazioni  con  qoesto  dignitario;  egli  presiedeva 
con  soccesso  alla  edocazione  del  sooi  compatriotti .  —  »  n 
coDegio  di  Àdrianopoli,  mi  diceva  egli ,  esiste  da  tempi 
rimotissimi;  P oltimo  patriarca  Cirillo,  oggi  esiliato  sol 
monte  Athos ,  uomo  di  larga  erudizione ,  v'ha  passato 
i  suoi  primi  anni  •  La  nostra  città,  come  lo  vedete  ,  è 
vasta ,  ma  il  conmiercio  langue ,  e  la  povera  è  gene- 
rale; abbiamo  perciò  stabilito  scuole  gratuite  per  l'inse- 
gnamento religioso  e  per  P  istruiione  primaria  •  Gli  isti- 
tutori, sottoposti  ad  ispettori  di  nostra  scelta ,  sonman- 
tenuti  a  sgese  nostre  ;  i  fanciulli  eh'  hanno  imparato  a 
leggere  e  seri? ere,  e  che  bramano  un  piii  alto  grado  di 
istruzicme,  passano  nel  collegio  pobbUco ,  ove  sotto  la  di- 
rezione di  tre  professori  stodiano  il  greco  antico,  la  gram- 
matica, la  poesia,  la  rettorìca  e  la  filosofla.  Fin' ad 
ora  Àdrianopoli  non  riclama  esercitazioni  pio  gravi  »  • 
Si  può  da  questi  fatti  conchiudere,  che  l' educazione  dei 
Greci  non  era  nel  1830  trascurata  in  queste  barbare  re- 


VIAGGIO 


369 


gioni  :  non  ci  sarebbe  forse  qualcbe  paese  delF  Europa  ci- 
vilwzata,  molto  pia  indietro  d' AdrianopoU  7 

Il  dì  5  novembre,  parto  con  nove  cavalli  di  posta  e  due 
guide  •  Il  modo  d'andare  è  mutato,  non  si  va  ptìi  di  un 
passo  lento  e  monotono,  ma  col  trotto  animato  dei  Tartari 
(corrieri)  cbe  inostri  piccioli  cavalli  traci  sanno  mante- 
nere per  sei  o  sette  ore .  Passai  V  Ebro  sopra  un  ponte  a 
Mustafà'Keupru ,  e  dopo  la  prima  posta  d" Byibtbdgé  lo 
traverso  di  bei  nuovo,  ma  questa  volta  a  guado;  Tacqua 
ci  arriva  alla  sella ,  e  questo  passaggio  non  è  praticabile 
nella  stagione  delle  pioggie.  D  fiume  scorre  colle  sue  onde 
limpide  sopra  un  letto  di  ciottoli  e  di  sabbia;  il  suo  mor- 
morio, ba  qualcbe  cosa  di  patetico  in  queste  campa- 
gne solitarie  {respondent  flebile  ripoe),  come  allorquan- 
do la  lira  e  la  testa  d'Orfeo  ruotolavano  in  mexzo  ai 
suei  flutti,  e  cbe  gli  scogli  ripetevano:  Euridice l  Euri- 
dice 1 

Lasciamo  la  valle  della  Maritza  per  prendere  di  mezzo 
ad  alcune  colline ,  la  via  cbe  mena  dritto  alle  forcbe  del 
Balkan.  Dormo  a  Koyanlu  ,  villaggio  bulgaro;  mi  fermo 
sotto  un  hangar  coperto  di  stoppie,  e  puntellato  da  due 
ordini  di  pertiche  ;  e  questa  baracca  si  cbiama  casa  •  Vi  si 
accende  un  gran  fuoco,  e  il  fumo  esce  quando  vuole  da 
un  foro  fatto  nel  centro  della  capanna:  mi  portano  latte 
di  cavalla,  formaggi  di  capra,  e  mi  ricordo  cbe  sononeUa 
patria  degli  Ippomulgi ,  e  dei  Galactofagi  ;  eosì  disìgoao- 
do  Omero  questi  Traci  ^giustissimi  fra  gli  uomini  (1),  cbe 
sanno  mungerle  cavaUe  e  cibarsi  di  latte.  Egli  li  chiama 


(I)  Omebo,  Iliade,  canto  xnr. 


IV. 


47 


J 


370  MABCBLLUS 

eziandio  nazioni  inanimate  ^  e  U  severo  StraboM  comiiieii- 
ta  questa  parola  equivoca  in  un  modo  tatto  galante ,  quan- 
d'egli dice  9  che  il  poeta  faceva  allusione  a  que^^i  uomini 
fra  i  Geti  che  non  avevano  donne ,  e  si  sottoponevano  per 
piacere  ag^i  Dei  ai  più  crudeli  sacrificii  :  or  non  Tool  dir 
▼ivere  quando  si  vive  lontani  dalle  donne  ,  ed  il  geografo 
spiega  e  mantiene  cosi  V  esattezza  della  espressione  ome- 
rica .  È  giusto  anche  di  aggiungere^  che  se  qualche  tribù 
fanatica  e  feroce  spregiava  T  impero  della  bellezza  ^  la 
maggior  parte  dei  Traci  era  passabilmente  sensibile ,  e  le 
parole  che  il  comico  M enandro  pone  in  bocca  d'uno  di 
questi  barbari ,  mi  rammentavano  gli  harem  che  aveva 
or' ora  lasciati:  —  •  Ninno  da  noi  sposa  meno  di  dieci  o 
»  undici  donne ,  qualche  volta  anche  dodici  :  chi  ne  ha  s^ 
»  lamente  quattro  o  cinque  è  ai  nostri  occhi  un  disgrazia- 
»  to  che  non  conosce  le  dolcezze  dell'  imeneo  ^  e  nel  nostro 

»  paese  passa  quasi  per  un  ragazzo  (1)  »  • 

Queste  rimembranze  classiche  m'erano  capitate  veden- 
do entrare  ed  uscire  sei  o  sette  donne  giovani  e  vecchie  y 
eoO»  gambe  nude,  che  ci  offerivano  formaggi,  focaocie 
cotte  sotto  la  cenere ,  e  berliiigozzi  di  gran-turco  che  ri- 
voltavano sui  carboni.  Dopo  aiver  fatto  l'occorrente  perla 
tavola 9  stese  alcune  stole,  si  sdraiarono  alla  rinfusa  con 
noi  attorno  a  un  gran  fuoco,  coi  pie  volti  verte  la  fiam- 
ma. Questo  fuoco  durò  tutta  la  notte,  ed  illuminò  la  ca- 
panna dove  tutti  dormivano  profondamente  • 


(l)  *Av  xirrapoa  9'  ^  itimi  yiya/uoixM'^  tv}^©* 
EsraOT/so^  tic  ,  ctvupiivouoc 
^AOÀt'oc,  avvft,^oc,  ouTOc  iitiìkOLktW  ìv  rote  txf! . 

MUASOKO,  Fi 


▼  1A6610  371 

L' indomane ,  rasentaodo  folte  macchie  di  guerci  dal  fo- 
gliame ingiallito,  e  una  pianura  bassa  ed  umida ,  mi  spin- 
go tutto  in  una  tirata  fino  a  Zahara  città  di  dodicimU'  ani- 
me  9  abitata  quasi  esclusivamente  da  Turchi  mescolati  con 
pochi  Ebrei  •  Nei  subborghi  mi  si  fa  folk  d^  attorno,  e  si 
vomitano  mille  ingiurie,  e  si  gettono  sassi  in  onore  della 
mia  foggia'  europea*  Non  feci  caso  delle  ingiurie,  ma 
avendomi  colpito  il  cavallo  con  una  sassata ,  mi  feci  con- 
durre  al  palazzo  dell' ayan  (governatore),  cui  feci  le  mie 
lagnanze.  Questi,  veduto  il  mio  firmano ,  mi  offre  di  far 
dar  la  bastanaia  ai  capi  del  quartiere  testimone  ed  attore 
neUa  scena  di  cui  mi  lamento  ;  vuole  inoltre  darmi  una 
uardia  d^  onore  per  tutto  il  mio  soggiorno  a  Zahara  •  Rin- 
grazio negativamente,  e  dico  all' ayan,  che  per  punire  gli 
eccessi  del  passato  e  per  reprimere  simili  delitti  in  avve- 
nire ,  io  mi  rimetto  affatto  alla  sua  prudenza  •  La  mia  mo- 
derazione ottiene  un  successo  compiuto-,  sono  accompa- 
gnato con  ogni  maniera  di  riguardi  fino  al  kan  della  po- 
sta, e  lascio  Zahara. 

Entro  in  una  gola  stretta  e  montuosa  :  giunto  ad  un  al- 
to piano ,  corro  fino  a  Keusanluk,  patria  delle  rose,  dove 
arrivai  alle  otto  pomeridiane  •  Sceso  appena  da  cavallo, 
sono  affollato  da  mercanti  armeni  e  turchi  ;  m' offre  cia- 
scuno boccette  d'essenza ,  scatole  di  confetture  di  rose, 
di  foglie  secche,  e  pastiglie,  e  conserve,  e  vezzi.  Uno  di 
questi  mi  dice  eh' è  il  provvisioniere  del  serraglio,  l'altro 
s' onora  d' essere  stato  fornitore  di  non  mi  rammento  più 
qual  sultana  Valide  ;  il  pascià  d'Adrianopoli  non  s'indirizza 
che  a  me ,  diceva  un  altro }  finalmente  cedo ,  ed  aggiungo 
alle  mie  bagaglio  una  collezione  intera  dei  prodotti  profu- 
mati di  Keusanluk . 


372  MARCBLLUS 

Il  dì  7  noTembre,  passo  attraverso  sterminati  campi  di  ro- 
sai ,  ove  si  mostrano  alcane  foglie  tuttavia  verdi ,  ma 
non  un  solo  fiore  ;  ed  io  mi  fermo  a  Scipka  prima  di  as* 
scendere  il  Balkan .  La  giornata  è  superba  :  le  campagne 
che  contemplo  attentamente  dopo  Adrianopoli,  appartengo- 
no senza  dubbio  a  quel  regno  di  Tracia  cbe  gli  abitanti 
efiemminati  della  Grecia  e  delPAaia  Minore  chiamava- 
no regioni  fredde  e  barbare-,  ma  per  noi  uomini  dell'Oc- 
cidente, queste  vaste  pianure  innaffiate  dalPEbro,  e  che 
protegge  la  catena  dell'  Emo  contro  i  geli  del  Settentrio- 
ne, sarebbero  piuttosto  come  le  nostre  belle  provincie 
intermediane,  poiché  ne  hanno  la  temperatura  e  la  fer- 
tilità . 

Dopo  una  salita  di  due  ore  e  mezzo,  giunsi  sulla  som- 
mità deir  Emo  ;  io  non  aveva  di  sopra  a  me  che  alcune  ci- 
me gelate  ed  inabitabili: 

Oltre  non  v'  ha  che  insopportabil  freddo  (!)• 

Strati  di  neve  quantunque  sottili  vi  imbiancano  il  suo- 
lo; la  veduta  v'è  sterminata:  scorgonsi  sotto  i  piedi  tut- 
te quelle  montagne  secondarie ,  figlie  del  Balkan,  che  de- 
chinano verso  TEussino  e  la  Propontide*,  si  dominano 
le  campagne  di  Filippopoli  e  il  corso  delP  Ebro,  e  contansi 
le  cime  di  Rodope  :  ma  in  questo  gran  semicerchio ,  gli 
obbietti  troppo  rimoti  si  confondono,  e  le  linee,  oscure 
come  nubi,  si  mescolano  con  loro  air  orizzonte.  Tantum 
campi  jacel  ! 


(  1)  VUeriut  nihil  ut  ftUi  non  habUabil^trifnu . 

Ovidio,  Traii,  Eleg.  it  del  lib.  t. 


VIAGGIO 


373 


Non  Tidi  il  mare  Adriatico,  siccome  lo  ayea  sperato 
un  poco  neDa  mia  fiducia  intorno  alla  veracità  di  Pom- 
ponio Mela.  Per  non  dare  una  intera  mentita  a  questo 
dotto  geografo,  mi  figurai  avere  intraweduto  il  ponto 
Eussino . 

Era  questa  la  mia  ultima  stazione  topografica:  gittai  una 
occhiata  ancora  verso  le  piaggie  orientali  e  le  onde  lontane 
del  mare  Egeo,  che  scintillavano  air  orizzonte  come  una 
striscia  d^ argento.  Poi,  tristo  e  rassegnato,  mi  ravvolsi 
nel  mantello,  e  scendendo  precipitosamente  il  lato  oppo- 
sto del  Balkan  a  settentrione ,  mi  lanciai  fra  le  nebbie  t 
freddi  ed  U  fango  deDa  Bulgaria. 

Traversai  alcuni  torrenti  nati  dalF  Emo ,  la  picciola  cit- 
tà di  Grabova,  colline  fredde  e  nebulose,  e  venni  a  dor- 
mire al  villaggio  bulgaro  di  Dranova .  Quivi  pella  prima 
volta,  tra  i  ragazzi  cbe  mi  attorniavano  curiosamente, 
fui  stupito  di  vedere  un  gran  numero  di  capigliature  d^  un 
biondo  sbiadito ,  mentre  gli  uomini  e  le  donne  avevano 
solamente  capelli  bruni  o  neri  • 

D  giannizzero  cui  feci  qualche  domanda  su  questo  pro- 
posito ,  prima  sorrise,  poscia  sospirando  mi  disse  :  •  Ecco  i 
»  frutti  delle  nostre  guerre  coi  Russi  ;  questo  è  quello  che 
•  ci  hanno  lasciato  •  Che  Allah  ci  guardi  dal  rivederli  !  » 
E  otto  anni  piìi  tardi  i  Russi  passavano  un^ altra  volta  per 
Dranova,  per  presto  senza  dubbio  tornarvi. 

A  di  8  novembre ,  io  costeggio  per  lunga  pezza  le  rive 
umide  del  fiume  lantra,  Tantico  Jatros ,  che  si  forma  del- 
le acque  scorrenti  dal  Balkan ,  bagna  la  capitale  della  Bul- 
garia settentrionale,  e  va  a  perdersi  nel  Danubio.  —  Entro 
di  buon^ora  a  Temova,  residenza  degli  antichi  re  bul- 
gari ,  poscia  di  alcuni  patriarchi  indipendenti .  II  condut- 
tore mi  fa  osservare,  sulle  montagne  che  cingono  la  città. 


374 


MARCBLLU8 


grandi  selve  rispettate  dai  boscaioU .  »  Vivono  qoivi ,  mi 
»  disse^  in  mezso  a  fontane  di  latte ,  vecchi  abUi  neU^ar*- 
»  te  dei  sortilegi  ^  e  maghe  di  coi  citò  prodigi  qiayent»- 
p.voli.  » 

Al  kan  di  Ternova  ove  passai  soltanto  un^  ora  m' aspet* 
tava  un  ricevimento  veramente  segnalato  •  Fai  condotto 
in  un  kioiko  elegante  9  ornato  di  divani  ricoperti  di  gra- 
ziose stofib  di  Brussa  9  e  mi  fa  subito  imbandito  ,  uno 
dopo  r  altro ,  una  dozzina  di  piatti  torchi  molto  ricercati. 
Finalmente ,  quando  chiesi  di  riconoscere  tutte  queste  gen- 
tilezze ,  mi  fu  risposto  che  il  mio  firmano  obbligava  il 
maestro  di  poste  a  dar  da  mangiare  al  viaggiatore,  e  chMo 
non  era  debitore  di  alcuna  cosa  •  Fui  tanto  più  sorpreso 
di  questo  costume  imperiale ,  in  quanto  che  fln^  allora 
non  avea  potuto  imaginarmi  un  tal  privilegio;  del  rima- 
nente,  il  padrone  del  kan  di  Ternova  ,  per  aver  fedelment 
eseguito  lo  spirito  e  la  lettera  del  comando  sublime ,  non 
ci  rimesse  del  suo  9  poiché  il  bakscisce  (regalo)  fu  prop<Mr- 
zionato  al  merito  della  sua  accoglienza  • 

Cammino  un  pezzo  per  le  montagne  rigogliose  di  que- 
gli alberi  secolari  9  che  fanno  paura  alla  mia  guida  ;  rie* 
SCO  a  capo  d' una  lunga  pianura  al  casale  di  Belai ,  dove, 
sotto  la  capanna  d^  uno  spaccalegne ,  m' abbatto  in  una 
ospitalità  veramente  non  troppo  agiate  9  ma  merito  cortese: 
sdraiato  quivi  colla  sua  famiglia  9  presso  un  largo  camir 
no  che  arde  tutte  la  notte  9  non  posso  fare  a  meno  di  non 
ricordare  quei  costumi  primitivi  e  patriarcali  che  sto  per 
cambiare  colla  diflUenza  e  V  avidità  delle  locande  d^  Euro- 
pa. Ripenso  a  quegli  amici  tento  affettuosi  che  incon- 
trai sulle  rive  di  Scio  e  di  Rodi  9  alle  tenere  benedizio- 
ni del  prelato  di  Tiro  9  air  ombra  della  sua  capanna  areie- 
piscopale,  alla  franca  urbanità  dell'  arabo  Abu-Gosh  sot- 


VlAOeiO  375 

to  la  saa  tenda^  e  soprattatto  air  accoglimento  di  Smara- 
gdi  a  Maratona;  per  tutto^  dalla  capanna  di  fango  delFel- 
lano  layoratore  nella  vaUe  del  Nilo,  fino  alla  casa  di  legno 
del  boscakdo  deUe  foreste  bnlgare ,  ritroTo  quelle  Mdleci- 
tndini  generose  d' on  fratello  yerso  il  fratello  :  —  pare  che 
fliayisi  imparato  9  e  non  mai  aia  stoto  dimenticato  quel  che 
disse  il  gran  poeta: 

Sono  il  povero  e  1*  ospite  del  Nome 
Inviali  •  •  .  (1) 

L' indomane  la  giornate  fa  fredda  e  scura;  eravamo  già 
asciti  dall^Oriente  !  Io  mi  fermai  al  villaggio  d^  Ubretané  ; 
due  ore  dopo  passeggiavo  sotto  le  mura  della  fortezza  di  Bu- 
tsciuk  gran  città  torca  e  pascialicato  di  frontiera ,  finché 
mi  trovassero  una  barca  per  passare  il  fiume  •  Traversai 
il  largo  Danubio  in  un'' ora,  alla  vela,  con  un  vento  quasi 
contrario .  Sbarcato  a  Ginrgevo,  città  fortificate  in  faccia 
a  Rusciuk,  presi  due  vetture  che  nella  notte  mi  condus- 
seroa  Daè,  prima  poste  valacca  :  la  neve  e  hi  pioggte  rin- 
forzavano: mi  fu  preparato  un  letto  sopra  una  lunga  stufa 
scaldate  e  fui  ricoperto  d' una  materassa  • 

Il  10  novembre ,  il  mio  seguito  si  compone  di  cinque 
carri  di  poste,  a  ciascuno  dei  quali  sono  attaccati  quattro 
cavalli  :  eccomi  dunque  trascinato  sopra  le  ruote ,  mezzo 
che  avea  da  cinque  anni  in  qua  dimenticato .  I  carri  di  Va* 
lacchte,  dove  tutto  è  legno,  vanno  con  grandissima  veloci* 


(1) npò^  ykp  dioc  Mtv  aisxyxtt 

Sicvoi  T(,  irrA>}^ot  ri 

Omero  ,  Odissea  ,  casto,  XIY,  v.  57. 


376 


MAECELLDS 


tà  ;  non  vi  si  può  sedere  però  che  colle  gambe  incrociate 
alla  foggia  turca,  sopra  alcuni  covoni  di  paglia  che  a  que- 
sto effetto  vi  si  pongono .  La  via  accomodata  a  forza  di  al- 
beri  messi  per  traverso,  sottopone  il  viaggiatore  alle  p  in  vU* 
lane,  scosse  j  e  siccome  da  una  banda  all^  altra  non  v'è  che 
mota,  e  dimolta,  il  galoppo  dei  ^cavalli  mi  cuopriva  d^  una 
crosta  di  fango,  che  dapprincipio  io  avea  la  pazienza  di  asciu- 
gare ad  ogni  spruzzo  *,  ma  finalmente  mi  rassegnai,  e  non 
ne  feci  più  caso,  imperocché  sarebbe  stato  il  lavoro  delle 
Danaidi ,  come  dice  il  proverbio  greco  (1)  •  Giunsi  al  con- 
solato di  Francia  siffattamente  coperto  da  uno  strato  di 
terra  valacca  stemperata,  ch^io  era  assolutamente  irrico- 
noscibile. Avevo  traversato  l'Adgis  sopra  un  ponte  di  bar- 
che, e  nel  ricinto  di  Buliarest  la  Dombovitza,  fiume  mel- 
moso ,  che  sporca  la  città  invece  di  lavarla. 

Da  Adrianopoli  a  Buliarest,  si  contano  ottantadue  leghe: 
m^  erano  bisognati  più  di  sei  giorni  per  questo  tragitto , 
avendo  le  pioggie  costantemente  ritardato  il  cammino . 

Passai  quattro  giorni  a  Bukarest.  Io  era  incaricato  di 
una  missione  politica  presso  il  principe  Alessandro  Sutzo, 
nominato,  dappoi  non  molto  tempo,  ospodaro  di  Valacchia . 
Parvemi  questo  savio  vecchio  conoscer  T  Europa  come 
i  misteri  della  Sublime  Porta  e  i  torbidi  intemi  del  Fa- 
nale •  Andai  alla  corte ,  e  ci  trovai  i  miei  vicini  del  Bo- 
sforo ,  e  le  graziose  Coccanitze  dfc-Gostantinopoli  :  ma  que- 
ste non  parlavano  più  greco ,  balbuziavano  il  Francese  • 
Assistei  a  un  banchetto  di  dugento  coperte ,  in  onore  di 
quattro  matrimonii  che  si  celebravano  lo  stesso  giorno  • 


Alcifronb  ,  fpUtub  it> 


VIAGGIO  377 

La  figlia  miDore  del  principe  regnante  brìllaya  fra  le  al-^ 
tre  spose  per  la  sua  soave  sembianza.  La  musica  yalacca  o 
tsigana^  aspra  e  scordata,  alternava  il  divertimento  duran- 
te il  pranzo  con  una  compagnia  italiana  poco  pratica  ;  verso 
le  frutta,  a  un  eerto  cenno,  essendosi  riunite  le  orchestre, 
incominciarono  i  brindisi  allo  strepito  di  questa  spaventosa 
armonia ,  alla  salute  delle  quattro  felici- coppie.  Nello  sles- 
so momento  ,  Àrnauti  armati  dì  pugnali  si  precipitarono 
sopra  certe  immense  fortezze  di  zucchero  poste  ai  due  la- 
ti delia  tavola:  centinaia  di  calderini  e  canarini  scappano 
nel  medesimo  tempo  da  questi  castelli,  che  ce  li  nasconde- 
vano, ed  inseguiti  dagli  Arnauti^  si  posano  sopra  i  con- 
vitati, lasciando  loro  distici  amorosi  scritti  in  greco  Uttera- 
le  e  volgare  e  attaccati  loro  al  collo.  Due  mesi  d<^o  questa 
festa ,  il  prìncipe  Alessandro  Sutzo  morì  nel  suo  letto, 
fine  molto  rara  per  un  dignitario  greco  y  e  il  prìncipe  Ipsi- 
lanti  passò  la  frontiera:  alcune  scintille  che  io  aveva  ve« 
duto  brillar  nelF ombra,  stavano  per  incendiar  la  Valac- 
chia e  la  Grecia!  Ecco  tutto  quello  che  dirò  di  Buka» 
rest,  città  che  non  è  più  T Oriente,  senz^ esser  peraltro 
nemmeno  r Europa j  non  sono  là  né  grandi  ricordi,  né 
poesia. 

Comprai  pel  resto  del  mio  viaggio  una  piccola*  carroz- 
za tedesca,  cui  furono  attaccati  otto  cavalli ,  menati  da  due 
postiglioni  :  un  Arnauta  mi  precedeva  in  un  carretto  di 
posta;  la  via  era  per  dovunque  allagata  dalle  pioggie. 
Traversai  Polentina ,  Floresti ,  Kirtzinova,  e  giunsi  a  Plt- 
testi ,  residenza  d^  un  Upraunik .  La  neve  ed  il  fango  si 
disputavano  la  {Manura:  risalti  alcune  valli  ;j  la  memoria 
non  mi  ricorda  di  quelle  lunghe  e  triste  ore ,  che  la  gio- 
vinetta Valacca,  tanto  bella  sotto  i  suoi  cenci,  la  quale 


IV.  48 


aia 


MABCBLLQi 


scalza  ni  oeaiiiMe  alla  caseata  delta  Aidgia,  ed*  arrèsa! 
qitand'io  ataatawa  a  c^pirM  il  linguaggio. 

h  SabiofO',  non  mi  baatarMo  otto  earalli  per  traacinar 
l»earfozàa,  una  delle  pia  leggare;.viftiroMaggiiinUaei 
bo?l  e  dieci  ummbì  foraati  di  corde  o  di  pioli  per  soste- 
Mr  la  yettora  aidl'orlo  dei  predpisL  e  tarlai  atriaeiar  da 
HB8  rupe  all'altea.  Sue  YalaocU  a  carello^  aratali  di 
9e«ri^  nd  precedevano  per  sgonfcrarla  via  dagli  alberi  no- 
veseiali •  Feci  qoatlro  legbe  incotto  ore 9.  passai  il  fiume 
Aiuta  io  una  chiatta ^  e  dormii  proaso  il*  wàaee  (prima- 
te) di  QueineiD. 

Finalmeiite  ^  il  quinto-  gkno  9.  dopo  «yer  contato  cin- 
quanta leghe  da  Bufcafieati^  giunsi  aUa  Tcm^  Rossa  ^  ed 
entsai  suWto  nel  laiaarettio  •     o  ,• 

Passai  le  tre  giornata  della,  mìa  quarantina  in  qaeUa 
spezie  di  stnfia^  ove  ogni  tessuto  del  mio  bagagUo ,  ogni 
foglio  delle  mie  scritture  attaccato  peo  acifl).  fu  costante^ 
mente  esposto  a  fuochi  punficatori  e  ad  esaiarioni  saln* 
bri.  Durante  questi  oài  noiosi^,  io^yarso: ili omuo  del  gior** 
no  passeggiava  accompagnato  da  unat  guardia  di  samtà 
md  botro  '  angusto  e  selvatico  di  Kothen*-Thttra«;  e  quando 
la  sera  sentiva  muggire  sotto  la  mia  finestra  inferriata  i 
flutti  del  torrwto^  0  la  pioggia  flagellar  Ift  soglia  della 
porta,  pensava  alla  €«t)cia  • 

Finalmente  il  mioicatoero  si  scUnde^  ed  io  mi  slancio 
attraversa  gli  ultimi  spruazi  di  aceto  e  ai  nuwHi  di  fumo 
del  ginepro;  volo  ad  Heivnandsbit  ;  di  q^nivi^  traveroando 
il  più  presto  che  posso  (  ed  eratuttttria.trcippo^lMtamente), 
la  Transilvania^  TeiMftwar  Cril'  BamnAo^:  la  Ungheria  e 
Buda,  giungo  a  Vienna ,. donde ,  ripi|^yiando  b  mia  corsa, 
passo  a  Monaco,  Augusta,  Ulma,  Stuttgarda  e  Garisrube  ^ 


VIA66I0  y». 

taàbmaldj,ìi  7  dkanbra  oii  fenno  siiUa  riya  diritta  éék 

Yalieo  a  picfdi  il  pente  di  Stra^burgi»  ^  e  gitlandomi  in 
giBOceblaai  auUa  terra  di  Francia  ^  cobm  Agamennone  al 
ritorno  da  Troia^  abbraeeio.  eoii.  tmsfarta  H  snoto  delia 
patria . 

Cai  nv  vci  dbrrofttvo; 4y  itaxplia  (r) .  .. 

Tre  giorni  dopo  io  era  a  Parigi . 


vosT-flcuFTVM .  —  Ora,  se  fra  coloro  che  avranno  avuto  la 
bontà  di  leggermi,  v^ba  qualche  amico  dei  viaggi  che  bra- 
mi cacciarsi  in  mente  felici  ed  inesauribili  rimembranze  \ 
se  ve  n'ha  cui  F Oriente,  ogni  di  più  accessibile,  chiami  a 
sé  coli' incanto  della  sua  bella  e  nuova  natura,  non  si  spa- 
venti d' un  pellegrinaggio  cosi  lontano  :  i  miei  passi  gli 
hanno  tracciato  una  via  facile,  ch'e'  potrà  certamente  al- 
lungaria  ed  aOargaria  più  che  a  me  non  fosse  dato  di  ten- 
tare ...  e  questo  tiaggio  allora  si  compiuto,  che  non 
si  dimentica  per  tutta  la  vita ,  quanto  gH  ci  vorrà  per  far- 
lo ?  Sei  mesi  di  tempo  e  dugento  luigi  (  vecchio  stile  ) . 

Sappia  poi,  che  le  seccaggini  della  polizia  e  gli  inciampi 
delle  dogane  s' hanno  a  temer  solo  nei  paesi  civilizzati  e 
liberi  ;  che  fin  dal  suo  primo  gingnere  in  Turchia ,  un  fir- 
mano, che  n<m  si  nega  mai  a  Costantinopoli ,  gli  procurerà 
protezione,  sicurezza,  rispetto ,  direi  quasi  obbedienza.  Si 
rammenti,  s'ei  fa  suo  primo  pensiero  Gerusalemme ,  es- 
seme facile  V  accesso  ;   che  dal  bordo  della  nave  che  lo 


(1)  omo,  OdiMei»  canto  nr.,  Tcn.  sas. 


MO  HABCBLLOS 

iTTìt  condotto  8  Giaffa,  andrk  nello  efesio  giorno  a  dormire 
sotto  le  Tolte  dei  pelle^lni,  all'ombra  del  Santo  Septriero. 
FinalOMDte,  siccome  non  v'ha  nèln$iria,iièlQPdesliDa, 
e  De  anche  lo  Grecia,  alcaoa  locanda  alla  moda,  dove  ogni 
viaggiatore  è  ricHFQ  di  ritrevar  le  abitudini  e  le  dolcezze 
di  casa  sua;  s'egli  non  si  crede  abbastanza  compensalo 
della  sua  Bobrìeta  forzata  e  della  sua  pazienza  da  qnej 
bel  clima ,  da  quelle  grandiose  prospettive  ,  da  quelle  no- 
bili vestigia  del  tempi  antichi,  ch'ei  pensi;  che  per  studia- 
re ed  apprezzare  i  popoli  dell'Oriente,  bisogna  assogget* 
tarsiai  loro  costumi ,  e  partecipare  di  qualche  modo  alle 
loro  virtù  - 


n 


NOTE  ED  AGGIUNTE 


_% 


IV.  19 


CJUULE   O' ALES&iMMtlA 
O  M  XAfflfCDIÈH  IH 


MDdcU  •dM  gmUtl 


•  la  Killta,  Al» 
t  MquWanda 


UnU  InpcHUnn  comiDCTdtIr ,  i 
■Iwiire  11  btmgno  di  iKlIl  conuUcwtonl 
col  Cairo.  udUDcolti  dell*  Mvliutoin 
•Ik  tot\  d«l  due  prindptil  runl  dal  >n> 
ID,  qnnl  cUbm  da  due  Mccbt  41  traia,  loduuero  ■•oraoUO-AII,  «luti 
Ufftot  dell'BglUo,  1  fere  fcavue  questo  grande  ttoàk .  1  conquUUUrt  Arabi 
aTeuw  Del  medio  ero  icaTUo  un  canale  limile,  ma  te  nm  dUnnuloDl  ftiroM 
iwrito  mlnoil  di  quelle  del  Katimudlèti:  d'aUrondi  l'Incuria  dtlllluoM  del 
tpntaa  del  Hamaluccbl  lo  area  lascialo  riempire  di  raaio ,  di  lulia  che  t  da 
pan  lampo.  Don  MMUrfacera  altrimeiiU  ti  biiognl  dalla  naTt|Ulona  a  cui  «• 
riwilnatn .  L' attuale  canale  d' AIcMandrla  puA  itare  >l  coatKDlo  col  pio  coloa- 
mU  larori  deU'Bgttio  antico  :  diuaecail  dal  Nilo  vlclDO  ■  ruib,  I  ibooca  nel  PNU 
T«ccUo  0  Cran  Porto  di  AkMMidrl» ,  ooo  lungi  dalla  Colonna  di  Pompeo . 


(1)  Ftdi  u  pag.  m. 


LE    PIRAMIDI 
01   GIZEH(i) 


rUtatiM  iWI'  loglcM  Howard 
y  Vtw «alle nrimMI  cgldàiw, bHwocomlM 
enxMMC  rdallTamtnU  alla  lu- 
'  lenta  Hniitun  di  questi  nwraYlgllosl  mani*- 
n«lc  BMOtl,  tNo  cbe  Intonw  alle  apparenie  rtìu- 

Dori  cbe  nd  lonvi  antlelil  dovWcro  proKotare .  Il  yiteoate  di  Hartallui  bi  tU- 
^hiu  wmdapiwaanle  beoe  il  pnecnte  Maio  delle  bere  delle  Piramidi ,  ip*- 
dalmoHe della  BunOore  di  «Me  !  «alla  ifHle,  come  fuiDO  quail  lutU  I  rlaggUlort 
modcnillB  RgiiU.isceKimaurelibe  oiolla  errooea  laldea  di  eolui  che  creder- 
le, che  In  aulico  le  piramidi  cflilKie  pKieniaroiii)  l'a^Mte  cbe  «tgl  offrono:  elle- 
DO  roroDO  latte  rtrertlle  di  raarnil  o  di  pietra  lidoUe  al  maggior  puil  meuto,  o  rt- 
Dopertadl  getogllflcli  In  alcune,  I  DuicrlaU  di  quetia  apede  di  camicia  pare 
IbawroBilaDdIoaMal  pregcToli,  cioè  alletMil'raaiadla,  di  nacnw  bianco,  di  ^«-   • 


(0  /'f.fiftf   poy.  iM. 


r 


386 


HAaCBLLUS 


Dito  etiopico ,  di  basalto  nero ,  di  ematite,  e  perfino  di  breccia  verde  e  di  pietre 
che  aveano  la  trasparenza  del  vetro,  un  delicato  colore  giallognolo,  oppure  erano 
di  rosso  porporino.  Questo  lusso  di  materiali  pare  però  non  fosse  Impiegato  che 
nella  camicia  delle  più  piccole  piramidi;  poiché  è  certo,  per  le  osserrazioni  di 
Howard  Vyse ,  che  la  Grande  Plrsmlde  non  fu  rivestita  che  di  grandi  pietre  cal- 
caree, però  meravigliosamente  lavorate.  Scavando  la  base  della  Grande  Piramide, 
ei  trovò  tuttora  nel  loro  posto  molte  parti  del  rivestimento  di  quello  edifizio,  e 
le  pietre  erano  cosi  l>en  commesse  da  poterne  appena  distinguere  gì'  interstizi; 
e  tanto  era  forte  11  cemento  Impiegato  a  legarle ,  che  più  focllmente  potea  rom- 
persi il  sasso  che  separamelo .  Il  Perrlng  pensa  ,  che  la  faccia  estenui  delle 
pietre  impiegate  per  ricoprire  la  Gran  Piramide  non  fosse  ancor  liscia  quando 
elleno  ventano  impiegate  dal  muratore ,  e  che  11  lavoro  fosse  incominciato 
dall'alto  e  procedesse  in  basso,  dando  a  mano  a  mano  alle  pietre  l'opportu- 
no pulimento:  lo  che  avea  avvertito  anche  -Erodoto  dove  dice,  che  la  Pira- 
mide fu  finita  cominciando  dall'  alto  e  discendendo  gradatamente  inverso  11  bas- 
so. La  grandezza  i  questo  lavoro  sbalordisce ,  se  riflettesl  al  materiale  che  vt 
occorse,  il  quale  non  potette  ammontare  a  meno  di  210  mila  metri  cubici 
per  ricoprire  una  superficie  di  85;niila  metri .  Dalle  osservazioni  del  Vyse  risul- 
ta ancora ,  che  lo  zoccolo  rettangolare  sul  quale  fu  creduto  che  la  Piramide 
posasse  non  è  mai  esistito,  poiché  le  facce  e  gli  angoli  di  essa  cominciano  dal 
suolo  e  continuano  senza  interruzione  Infino  alla  sommità.  —  Questo  quanto 
all'  estemo  delle  Piramidi . 

Per  ciò  che  é  relativo  all'  intemo,  le  scoperte  del  Vyse  sono  anche  più  in- 
teressanti, condossiachò  intorno  alla  interior  costmdone  delle  Piramidi  foft> 
aero  state  avanzate  dagli  storici,  dai  viaggiatori  e  dagU  aoliquarl  le  più  strane 
cose .  È  noto  che  penetrasi  nelle  viscere  delle  Piram^l  per  un  corridore  incli- 
nato ,  il  quale  mette  in  una  o  due  camere  sepolcrall'i  /|vwta  inclinazione  avea 
per  oggetto  di  poter  penetrare  appoco  appoco  sotto  U  fuv4i^  ^he  loslenea  F  edi- 
fizio ,  affine  di  scavare  nel  vivo  sasso  T  unica  0  la  4$ffit$  igamera  sepolcrale , 
oggetto  e  scopo  precipuo  di  tanto  Unwo  :  ebben^  jikotm  le  apecUire  éeMa 
Piramidi  sono  quasi  sempre  volte  dalla  parte  di  aeiteptiìniàe ,  e  i#  ^^diiRi^ 
ne  della  sotterranea  galleria  é  appresso  a  poco  d)-'#v  o  ^o  gradi ,  «i  Ita  ehi 
suppose  ch'ella  fosse  stata  cosi  cestrulta  non  per  altro  finanche  per  osservare 
dall'interno  della  Piramide  la  stdia  polare r  I  1 

Per  intendere  pienamente  la  struttura  interna  della  Piramide»  olMaiio 
qui  lo  schitzo  del  suo  spaccato  verticale,  copialo  dall'  opera  del  V|ae. 


V  I.AQG1U 


387 


Beco  le  pam  priocl|MiII  della  Piramide  rispondenti  alle  lettere  aegnait 
nello  spaccalo . 

A^logresso  della  Piramide.  3.  Grande  adito.  C.  Sala  detta  della  Beglna . 
D.  Sala  detta  del  Be,  con  suo  sarcofago .  E  ed  F.  Canali  di  ventilazione .  G.  Ca- 
mera sotterranea. 

L' Importanza  ed  11  merito  del  larori  che  furono  11  resultamento  della  spe- 
dinone francese  In  Egitto ,  deano  certamente  contarsi  per  molto  neir  Interesse 
nooTO  che  I  monumenti  di  questo  paese  eccitarono  in  tutta  l' Europa  dotta , 
e  che  si  distinse  alla  sua  Tlcenda  per  scoperte  taU  ,  da  prehidere  degnamente 
a  quelle  che  si  sono  operate  sotto  i  nostri  occU.  *-  Il  capitano  CaTlglia 
scandagliò  il  poxzo  della  Grande  Piramide,  che  non  era  stato  visitato  dai  dotti 
della  spedizione  francese  che  fino  a  mediocre  profondità ,  e  penetrò  infino  alla 
sala  sotterranea  G»  che  era  inconosciuta.  —  E  qui  di  passaggio  noteremo 
che  lo  stesso  abile  esploratore  scuoprì  tra  le  zampe  della  grande  Sfinge  un  tem- 
pio rimasto  sepolto  da  secoli,  nel  fondo  del  quale  fu  sospettato  che  potesse 
esist^e  una  comunicazione  calla  Grande  Piramide,  la  quale  però  è  sfiigglta  fin 
qui  a  tutte  le  indagini.  —Nella stessa  epoca ,  un  altro  viaggiatore  il  cui  nome  è 
impossibile  di  non  ricongiugnere  colla  espressione  del  dolore  della  sua  morte 
prematura,  nel  tempo  stesso  che  colia  testimonianza  della  riconoscenza  die  é 
dovuu  ai  suoi  servigi,  1* Infaticabile  ed  Infelice  BelzonI,  giugneva  ad  aprire  la 


S8S  M  A  R  e  B  t  L  t*  S 

SeooDda  Piramide ,  e  renderà  acoeaslMle  al  mondo  IndTlUlo  V  imerao  di  que* 
sto  monumento,  dova  non  mal  Europeo  avea  penetrato .  —  Finaimcnie,  dopo 
alcuni  anni,  uQ  nobile  e  dotto  viaggiatore ,  Il  barone  Iflmitoll,  flteera  aprire 
una  delle  grandi  piramidi  di  Sakarah ,  e  per  la  prima  volta  mostrava  all'  Eu- 
ropa sapiente  delle  Iscrizioni  geroglifiche  scritte  nell'  Interno  di  questi  edlflxiiy 
precisamente  nel  momento  in  cui  l' illustre  Champollion,  con  mano  più  slcara 
e  felice  applicava  al  declferamento  di  questo  sistema  di  scrittura  l'Istrnmcnio 
ancora  Imperfetto  clie  avea  ricevuto  dalle  mani  dd  celebre  dottore  Toong ,  • 
applicandolo  il  perfezionava. 

A  questo  punto  arrestavansl  i  lavori  intrapresi  Infino  allora  per  fard  eo- 
noscere  le  Piramidi.  Il  Champollion  ed  I  suoi  compagni  pare  infatti  che  non  ab- 
biano volto  su  questi  grandi  edifici  quello  spirito  d' investigazione,  che  dalia 
loro  parte  principalmente  esercitavasi  sui  monumenti  scritti  e  figurali  ddP  ar- 
cheologia egiziana .  Tanta  quindi  è  1*  Importanza ,  tale  eziandio  è  la  novità  dei 
resultamenti  dovuti  alle  escavazloni  di  Howard  Tyse,  che  meritano  esai  soli  di 
formare  un*  epoca  distinta  negli  studi  archeologici . 

■eno  che  lo  scandaglio  sopraccennato  fatto  dal  Caviglia  nella  sala  sotter- 
ranea 6,  tutte  le  altre  pani  che  osservami  nello  spaccato  della  Grande  Pira- 
mide di  sopra  Inserlio ,  deonsl  al  Vyse.  Il  caso  fece  scoprire  al  Perring ,  oob- 
pagno  del  Vyse  suddetto,  1*  apertura  esteriore  di  uno  del  canali  di  ventilazio- 
ne eonranicantl  colla  saia  del  Re;  allora  misurarono  con  cura  l'altezza  di 
questa  apertura  (  che  era  quella  della  farcia  settentrionale^ ,  e  riportandone  la 
misura  dalla  parte  opposta  della  Piramide  trovarono  Iscilmenie  l' apertura  cor- 
rispondente :  In  questa  guisa  fu  risoluto  un  grande  problema,  e  acquistato  alla 
scienza  un  fatto  de* più  straordinari  e  curiosi,  Il  fatro  della  esistenza  nella 
Grande  Piramide  di  due  canali  ventilatori ,  destinati  a  far  penetrare  Tarla 
estema  nella  sala  principale  di  questo  edlfizlo,  ed  a  mantenervi  una  tempera- 
tura uguale  e  salubre,  coerentemente  al  sistema  di  credenze  religiose  del  po- 
polo che  la  costruì,  pel  quale  la  conservazione  etema  dei  corpi  attenea  alla  dot- 
trina della  fmmortaHtA  delle  anime . 

Un'  altra  scoperta  dei  Vyse,  non  meno  Importante  né  meno  curiosa,  si  é 
quella  delle  stanze  (  fuorché  la  prima  di  esse  ci>e  fu  scoperta  flal  Daeison 
nel  1764  ,  e  chiamata  col  suo  nome  )  sovrapposte  al  soffitto  della  sala  dei  Re , 
come  vedesl  nello  spaccalo  della  Piramide  di  sopra  inserito .  La  prima  di  ìA 
stanze  era  nota  come  dicemmo  da  gran  tempo  ;  ma  la  seconda  non  era  stata 
eh  e  sospettata  dai  dotti  della  spedizione  Francese,  ed  II  Taviglia  non  avea  po- 
tuto penetrarvi  :  ad  essa  lo  scopritore  impose  II  nome  di  WeUingion .  Ella  era 
alTatto  \Tiola  né  vi  fu  trovato  apparenza  d*  Insetto  o  traccia  di  animale  viven- 
te :  le  pareti  di  questa  stanza  ,  meno  che  il  soffitto,  sono  affatto  gregeie; 
alcune  pietre  serbano  caratteri  geroglifici  corsivi  scritti  colla  sinopia,  e  freschi 
come  fossero  usciti  ieri  dal  pennello  dell'  artista  che  li  tracciò.  Una  rtrilro- 
larità  non  inutile  di  notare  qui,  é  la  seguente:  quando  Io  scopritore  penetrò 
la  prima  volta  in  qucsu  stanza,  rimasta  per  tanti  secoli  ermeticamente  chiusa, 


I  VIAGGIO  iSQ 


I 


vi  trovò  un  sedimento  nerastro  cbe  avea  la  consistenza  della  brinata  ,  e  che 

I  era  ugualmente  sparso  sul  suolo  e  nel  medesimo  tempo  accumulato  ad  una 
certa  profdndità  negli  interstizi  del  massi  :  questo  sedimento  fu  raccolto ,  ed 
analizzato,  prima  dai  chimici  francesi  del  Cairo,  che  dissero  contoiere  delle 
parti  legnose  3  poi  dal  chimici  inglesi ,  che  lo  giudicarono  avanzo  d' insetti  : 
ma  il  Vyse  non  consenti  ad  alcuna  di  quelle  due  opinioni ,  polche  ritiene  che 
sia  semplicemente  prodotto  dalla  decomposizione  del  sasso . 

I  Alla  terza  stanza  scoperta  sopra  la  sala  del  Re,  fu  dato  il  nome  di  Nelson  : 

anche  qui,  come  nelle  due  precedenti ,  tutto  è  greggio ,  meno  che  il  soffitto . 

I  Alla  quarta  impose  il  nome  di  Lady  Arbuihnoth  ,  ed  é  In  tutto   simile 

;  alle  precedenti . 

Finalmente  ,  a  forza  di  fatica ,  fti  scoperta  la  quinta  stanza ,  che  ebbe 
ilnomedlCampòeli.  — Eirè  appresso  appoco  della  medesima  grandezza  delle 
sovracoennate,  e  com' esse  senza  nessuna  comunicazione  esterna ,  ermetica- 
mente chiusa  e  compiutamente  vuota.  Sopra  alcuni  sassi  furono  trovati  I  so- 
liti scritti  gerogllGci  corsivi  fatti  colla  sinopia.  In  quanto  però  al  soffitto  la 
diCTerisce  dalle  stanze  precedenti ,  poiché  invece  di  esser  piano  fti  trovato  in- 
clinato a  tetto .  Entrandovi  per  la  prima  volta ,  dopo  che  fu  ermeticamente 
murata ,  il  Vyse  trovò  sul  pavimento  lo  stesso  sedimento  che  era  stato  osser- 
vato nelle  stanze  Inferiori  $  oltre  di  che  le  sue  mura ,  tutte  di  sasso  calcareo  , 
erano  coperte  di  una  efUorescenza  salina  bianca  e  di  figura  simile  alle  piu- 
me.—In  quanto  all'  oggetto  di  queste  stanze  sovrapposte  l'una  sull'altra, 
è  evidente  che  non  dovette  essere  cbe  architettonico,  né  ad  altro  tendente 
cbe  a  diminuire  il  peso  della  costruzione  sulla  sala  del  Be. 

Noi  non  ci  dilungheremo  davantaggio  intomo  a  questo  argomento  :  I  po- 
chi cenni  di  sopra  trascritti ,  e  la  figura  dello  spaccato  della  Grande  Piramide 
che  qui  unimmo ,  ponno  dare  sufficiente  idea  di  quel  monumento  meravi- 
glioso ,  non  che  degli  altri  di  slmil  genere ,  i  quali  probabilmente  sono  nel- 
la costruzione  appresso  appoco  come  furono  nel  loro  scopo  uguali. 


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IV.  50 


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TEBE 


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MEDIO  ED  ALTO  EGITTO 
E  LE  OASI  (1) 


f.pTes«i)le  aiikolo  suppurila  qnilcbenMdo 

■  quetlB  lacuna   del  alaggio  del  tIkodic  di 

Marcellua.L'KglUoniosiTOHl  un  paewtanUi 

'   miravlglloM  oelU  bui  natura  e  nel  morale 

nmiiw di TfU  del  suol  popoli,  In  ogni  tempo,  che  I  le^ 

lort  di  queR'  opera  non  igradlramn ,  (periamo ,  queste  brevi  parole  lolonw 

A  cbl  bramoue  un'Idea  dell' SglUo  In  plcclol  quadro,  ma  Melmeoledl- 
plDla ,  CTedlaiDO  br  offltlo  grUlMlmo  trucrlTerglI  qui  la  letleri  cbe  Amni 
dlreue  *l  canno  nio  Ugnerò,  Il  qnale  gli  avea  chlcila  una  Mde  dipintura  di 
quella  nuora  conquista  df gli  Aratri ,  onde  «oddlflkre  la  lua  cuTlMltà .  Ne  aem- 
bra,  cbe  nessuna  altra  dcKriiloDe  loiDmarla  poiu  stare  al  paro  di  quett*  ml- 
nioiura  di  Amrti  ;  ami  ilam  conTtmi,  cbe  molti  srrlUI  di  maggior  mole,  ipeelat- 


())  ytdi  pag.  (70.  t  176, 


3M  HAHCBLLUS 

I         mente  moderni ,  non  dicono  intorno  a  questo  soggetto  né  così  bene  né  così 
1  vero  come  quello  che  riferiamo . 

Ecco  la  lettera  che  il  calilTo  Ostar  -  ebn-el-Kattàb  scrivea  ad  Amru ,  suo 
!  luogotenente  in  Egitto . 

»  0  Aram   figlio  d' el-Aàs  :  quel  che  da  le  desidero  al  ricevimento  di 
»  questa  lettera  si  é ,  che  tu  mi  faccia  una  dipintura  tanto  esatta  e  tasto  viva 
»  dell'  Egitto ,  da  poter  lo  per  essa  immaginarmi  di  vedere  co'  miei  propri  oc- 
»  chi  codesta  bella  contrada  •  » 
»  Salute!  » 

Alla  quale  Amru  rispondeva  in  questa  sentenza . 

•  O  principe  dc'fedelil  —Figurati  un  arido  deserto,  ed  una  campagna  ma- 
gnifica in  mezzo  a  due  montagne ,  onde  una  ha  la  forma  di  una  collina  di  sab- 
bia, e  l'altra  quella  del  ventre  di  un  cavallo  etico  ovver  del  dosso  di  un  cammel- 
lo :  ec^o  r  Egitto!  —  Tutte  le  sue  produzioni  e  tutte  le  sue  ricchezze ,  da  Asuan 
(Syene)  infino  a  Mancha,  vengono  da  un  fiume  benedetto  che  scorre  con  mae- 
stà in  mezzo  ad  essa .  Il  tempo  della  piena  e  della  ritirata  delle  sue  acque  e 
regolare  quanto  li  corso  del  sole  e  della  luna:  avvi  un'epoca  fissa  nell'anno, 
in  cui  tutte  le  sorgenti  dell'  universo  pagano  a  questo  re  de'  fiumi  il  tributo 
al  quale  la  Provvidenza  le  ha  a  prò  di  lui  assoggettate;  e  allora  le  aeque  au- 
mentano ,  escono  dal  suo  letto ,  cuoprono  tutta  la  faccia  dell'  Egitto  per  depo- 
sitarvi una  melma  produttiva ,  e  più  non  esiste  comunicazione  da  un  vil- 
laggio all'  altro ,  che  per  mezzo  di  barche  leggere  e  numerose  quanto  te  foglie 
del  palmizio . 

>  Allorché  poi  viene  il  momento  in  cui  le  sue  acque  cessano  d'essere  neces- 
sarie alla  fertilità  del  suolo ,  questo  docile  fiume  rientra  nel  limiU  che  11  de- 
stino gli  ha  prescritti,  per  lasciar  raccorre  II  tesoro  da  lui  deposto  in  sen 
della  terra . 

»  Un  popolo  protetto  dal  cielo  i  ma  che  siccome  V  ape  non  sembra  desti-» 
nato  che  a  lavorare  per  gU  «Uri ,  senza  profitlira«gik  slesso  del  presuo  de'suoi 
sudori ,  apre  leggermente  le  viscere  alla  terra ,  e  vi  depone  semenze  onde  at- 
tende la  fecondità  dalla  grazia  di  flu^H'  fMera.jchQ  fa  crescere  e  maturare  le 
messi .  —  Il  germe  si  sviluppa,  lo  stelo  sorge,  la  spica  si  forma  col  soccorso 
di  una  rugiada  che  supi^isce  alle  piogge»  e  che  mantiene  il  succo  nutritivo 
onde  il  suolo  è  imbevuto . 

»  Ma  alla  più  abbondante  racQCilta  succede  tutto  ad  un  tratta  la  sterilità . 
Laonde ,  o  principe  de'  fedeli  !  V  Egitto  offre  a  vicenda  l' Imroagiue  di  un 
deserto  polveroso ,  di  una  pianura  liquida  ed  inargentata  i  di  una  palude  nera 
e  limacciosa ,  di  una  prateria  verde  e  ondeggiante ,  di  un  giardino  ornato  di 
fiori  variati ,  e  di  un  campo  coperto  di  messi  che  ingialliscono:  benedetto  sia 
il  Creatore  di  tante  meraviglie  ! 


VIAGGIO  993 

»  Tre  cose ,  o  principe  de*  fedeli  !  contribuiscono  esseoslalmeote  alla  prò- 
sperila  dell'  Egitto  ed  alla  fellcitA  de*  suol  abitatori  :  la  prima,  di  non  adottale 
leggermente  progetti  invenutl  dall'  avidità  fiscale ,  e  tendeail  ad  accrescere 
r imposizione;  la  seconda,  d' Impiegare  11  terzo  delle  rendite  al  maoteulmcolo 
del  canali,  de* ponti  e  degli  argini  ;  la  terza,  di  non  lor  l'Imposta  che  In  na* 
tura,  Yale  a  dire,  in  frutti  che  la  terra  produce . 
»  Salute! • 

Dopo  cosi  semplici  e  vere  parole ,  non  sapemmo  che  agglugnere  sulla  n»- 
\         tura  e  r  aspetto  dell'  Egitto ,  al  quadro  che  Amru  coiA  feUottnente  dipinse . 

Vorremmo  però  dire  qualche  cosa  sulle  opere  dell'uomo  ediOnate  in  que- 
sto meraviglioso  paese .  Ma  descriveie  ad  uno  ad  uno  1  monimwntl  ifeeiraoii- 
i         co  Egitto,  superstiti  alla  azione  edaee  del  secoli  ed  al  fieno  ed  alia  barbarie  di 
cento  popoli  che  dall'  epoca  dei  Faraoni  Ui  poi  conqqlptirono  e  signocegglaro- 
I         DO  questa  classica  terra,  oltre  che  essere  impresa  suportoie  alle  forze  nostre,  la 
I         sarebbe  eziandio  inopportuna  qul^  adicrescendo  di  troppo  il  volume  dell'opera. 

Basterà  quindi,  per  Imprimere  nella  mente  del-  lettore  V  Indole  vera  della 
grandezza  e  della  fisonomia  dell'  antico  Egitto,  descrivere  rapidamente  le  ndne 
di  Tebe,  sua  anticliissima  metropoli  i 

Tebe  é  la  monumentai  città  deH^  Egitto  ,  è  quella  che  pu6  chiamarsi  città 
per  eccellenza.  --  Questa  è  la  città  di  Tebe,  la  città  d'Omero ,  la  Otta  daUé 
cento  pone,  Ì^DiospoUi  Magna,  eoo  le  sue  sfingi  e 'co*  suol  obeUschi. 
Quando  uom  si  fa  da  presso  alla  sua  area,  e  vede  da  Innge  [i  due  colossi  clie 
distendon  quella  loro  ombra  immensa ,  è  impossibile  che  m>n  si  senta  ricorre» 
re  alla  mente  I  testt  di  Strabene,  di  Erodoto  e  di  Plodoroi,  quella  statua  di 
Osimandia,  si  bella  In  Ecateo,  quel  cerchio  d'oro  d'  un  cuUito  di  grossezza 
e  di  trecento  sessantacinque  di  circonferenza»  su  cui  stava  segnato  in  ogni 
giorno  deli'  anno  il  nascere  e  il  tramontare  dal  sole  ,  la  sala  iposlllla  e  I  suol 
colonnati ,  il  memnonio  e  I  suol  miraUtt  gerogliflci,  gli  Ipogei  àA  monarchi, 
il  colosso  di  Hemnooe  d'onde  uscivano  annoaici  Buoni ,  finalmente  tutte  le  nuh 
raviglle  dell'arte  e  della  paziente  induArla  gittate  so  per  ambo  le  ttve  del  fiume . 

L' area  dell'  antica  Tebe  si  spazia  per  un'  ampiezza,  quasi  eguale  sovra  l'ona 
e  l'altra  sponda  del  Nilo.  Chiusa  da  un  lato  dalle  libiche  rupi ,  dall'  altro  dal 
monti  deli*  Arabia ,  si  compone  come  tutta  la  vaileEglzia  di  straU  di  sabbia 
e  di  argilla  alteruantisi .  Partendo  dal  marg^l  del  Aume  il  terreno  si  va  Inal- 
zando a  guisa  di  piaggia  sensibile  alPoechio;  ne  consegue,  che  U  plano  poco 
rinfrescato  dalle  rugiade,  inoltrasi  vtartoiuno stato  df  sterilità.  Appena  Incon- 
trasi qua  e  colà  lunghesso  la  riviera  qnalifhe  campo  di  grano,  di  durah,  e  di 
canne  da  zucdiero* 

Codesta  grand'  area  ^cueparsadi  moderni  villaggi. —li  primo  è  El-Aqalteh» 
presso  al  quale  si  leva  un  qeur  o  castello ,  In  cid  risiede  il  magistrato  della 
contrada.  Più  lungi  si  trova  Abu  -  Hammud ,  tutto  chiuso  tra'  palmizi  :  poscia 
El-Beirat,  fabbricato  sulle  macerie  deH'anlieaTebe;  Médynel-Abu,  al  tut- 


3M  MARCBLLUS 

to  diserio;  quindi  Qninah ,  popolato  di  Troglodlfl  che  si  sono  sc«Yate  le  et»         | 
dentro  la  viva  roccia .  —  Son  questi  I  luoghi  della  rifa  sinistra .  I 

Alla  diritta  tegglamo  Luqsor ,  che  dagli  altri  si  fa  singolare  per  la  baa- 
aeiia  delle  sue  caie  soTrastale  da  colombai  ;  è  Luqsor  la  pia  ragguardevole  i 
borgata  della  pianura:  —  poi  Tengono  Kafr-Kamak,  Kamak  eNaga-el-Qa- 
riéh,  le  cui  moderne  abltaiionl  occupano  assai  poco  spazio  per  lo  meno  a  fa- 
tte mine. -* Più  lungi  ancora,  In  sulla  medesima  direzione,  e  Terso  le  pendici 
della  calala  arabica»  giacciono  Myt- Aamud  e  II  moderno  villaggio  d'El- 
^fadjeh  • 

Med  o  dodid  villaggi  luti* al  pM,  eeeo  quanto  lien  hiogo  dell'antica  Te- 
be, che  vive  ancora  e  grandeggia  nelle  sue  reilqide .  Fusti  solitari,  oolocsl, 
perìstilil ,  obelischi,  giganteggiano  colà  quasi  testimoni  della  sua  magnlflcenia 
distrutta  ;  e  nei  fianchi  del  monte  la  sua  Necropoli ,  vasta  dtti  mortuaria ,  d 
conserva  le  memorie  dd  Faraoni  che  regnarono  In  quel  ricinto . 

Per  glugnere  a  quelli  ipogd ,  fa  d*  uopo  Inerpicarsi  per  angusti  sentieri 
aperti  nella  roccia .  All' avvicinarsi  al  loro  Ingresso  si  vuole  stare  In  guartfla 
perchè  gn  Arabi  masnadieri  v*  han  posto  la  loro  stanza .  Quelle  caverne  sono 
il  loro  dominio  ;  quando  non  assassinano  II  viaggiatore  lo  assediano  con  la 
vendita  di  picciole  statuette  o  di  mummie  falsificate.  —  Haraviglioso  è  il  nu- 
mero ddle  gallerie  sotterranee  che  contengono  questi  ipogd,  e  le  loro  in- 
terne parti  sono  in  tale  stato  di  devastazione  che  non  è  Ikile  a  descrivere.  Ivi 
le  mummie  non  sono  dentro  alle  loro  casse ,  o  nd  luogo  loro  ;  die  ingombrano 
11  suolo,  fino  al  punto  da  chiuderne  11  passo .  fo  di  mestieri  camminar  sovra 
di  esse,  e  perchè  cedono  al  peso  dd  corpo,  spesso  si  dura  qualche  letica  a  ri- 
trarre il  piede  da  qud  viluppo  di  ossame  e  di  pannllini .  —  Opprimente  è  la 
dimora  in  codeste  mortuarie  caverne }  l' aere  ivi  entro  è  sopraccaricala  di  esa- 
lazioid  bituminose.  Dd  rimanente  gli  ipogd  tebani  non  si  dilferenziano  per 
nulla  da  quelli  che  II  peregrino  ha  percorsi  nel  Medio  Egitto .  Ivi  s*  Incontran 
sempre  gallerie  piene  di  amuleti,  di  statue,  di  idoldtl  d'alabastro  o  di  grani- 
toi di  frammenti  di  bronao ,  di  porfido,  di  terra  cotta ,  di  legno  dipinto  o  do- 
rato; di  picciole  Immagini  di  mummie;  di  figurine  votive  formate  in  gesso  o 
In  terra  cotta;  di  effigi  d' uomini,  d'animati  o  di  Dd,  dlflbrmissime  di  propor- 
zioni ;  di  svariati  obbietti,  come  a  dire,  lampade ,  vasi ,  grandiini,  tubi  eglo- 
bdtl  forati.  —Molto  diflteriscono  questi  Ipogei  nella  grandezza  ;  taluni  hanno 
sdcento  piedi  di  lungheiza,  altri  quattrocento ,  dtri  trecento . 

Uno  de'  più  curiod  obbietti  che  Ivi  trovasi  è  un  immenso  volume  di  pa- 
piri, manuscritti  egiziani,  che  senza  dubbio  contengono  la  parola  deDa  loro 
enigmatica  e  misteriosa  estitenza.   Qnestl  papiri  son  posti  per  l'ordinario 
sulle  fascia  ddle  mummie ,  tra  le  cosce  o  tra  le  bracda .  Varia  è  la  lun- 
i  ghezza  e  la  grossezza  dd  ruotoii .  Ogni  volume  è  avvolto  sopra  se  stesso  da 

manca  a  diritta,  e  schlaodato  e  pesante  a  cagkme  dd  duplice  strato  della 
scorza,  ddte  presenza  ddla  gomma  e  ddla  interna  pittura.  Arido  e  fragile,  non 
si  può  svolgere  senza  prima  umettarlo.  Con  l'aiuto  di  questi  manuscritti  ht- 


VIAGGIO  395 

nm  potale  riooDOioera  molte  Bianiere  di  canltericfiiii,  il  goraileo  o  gerogtt- 

fico»  ratfabeUoo  o  corsivo ,  11  demotico  o  cplstolografico .  | 

La  vista  degli  Ipogei  Induce  altresì  all'esame  dei  metodo  d' imbalsamaalo- 
ne  che  usafano  gli  Egiziani .  Quest'aite»  die  In  antico  ecasaiUa  si  alto,  non  ba  j 

lascialo  tiadizione  alcona  In  que*  luogbl .  GII  Aralil  ne  Ignocano  il  processo  al  i 

par  die  ne  dispregiano  l' uso .  GII  antlciil  soltanto  9  come  fiirabone  ed  BrodolOy 
parlano  dell'arte  di  cooserrarel  corpi .  Secondo  alcune reoentl  osservailoni,  par 
che  lo  Imtalsamare  del  coipl  fosse  di  due  speclei  l' uno  più  perfetto»  nel  qua- 
le operavasl  una  Incisione  alla  sinistra  parte  dell'anguinaia;  Taltro  plA  Im- 
peifeuo  :  gU  uni  eran  conservali  col  meno  di  sostami iMlsainlche»  gli  altri  con 
bitume. 

Queste  ultime  mummie  resistevano  meglio  delle  altre  all' adone  deH'arla. 
Compiuta  rimbalsamaiione»  Involgevano  I  corpi  tra  quindici  o  venti  rin- 
volture  di  bende  di  tela  »  e  nei!'  acconciatura  di  queste  bende  corre  as- 
sai picclola  diUtorenia  da  una  mummia  all'altra.  Tutti  que'paudUni  sono 
oggi  vestiti  di  un  color  giallo  che  tira  al  peno.  I  capeiil  delle  mummie  so- 
no intrecciati,  pettinati,  ovvero  disposti  in  cloccbe  ed  anella,  e  vi  troviamo 
altred  teste  allatto  brutte  :  e  la  sola  testa  della  mummia  é  quella  cbe  s'avvi, 
dna  alla  umana  efBgiei  tutto  l'altro  t  neiio  stato  di  scheletro .  Di  costa  alle 
mummie  virili,  si  trovano  gli  ipogei  di  mummie  d' ibi ,  di  sparvieri ,  d' uccelli 
rapaci,  di  cani,  di  buoi,  di  lupi,  di  pecore,  di  gatti,  di  coccodrilli  e  di  serpenti . 
GII  ipogei  ingombri  così  di  rrammentl,  erano  senza  dubbio  la  solenne  ne» 
eropoli  del  popolo  tebano.  Ma  dalla  parte  di  Qimah,  in  una  gola  delia  catena 
de*  monti  llbld  cbe  sta  a  cavaliere  di  Medynet-  Abu,  si  aprono  altre  caverne 
note  sotto  il  nome  di  Bybar  el  Moluk ,  vale  a  dire  porle  o  case  dei  re .  Nel 
tempi  di  Strabone  non  si  annoveravano  che  undid  di  slOàtte  catacombe  regali  ; 
Joliois  e  Devllliers  ne  scopersero  una  dodicesima  •  Furono  tutte  accuratamente 
visitate  al  tempo  della  occupazione  francese,  e  nuovamente  poscia cennate  a 
parte  a  parte  da  Cliampollion  il  giovine,  correndo  11  mese  di  maggio  del  1829.  -^ 
Udiamo  il  suo  stesso  racconto  : 

»  La  valle  di  Byban-ei-Moiuck,  ddloe,  fu  la  necropoli  regia,  ed  op- 
portunissimo  era  il  luogo  eletto  a  quella  funebre  stanza  t  una  valle  adusta, 
chiusa  Infra  altissime  i  occle  tagliate  a  picco ,  o  da  montagne  in  piena  decom* 
posizione,  quasi  tutte  largamente  spaccate  per  l' estremo  calore ,  o  per  Inter- 
no sprofondamento ,  i  dirupi  delle  quali  son  screziati  di  nere  strisce  quasi  In 
I  parte  fossero  state  arse-  Nlun  vivente  animale  s'aggira  per  questa  valle  di 

I  morii  :  non  dico  delle  mosche ,  delle  volpi ,  dd  lupi  e  delle  lene,  perocché  qiie- 

;  ste  quattro  famdlche  spedo  ivi  erano  attratte  dalla  nostra  dimora  in  quelle 

!  tombe  e  dall'  odor  ddla  nostra  cucina . 

-  »  Entrando  dalla  ^^arte  più  rimota  di  questa  vallea,  per  una  angusta  aper- 

'  tura  che  certo  d  fece  la  mano  dell'  uomo ,  ndla  quale  avanzano  ancora  alcune 

sculture  egizie,  subito  appariscono  a  piò  delie  montagne  o  sulle  chine ,  certe 

porte  quadrate,  per  la  più  parte  ingombre,  cui  bisogna  farsi  ben  dappresso  per 


^96  MARCBLLDS 

iUieeraeieglI  ornati:  qiiesie  porte^  tutte  nmlgllanti  l'ama  l'altra,  daimo  in- 
gresso alle  sepolture  del  re .  Ogni  tomba  ha  la  sua  porta,  perocché  Ìd  antico 
-uluna  comunicava  con  l' altra ,  ma  aran  tutte  isolate  ;  i  soli  cercatori  di  tesori 
anUchl  e  moderni  aprirono  con  la  fona  qualche  paasaggik)  tra  esse. 

>  Gii^neodo  a  Bybar  -  el  -  MolidL ,  era  impatlenee  «fi  accertarmi  se  questi 
jMpokrl,  che  in  tutto  aon  sedld,  Auserò  Tcramente,  come  io  già  aveva  dedotto 
éa  alcun»  eonslderaiioni,  quelli  del  monarchi  tutti  discendenti  delle  tehane 
dinastie  »  vale  a  dire  di  principi  originari  per  sangue  da  Tebe .  Il  rapido  esame 
che  allora  fìn|kresl  degli  scavi,  e  la  dimora  di  vari  mesi  che  vi  feci  al  mio  rf- 
torno  »  m' hanno  pliiiaménte  coni4nto,  che  questi  ipogei  han  conservalo  1  corpi 
dei  re  della  decimoltava,  decimanona  p  e  ventesima  dinastia ,  che  tutte  e  tre  so- 
no di  CMo  dinastie  dkospolltane  o  tritane. 

»  Noo  fu  seguito  alcun  online  di  dinastia  né  di  successione  nella  scelta  del 
htogo  delle  varie  iomhe  reali  $  etascuno  fece  scavare  la  propria  su  quel  punto 
in  cui  credette  incontrare  una  vena  di  pietra  convenevole  alla  sepoltura  ed  alla 
immenattà  dello  scavo  designato.  Non  6  facile  tenersi  In  guardia  da  una  cotal 
sorpresa,  quando, .dopo  aver  passato  aldi  sotto  di  una  porta  semplicissima ,  si 
entra  ingrandì  gallerie  ««orrldol  pieni  di  sepolture  perfettamente  conserva- 
te» che  ritengono  in  gran  parte  ancora  la  bdlezia  de'  pi  A  vivi  colori',  e  con- 
ducono a  mano  a  mano  In  certe  sale  sostenute  da  pllieri  tutti  fregiati  di  ric- 
chi ornamenti ,  fino  a  che  si  giunge  alla  sala  principale ,  che  dagli  Eglsi  chia- 
mavasl  teda  aurea,  più  vasta  di  tutte  le  altre ,  e  nel  cui  mezfo  giaceva  la 
mummia  del  re  in  un  grandisdmo  sarcofago  di  granito.  La  vista  di  quelle 
tombe  potè  dar  solamente  una  giusta  estimativa  della  ampiezsa  di  quelle  ca- 
verne e  dell'  immenso  lavoro  che  costarono  per  condurle  a  picco  ed  a  scarpd- 
k).  Le  valli  son  quasi  Sutte  ingombre  di  poggettl  formati  dalle  picciole  scheg- 
ge di  pietra ,  spiccale  dal  seno  del  monte  per  stupendi  lavori  Ivi  fatti .  Molti 
mesi  appena  poteronmi  bastare  per  compilar  partitamente  una  lista  delle 
Iscrixieni  più  ragguardevoli .  lo  darò  tuttavia  una  idea  generale  di  codesti  mo- 
numenti con  la  rapida  e  succiata  descrizione  di  imo  tra  essi ,  che  è  qudlo  del 
faraone  Rhamsé ,  Qglio  e  successole  di  Meumn .  &a  decorazlon  delle  tombe 
reali  è  Catta  con  sistema ,  e  quel  che  si  disceme  sopra  ad  una ,  ti  si  rinnova 
al  guardo  in  quasi  tutte  le  altre .  •> 

Secondo  io  Champoilton,  la  porta  d'ingresso  é  intagliau  d'un  bassorilievo  che 
ò  come  il  frontespizio  o  l' epilogo  <ii  tutti  gli  ornati  delle  tombe.  Rappresenta 
un  disco  giallq  in  mezzo  al  quale  rifulge  liscie  o  testa  di  ariete,  vale  a  dire 
L'anima  del  re  che  entra  nell'emisfero  inferiore  al  lato  del  sole  ;  e  nel  disco 
è  acuito  uno  scarabeo,  simbolo  della  rigenerazione.  Il  re  sta  Inginocchiato 
sulla  monugna  celeste,  sulla  quale  poggiano  anche  1  piedi  due  deità.  —  li 
senso  generale  della  composizione «i  riferisce  al  defunto:  sole  di  Egitto  mentre 
visse»  morendo  era  il  sole  in  tramento  che  doveva  rinascere  all'  alba  seguente. 
Sempre,  siccome  vedesl.»  quivi  regna  H  .sistema  di  trasmigrazione  e  rinnova- 
zionecosmogoniea  1  -**ln  quei  quadro  ^apparisce  per  r  ordinario  una-  leggenda 


L-- 


VIAGGIO 


397 


del  tenore  legueole:  •  lo  ti  ho  conceduto  una  dimora  sulla  saera  montagna 
»  dell'occidente,  come  agli  altri  Del  (re)  grandi ,  a  te  ,  Osiride,  re,  signore 

•  del  mondo ,  Rhamsè,  ecc.,  ancor  vivente!  »  Quest'ultima  sentenza  provereb- 
be, che  i  lavori  di  una  sepoltura  reale  cominciavano  fin  da  quando  viveva 
colui  pel  quale  era  apparecchiata. 

Tuttavia,  quasi  per  confortar  1*  animo  dei  Faraone  contro  quella  vista  di 
prossima  distruilone,  occorrevano  altri  quadri ,  che  con  le  loro  flgure  gli  pro- 
mettevano lunga  vita  e  perfetta  sanitÀ .  Eran  questi  dipinti  una  specie  di  anti- 
doto alle  sollecitudini  che  si  prendevano  a  tempo  debito ,  affinchè  II  morto , 
neli'  ultima  giornata  di  sua  vita  avesse  convenevole  stanza . 

CIÒ  vegglamo  rappresentato  nel  corridoio  che  serve  come  di  stanza  d' In- 
gresso  alle  tombe .  Appresso  ad  esso  apresl  una  piccola  sala ,  In  cui  sono  le 
Immagini  dipinte  o  scolpite  di  sessantacinque  paredri  del  sole,  preceduti  o 
susseguiti  da  un  immenso  quadro  nel  quale  si  dispiega  successivamente  la  im- 
magine compendiata  di  sessantacinque  zone  e  del  loro  abitanti . 

A  questi  quadri  di  Insieme  o  sinottici ,  seguita  lo  sviluppo  delle  diverse 
parti,  figurate  in  una  serie  di  sculture  rappresentanti  11  corso  del  sole  ne' due 
emisferi  ;  e  dopo  ciò  altre  sale  ti  si  appresentano  tutte  egualmente  vestite  di 
sculture  e  pitture  delle  quali  é  impossibile  comprendere  11  senso ,  ed  alle  qua- 
li ogni  visitatore  può  dare  una  slgnlficanza  secondo  sua  fantasia .  La  sala  che  si 
spazia  innanzi  al  sarcofago ,  è  generalmente  consacrata  al  quattro  geni  della 
morte  :  rappresenta  In  vari  quadri  diversamente  condotti ,  l' apparire  del  re 
al  tribunale  de' quarantadue  giudici  divini,  che  debbon  decidere  del  destino 
dell'  anima  sua .  Una  intera  parete  di  questa  stanza,  nella  tomba  d'un  Rham- 
sè ,  offre  le  immagini  di  questi  quarantadue  giudici  o  magistrati  di  Osiride , 
mischiate  alle  giustificazioni  che  il  re  è  obbligato  di  presentare  o  far  presenta- 
re In  suo  nome  a  que'  severi  giudicanti ,  i  quali  si  mostrano  intesi  a  fare,  cia- 
scuno In  particolare  ,  la  Investigazione  di  un  delitto  o  di  un  fallo  speciale  e 
di  punirlo  neil'  anima  recata  Innanzi  alla  loro  giurisdizione .  —  Ecco  una  parte 
della  formula  di  confessione  negativa  :  •  0  dio!  (il  tal  re)  sole  moderatore  di 
»  giustizia ,  approvato  da  Ammone ,  non  ha  commessi  reati ,  non  ha  bestem- 
»  mlato ,  non  si  è  inebriato ,  non  fu  pigro ,  non  rapi  gli  averi  sacri  agli  Iddii, 
»  non  disse  bugie ,  non  fu  libertino ,  non  si  macchiò  d' impurità  ,  non  scosse 

•  Il  capo  udendo  parlare  parole  di  verità  ,  non  inutilmente  menò  in  lungo  le 

•  sue  parole ,  non  ebbe  a  vincere  11  suo  cuore,  ecc .  » 

Accanto  a  questo  testo,  appariscono,  come  si  vede  nella  sepoltura  Uelamun  , 
le  più  curiose  Immaghil  de'  peccati. capitali,  la  lussuria,  la  pigrizia,  la  gola,  fi- 
gurate da  teste  di  capri  t  di  tartarughe,  di  coccodrilli  • 

La  più  magnifica  di  tutte  codeste  sale  è  quella  dell'  avello  di  Rhamsè  V.  Il 
soffitto  scavato  In  arco  di  un  taglio  bellissimo ,  ha  Inferamente  conservato  la 
sua  dipintura  ;  le  pareti  della  sala  son  coperte  dall'  imbasamenlo  alla  volta  di 
basslrllievl  e  di  quadri ,  e  screziate  di  geroglifici  parlanti .  La  maggior  parte 
di  queste  leggende  appartengono  al  sistema  generale  degli  Egiziani  In  astrono- 


IV. 


51 


398  MARCBLLOS 

mia  ed  in  cosmogonia .  Altre  rappresentano  offerte  alle  divinità  dell'  Egitto ,  t 
soprat tulio  a  quelle  che  presiedono  alle  sorti  dell'anime . 

8on  questi  i  generali  adornamenti  delle  tombe  di  ByÌMn-el-Moliik,  dw 
non  son  tutte  rosi  compirne .  Le  une  di  fallo  si  circoscrlTooo  alla  prima  gal- 
leria ,  che  fa  l' uffizio  eziandio  di  sala  sepolcrale;  altre  hanno  solamente  due 
sale;  alcune  finalmente  non  sono  che  mi  plcciol  ricetto,  scavalo  in  fretta  e  gros- 
solanamenie  pitturato,  dove  lìi  deposto  11  sarcofago  reale ,  rozzamente  abbos- 
uto .  Quesio  ri  è  prova  che  la  prima  cura  d' un  re  montando  in  soglio  era 
quella  del  fare  scelta  d*una  sepoltura  convenevole  e  di  tenerla,  in  mano  agli 
artefici  industri  fino  al  tempo  della  sua  morte;  se  questa  sopraggiognevagll 
Inaspettata ,  I  lavori  cessavano  e  si  rimanevano  cosi  a  mezzo  :  laonde  si  può  fare 
stima  della  durata  di  un  regno  dallo  stato  più  o  meno  compiuto  della  scava- 
zione sepolcrale  Le  tombe  del  principi  che  ebbero  maggior  lunghezza  di  regno 
sono  le  meglio  ornate  e  le  irid  sontuose . 

Da  Byban  -  el  -  Moluk ,  volgendo  I  passi  verso  la  riva  diritu  del  Nik),  Ivi 
ci  si  appresentano  al  guardo  i  palagi  del  re  de*  quali  abbiamo  descritto  1  sepol- 
cri. I  Faraoni  mettevano  adunque  II  fiume  tra  la  vita  presente  e  la  hitnra .  Nei 
numero  di  tal  palagi,  quello  di  Karnak  sembra  essere  stalo  il  più  bello .  BgU 
serviva  senza  dubbio  per  ordinarla  dimora  del  sovrani  . 

La  elevazione  artificiale  su  cui  si  innalzano  le  mine  di  Kamali,  su  nel 
mezzo  d'una  pianura  coltivabile ,  che  gira  due  leghe.  Eamak,  tra  gli  avanzi  di 
Tebe,  subito  trae  a  sé  rocchio  dell'  attonito  peregrino .  Il  suo  lungo  adito  delle 
sfingi ,  che  pare  che  un  tempo  andasse  a  metter  capo  al  fiume  ;  I  suol  pillerl , 
i  suoi  propilei,  1  suoi  obelischi ,  le  sue  colonne ,  le  sue  masse  grandiose  di  fab- 
briche minate ,  tutto  sorprende  e  Induce  ad  e«ame .  Tra  te  sfingi  di  quel  lun- 
go adito ,  due  solamente  sopravvissero  alle  Ingiurie  del  tempo  :  esse  stanno  di- 
stanti l'una  dall' altra  quattro  cubiti,  coricate,  con  le  gambe  dinanzi  dlste- 
5c ,  e  le  deretane  raltratte  ;  esse  han  feste  di  montoni  poste  sopra  corpi  di 
lionl ,  con  una  simbolica  acconciatura  che  coprendo  II  capo ,  cade  loro  sul 
dosso  e  sul  |iefto. 

Al  iernitne  deir  adito  del'e  sfingi,  s'incontra  un  pilone  di  trecento  quaran- 
totto pie<lì  di  giro  ed  alto  centotrentaquattro .  Questa  costruzione,  come  ve- 
desi  dalle  sue  facce  sporgenti  di  pietre  che  l' artefice  dovè  porro  a  luogo ,  non 
ebbe  giammai  il  suo  complmcmo  .  là  porla  debbe  avere  avuto  sessanta  piedi 
di  elevazione,  la  più  gran  misura  In  tal  genero  che  siasi  riconosciuta  nell* Egit- 
to .  Questo  pilone  dà  il  passo  ad  un  vasto  rlcinto  ornato  di  due  gallerie,  l' una 
a  «settentrione  V  allra  a  mezzodì ,  con  colonne  cui  fan  corona  capitelli  In  Canna 
di  bolti>Di  di  fiordi  loto*  Questi  due  peristilii,  quantunque  di  beli' effetto, 
sono  nel  medesimo  stato  Incompiuto  del  pilone  e  della  corte  che  gli  sta  dopo  ;  e 
questo  darebbe  argomento  a  credere,  che  tal  fabbilche  son  posteriori  di  tempo 
ttlle  altre  parti  del  palazzo .  È  noto  come  fosse  sistema  degli  Egiziani  di  |iro- 
cedere  nelle  loro  costruzioni  a  poco  a  poco ,  secondo  i  tempi  e  i  bisogni,  au- 
gumentando  gli  annessi  e  congiungendoli  senza  simmetria ,  quando  così  con- 


VIAGGIO 


399 


Teniva  alla  dlsIrìlNixioiie  dell'  edificio  •  Questo  ricimo  noo  Unito  »  per  una  sin- 
golarità molto  rara  ,  pare  «rere  avuto  nei  mezio  un  adito  di  colonne  altissime 
non  coperte .  Le  due  die  ne  avanxano  lianno  sessantatre  piedi  in  tutto  d*  altez- 
n,  e  neir  insieme  presentano  la  figura  quasi  compitissima  del  fior  del  loto .  I 
loio  ornati  sono  pieni  di  teste  di  volpi  o  di  sciaàali . 

Lasctamlo  da  parte  un  lempieUo  clie  trovasi  dduso  nei  primo  recinto,  si 
passa  sotto  im  secondo  pilone,  e  traversasi  una  seconda  corte  ornata  di  caria- 
tidi ,  per  giusnere  alla  seconda  parte  dei  palano  di  Karnali,  cbe  si  differenaia 
per  monoliti  di  granito  rosso,  l' uno  dei  quali  sta  ancora  in  piedi  e  rappresen- 
ta un  uomo  in  cammino. 

Al  di  U  di  quel  sito,  un  magnifico  pilone  di  novantun  piede  d'altcìza,  dà 
ingresso  ai  veccbi  palagi  di  Kamali,  ed  a  quella  sala  ipostiUa  che  faceva  la  ma- 
raviglia dell'antica  TelK .  Per  averne  un'  immagine ,  ò  mestieri  figurarsi  un  va- 
sto rettangolo  di  cento  cinquanianove  piedi  sopra  trecento  dicioito .  Le  pietre 
della  soffitta  poggiano  sopra  srcliitravi  sostenuti  da  cento  trentaquattro  colonne 
ancor  ritte.  Le  piùgromenon  ban  meno  di  undici  piedi  di  diametro  edi  settanta 
piedi  d*alteiza.  I  capitelli  banno  quasi  sessantaquattro  piedi  di  evoluzione  e  la 
lor  parte  superiore  presenta  una  superficie  dove  cento  uomini  potrebbero  co- 
modamente star  ritti .  Questa  sala  ipostilla,  é  una  delle  più  belle  maraviglie  cbe 
da  umana  fantasia  si  possano  Immaginare.  Per  formarsene  chiara  idea,  i>asterà 
Il  dire,  cbe  ima  deUe  più  grandi  chiese  d' Italia,  come  Santa  Croce  di  Firense, 
vi  capirebbe  tutta  quanta.  Ivi  alcerto  1  sovrani  d'Egitto  davano  udiensa  al  po- 
polo ,  ed  Ivi  per  avventura  vedevansi  le  trecento  quarantacinque  statue  dei  re 
pontefici,  che  1  sacerdoti  egiii  moararono  ad  Scaleo  di  Mieto. 

La  sala  IpostiUa  è  quasi  divisa  in  tre  parti ,  la  media  delle  quali ,  conte- 
nendo le  più  grosse  colonne,  forma  una  specie  di  navata  tra  le  due  laterali  di- 
stribuzioni .  Le  grosse  colonne,  nella  loro  drcooferenza  di  trenu  piedi ,  son 
d'una  portata  presso  a  poco  eguale  a  quella  della  colomia  Traiana  di  Roma; 
le  altre  non  banno  oltre  a  quaranta  piedi  d' altezza.  Nessuna  di  esse  ba  ceduto 
sotto  gli  sfiorzl  del  tenqios  li  più  fiere  loro  avversario  è  il  Nilo,  cbe  nelle  sue 
ImtzionI  viene  a  bagnare  e  scroHar  la  base  di  esse  .  In  uno  de'muri  della  sa- 
la ipostllla  Joilois 6  DevlUiers  travaron  pietre  tutte  ritte  e  scolpite,  cbe  erano 
Impiegate  colà  come  semplid  materiali.  Per  Ul  guisa,  il  paiazao  di  Kamak 
già  tanto  antico,  sarebbe  stato  costrutto  con  gli  avanzi  di  un  tempio  ancor 
più  antico,  la  qual  cosa  supporrebbe  due  età  di  arcbitettura.  Il  caso  stesso 
fu  riconooduto  nd  templi  di  PUea,  presente  confine  ddl' Egitto . 

Dopo  aver  traversalo  sotto  un  terzo  pilone,  si  perviene  In  una  specie  di 
corte  dove  si  Inalzavano  un  tempo  due  obdisdil  di  granito,  alti  cento  sessanu- 
nove  piedi  :  un  solo  ne  rimane  ancor  ritto.  Un  altro  obdisco,  cbe  é  il  più  gran- 
de che  esiste  In  EgiUo,  trovasi  a  poca  distanza ,  nei  mezzo  d' un'  ampia  corte 
ornau  di  cariatidi,  al  di  là  d' uu  altro  piioiie  .  Quest'  obelisco  levasi  ad  luia 
altezza  di  novantun  piede  :  le  sue  sculture ,  di  perfetto  lavoro ,  non  sono  Infe- 
riori a  tutto  dò  cbe  le  arti  europee  potrebbero  fare  in  quel  genere .  —  Final- 


400  IIARCBLLC9 

mente  an*  uUlma  porta  conduoe  a  certe  eostruxloDl  di  granito»  cbe  scmlirano 
essere  state  i  piccioli  appartamenti  del  palazzo  di  Eamak.  Colà  certamente  il 
faraone  veniva  ad  obbliare,  In  mezzo  ai  diletti  della  famiglia  e  alle  domestiche 
ricreazioni,  le  gravezze  d' un  regno  tutto  pieno  di  ceremoniall  e  di  convene- 
voli. Appresso  a  queste  costruzioni,  se  ne  innalzano  ancora  altre  molte ,  coma 
altre  colonne  ed  altri  appartamenti ,  nei  quali  s|  notano  varie  sculture  di  bel- 
lissimo aspetto  ;  una  porta  UionMe  ed  altri  aditi  di  sfingi,  e  frammenti  di  oli»- 
liscbl .  In  niun  altro  luogo  si  mostrano  maggiori  avanzi  di  antlcbi  edlfizl . 

Ninno  potrà  dubitare ,  cbe  Ivi  non  risiedessero  1  faraoni  :  cei  dice  la  tra- 
dizione ,  cel  conferma  la  vista  dei  hiogbl .  Diodoro  e  Strabene  parlano  delln 
sala  Ipostllla  e  del  piccioli  appartamenti  granitici  ;  d' altronde ,  gii  stessi  in- 
terni scompartimenti  ctiiaro  manifestano  a  qual  uso  fossero  designati  quc*  luo- 
ghi. La  sala  dalle  trecento  gigantesche  colonne  era  l'aula  delle  udienze  reali , 
Il  teatro  delle  pubbliche  e  religiose  solennità,  delie  ceremonie  dell'incorona- 
zione e  dell'Iniziazione .  Un  luogo  vasto  e  magnifico  siccome  codesto,  non  pò* 
teva  servire  a  consuete  funzioni  ;  era  mestieri  d'insolite  pompe,  di  grandi 
celebrazioni  per  riempirlo .  —  Per  i'  uso  del  vivere' ordinario  V  avevano  gU  ap- 
partamenti di  granito .  Colà  tutto  si  trova  clie  è  più  proprio  ai  giornalieri  bi- 
sogni ;  le  stanze  più  piccole,  meglio  divise,  più  eleganti .  Andie  odiernamente 
percorrendole ,  restlam  sorpresi  a  vedero  l' ardiltettura  avere  Ivi  postergato 
le  sue  regole  dell'  Insieme ,  all'  utile ,  alla  grazia  delle  parti .  Come  eflfetto  ge- 
nerale ,  il  palauo  di  Earnait ,  veduto  a  qualche  distanza ,  non  appaga  l' oechio . 
È  un  andirivieni  intrigato  di  frammenti  di  orari  di  obelischi  rovesciati ,  di  co- 
lossi in  frantumi ,  peristili  crollanti  ;  è  una  selva  di  colonne ,  di  piloni ,  di  gal- 
lerie, di  portici  e  di  colonnati . 

Le  prospettive  di  Luqsor  non  sono  né  più  compiute  né  meglio  regolari . 
Quel  che  di  prima  giunta  sorprende,  sono  i  piloni  e  gli  obellsclii ,  o  più  presto 
il  suo  obelisco ,  perchè  uno  di  quelli  che  già  ivi  si  vedevano ,  torreggia  al  pre- 
sente a  Parigi  sulla  piazza  della  Concordia .  L' obelisco  cbe  stassi  ancora  a  Lu- 
qsor è  rizzato  al  dinanzi  d*un  pilone ,  e  come  quello  che  noi  possediamo,  porta 
sculta  sui  granito  la  dedica  del  re  che  lo  Innalzò .  Questi  è ,  se  vuoisi  credere  a 
Champolllon  li  giovane,  Rhamsè  1 1 1,  o  Sesostri ,  che  compi  la  erezione  dell'uno 
e  dell'altro  di  que' monumenti .  Rhamsè  li  aveva  cominciato  gli  obelisdii  nel 
1570  prima  dell'era  cristiana:  cosi  aflèrmasi  che  le  faccio  granitictie  portino 
segnati  1  nomi  di  questi  due  monarchi,  e  che  ivi  si  legga  1*  elogio  di  Sesostri  :  • 
•  L'  Areori  possente ,  amico  della  verità ,  re  moderatore  ;  amabilissimo  come 
Thmù ,  capo  nato  (U  Aromone  »  ;  od  anche  :  •  Grande  per  le  sue  vittorie ,  figlio 
prediletto  del  sole ,  quegli  che  rallegra  Telw  come  il  celestre  firmamento  •  ;  od 
anche  finalmente  :  •  L' Areori ,  principe  de*  grandi ,  die  gode  il  potere  reale  co- 
me Thmù  potente  nelle  panegirie  •  . 

Checché  si  giudichi  di  questa  dichiarazione,  gli  obelischi  di  Luqsor  si 
levano  ad  una  altezza  di  sessanta  o  settantadoe  piedi  • —11  loro  peso  è  di  quat- 
tro mila  cinquecento  quintali  incirca. 


VIAGGIO 


401 


Passato  gli  obeibchi,  e  il  pilone  ornato  di  sculture  militari,  giungevi  al 
palazzo  stesso  di  Luqsor,  che  contiene  nell'  interno  dugento  colonne  di  svariala 
grandezzate  quasi  tutte  intatte  :  il  diametro  delle  più  grosse  va  fino  a  dieci  pie- 
di .  Del  rimanente ,  In  uluna  parte  quanto  in  questo  edifizio  è  maggior  il  caos 
delle  mine  :  conviene  appartarsi  per  così  dire  da  ciò  che  si  vede ,  per  ricostruir 
col  pensiero  quell'insieme  di  iMiIagi  inseriti  l' uno  nell*  altro ,  che  non  dovevano 
aver  regolare  ordine  di  alcune  sorta .  Uscendo  da  que'  vasti  edifizi ,  giungasi 
sopra  un'altura  artefatta,  che  formava  In  antico  tutt'un  quartiere  di  Tebe.  Qua 
e  là  mostransi  ruderi ,  piedistalli  ed  avanzi  di  sfingi .  —  Come  11  peregrino  più 
si  fa  presso  a  Kamak,  e  più  si  moltipllcano  qua'  frammenti;  fino  a  che  in  Kar- 
nak stesso  appaiono  intere  sfingi,  con  corpi  di  lioni  e  con  teste  di  donne.  E  per- 
ciò da  Luqsor  a  Karnali,  che  è  quanto  dire  per  una  lunghezza  di  mille  venti- 
sei  tese ,  distendesi  un  adito  che  ha  dovuto  noverare  più  di  seicento  sfingi  1  !  1 
Perehè  il  terreno  contenuto  tra  questi  due  ordini  di  ruine  è  suggetto  anclie 
oggidì  alla  inondazione ,  convien  credere,  che  in  antico  questo  adito  nelle  ri- 
correnze delle  inondazioni  fosse  un  canale,  ed  un  passaggio  nell' abbassii mento 
delle  acque.  Una  deviazione  del  viale  delle  sfingi,  conduce  ad  un  altro  viale  più 
largo  formato  di  arieti  accosciate  poste  su  piedistalli ,  e  terminato  da  un  arcx> 
trionfale.  Tutto  ciò  precede  duo  tempii ,  l'uno  di  architettura  massiccia  de- 
signata dalla  impronta  nera  ed  opaca  del  suo  colonnato;  l'altro,  piccioleito , 
consagrato  ad  Iside,  notabile  pel  piacevol  colore  della  pietra,  e  per  la  leggia- 
dra finitezza  delle  sue  sculture . 

Intanto,  se  ritorniamo  sulla  riva  sinistra  del  Nilo ,  altre  maraviglie  ci  si 
appresentano .  E  prima  l'ippodromo  di  El-Aqaltéh,  che  parve  giustificar 
agli  occhi  di  alcuni  sapienti  il  soprannome  di  HecatompyU  (dalle  cento  {tor- 
te), che  Omero  appone  afia  capitale  tebana  .  Altri  hanno  interpretato  quella 
foce  pelle  porte  dei  vari^quartieri ,  che  allora  sarebbero  stati  separati  secondo 
li  costume  che  dura  ancora  in  alcune  capitali  dei  Turchi .  E  perchè  non  si  è 
veduto  ninna  specie  di  cerchio  che  chiude  la  città ,  v'  è  qualche  fondamento 
per  ammettere  questo  sistema  di  particolari  chiuse,  che  apparteoeano  e  cln- 
geano  I  pubblici  monumenti . 

A  settentrione  dell'  ippodromo ,  poste  sopra  un'  altura  a'  pie  della  catena 
Ubica,  ne  appaiono  le  ruine  di  Uedynet  -  Abu,  confusa  congerie  di  monumenti 
di  tutti  i  tempi  e  di  tutte  le  dinastie  •  Un  picciol  tempio  si  mostra  subito  al 
primo  passo  dei  rottami;  ma  trae  poco  a  se  il  guardo,  c4)lplto  dal  magnifici 
avanzi  di  un  palazzo  di  faraone.  Due  piani,  finestre  quadrate ,  e  muri  coronali 
di  merli,  ci  manilestano  una  costruzione  che  per  nulla  avvicinasi  ai  tempii  con- 
sacrati al  culto .  Egli  è  chiaro  essere  stata  questa  una  residenza  da  monarca, 
ornata  a  mano  a  mano  dai  re  Lagidi  e  dagli  imperadori  Romani .  In  verun  luo- 
go ci  appariscono  più  rappresentazioni  di  battaglie  navali  e  terrestri,  di  corse 
di  carri,  d' iniziazioni ,  di  giuochi  ginnici .  —  Attribuiscesi  la  fondazione  dei  pa- 
lagio a  Rhamsé  •  Melamun  ,  il  più  illustre  guerriero  delle  dinastie  faraoniche, 
dopo  Sesostrl  il  Grande .  Più  lungi  verso  oc^dente,  e  quasi  al  piede  del  monte* 


402  MARCBLLOS 


5l  ammassano  altri  edifici  non  meno  carlod  a  vedere.  Un  aitlfslmo  pilone, 
conduce  In  ana  gran  corte  quasi  quadrata ,  le  cui  gallerie  seUcntrionale  e  m^ 
ridionaleson  composte  di  eoloone  e  di  grossi  plUeri  tetragoni  cui  sono  addosr 
sate  statue  colossali .  Queste  specie  di  cariatidi  danno  al  moonmenlo  un  ap- 
parenza di  gravità  e  di  grandeua ,  cbe  non  può  fine  non  sorprenda  per  maravi- 
glia :  sembrano  ivi  poste  per  indurre  gli  uomini  aè  raccoglimento  e  alla  venera* 
ilone  .—Un  secondo  pilone  termina  questa  prima  corte*  e  conduce  a  un  magnifi- 
co peristilio,  le  cui  gallerie  laterali  son  composte  di  colonne»  e  li  fondo  é  chiuso 
da  un  duplice  ordine  di  gallerie  sostenute  da  altre  colonne»  e  da  pilastri  con  ca- 
riatidi. 

Questo  peristilio,  d  appresenta  le  reliquie  di  tutte  le  religioni  cbe  a  mano  a 
mano  dominarono  nell'  Egitto .  I  cristiani  ivi  riaarono  una  cbl^ ,  dove  f^ono 
ancora  bei  fusti  monoliti  di  granito  rosso;  vi  dipinsero  sulle  pareti  alcuni  bea- 
ti ,  con  l'aureola  intorno  al  capo .  Talvolta»  con  plcriollssimo  mutamento»  per- 
ì  vennero  a  trasfiMmare  in  santi  del  cristianesimo  »  numi ,  eroi  e  sacerdoti  dell'an- 

I         tlco  Egitto  !  Posda  i  maomettani  sopravvennero,  e  vi  fondarono  una  moscbea» 
I         Incidendo  alcuni  versetti  dell*  Alcorano  su  quegli  emblemi  già  meiao  cristiani 
edeglil. 

Uscendo  di  lied)iMi  -  Abù ,  se  si  continui  II  cammino  traodalo  sul  confine 
del  deserto»  metteremo  il  piede  sopra  una  congerie  non  interrotta  di  statue 
infrante»  di  tronconi  di  colonne •  e  di  frammenti  d'ogni  maniera  ;  poscia»  dalla 
sinistra  delia  via»  s'incontrano  a  fior  di  terra  fondamenta  di  mattoni  erodi  » 
che  un  tempo  formavano  un  ricinto  rettangolare»  Ingombro  tuttora  di  avanzi 
di  colossi  e  di  membra  d'architettura»  tutti  screziati  di  gerogllfld  :  queste  son 
le  reliquie  di  un  edlfiilo  rainato  fin  dalle  fondamenta.  A  man  diritta  della  via 
stessa  »  il  guardo  si  ripota  sopra  una  fola  bosc^lia  di  acade»  la  cui  venura  la 
contrasto  con  l'aridità  dei  suolo  che  le  circonda .  Ivi  si  ritrovano  ancora  antichi 
r'masugli ,  e  bracda  e  gambe  e  torsi  di  statue  di  grandi  proporzioni.  Tutti  que- 
sti colossi  erano  monoliti,  o  di  marmo  o  di  granito, nero  o  rosao  $  etami  son  es- 
dche  basterebbero  a  fora  ornamento  aduna  oonsMerevoI  dtlà .  Sui  luoghi  stes- 
si» tronchi  di  colonne  rasente  il  suolo»  dinotano  che  Ivi  levò  il  capo  un  tempio 
od  un  palagio  «  In  quel  dicuito»  ed  all'estremità  dd  bosco  di  acade»  d  si  fan- 
no Innanzi  le  rulne  dd  Jfemnoniè  .od  Amenofio  di  Tebe ,  co' due  coloari  che 
sono  quasi  I  suol  indicatori. 

•  Figuriamoci»  dice  Champolllan  il  giovane,  uno  spazio  di  drca  mille  ot> 
tocento  piedi  di  Innghezu  »  livellato  dalle  consecutive  mefane  delie  Inonda- 
aloni  »  coperto  di  lunghe  erbe»  la  cui  soperfide  franata  In  nmttl  punti  lascia 
però  ancora  intravedere  ruderi  d' archliravl  »  parti  di  colossi  »  fusti  di  cokmne» 
e  frammenti  di  grandissimi  basdrillevi  che  II  limo  fluviale  non  ha  ancora  rico- 
perti »  né  ascosi  per  tempre  al  curioso  peregrino,  ivi  si  videro  più  di  dldotio 
coiotfti ,  I  più  picdoli  de*  quali  avevano  venti  piedi  d' altezza  :  tutti  questi  mo- 
noliti di  varie  materie»  furono  spezzati  »  e  le  loro  membra  gigantesche  si  in- 
contrano disperse  qua  e  là  »  le  une  al  paro  dd  suolo  »  le  altre  d  fondo  degH 
scavi  eseguiti  dd  moderni  investigatori .  Su  que'  resti  mutilati ,  leggonsi  1  nomi 


VIAGGIO  403 

d' uD  grao  nuinero  di  popoli  asiatici,  de'  quali  vedevaiui  i  capi  ridotU  in  ischia- 
vltà,  circondar  la  iMse  di  que*  colossi  medesimi  rappresentanti  il  lor  vincitore , 
il  fSvaone  Amenofl,  terzo  di  questo  nome,  quegli  che  I  Greci  vollero  confondere 
con  II  Memnone  de'  loro  miti  eroid . 

•  Verso  l'estremità  delle  mine,  ed  al  lato  ai  fiume,  s'innalzano  ancora  a 
dominar  la  pianura  di  Tebe ,  I  due  famosi  colossi  di  circa  sessanta  piedi  d'al- 
tezza, l'uno  de'  quali,  quello  da  settentrione,  gode  di  tanto  grido  sotto  il  nome 
di  eoU>sso  di  Memnone  ;  formato  ciascuno  d' un  sol  blocco  di  breccia  bigia, 
trasportata  dalle  care  della  Tebakie  superiore,  e  locati  sopra  Immense  basi 
delia  stessa  materia,  rappresentano  l' uno  e  l' altro  im  faraone  assiso,  con  le 
roani  diste<e  sui  ginocchi  in  atto  di  riposarsi .  Le  iscrizioni  gerogliflche  non 
lasciano  alcun  dubbio  sulla  natura  e  sul  grado  dei  due  personaggi .  La  Iscri- 
zione del  dossiere  dice  letteralmente  cosi  :  •  11  possente  Areori,  il  moderator  dei 
»  moderatori,  Il  sole  re.  Il  signore  di  verità,  il  figlio  del  sole ,  ecc.  Amenofi,  Il 

•  bene  amato  di  Ammon-Rà,  ha  eretto  queste  costruzioni  ad  onore  dei  padre 

•  suo  Ammone  ;  gli  ha  dedicato  questa  statua  colossale  in  pietra  dura,  ecc.  » 

•  Questi  due  colossi  decoravano,  secondo  ogni  apparenza ,  la  fronte  ester- 
na del  prindpai  portico  dell'  Amenofio ,  e  nonostante  lo  stato  di  rovina  in 
che  la  barbarie  o  il  fanatismo  han  condotto  quegli  antichi  monumenti,  puos- 
si  giudicare  della  eleganza ,  dell'  estrema  accuratezza  e  della  elaborazione 
che  si  era  posta  in  eseguirli,  da  quelle  du9  figure  accessorie  che  formano  l' or- 
namento della  parte  anteriore  del  trono  di  ciascuno  di  que*  colossi.  Consi- 
stono queste  In  simulacri  di  donne  ritte  In  piedi ,  scultl  nel  vivo  di  ciascun 
monolito,  ed  alti  non  meno  di  quindici  piedi .  La  magnificenza  della  loro  ac- 
conciatura del  capo ,  e  le  ricche  parti  de'  lor  vestimenti ,  si  concordano  ap- 
pieno col  grado  de'  personaggi  che  vogliono  ricordare.  Le  iscrizioni  geroglifiche 
intagliate  su  queste  statue,  componenti  In  certa  gui<a  I  piedi  anteriori  del  trono 
di  ciascuna  f tatua  di  Amenofi,  e'  insegnano  che  la  figura  da  sinistra  dimostra 
la  regina  madre  del  faraone  rappresentato,  e  la  figura  a  destra  la  moglie  sua  > . 

I  due  colossi  dCquaH  ha  testé  favellato  il  Cbampolllon*,  sono  chiamati 
In  quelle  parti  Toma,  e  Chamaf  Chama  è  li  colosso  meridionale ,  Toma  11 
settentrionale .  ^Queste  due  statue  trovansl  in  grande  scadimento .  In  quella 
meridionale,  la  intera  faccia  è  scomparsa  ;  la  settentrionale  fu  rotta  per  mezzo  ; 
la  parte  superiore  fu  rifatta  di  vari  brani  -,  la  inferiore  é  d' nn  sol  pezzo  mol- 
to e  ben  conservala  .  A  ragione  del  riahEamento  del  suolo ,  I  piedistalli  trovami 
sepolti  In  parte  nella  poltiglia  del  Nilo:  ma  ad  onta  di  ciò,  le  sUtue  levansl 
ancora  quarantotto  piedi  dalla  base  alla  cima,  ai  quali  agjtlugnendo  dodici  pie- 
di  pel  piedistallo,  la  totale  altezza  novera  sessanta  piedi  :  la  larghezza  nelle 
spalle  é  di  piedi  diciannove .  Ogni  piedistallo  computasi  dugento  sedici  metri 
cubici ,  e  pesa  cinquecemo  clnquanlasei  mila  novantatrè  chilogrammi  :  ogni 
statua  mooolita  contiene  dugento  novantadue  metri  cubici ,  e  pesa  settecen- 
to quarantanoive  mila  ottocento  novantanove  chilogrammi  ;  di  guisa  che,  ogni 
piedistallo  ed  ogni  colosso  imiti  insteme,  peserebbero  un  milione  trecento  dn- 


404  li  A  R  C  B  L  L  U  S 

que  mila  novecento  novantadue  chilogrammi  (Tale  a  dire,  ventisei  mila  quin- 
tali, più  una  frazione).  La  base  del  monoliti  è  circondata  da  una  fascia  di 
geroglifici  ;  il  piedistallo  su  cui  stanno  assisi  convertesi  in  un  seggio  onde  la 
spalliera  giugne  fino  all'altezza  del  capo .  In  sul  davanti  dello  sgabello,  da  ogni 
parie  delle  gambe,  e  nel!'  Intervallo  che  le  separa,  sono  statuette  Isiache ,  ed 
Immagini  in  rilievo,  ritte ,  ed  assai  malconce  . 

La  statua  settentrionale  ha  di  singolare  una  gran  serie  d' Iscrizioni  gre- 
che e  latine  che  ricuopronle  le  gambe  e  I  piedi .  Ne  sono  state  annoverate  fino 
a  settantadue ,  tutte  posteriori  al  conquisto  del  Bomanl .  La  più  gran  parte 
spetta  al  regno  di  Adriano  ;  e  Sabina  ,  moglie  di  questo  Imperadore  è  nel  nu- 
mero di  que' creduli  pellegrini,  che  segnarono  11  nome  loro  sul  piedistallo.  Qua- 
si tutte  queste  iscrizioni  dicono  ,  che  lo  scrivente  ha  udito  la  voce  del  Santo 
Meninone  ;  che  Memnone  gli  ha  distintamente  favellato . 

1  dotti  moderni  hanno  interpretato  In  varia  sentenza  codesta  voce  della 
celebre  statu  i .  Alcuni ,  con  Roplères,  credettero  ivi  riconoscere  un  effetto  di 
acustica  che  pareva  rinnovellarsi  anche  nei  piccioli  appartamenti  di  Karnak:  al- 
tri poi  non  vi  scorsero  che  una  Impostura  sacerdotale.  —  Non  meglio  si  concor- 
dano in  definire  chi  fosse  il  Memiione  del  colosso  settentrionale;  gli  uni  vi  tro- 
varono Il  Memnone  greco ,  ma  gli  altri ,  e  Campollìon  II  giovane  con  essi ,  ne 
han  fatto  il  Memnone  egizio  o  Amenofi.,  principe  etiope  che  regnò  su  que'  po- 
poli per  cinque  generazioni . 

li  palazzo  atliiiuo  a  questi  colossi  portava  II  nome  di  Memnonlo .  Più  lungi 
é  qyel  che  si  chiama  la  tomba  di  Osimandia ,  con  la  sua  statua  colossale  In  gra- 
nito, sulla  quale  si  leggeva  la  iscrizione  seguente  :  Io  sono  Oeinuindia,  re  dei 
re  I  se  alcuno  vuol  sapere  ehi  io  mi  sia  e  dove  io  riposi,  distrugga  alcuna 
delle  opere  mie ,  Questa  statua  monolitica ,  le  cui  proporzioni  si  ravvicinano  a 
quelle  dei  colossi  suddetti ,  differisce  da  essi  per  la  materia.  Non  è  già  di  pie- 
tra bigia,  ma  di  uno  stupendo  granito  di  Slene . 

A  maestrale  del  sepolcro  é  un  plcelol  tempio  d' Iside,  elegante  e  grazioso  ; 
poi  nel  fianco  stesso  dei  monti ,  si  apre  una  di  quelle  siringhe  celebri  nell'an- 
tlchità ,  labirinti  di  pozzi  e  di  caverne  profonde .  Più  oltre ,  due  frammenti  di 
statue  in  granito  nero,  indicano  l'adito  di  KamalL ,  dove  si  trovano  gli  avanzi 
di  un  palazzo,  che  pare  essere  stato  dimora  reale.  Il  suo  portico,  formato  d'un 
solo  ordine  di  colonne,  ha  più  presto  apparenza  di  non  essere  mal  stato  com- 
piuto che  d'essere  andato  in  mina .  Salendo  sull'  argine  dei  palmizi ,  che  corre 
da  Karnak  alle  rive  del  fiume,  trovasi  in  una  profondità  quadra  che  fu  aperta 
dalla  mano  dell'uomo,  un  gran  numero  di  aperture  scavate  nel  vivo  sasso. 
Nell'interno  si  dispiegano  duplici  e  triplici  gallerie  di  vaste  camere  sotterranee , 
popolate  d' Arabi  trogloditi . 

Ecco  tutto  quel  cheé  la  Tebe  de  nostri  giorni .—  Dall'alto  delle  libiche  ci- 
me, tra  quella  pianura  un  di  si  frequente  di  popolo  e  11  deserto  monotimo  della 
Libia ,  r  occhio  é  percosso  da  un  magnifico  spettacolo  di  questi  opposti  aiti . 
Il  guardo  piomba  giù  diritto  sul  Memnonlo  e  sul  palagio  di  Osimandia.  A  stan- 


VIAGGIO  405 

ca  è  il  tempio  di  Qurnah  ;  a  destra  le  due  statue  colossali  ;  più  lunge  Me- 
dynet-Abu  si  appresenta  col  suo  palagio  a  due  plaoi,  co 'suoi  grandiosi  por- 

I  tici  e  coi  suo  magnifico  ippodromo  ;  dall'altra  parte  del  Nilo,  Kamak  dispiega 

1  suoi  colonnati ,  Luqsor  i  suoi  obelischi  ;  e  il  Nilo  scorrendo  per  lo  metzo  a 

'  queste  meraviglie  d'architettura ,  rompe  l'insieme  del  quadro  con  lavenura 

delle  sue  isole  e  il  color  giallognolo  delle  sue  acque . 

Tra  quelle  heillsslme  prospettive,  l' inwiaginazione  veramente  sublimasi  al- 
le memorie.che  questi  luoghi  inspirano.  —  Ohquai  fonte  di  pensieri  e  di  aflètti 
rerondlsslml  !  —  Quelle  pietre  rovesciate ,  que'  brani  di  granito ,  que' fusti  di 
colonne,  que' colossi  sfigurati,  erano  ornati  palagi,  templi  regolari,  statue  di 
bellissime  proporzioni  !  —  Quella  pianura  sterile  a'giorni  nostri  ondeggiò  di 
messi  copiose;  e  quei  rlclnto  abitato. dagli  sciacali,  brulicò  d'uomini  !— Co- 
li dove  oggi  tutto  é  muto,  udlvasi  un  tempo  il  frastuono  delle  turbe,  lo  si  ri- 
der delle  carra ,  e  tutti  que*  suoni  strani  e  confusi  cheuscivan  dal  seno  di 
una  indiistre  città  I  —  In  quel  luogo  stesso  ove  regna  il  nulla ,  il  commercio 
aveva  introdotti  ricchissimi  traffici;  colà  ,  in  quello  spazio  di  quattordicimila 
metri  ove  oggidì  sono  appena  pochi  villaggi ,  distendevasi  la  città  di  Tebe , 
maravigllosa  metropoli  delle  arti .  regina  dell'  antico  incivilimento  I 
Qual  subbieito  di  vaste  e  malinconiclie  riflessioni  !  1  ! 
Ciò  basti  per  farsi  idea  delle  meraviglie  della  Natura  e  dell'  Arte  in  KgiUo  . 

i 

A  levante  della  lunga  valle  del  Nilo,  fra  la  striscia  fertile  di  questa  con- 

!  trada  e  la  riva  del  Mar  Eosso ,  o  meglio  Golfo  Arabico,  è  un  deserto  di  sasso 

scabro  e  arido  :  pochi  siti  od  oasi  di  questo  deserto  sono  abitabili  ;  nulladlme- 
no  a  riva  il  mare  fu  la  città  di  Berenice,  fondata  dai  Tolomei,  e  Cunosa  pel 
ricco  commercio  che  faceva  coli' Arabia  e  coli'  India .  Il  celebre  nostro  inlati- 
gabile  Belzoni  ne  scoperse  il  sito,  che  crasi  da  molti  secoli  dimenticato,  e  ne 
descrìsse  i  monumenti . 

Ma  le  più  grandi  e  beile  oasi  d' Egitto  sono  a  ponente  nel  mezzo  al  deserto 
Ubico,  composto  di  arene,  di  ghiaie  e  di  sale  ;  e  la  più  celebre  di  esse  è  la  oasi 
di  Sivah ,  delia  quale  Maometto  Ali,  presente  signore  dell*  Egitto,  ne  fece  la 
conquista  circa  il  tempo  del  viaggio  dei  visconte  di  Marcellus ,  come  dal  testo 
del  medesimo  rilevasi  :  laonde  ne  sia  concesso  dire  intomo  ad  essa  brevi  pa- 

\  role. 

L'oasi  di  Sivah  o  Syuah  (recentemente  visitata  dal  Belzoni  e  dai  Caillaudl  ) , 
ove  fu  l' antico  Ammonium  o  tempio  di  Giove  Ammooe ,  celebre  pei  suo  ora- 
colo ;  questa  oasi ,  una  volta  sì  frequentata  e  bella ,  ora  non  ha  che  una  popola- 

i  zione  di  due  mila  Arabi  feroci ,  sospettosi  ed  intolleranti ,  e  non  presenta  che 

ndne  :  qualunque  straniero  che  Innanzi  la  conquista  degli  Egizi  capitava  pres- 
so di  loro,  venia  considerato  qua!  nemico .  —  Ad  un  quarto  di  lega  dalla  borga- 
ta attuale ,  la  cui  unica  riccbezza  consiste  nel  commercio  dei  datteri ,  vedesi  il 

I  monumento  di  Qtim-el-Beydah,  che  credesi  l'antico  tempio  di  Giove  Am- 

mone   egli  è  costrutto  di  enormi  pietre,  ed  è  (a  quanto  asseriscono  il  Drovet- 


IV.  52 


406  MARCHLLUS 

U ,  ii  Minuloll ,  ed  II  Ciillaud)  onnlo  41  iciihuTe  «erogUache ,  oone  i  tenpB 
esizUnl  :  ia  statua  del  Dio,  falla  di  sneraldo  e  adonu  di  altre  pietre  prerfwe , 
ebbe  foma  di  caprodalla  letta  Infino aDa  nctà  del  corpo.  — Ad  un  ailgllo dal- 
le rovlae  del  tempio  di  Gtore  Ammeii»»  Ai  dal  Belaonl  ritvoTata  in  un  boaoo 
di  palmlEl  la  meravigillosa  FonCona  <MSofo,  doiau  ancora  della  proprietà  di 
alternare  acque  fredde  il  glotno  e  tepide  la  notte ,  fenomeno  che  la  rese  oe- 
letMre  :  ed  In  una  colNna  vicina»  tnrranfi  vaMe  oatnoombe»  neHe  quali  gii  Arabi 
aonosl  scavate  le  abitazioai . 

il  commercio,  e  la  religione  die proleggcvalo ,  lecer  la  riocheza  e  la  ffanu 
di  questa  isola  di  verdura  In  meuo  ad  un  mare  di  sabt>le  aride ,  infàocaie  e 
deserte  :  —  occorrerà  ricordar  ^ì,  die  Alessandro  Nagno ,  conquistalo  In  filila 
e  rsgitto  ToMe  attraversare  il  deserto  di  UMa.per  sacrUicare  e  tributare 
omaggi  a  dove  Ammone? 

Questo  delle  oasi  :  ora  torniamo  ali*  Egitto  preprtamente  detto . 

Dopo  lami  anni  di  barbarie  e  di  mine,  ornai  questo  famoso  paese  riaoiige. 

Per  più  di  due  secoli  il  «enio  dell' Ocddenie  fa  tutto  intento  ad  InchrlBre 
Il  Nuovo  Mondo  :  ma  oggi ,  cbe  mira  sa  quel  vastissimo  Contlncme  aselcuraio 
r effetto  delle  opere  sue  meravigliose»  Ivi  fiorendo,  come  per  Incanto,  giovani 
sodctà ,  e  sempre  phh  salde  radici  ponendo  novdil  Imperi ,  la  instancablln  sua 
indole  Inclvilitricesi  volge  altrove . 

Ora  fissa  ti  suo  sguardo  aflàsdoatora  verso  1*  Oriente:  dopo  aver  popolate  e 
cuHe  le  vergini  sdve  d'America,  egli  s*  aodgne  a  ravvivare  la  terra  delle  mine 
e  delle  memorie;  vuol  restituire  la  dritta  alle  regioni  che  fiirono  la  cuna  del- 
le sciente ,  ddle  lettere  e  delle  aiti ,  e  cbe  sertMno  tanti  monumenti  di  antico 
splendere .  Rollile  impresa  f 

La  sua  opera  rigcneratrice  Incomindò  dall' Egitto. -^ Era  l'Ocddente  tra- 
vagliato da  quelle  fiere  guerre ,  onde  la  storia  meravigliosa  ,  ss  per  mille  con- 
temporanei testimoni  non  fòsse  accertata,  sarebbe  dal  posteri  creduta  finzione 
come  la  mitica  leggenda  delle  kitte  de' Giganti ,  allorché,  inoplnataniente,  una 
Cavilla  deHo  immenso  Incendio  di  cui  tutto  avvampava,  gulzaò  ndla  valle  famo- 
sa del  Nilo  1  —  Al  contatto  di  quello  ardente  fuoco,  come  tocco  da  elettrica 
sdntllla,  subko  l'Oriente  rtaorse  alla  poMIca  ed  alla  storta,  alle  quali  da  molti 
secoli  fu  morto . 

Ecco  In  qual  guisa,  pel  Genio  ddl' Occidente ,  rimase  fècondau  il  germe 
dd  iraovo  Indvtlimento  In  Oriente .  E  da  qudl*  epoca  le  rivoiuiioni  Orlenull , 
ed  1  vicendevoli  rapporti  delle  due  contrade ,  acquistarono  immenso  sviluppo . 

Ornai  l'Ocddente  ha  spiegate  le  insegne  della  conquista,  e  sparai  1  gcnni 
della  civiltà  nella  regione  Atlantica  lunghesso  II  llto  del  Mediterraneo! ...  Tra 
breve  due  suoi  forti  popoli  saranno  per  Incontrarsi  nel  centro  stesso  dell'  AMa , 
nd  luoghi  testimoni  ddle  gesta  merarigliose  di  Ciro  e  d' Alessandra  !  !..  ^  Sul 
Bosforo  la  dttà  di  Costantino  premurosa  accoglie  quanto  le  inclriiite  nado- 
ni  le  porgono  di  gentile  e  di  saggio,  e  ogni  sua  fona  adopraper  risorgrre  ddla 


VIAGGIO  407 

àbieiione  in  cui  fioaUca  barbarie  aveala  gettata!  . . . —  E  più  ad  ostro,  il 
genio  delle  Piramidi ,  svegliato  dal  romore  d*  insolito  moTimento ,  non  crede  ai 
propri  occbi ,  sorpreso  dai  nuovi  prodigi ,  clie  per  le  scienze ,  le  lettere  ,e  le 
arti  d' Europa  ,  giornalmente  operansi  nella  valle  del  Nilo  !  ! 

Fra  questi  prodigi,  ultimando  la  nota  presente ,  io  qui  vo'  citarne  o  lettore 
tre  principallssimi ,  anzi  I  maggiori  cbe  in  fatto  di  lavori  iodustriali  operinsi  al 
presente  nel  mondo  :  —  l*".  Il  perfezionamento  del  canale  Mahmudhiè  per  noi 
i  già  descritto  ;  —  20 .  Lo  eseguimento  in  più  luogbi  di  steccaie ,  chiuse  0  barra 

I  sul  Nilo,  affine  di  dominare  le  sue  acque  ed  economizzarle,  per  cui  il  territo- 

I  rio  produttivo  dell'Egitto  triplicherà  di  estensione,  e  la  sua  fertilità  non  sarà 

più  soggetta  ai  capricci  della  inondazione  annua,  or  troppo  copiosa  d' acque,  or 
troppo  scarsa;  —  3^.  Finalmente  ,  il  canal  diretto  da  Suez  a  Pelusio*,  cbe  ri- 
durrà r  Africa  un'  isola ,  e  unirà  immediatamente  il  Mediterraneo  col  Mar  Ros- 
so! !! ... 


^*^Si^^««- 


4- 
I 


A  T  E  IN  E  (1) 


j  TU»  bk  mollo  variata  la  ma  flsonomla  dal' 
'  l' epoca  del  viaggio  del  vlsconle  di  Harcelliu 
.■'di  niMtri .  Noi  credlimo  Tir  con  graia  al 
'  lettori  di  quest'opera,  riferir  qui  codcIh  ma 
nioe  d-Ain»  Verace  descrlilODe  di  quella  città  famosa,  ri- 
torta dalle  Mie  ceneri  dopo  la  emaDclpaiione  della  Giecla  dal  giogo  turche- 
■co.  Il  confronto  che  per  tal  deMrizIone  potrt  Istituirli  tra  l'Atene  turca  • 
l' Atene  ellenica ,  dliDostreri  eriutdlo  quanto  la  liberti  porga  di  vita  agli  Stati , 
e  come  fuue  duro,  oppiMilvo  e  barbaro  II  uircbe'cn  dominio. 

1  Francete  ad  un  tuo  amico)  teoprlmmo  la  ter- 
M,  pattando,  l'Itola  di  Sfauerla,  Un 


tune  Pilo  patria  di  Nettore,  ed  il  -Mgete ,  un  tempo  luogo  di  tbandlmemo 
(t)  feiU  la  pag.  3<>4 


410  MABCBLLD9 

degli  sventurati  Sparziati  che  nasoeTano  con  qualche  deformità  :  dovunque  si 
incontrino  le  opre  dell'uomo,  trovasi,  anche  in  quelle  che  sembrano  le  più 
perfette,  un  lato  deplorabile:  perché  Licurgo  nelle  sue  savie  leggi  dannò  a 
morire  sur  uno  scoglio  deserto  uontaii  che  la  natura  rendeva  incapaci  a  di> 
fender  la  patria? 

»  Il  28  ottobre ,  alle  otto  della  sera ,  entrammo  in 

Atene. —QuesU  città 

che  non  fu  che  un'  ammasso  di  rovine,  presenta  adesso  un  aspetto  animato  : 
le  strade  sono  guemite  di  botteghe ,  la  maggior  parte  condotte  da  Greci ,  al- 
cune da  Francesi.  Nell'epoca  in  cui  voi  visitaste  la  città  di  lliner?a  fuwi  difil> 
Cile  trovarci  la  minima  risorsa  ;  adesso  ci  vedreste  un  mercato  abbondante,  ed 
osterie  ove  si  è  tanto  ben  trattati  quanto  in  quelle  delle  nostre  città  . 

»  La  nuova  capitale  della  Grecia  di  giorno  in  giorno  si  accresce  ;  le  persone 
che  stanno  due  mesi  senza  vederla  duran  fatica  a  raccapezzarvisi  :  la  ricosim- 
zione  della  città  succede  con  rapidità  sorprendente  ;  non  si  é  mai  cessato  di 
edificare  fin  dal  principio  del  1835  ;  prima  non  erano  ad  Atene  che  una  qua- 
rantina di  capanne  fira  le  macie  . 

»  Nulladimeno,  Atene,  che  si  é  tante  volte  fiitto  prova  di  trarre  dalla  sua 
polve ,  offre  ancora  in  questo  momento  l' imagine  di  una  città  appena  nascen- 
te ;  nulla  Ivi  è  terminato  :  una  graziosa  casetta  comparisce  accanto  a  pezzi  di 
muri  rovinati ,  e  slam  sorpresi  d' incontrare  nel  mezzo  di  una  via  recente- 
mente costrutta ,  un  mucchio  di  antichi  casolari  abitati  da  povere  famiglie  , 
greche .  i 

•  Vi  sarebbe  difficile ,  o  amico ,  seguirmi  in  una  descrizione  drcostanilau 
della  città  risorgente;  non  avrei  da  mostrarvi  ad  ogni  passo  che  troncìii  di  stra- 
de ,  ed  altre  vie  senza  simmetria  formate  da  piccole  botteghe  costruite  in  le- 
gno: per  ora  Atene  non  é  che  un  miscuglio  di  rovine  e  di  case  nuove.  Non  ci  sa- 
no che  due  strade  tiene  allineate ,  quella  di  Eolo  e  quella  di  Hermes  :  la  prima 
comincia  all'  estremità  k>orea  occidentale  della  città  ,  cui  divide  In  due  parti, 
e  va  a  Cut  capo  alla  Torre  de'  Venti ,  che  sorge ,  come  sapete ,  appiè  dell'Acro- 
poli ;  la  seconda  strada  incomincia  alla  porta  del  Pireo,  traversa  quella  d'Eolo, 
si  dirige  alla  volta  di  grecale .  Ma  queste  due  strade  mancano  ancora  di  mol- 
te case ,  e  quelle  che  vi  si  vedono  sono  tutte  Irregolari . 

•  Si  fabbrica  in  Atene  con  poca  solidità  :  se  ne  eccettui  le  dimore  de'  prin- 
cipali personaggi  del  governo ,  e  quelle  de'  rappresentanti  delle  nazioni  del- 
l' Europa ,  tutte  le  altre  sono  da  principio  ablMzzate  in  legno ,  poi  ricoperte  di 
una  terra  nera  clie  serve  di  calce .  On  popolo  che  si  costruisce  cosi  fragili  abi- 
tazioni poco  curasi  dell'  avvenire  :  d' altronde  è  permesso  dubitare ,  che  la 
maggior  parte  di  coloro  che  ricostruiscono  Atene,  sieno  animati  dal  desiderio  di 
fame  una  città  importante  e  durevole . 

•  Veniamo  al  grandi  edlfizi  della  nuova  Atene .  —  Si  gettano  in  questo  mo- 
mento le  fondamenta  di  un  gran  palazzo  pel  re  Ottone  ;  questo  palazzo  è  staio 
cominciato  da  nove  mesi ,  ma  i  lavori  progrediscono  assai  lentamente  *.  manca 


VIAGGIO  411 


(I)  Qacstt  separaiionc ,  facile  a  pretrdcni ,  i  qoMi  picnuneDU  aecacluta .  Nel  1836» 
erairì  in  Atene  nn  corpo  d' escràto  di  quattro  mila  uomini ,  tolti  Bavaresi }  ora  di  qaesto  cor- 
po non  tono  rimasti  che  alcuni  uficiali ,  che  essi  pure  non  tarderanno  a  riprendere  il  can- 
mino  della  loro  patria.  Mei  i836  i  capi  dell'amministrazione  erano  ugualmente  tutti  Bava- 
resi j  ma  ora  sono  rimpiauali  da  Greci.  La  corte  del  re  Ottone  non  componesi  al  ^esente 
che  di  Greci;  il  re  non  ha  conservato  d'uomini  della  sua  natione  che  il  suo  segretario  in- 
timo :  ma  le  dama  di  compagnia  della  regina  di  Grecia  sono  tutte  tedesche . 


i14eoaro  per  accrescere 41  numero  degli  operai.  Frattanto,  Presidenza  aiuialc  del 
re  della  Grecia  rassomiglia  perfettamente.ad  una  casa  borgliese .  —  Uno  spedale, 
tìi  usto  dalla  parte  del  tempio  di  Giove  Olimpico,  sta  per  esser  terminalo  in  questo 
momento .  — 11  mercato  Yien  btto  ove  era  il  ginnasio  d*  Adriano ,  onde  veg- 
gonsl  ancora  belle  reliquie .  —  Accanto  al  mercato  sorgono  una  caserma  ed  una 
torre  meschinissima,  che  lord  Elgln  ha  donata  ad  Atene  per  indefinizarla  di 
tutte  le  opere  d' ingegno  che  le  ha  involate .  Questa  torre  destinata  a  soste- 
nere un  orologio  9  adesso  serve  di  prigione.  —  Del  resto,  le  sante  e  grandi  rovi- 
ne delia  città  d'Atene  sono  rispettate;  non  è  stato  tocco  verun  monumento  per 
fame  materiali  da  costruzione . 

a  La  popolazione  attuale  d' Atene  è  di  venti  mila  abitanti,  quasi  tutti  Gre- 
ci ;  non  vi  si  contano  che  duemila  cinquecento  stranieri ,  onde  la  maggior 
parte  sono  Bavaresi.  L'apatia  e  il  sangue  freddo  degli  Alemanni,  male  si  accor- 
dano col  carattere  vivo  e  volubile  degli  Ellenl  ;  laonde  esiste  fra  questi  due  po- 
poli un'  animosità ,  che  produrrà  senza  dubbio  una  completa  separazione  (i) . 
lo  son  lontano  dai  disputare  ai  giovine  Ottone  le  qualità ,  i  talenti  che  egli  può 
avere  per  regnar  sulla  Grecia  ;  ma  è  temibile  che  l' ingegno  medesimo  di  un 
Pericle  o  di  im  Aristide  non  venga  meno  in  mezzo  a  tante  passioni  diverse , 
e  gusti  sì  opposti  gli  imi  agli  altri ...  | 

•  Credo  non  vi  dispiacerà ,  saper  qualche  cosa  circa  li  Pireo .  —  Pare  che  | 

questo  porto  sia  stato  scavato  da  che  lo  vedeste;  poiché  in  quell'epoca,  voi  j 

dite,  le  barchette  sole  potevano  approdarvi,  mentre  adesso  ogni  sorta  di  navi , 
eccetto  i  vascelli ,  vi  possono  gettar  l' àncora .  Avvi  dell'  attività  in  questo  Pi- 
reo altra  volta  sì  celebre,  e  per  tanto  tempo  sì  solitario.  Vi  furono  costrutte  in  \ 
gran  numero  case  più  belle  e  comode  di  quelle  d'Atene.  Il  governo  ha  venduto 
una  parte  del  terreno  dei  Pireo  agli  abitanti  dell'  isola  di  Chio ,  che  sono  quasi 
tutti  commercianti  ;  ed  i  Chioti  non  tarderanno ,  dicesi,  a  venire  a  metter  ma- 
no all' opra ,  per  far  rivivere  il  porto  creato  da  Temistocle.  La  strada  che 
conduce  dai  Pireo  ad  Atene  è  tenuta  bene  quanto  le  nostre  più  belle  vie  di 
Francia;  questa  si  rada  traversa  il  gran  bosco  d'olivi  da  voi  conosciuto.  —  A 
diritta  degli  avanzi  deila  famosa  muraglia  che  riimiva  il  Pireo  alla  città  di  Hl- 
nerva ,  sorge  un  sepolcro  di  marmo  eretto  alia  memoria  di  Karaislcakis ,  gene- 
rale greco,  ucciso  nella  battaglia  d'-Atene  del  1827.  >-  Il  Cefiso  non  e  stato  di- 
menticato nelle  nuove  restaurazioni  ;  il  suo  letto  fu  scavato  con  cura ,  e  le 
acque  di  questo  fiume  poetico  scorrono  pacificamente  infino  al  mare . 


412  MABCBLLUS 

•  Che  posso  io  dirvi  degli  antichi  rooDamentl  della  città?  Basi  non  hanno  sof- 
ferta veruna  degradazione  da  che  li  avete  veduti  ;  esistono  tuttora ,  e  sembrano 
sfidar  gli  Ateniesi  del  nostri  giorni  d' innalzare  monumenti  che  possano  ugoa- 
gliarli  In  bellezza  e  durata.  -^ Vorrei  però,  tuttavia,  parlarvi  deirAcropoli,cho 
la  vostra  mala  sorte  v*  impedi  visitare  nel  1830;  ma  una  descrizione  completa 
delle  belle  rovine  che  questa  cittadella  racchiude ,  sarebbe  troppo  superiore 
alle  mie  forze  ;  laonde  mi  limiterò  ad  un  rapido  sguardo  . 

>  Avanzandosi  verso  r  Acropoli ,  l'Imaginazione  è  colpita  dalla  fisonomla 
diversa  di  tutte  quelle  fortificazioni  mezze  disfatte;  quante  nazioni  son  per  coU 
passate  !  Le  fortificazioni  elleniche ,  blsantine ,  francesi ,  veneziane ,  turche  , 
mescolano  insieme  1  loro  avanzi  :  tutti  I  popoli ,  tutte  le  età  si  trovano  In  mez- 
zo a  queste  rovine.  —  Il  governo  ha  Intrapreso  degli  scavamenti  nella  citiadelta; 
e  sono  già  slate  trovate  delle  urne  lacrimatorie,  dei  vasi  contenenti  ossa  umane, 
un'  Infinità  di  statuette  di  divinità  in  marmo  ed  In  metallo.  I  Propilei  sono  an- 
cora Ingombri  dal  materiali  di  una  batterla  turca ,  ma  diversi  operai  lavorano 
a  portar  via  le  macie  :  le  sei  belle  colonne  d' ordine  dorico  che  sostenevano  il 
frontespizio  di  quel  monumento  saranno  quanto  prima  messe  allo  scoperto  ; 
altre  colonne  dello  slesso  edifizio  compariscono  a  livello  della  terra  :  In  poco 
tempo  si  potranno  contemplare  i  magnifici  avanzi  del  gran  vestibulo ,  che  for- 
mava l'ingresso  dell' Acropoli.  — Si  ripara  II  tempietto  de/la  Vittoria  senx*ali, 
che  sorge  accanto  ai  Propilei . 

•  Ma  non  può  farsi  gran  caso  delle  rovine  da  me  citate,  allorché  si  ha  davanti  il 
Partenone.  Non  starò  a  dirvi  che  questo  monumento  fu  innalzato  sotto  l'am- 
mlnlstrazion  di  Pericle;  che  Fidia,  incaricato  della  soprintendenza  dei  lavori  pub- 
blici ,  convocò  i  primi  maestri  dell'  arte  per  lavorare  al  tempio  di  Minerva  : 
non  vi  rammenterò  altro  ,  che  II  Partenone  sussistette  nella  sua  totalità  fino  al 
1687,  epoca  In  cui  le  bombe  de'VenezIani  lo  distrussero  in  parte*.  — sono  que- 
ste tali  cose  che  si  riscontrano  nei  libri ,  e  voi  le  Stipeie  meglio  d' ogni  altro . 

»  Dopo  1  guasti  della  guerra  e  le  spoliazioni  di  lord  Elgio,  il  tempio  di  Mi- 
nerva conserva  ancora  trentasei  colonne ,  e  buona  parte  della  cella  o  corico  del 
fabbricato .  L^na  ignobile  moschea ,  or  convertita  in  museo ,  trovasi  nel  mezzo 
dei  grandi  avanzi  del  più  bel  tempio  che  giammai  esistesse  !  —  Per  quanto  de- 
gradato egli  sia,  il  Partenone  dice  ancora  all'  imagi  nozione  ciò  che  egli  fu  nella 
sua  origine:  nulla  di  più  imponente,  di  più  solenne  delle  rovine  del  tempio  di 
Minerva!  Innumerevoli  frammenti  d'architettura  giacciono  attorno  al  mo- 
numenlo  :  fra  questi  pe^zi  di  marmo ,  onde  ciascuno  porta  l' insegna  dell'  in- 
gegno ,  si  trovano  gli  avanzi  del  fregio  esterno  della  navata  ;  sono  bassi  ri- 
lievi rappresentanti  una  processione  in  onore  della  dea  Minerva.  Sull'archi- 
trave del  frontespizio,  che  guarda  il  monte  Imetto,  vedesi  ancora  il  segno  degli 
scudi  di  oro  che  vi  erano  stati  appesi  nel  corso  delle  guerre  e o'Modi  ;  od  1  trion- 
fi degli  Ateniesi  contro  I  Persi ,  scolpiti  dalla  mano  di  Fidia  sullo  stesso  archi- 
trave, sono  ben  conservati . 


VIAGGIO  413 

»  Ron  loBgl  ériPwtiaflm  s'tamtln  II  doppio  lonpio  d'Sietteo  e  di  UneiTa 
MMe;iinMggDOMifeoolQinediqMilo«diflrio^«Maod*oidiMloidco;^ 
é  pia  gmloMHpià  ddkcalo  di  cne;  gH  aniiWMitl  d'woUiilliin  di  quoto mo- 
■UMBlo  SOM  di  mi  flwm  aaminliUe .  dna  parte  del  poctieo  dd  tempio  di 
BraHeoéioileBaladaqultiocarioUdls  dottt  antiipiari  pretoidoaD  cner  qae- 
ito  U  solo  iBQiiBineiif  aotloo  oada  U  oondclOBe  ala  aosleoiito  da  cartalidl.  Ap- 
piè deU'AeMpoM,  a  adloooo,  àmt  ile  d'arcale^  e  Itaonenti  di'  gradini»  Indi- 
caao  gli aUml  avinal  ddl'Odeone» coatralto daEiode  Attico. 

•  m  avete  domandalo  novità  dell' UbM:  olmèt  egli  é secco;  ernie  stalo 
por  detto  che  MmslavldvedaUaoquadagvanteaapo.~-Però,se  riUsaoèdls- 
aBocMiyiertaooal  vlagglaloremolleallie  COM  anilGlM  da  ammirare  :  Atena 
non  hapenliito  ogni  sua  gloria. 

»  Non  pooio  rivolger  gB  sguardi  mM  dal  vemstl  momuMntl  della  dttà  di 
Pericle.  Cbl  potrebbe  con  IndUferenia  vedere  le  opera  d' ano  del  popoli  pU 
briUantl,  pia  IngBgwMl  dd  mondo  antico?  Non  esco  mal  dalla  casa  che  oc- 
cnpOy  aenu  volgare  involontariamenle  I  miei  pasri  Ter  qneila  patte  della  clltA 
ove  sono  il  tempio  di  Teseo»  la  rupe  dell' Areopago  »  la  prigione  di  SocrMe»  e  la 
tribuna  delle  arringhe  scolta  nel  masso.  Quel  tempio  di  Teseo ,  cosi  bsn  con- 
aervatOy  cosi  elegame  e  perfslto  nel  suo  Imieine»  d  ranusenta  come  11  popo- 
lo ddr  aulica  Atene  foaie  suscettibile  di  nobili  sendmenU,  di  patftotUco  entu- 
siasmo: corse  voce  essere  stata  veduta  l'ombre  di  Teseo  combattere  ndle  file 
ddl'eserdto  greco  contrai  Persiani,  e  di  presente  II  figlio  di  miriade  »  secondo 
gU  ordini  ddl'oracolo ,  recò  dall'isola  di  Sdro  le  ossa  dell'eroe  a  cui  Atenedo- 
veva  la  sua  prima  potenaa,  e  la  narione  gì' bmalzò  un  tempio  abbdttto  dalle 
Arti  !  Passo  delle  ore  intere  assiso  sulla  tribuna  dd  Putì  rii^eosando  al  tempi 
In  cui  un'  immensa  moUltudIne  •'agitata  dal  timore  di  vedere  i  suol  lari  usur- 
pati, asooliava  colà  su  (fucila  plana  ore  deserta  gli  Immortali  dlsoonl  di  Do- 
mostene.  La  Grotta,  prigione  che  vide  morir  Socrate  vittima  ddl' Ingiustlria 
de' suoi  condttadlnl ,  comparisce  a  cento  passi  dd  Pulì  :  di'  aspetto  dd  luogo 
ove  quel  grand' uomo  cessò  di  vivere,  Innalaando  la  sua  anima  a' più  alla 
Idee  di  morale  e  di  filosofia  cui  potè  arrivare  lo  spirito  uasano  avanti  che  Dio 
avesse  dalo.d  mondo  il  sublime  cristianesimo,  siamo  cotti  da  sentimenio  tri- 
sto e  religioso  ! 

»  Andammo  ad  EleusI,  In  compagnia  dd  principe  Cantacuacnoedl  Argl* 
rapalo,  giovani  appartenenti  a  due  ddle  primarie  famiglie  ddla  Greda. 
Quattro  ore  di  canunino  conducono  da  Alene  ad  Eleusl.  Dopo  un'ora  di  strada 
arrivasi  al  monastero  di  Dalne,  costrutto  sulle  rovine  dd  tempio  di  Apollo. 
Questo  monastero  è  situato  fra  due  montagne  altra  vdia  coperte  di  pini  1 1  gua- 
sti delle  guerre  moderne  le  hanno  spogliate  d'ogni  verdura.  Presto  vedemmo 
Il  cand  di  Salamina,  luogo  celebre  pelle  vittoria  dagli  Ateniesi  riportata  con- 
tro i  Persi:  ci  fti  mostratala  punta  ddlo  scoglio  dove  Serse  si  assise  durante  il 
combattimento . 


IT.  53 


414  MARCBLLUS 

•  Seguendo  la  riipft  dello  itraito,  vedefuno,  ad  liiCer?ani,fU  «finii  della  ria 
iaera, strada  fctiato  neloiaii»»  evtiIrleoaoieoiiOBMeta  le  totale  Ab' car» 
ri»  Colà  è  II  macello  an  teaipo  taero  a  Caroto,  oado  l'aera  non  tertlfa  dia 
agK  Hit  della  Inlilailoiie  al  enlto  d^  bmoa  dea.  Uplaiiota  d'EleosI  è  aqoal* 
lida  e  deserta;  noli  eoasirfacbe  deboli  traeoa  de^  nKwaaKatl  eke  la  toHgkNio 
de'Gted pagani  ?i  aveta  inoalaMl.  AU'esCfemità  della  plannta,  oMetionlI 
le  roYlne  di  un  acquedotto  roanaoo.  Il  Tttlagi^  d'Bleuily  detto  Ufèina  dal 
Gred  d'oggigiorno,  apparlMo  sttrutteBdoenaa^  Innenoa  iBpdni  mbo 
i^ni  qoà  e  le  pead  di  manno  lenaa  tcoltvre,  e  tfoMM  di  eolottie  por  metà 
•ottetrate  :  questo  é  quanto  rimane  dd  liMBoioteaiplo  di  Cetete.  editarono 
celebrate  le  più  laaponaitt  otrimeole  dell' aUtehltà  paganar,  dico  l'auote  del» 
r Itinerario  ( Chateaubriand)  :  e  se  è  Tero ,  die  ad  loto  gfOMll  ntaiert»  t 
geiobnti  abbiano  tasegaaCo  ad  Bleiul  l'uM  di  Blo,  questo  fango  deve  t»- 
Mrsl  come  11  pM  rispetublle  della  «roda. 

»  Per  la  tla  d'Bloud  lo  Chateaubriand  fèee  11  suo  Ingicooobi  Alene  s  oom^ 
ptendo  tutu  renoaloae  ebe  la  sua  aninu^  dovette  pvovate ,  quando  la  dttAdl 
Geerope  apparve  d  suoi  oechi;peldiè  da  neosanr  alita  patte  eBa  odhi  od  pM 
bdio  spettacolo^  Ritornando  ad  Atene  ieri  l'dtro,  d  rtam»  irovau  hi  vista  deHu 
dttà  alle  quactto  pemerldlane?  ero  una  di  quelle  belle  serale  d*  omiinno  ceni 
eomuni  ndl^  Atticat  il  sole  tramontava  sotto  un  puro  oriuontoi  I  sud  uhlnd 
raggi  d  rilleitevano  sui  frouosspialo  e  svile  colonnodd  Partebonos  non  vkB 
md  cosa  più  betta  in  viu  mia .  immaginatevi  il  tempio  di  Wnerya,  tlspleii*^ 
dente  sotto  miHe  colori  dorati ,  che  sembri  muoverai  e  tremolare  atti  everso  e^ 
littl  di  iucod'  ogni  aspdto ,  oA«ndo  dl^oocbio  soavi  e  ftetasticbe  Imaglnl ,  d^ 
me  ne  fmò  creareiabrdta  ringegno  de'  podif . . . 

•  Non  ignoro  tutto  el6  che  troverete  dlncompteto  in  questa  Idiera  intor* 
no  ad  Atene.  Per  quanto  appartiene  dia  dttà  nuova ,  lo  non  era  capace  di  nulla 
approfondire;  lu  primo  luogo  percbà  non  vi  sono  rimasto  abbastama  per  pe* 
neirara  hi  tutte  le  parHeolarità  ddla  poHtiea  e  dell' amminlstradaoe;  posda 
perchè  è  stato  mdto  scritto  sovra  di  eia,  e  m' occorrerabbe  compilare  dd  vo> 
himi  per  non  rimanete  d  disotto  di  quanto  omd  è  pubblieslo.  Mr  de  cheap* 
partlene  dia  dita  antica,  lo  non  dovea  vergare  una  D$$€rtaBkm$,  ma  spetta* 
vami  solo  indicarvi  ciò  che  non  avevate  potuto  vedere,  e  mostrarvi  h>  stalo 
presente  ddle  rovine.  Mo  unico  scopo  Hi  questa  lettera  Ib  qudlodl  rieordara 
lo  cose  d  punto  in  cui  le  oTevate  laselde,  e  constatare  quanto  era  stato  Hioo 
dopo  H  tNMtro  pestaggio  di  qui  :->-tnsomina ,  lo  voleva  mosttant  una  dttà  mm* 
va  hi  qudlo  stesso  luogo  dove  non  avevate  trovalo  che  «ampi  solitari  t  roiO' 
needavdU». . . 


L'EUBEA 

E  LE  ISOLETTE  VICINE  (1) 


-  itmpeuotBilmiuaMiUaeomdtf  Atti. 
I  caiedancbe  UlmentenTTldDHl  altcRUo' 
I  riade->eoil,etieCUc(<te,cHUpriiidiMtsiM' 
r  boU,  toeun  «piiM  11  eoMlBBiie.  Lo  unno 
iMrKaTlponMédieniieandB  ingaito;  gli  utldil  ri  aTcrn  iettalo  un  pea- 
te, cbaoccnpan  prabiUliiMaleto  iMioptMto  di  qurilo  pel  (pule  og^  ri  ptiSi 
4illi  BeocU  In  Kobei  i  he  ti«  trtiie ,  «otto  la  qui  ti  rmm  delle  naUoe  ;  aleu- 
M  torH  neAhndooole  eMranlU .  Cilene  di  nonU  ,  onde  leelBeierabfaw 
«Mere  «aie  «ponete  dcDt  toro  lem  TegeUle ,  UeTemno  qiM«'  ImIi  nelle  ne 
hnigbeiiii  le  loro  aHem  dlnilnulMe  i  mlnira  che  l'enldiuBO  elle  eoMeilt 
Tini  cbe  n  te|MT8D0  lem  eopette  di  an  lena  nelle  qmle  pioiperB» ,  mhio  m 


(0  ffJiU  pag.  ÌU. 


416 


MARCELLUS 


clima  dolcissimo  >  I  cereali  »  la  vigna.,  l' ulivo.  Le  pasture  dell'  Eubea  furooo 
famose  nell'  antichità ,  come  pure  le  sue  acque  tennall  e  le  sue  due  sorgenti , 
una  delle  quali ,  a  quanto  pretendevasi ,  Imbiancava  11  vello  delle  pecore  che 
bevevano  della  sua  acqua,  mentre  l'altra  11  rendeva  nero.  Ignoro  se  I  mo- 
derni abbiano  fatte  ricerche  su  queste  due  fontane,  le  virtù  delle  quali  sono 
state  prol)abllmente  esagerate . 

Ma  essi  hanno  osservato  il  flusso  e  il  reflusso  dello  stretto  dell*  Eurlpo ,  sul 
quale  gli  antichi  riferirono  osservazioni  singolarissime,  ma  che  per  altro  poco 
s'accordavan  fra  loro.  Secondo  alcuni  antichi  geografi,  11  flusso  e  reflusso 
succede  «ette  volte,  e  al  dir  di  Seneca  quattordici  volte  in  ventiquattr* ore • 
Un  osservatore  moderno,  il  padre  Babln,  non  vi  ha  veduto  che  il  flusso  e  re- 
flusso ordinari  di  tutti  1  mari ,  eccetto  In  certi  giorni,  particolarmente  al  primo 
e  all'ultimo  quarto  della  luna,  nei  quali  la  marea  procede  Irregolarmente  • 

Negli  undici  giorni  del  mese  in  cui  l' acqua  è  in  fluttuazione ,  cambia  di 
movimento  più  di  dieci  volte  al  giorno;  ed  altrettante  volte  le  ruote  de'  mulini 
che  sono  sotto  11  ponte  girano  in  senso  inverso.  Il  religioso  da  me  citato ,  e§- 
sendo  rimasto  un'  ora  e  mezza  in  uno  di  quei  mulini ,  vidde  cambiar  tre  volte 
la  direzione  della  corrente.  Nei  resto  del  mese,  la  marea  ascende  due  volte  al 
giorno  all'altezza  di  un  piede. .  • 

Il  nome  moderno  di  Negroponte  le  viene  dai  Veneziani ,  che  hanno  posseduta 
risola,  e  costrutu  e fortlflcau  la  cittA  di  Negroponte  nel  luogo  dell'  antica  Cal- 
cide,  ove  risiedeva  la  dieta  delle  città  federate  dell'isola,  e  dove  fiorivano  fa- 
mose manlfitture  di  rame.  Le  armi  di  nobili  Veneziani  sono  sculte  nella  feccia- 
ta  di  alcune  case  febbricate  all'  italiana,  ed  il  leone  di  san  Marco  figura  an- 
cora sulla  porta  del  ponte ,  benchò  da  gran  tempo  abbia  perduta  la  sua  for- 
za .  strade  buie  e  strette  non  danno  punta  grazia  a  questa  città ,  cinta  da  ba- 
luardi .  Il  subborgo ,  separato  dalla  città  per  mezzo  ddle  fortificazioni ,  era  11 
solo  luogo  abitato  dal  Greci  e  dai  Giudei,  mentre  I  Turchi  occupavano  la  città  : 
ma  oggi  che  quest'  Isola  ha  insieme  colla  Greda  ricuperata  la  libertà  e  scosso 
11  giogo  turchesco ,  le  cose  son  ben  cambiate . . . 

Poche  città  antiche  hanno  lasciate  rovine  si  ben  conservate  quanto  quelle  di 
Sretria,  città  che  era  situata  a  mezzogiorno  di  Calcide .  Si  riconosce  11  suo 
circuito  contrassegnato  da  mura  ben  costrutte,  la  sua.. cittadella,  le  piante 
delle  case  e  quella  dei  teatro^  onde  H  proscenio,  è  quasi  il  solo  che  ancora  esista. 

L' interno  dell'  isola  Rubea  é  presso  appoco  incognito .  Nel  venire  dall'  isola 
d,'  Andro ,  uno  dei  primi  oggetti  che  colpiscono  gli  sguardi ,  sono  le  roocte 
scoscese  e  aguzze  del  capo  d'Oro,  altra  voUa  Cafareoj  gì' isolotU  e  scogli  dis- 
seminati davanti  a  questo  capo,  sono  ancora  tanto  pericolosi  come  allorquando 
la  flotta  de'  Greci,  reduce  dall'  assedio  di  Troia,  vi  fece  naufragio  avanti  di 
entrare  in  Aulide .  Le  tempeste  regnano  attorno  li  promontorio  con  tal  forore 
che  I  navili  difficilmente  resistono;  e ,  ciò  clie  aggrava  la  loro  disgrazia  in  caso 
di  naufragio,  si  è ,  che  1  villaggi  del  monte  Ocha ,  vicini  al  c^po ,  sono  abitati 
da  Albanesi  fieyrocl,.i  qnaU,  non  contenti  d' Impadronirsi  degli  avaozl.del 


▼  IA€610 


417 


TasoelU ,  massacrano  soveote  I  naufragali .  Questi  SdpeUrsI ,  in  principio  Cri- 
stiani, si  fecero  Maomettani,  benché  non  abbiano  altra  credenza  che  alcu- 
ne opinioni  superstixiose  ;  ma  le  loro  donne  praticano  ancora  il  cristianesi- 
mo .  La  ordinaria  occupazione  di  questi  mandriani  barbari  e  robusti,  è  quel- 
la di  guidar  gli  armenti  :  Yengon  chiamati  Aerianides  o  Burmades . . . 

L'antica  Carlsto,  onde  gì* Italiani,  durante  il  loro  dominio  in Eubea,  ave- 
vano fatta  ima  città  moderna  sotto  il  nome  di  Castel  Bosso ,  contenea  cir- 
ca mille  seicento  famiglie  turche,  e  mille  quattrocento  greche.  GII  abitanti  si 
soegHeano  da  loro  stessi  il  loro  voaYoda,  che  era  sempre  un  Turco,  atteso  che 
1  Turchi  componeano  il  numero  maggiore  nella  popolazione  della  città .  Eran 
pur  dessi  quelli  che  guardavano  la  cittadella  :  ma  ora  qui  è  tutto  dei  Greci . 

Al  di  là  di  Carisio,  Teggonsl  sul  decllTe  del  monte  Ocha  o  di  Sant  Ella  , 
le  cave  di  marmo  d*  onde  gli  antichi  estrassero  le  belle  colonne  di  clpoUno  , 
alcune  delle  quali  adomano  adesso  gli  edlfizi  di  Roma.  Si  trovano  ancora 
presso  le  cave  colonne  intere  ;  dopo  essere  stale  scavate  vennero  abbandonate , 
attesi  gli  avvenimenti  che  cambiarono  altre  volte  la  situazione'della  Grecia . 

Verso  la  sommità  del  monte,  il  calcareo  cede  il  luogo  al  gnels;  vi  si  ve- 
dono crescer  del  noci  ;  ed  a  quella  altezza  un  viaggiatore  Inglese  ha  scoperto  gli 
anranzl  di  un  tempio  di  singolare  costruzione,  che  sembra  non  essere  stato  In 
akun  modo  conosciuto  da  Pausanla .  Questo  monumento  fu  costrutto  di 
grandi  pietre,  sopra  alle  quali  erano  state  poste  larghe  lastre  ;  la  porta  d' in- 
gresso rlstringnevasl  in  alto  come  quella  de*  templi  egiziani.  SI  trovano  pro- 
babilmente pocU  templi  greci  che  siano  stati  costrutti  in  luoghi  cosi  elevati  • 
cosi  solitari . 

Il  Settentrione  dell'Isola  è  ancor  meno  conosciuto  del  Mezzogiorno,  essen- 
do abitato  da  un  popolo  barbaro  dal  quale  non  si  può  sperare  alcuna  ospltali- 
tàf  eda  cui  1  Turchi  medesimi  non  poieron  imporre  il  loro  giogo . 

AMoao 


Poastamo  oooslderare  Andro  come  un'  appendice  dell'  Bnbea  ad  austro.  Ben- 
dkt  montuosa ,  l' Isola  contiene  pianure  di  gran  fertilità  e  bene  Irrigale,  che  for- 
Blacono  a  IS,000  abitanti ,  sparsi  In  una  trenUna  di  villaggi ,  1  grani ,  Il  vino , 
r  olio  d'oliva ,  e  le  frutta  onde  han  bisogno  per  II  loro  consumo  :  possono  an- 
cora dar  via  alcune  delle  loro  produzioni ,  come  sarebliero  arand ,  che  -tpedl- 
foono  ad  Atene  ed  In  altre  dita  del  continente  greco  ;  come  pure  la  seta ,  onde 
U  prodotto  forniva  appresso  appoco  l' ascendente  del  tributo,  che  pagavano 
annnalmente  al  capitan  pascià  e  ad  una  delle  sultane .  Questo  commerdo  di 
trasporto  occupa  all'  incirca  quattrocento  marini  ed  ima  quarantina  di  basU- 
meoti . 


p- 


il8 


MARCBLLDS 


Seiro ,  a  borea-oriente  dell' Eubea,  non  raochlode  nel  suo  ronghloso  eirtal* 
to  y  ebe  treceDto  famiglie  Grecbe  y  ed  un  foto  borgo  »  ove  risiede  II  Tescoro 
dell*  isola.  —  il  re  Llcomede,  cbe  In  antico  regnart  sa  guest'  Isola ,  non  doveva 
esser  neppur  potente  quanto  oggi  è  11  duca  d'AnhaU-GoeCben.  —  Tedesi 
bene  dalle  rovine  disperse  qua  e  là,  e  dalla  naturale  fertilUà  delle  valH  fra  le 
sterili  rocde,  cbe  Sciro  fu  In  antico  piU  abitata»  e  che  potrebbe  esser  coltiviU 
assai  meglio. 

I  sudditi  di  Ucomede  erano  probabtbnente  più  laboriosi  o  meno  oppres- 
si degli  attuali  Isolani;  se  un  altro  Achille  volesse  adesso  celarsi  fra  le  donne 
dell'  Isola ,  troverebbe  appena  una  casa  ove  un  personaggio  suo  pari  potesae  d*- 
oentemente  abitare .  —  Le  antiche  cave  di  marmo  sono  abbandonate ,  e  non 
contribuiscono  più  ad  ornare  I  tempU  né  a  rivestirle  case. -^ Orca  150  SdroCI 
vivon  sul  mare .  Sulle  roccia  dell'  isola  errano  molte  capre s  onde  11  latte»  qui 
come  In  tutto  l' Arcipelago  »  è  Impiegato  a  fer  eccellenti  formaggi  .^Pinl, 
lentischi,  lauri -rosa,  mirti  e  guercie  verdi  crescono  Ora  gli  scogli,  coma 
pure  ceppi  di  vite  che  producono  buonissima  vino  . 

Il  porto  di  San  Giorgio  trae  il  suo  nome  dal  monastero  situato  sur  uno  sco- 
glio ;  dipende  dal  convento  d|  Santa  iaura,  sul  monte  Athos.  —Altre  volle 
r  isola  godeva  A  poca  sicurtà,  che  era  stabilito  per  regola  »  che,  nel  caao 
In  cui  i  corsali  o  pirati  portassero  via  il  cadi  turco  di  Sciro ,  la  comunità  gre- 
ca, rappresentata  da  tre  protogerl  eletti  annualmente,  lo  riscattasse,  li  suo  va- 
lore dipendeva  probabilmente  dall'  estimazione  che  I  corsali  ae  foceano . 


Cosa  sorprendente  I  Nella  guerra  della  Independenaa  Greca ,  la  lotta  mi 
mare  fti  sostenuta  non  dalle  maggiori  isole  che  sorgono  nell'Arcipelago, 
Gandia,  Eubea,  Lesbo,  Chlo,  Sodi,  ec,  ma  sibbeae  dalle  più  piccole  di 
come  Idra,  Spetsia,  Ipsara  e  Casso:  da  ques|i  seogll,  popolali  di  nomini  da 
gran  tempo  laboriosi ,  Intraprendenti  e  ricchi ,  uscirono  q^peUe  armale  noma* 
rose  di  bregantlni  destrissimii  que  bruUOH  formidabili,  che  IncendIavuBO  t 
kr  tremare  le  flotte  di  grossi  vascelli ,  fregale  e  corvette,  spedila  dai  despoti 
di  Costantinopoli  e  di  Egitto  contro  gli  EUeni.  È  noto  come  i  dlsceadenli  degE 
antichi  Greci  uscissero  vittoriosi  da  quella  lotta  lunga  e  tremenda,  lairapraBa 
contro  i  loro  tiranni:  ma  è  noto  aitre^  quanti  dQlorosl  sacrifizi  attesa  la  inogua- 
glianza  della  pugna,  occorse  che  i  Greci  focessero:  nulladimeno,  l' amor  di  pa- 
tria ,  l'eroismo,  non  mai  nd  punti  estremi  abbandonoUi, e  quella  costanza  fa 
la  salute  della  nazione ,  che  si  rigenerò .  Qui  non  vogllam  ricordare  che  la  sveo- 
tura  di  Ipsara ,  secondo  che  un  isterico  greco  la  narra  ;  percliè  quel  fttlo  fa 
bel  contrasto  collo  stato  de'GrecI  al  tempi  del  Maroellus. 


VIAGGIO 


419 


•  La  flotta  dt  GMtaiiUiiopoll  e  quella  «l'Alenandria  dovevano  agire  slmulu- 
■eameDte.  La  prima  fa  IncarloiAa  di  distruggere  l' Isola  d'ipsara,  l'altra,  che 
aveva  a  bordo  pli  di  cinque  mila  uomlal  di  truppa  da  durco ,  fu  destinata 
a  iogi^iogare  r  isoletta  di  Gassos^  ed  a  ridurre  gi'  insurgentl  di  Gandia;  dopo 
él  cbe,  le  due  flotta  dovcvaa  rinoln»  I  loro  slòrtt  contro  11  Peloponneso  •  Se 
le  Isole  d' idra  e  di  ftpetla  ftirono  i  prapugiaooM  delli  penisola  e  del  Httorale 
della  Grecia  continentale^  1*  Isola  d*  Ipsara  serviva  ad  esse  di  posto  avamato,  e  per 
la  sna  situailone  vicina  all'  Asta  cagionava  Inqulcteue  cootlnne  al  gofvenio  ot* 
tanumo.  ipsara  obbligava  1  Turoiil  a  starseoe  conttaiismenta  sulle  difese;  tutta 
le  costa  dell'Asia  Minore»  dal  oapo  Sigeo  fino  a  Budnin,  r  antica  AUcamu* 
so  9  erano  esposte  agli  assalti  degi'  Intrepidi  Ipsaroti  ;  paftkoiarmeata  mlna»- 
ctavano  la  citta  di  Smirne ,  che  ò  la  prima  scala  dei  Levanta  ;  I  PardatUi  ii 
trovavano  in. stata  di  Uoooo,  t  causa  di  una  folla  di  barclta  armale  dagtt 
Ipsaroil ,  cbe  catturavano  tutti  I  piccoli  uavigll  turciii .  Gli  ammiragli  otto» 
mani  paventavano  plik  l' incendiario  CaiMris  «  che  gH  seogll  e  lo  tempesta  r  e  le 
divisioni  Ipsarota  erano  nella  prima  fila  delle  forze  navali  della  Grecta:  laoo» 
de  II  sultano  risolse  di  far  tutta  per  disbrigarsi  di  un  nemico  si  pericoloso  • 
Il  grand'  ammiraglio  Kosrev-Pascià ,  che  aveva  sostemita  la  slessa  carica  al» 
cunl  anni  avanti ,  conosceva  gran  nuBaero  di  primaU  fra  gì'  Isolani  del  mare 
Bgeo.  L' isola  di  Sira,  popolata  da  cento  famiglie  Ialine  nemiche  de' Greci 
a  causa  dello  scisma  rettgloso»  conservava  sempre  queir  animosita  che  il  ta* 
natlsmo  aveva  ispirata  ooMro  ta  chiesa  d' Orienta  »  alcuni  abitanti  di  quest'i* 
sola  facevan  da  spioni  per  servire  11  gowrao  turco. Ver  loro  meato  II  capitan* 
pascià  ordiva  sottomano  una  trama  contro  ipsara  j  I  suoi  emissari ,  ascosi  sotta 
U  manta  delta  religione  cristiana ,  andavwo  ad  ipsara,  e  protestandu  afttfl 
di  oeMmercta ,  esamtatavano  le  flbrtlAoaAinl ,  ne  conraassegnavsnn  1  lati  de* 
boli,  svelavano  lo  stata  delta  marina  ed  i  progeUl  degli  ipsarati»  e  rendevano 
informato  l' amaÉragUo  luteo  di  lutto  questa  particolarlta  •  Finatanenta  guada* 
gnarono  un  certa  Cotta»  d'  origine  lUIrto,  e  che» godendo  delta  piena  fidaste 
degli  ipsafotl  aveva  11  comando  di  una  battaria  posta  sur  un  punta  dell'Isola 
rimpetto  ascogll  dUDeili  ad  approdare.  Questo traditare  forai  al  capitan  peseta 
Il  piano  d*  tavasione . 

•  L'ammiragUo  ottomano  usd  dal  Dardanelli  venoii  mese  di  maggto,  e  per 
assonnar  gli  Ipsarotl  impegnò  mi  Uso  auneco»  sbarcò  uIcium  csnlinata  di  soldati 
suU' bota  di  Scopata  »  punto  ndlltare  che  intercetta  la  eomunlcaiione  Uàlm^ 
satanica  a  l' Bubea.  La  gnmniglew  di  Scopeto»  forte  di  otteeeni'uomlnl|Sol- 
ta  gli  ordtal  di  DlaHnndy,  soonfissa  le  truppe  sbarcata  e  ta  risptaise  con  perdW 
ta.  Conw  l' ammiraglio  aveva  previsto ,  questo  leggero  vantaggto  ingannò  gD 
ipsarotl!  credettero  eia  l' amniraglto  non  oserelibe  grandi  colpi i  aan  II  fta^ 
ho  Drcasso,  dopo  av»r  piuaa  a  bardo  de'  suol  lasoeUi  etaquemlla  Macedoni 
■ai  golfo  di  Teasalontaa»  ritornò  nell'  istanta  a  Mililene,  ove  imbarcò  ancora 
otto  ta  nove  mite  AHaUd;  e  per  taganaargr  Ipsamll»  ta  correr  la  vose  delta 
dlsperstone  delle  truppe  macedoni  e  della  mortallta  fra  le  asiatiche  • 


420  MAECBLLCS 

t  Gli  abitanti  d'Ipstra»  nd  tre  anni  chepreoedettero  la  catastrofe  della  loro 
itola,  s' eraDo  costantemente  occupati  a  fortlllearla»  e  1'  arevano  messa  In  stalo 
rispetiabil  di  difesa .  Oltre  le  batterle  irnialnite  sa  rari  punti  aceeisiblll ,  era 
stato  oonvertito  In  cittadella  un  monastero  costruito  di  pietre  e  dedicalo  a 
San  Nlccola  ;  era  guemlto  di  cannoni ,  circondato  di  fossi  e  laYorl  esterni ,  ed 
occupato  da  settecento  Macedoni.  Per  la  qua!  cosa,  contando  solll  scogli  onde 
V  isolaé  dreondata,  e  sul  buono  stato  del  loro  baluardi  gì'  IpsaroU  si  €red»> 
vano  al  sicuro  da  ogni  irruzione .  Tuttatia  sospettaron  ben  presto  ostili  prò* 
i  getti,  invece  di  armare  I  loro  bregantlnl  ed  i  loro  limlottl  per  respingere  11 
j  nemico,  tolsero  1  timoni  de'ioro  navigli  affine  di  battersi  da  disperati;  abban- 
i  donarono  l'elemento  dove  avevano  la  superiorità  pel  terrore  cbe  inspiravano 
i  ai  nemld ,  e  vollero  misurarsi  con  essi  sulla  terra  ferma ,  ove  Canaria  noo 
!  poteva  Incendiare  i  suol  vulcani .  Questa  fatai  misura  li  perse.  —  D'altron» 
j  de  eran  si  pieni  di  fldnda,  cbe  non  prestarono  veruna  attenzione  agli  avvisi 
j  degli  Idriotl  e  degli  Spezioti  sul  progetto  dell'ammiraglio  ottomano  ;  li  quale, 
quand'  ebbe  tutto  preparato  a  Sitilene ,  Inviò  agi'  Ipsarotl  dei  parlamentari 
per  propor  loro  di  sottomettersi.^  La  risposta  »  ior  dissero  gì'  Ipsarotl,  vi  sarà 
data  dalla  bocca  de'  nostri  cannoni . 

•  Ben  tosto  la  flotta  nemica,  composta  di  dugento  vde,  compreseri  le  bar- 
cbe  cannoniere  ed  i  trasporti ,  avendo  più  di  quationUcI  mila  uomini  a  liordo» 
si  presentò  davanti  l'isola  e  ne  cominciò  il  bombardamento.  L'  ammiraglio 
diresse  contro  11  porto  un  attacco  simulalo»  ed  i  trasporti  manovrano  come 
per  slMrcar  su  quel  punto,  ndla  mira  di  attirarvi  tutta  l' attenzione  degi'lpsa- 
roti,  1  quali  non  oltrepassavano  11  numero  di  tremila  contando  ancora  1  seilt> 


t 


i  cento  Macedoni  •  Besplnsero  due  assalti  de'  barlMri ,  e  mandarono  a  fiondo 
vari  trasporti  pd  fuoco  ddle  loro  batterie;  però  in  mezzo  alle  nulli  dd  ftmio , 
li  nemico  distaccò  una  parte  della  sua  flotta  verso  la  parte  opposta  al  porto,  là 
dove  era  posta  la  batteria  comandata  dal  traditor  Gotta .  I  Turchi  non  incon- 
trandovi che  una  debile  resistenza ,  eflèttoarono  senza  ostacolo  il  loro  sbarco 
ed  assalirono  la  batteria .  Allora  il  traditore  passò  dalia  parte  de'TurcU  ;  ma 

I  nel  medesimo  istante  lù  colpito  da  una  palla  da  im  Ipsarota,  Istrutto  troppo 
tardi  della  sua  perfidia:  coloro  che  guardavano  questa  t>atteria>,  si  fecero  tagliare 
a  pezzi  sui  loro  cannoni .  Fu  ugualmente  tolto  im  secondo  fortino  più  presso 
alia  città ,  dopo  un'  ostinata  resistenza  •  —  Già  II  nemico  mardava  sulla  dita, 
e  gì*  IpsaroU ,  che  erano  quasi  tutti  accorsi  al  porto ,  non  ne  avevano  ancora 
alcuna  notìzia  :  noo  se  ne  accorsero  che  quando  si  trovarono  tra  due  fboehi  • 
Allora  corsero  in  disordine  ver  la  dtià  per  salvare  le  loro  mogli  ed  I  loro 
figli  :  Il  sangue  scorreva  per  le  vie;  dascuno  difendevasi  con  furore,  ed  i  Tur- 
dit  Btavau  per  esser  costrdti  a  battere  la  ritirata,  quando  V ammiraglio,  pro- 
fittando del  disordine,  sbarcò  dei  rinforzi  cbe  piombarano  sulla  città .  Attao» 
ceti  da  ogni  parte,  gì'  IpsaroU  s' aflkticarono  di  salvare  le  proprie  famiglie  sul 
loro  vascdli  ove  si  battevano  da  disperaU.  Le  donne  che  non  poteron  fuggire, 
venderon  cara  la  Ior  vita  :  col  moschetto  alla  mano  immo  laron  nemid  e  peri* 


VIAGGIO 


421 


roDo  da  eroine  ;  nessuna  donna  Ipsarota  cadde  tÌvb  nelle  mani  de'  barbari. 
Undici  coraggiosi  Ipsaroli ,  avendo  visto  sbarcare  alcuni  Turchi ,  piombarono 
su  loro  all'  Improvviso ,  Il  tagliarono  a  peizi ,  s' impadroniron  del  naviglio  e 
portarono  la  nuova  del  disastro  all'  isola  di  Spezia .  Un  pugno  d' Ipsarotl  e  di 
Macedoni  si  gettò  nel  convento  di  San  Nlccola ,  ove  si  difesero  per  due  giorni  ; 
ma  assaliti  da  tutte  le  bande  da  migliaia  di  barbari ,  risolvettero  di  seppellirsi 
sotto  le  rovine,  cagionando  al  nemico  il  maggior  male  possibile.  Laonde,  una 
gran  quantità  di  polvere  fu  posta  nei  sotterranei  del  monastero  ;  quindi  fu  inal- 
berato lo  stendardo  della  resa:  nell'istante  più  di  due  mila  Turchi  riempirono  li 
fossato  ed  attorniarono  le  mura;  quando ,  tutto  ad  un  tratto ,  l' edificio  saltò 
in  aria ,  e  copri  delle  sue  rovine  i  vincitori  ed  1  vinti . 

•  Idra  e  Spezia  seppero  In  ventiquattr'ore  la  catastrofe  della  loro  sorella , 
e  fecero  rimbombare  grida  di  vendetta  :  ~  Imbarchiamoci  tosto,  esclamarono 
i  Miaull ,  i  Tombazi ,  i  Criezi  e  gli  Andrutzos  :  il  nostro  coraggio  supplisca  alia 
precipitazione  de'  nostri  preparativi  d'attacco . — Neil'  intervallo  di  due  giorni , 
sessanta  bregantini  da  guerra  fecero  vela,  e  il  7  luglio,  vale  a  dire  quattro  gior- 
ni dopo  il  disastro  d' Ipsara,  giunsero  in  vista  di  quest'  isola.  Scuoprir  la  flotta 
nemica  e  piombarle  addosso  fu  un  solo  momento  ;  ma  l' ammiraglio  Turco 
tagliò  preci i'itosamente  le  sue  gomene ,  abbandonando  alla  loro  sorte  le  milizie 
discese  a  terra  ,  alle  quali  lasciò  pure  una  quarantina  di  barche  cannoniere  ed 
altri  navigli  per  salvarsi .  La  flotta  greca  attaccò  questi  navigli  che  prendeva- 
no la  fuga ,  ne  mandò  a  fondo  una  parte ,  perseguitò  le  altre  fino  all'  altezza 
di  Scio ,  incendiò  ed  uccise  quasi  tutti  coloro  che  le  montavano .  Quindi  ritor- 
nando ad  Ipsara ,  1  marinari  vi  sbarcarono  e  passarono  a  fil  di  spada  i  musul- 
mani che  V  eran  rimasti  »... 


*i 


IV. 


51 


ESCURSIONE 

NELL'INTERNO  DELL'ANATOLIA  (1) 


opo  ai'«r  tauo  luuilt  nottrì  iirepirallTl 
{  dice  UD  giovane  TlaggUiorn  e  ad  un 
tempo  rihiiatlMlmo  leueraio  traocese)/ 
addi  13  gemulo  1837,  aJic  imdici  dell* 
mitilna ,  uMlmmo  di  Smirne  pel  oonte 
delle  Caraaattt ,  montali  sopra  cavalli  presi  a  retlura  per  lo  o  li)  glorol , 
tempo  cbe  durei^  questa  nostra  cKurelone. 

Dopo  aver  la«:lBlo  alla  DMlra  dlrìlta  11  monte  Pago,  coronato  degli  avan- 
ti della  sua  antica  cittadella,  d«i  abblam  tardato  a  vedere  Kara-Bunar  (I 
bagni  di  Diana }  ed  I  luol  rìdenti  gUrdloI .  Il  paese  cbe  ti  percorre  da  Smirne 
fino  a  RiB  è  fertile  e  vario  :  vasta  plaolaglODl  d' olivi  ■'  erodono  attraverso 
la  pianura,  e  foreste  di  dpreasl  s' ianalzauo  nei  cimiteri  abbandonati;  vedete  a 
iilnlstra  la  catena  del  Mpilo,  •  dritta  quella  del  Tmolo,  onde  il  Ranco  coperta 
di  pini  e  di  altri  alberi  oITre  punti  di  veduta  iDcanteroU  i  W  leode  del  Tuni- 

(0  rerf.ia  pag.  «1. 


424  MARCBLLUS 

ki ,  erette  a  pie  di  questa  montagna ,  completano  I  bei  paesaggi  affatto  nuovi 
per  me.  I  TurukI  sono  musulmani  della  setta  d'Ali  ;  vennero  dalla  Persia  ver- 
so il  cominciar  del  IX  secolo  :  questo  popaio  nomade  non  vive  che  del  pro- 
dotto de'  suoi  armenti ,  e  nun  conta  che  circa  seicento  famiglie  sparse  nel 
cantoni  d*  Aidln  e  di  Kutayèli .  1  Tumidi  non  pagano  cbe  un  tenue  trllmio 
ai  pascià  di  queste  contrade ,  cbe  loro  abbandonano  le  terre  incolte  ove  fan 
pascere  i  loro  bestiaiyi  « 


MUri  K  KAflflABA 


Sette  ore  di  cammino  separano  Smime  da  Nifi ,  borgo  composto  di  trecen- 
to famiglie  metà  grecbe  metà  musulmane.  Questo  villaggio  è  gradevolmen- 
te situato  appiè  di  un  forte  In  rovina.  Nel  giardini  di  Nifi  s'eleva  una  vec- 
chia torre ,  cbe,  secondo  le  tradizioni,  fu  dimora  di  un  signor  greco  —  »  Que- 
sto signore,  dlcevaml  un  abitante  del  villaggio,  aveva  una  figlia  assai  bella,  pro- 
messa in  sposa  ad  un  giovine  principe  di  Filadelfia  ;  il  giovinetto  essendo  ve- 
nuto a  visitar  Ta  sua  fidanzata  la  trovò  morta:  or  Nifi  In  greco  moderno , 
vuol  dir  fidanzata,  e  questo  nome  è  rimasto  al  villaggio  ed  alia  torre.  >  — La 
vegetazione  è  vigorosa  nei  dintorni  di  Nifi  ;  noci  ed  altri  alberi  fruttilNi  ivi 
sono  in  gran  numero . 

Ci  riponemmo  in  via  il  I3,  al  levar  del  sole,  dirigendoci  verso  grecale.  A 
un'ora  di  distanza  lasciammo  alla  nostra  diritta  un  ponte  di  cinque  arcbl,  sur 
una  riviera  che  porta  il  nome  del  villaggio  cbe  abbandonavamo .  Arrivammo 
a  Kassaba  dopo  otto  ore  di  cammino ,  traversando  una  vasta  pianura  ove 
quasi  non  crescono  cbe  tamarindi . 

Braci  stato  detto  a  Nifi ,  cbe  la  peste  faceva  grandi  guasti  a  Kassaba;  e  la 
vista  di  vari  montlcelll  di  (erra  di  fresco  smossa ,  sembrava  confermarci  questa 

'  dolorosa  novella .  Però  sapemmo  beo  tosio ,  che  quelle  tracce  recenti  non  era- 

no opera  delta  morte  :  celebravasl  allora  il  Bairam ,  e  durante  questa  festa  l 
Musulmani  depongono  dei  rami  d'alberi  sulle  tombe,  e  srouovon  la  terra  co- 
me per  renderla  piò  leggera  a  coloro  eh'  ella  ricuopre .  Avvi  in  questa  rimem- 
branza qualche  cosa  di  profondamente  toccante  ;  Il  pietoso  Osmanli  associa  afte 
gioie  del  Bairam  anche  coloro  da  lui  altra  volta  amati  sulla  terra!  —  Quest'  an- 

I  no  il  Bairam  ha  cominciato  con  un  Infortunio  a  Kassaba  ;  un  uomo  era  an- 

dato allo  spuntar  del  giorno  a  ^visitar  ta  sepoltura  della  sua  donna  morta 

>  da  una  settimana:  mentre  egli  spargca  di  fiori  quett'  avello,  un  tremito  lo 

I  colse  alt'  Improvviso  per  tutte  le  membra,  e  mori  sul  sepolcro  di  colei  ond*  era 

[  venuto  ad  onorar  la  memoria . 

Kassaba  conta  cinque  mila  abitanti  :  mille  Greci ,  cinquanta  Armeni ,  ed 
il  resto  Turchi .  Le  due  nazioni  cristiane  hanno  una  chiesa;  1  Turchi  otto  mo- 
schee .  L' Industria  principale  di   questa  città  è  il  coione,  cbe  trasportano  a 


VIAGGIO 


415 


Smirne  sopra  cammtill .  I  poponi  di  KasMba  meritano  teramente  laveputaxlo- 
ne  che  si  sono  ratta  in  tutta  r  Anatolia  • 

Kanaba  non  dipende  da  nessun  pascià  ;  11  prodotto  delle  imposlaiool  é  ri- 
serbato  alle  odalische  del  Gran  Signore .  VI  sono  sempre  stato  nell'Impero  ol* 
tornano  piccole  città  »  onde  le  rendile  Turono  particolarmente  destinate  alle 
donne  del  sultano .  Kassaha  è  aflUtau  ad  un  mussellno»  che  paga  tutti  gli  anni 
al  serraglio  una  somma  convenuta:  poi  11  mussettno  vessa  più  che  può  per 
rtlàrsl  del  denaro  ohe  invia  a  Stamhul  •  e  per  guadagnarne  tanto  per  vivere  e 
per  metter  da  parte  • 

■AmDi 

La  dlstanfa  da  Kassaba  ir  Sardi  é di  quattro  leghe,  la  strada  va  da  borea 
ad  austro .  A  tre  ore  da  Kassaba  Incontransl  due  villaggi  turchi  ;  uno  detto 
Devreut  r  altro  Organiéh .  La  strada  passa  di  meno  ad  una  Incolta  pianura  : 
vedevamo  di  tanto  In  tanto  lunghe  file  di  cammelli  che  portavan  ÌMlte  di  co* 
tono  a  Smime  ;  alla  testo  deHa  caravana  era  un  tuvoo  assiso  sur  un  asinelio , 
che  suonava  con  trascuratesta  un  mandolino  $  la  caravana  non  foeeva  II  mi- 
nimo strepito  camminando ,  quantunque  la  fosse  composta  di  pie  di  quat- 
trocento cammelli  accodati  Puoo  all'altro;  non  s'intendevano  che  i  suoni 
monotoni  del  mandolino  della  guida . 

>  Sari!  Sari!  (i)  »  gridò  il  nostro  surudgi  (guida),  mostrandoci  una 
splanata  copeita  di  erbe  >  dalla  quale  ergevano  grandi  trammentl  di  mura  e 
colonne  ritte  e  cadute;  era  quelto  l' avanio  della  grande  ed  opulenta  Sardi  :  al» 
cune  tende  di  poveri  Yuruki  occupano  li  luogo  .dei  palaui  e  del  templi  del- 
la metropoli  dell'imperio  de'  Lidi . 

Siccome  Sart  é  sulla  via  di  Filadelfia ,  vi  si  trova  una  taverna  tenu- 
to da  un  veccbio  Greco  cencioso;  colà  passammo  la  notte  del  14  gennaio. 
Accanto  alla  toverna  esisto  un  mulino  mosso  dall'onda  del  Pactolo,  onde  I 
flutti  non  rotolano  più  pagUuaze  d' oro  >  Il  Pactolo  è  una  riviera  poco  conside- 
revole che  gettaai  neU'  Ermo  a  due  ore  a  grrco  della  città  rovinato . 

Una  meia'  ora  ci  basta  per  vedere  gli  avanil  della  cltià  di  Creso.  Dietro 
il  molino  sono  1  rottami  di  una  chiesa  dedicato  alla  santo  Vergine  ;  la  quale  fu 
costmtto  con  colonne  e  capitelli  ohe  probabUmento  appartennero  al  tempio 
di  Cibele,  si  celebre  a  Sardi  nei  tompl  pagani .  A  greeo  del  mulino  apparisco- 
no le  rovine  di  un'  altra  chiesa  consacrato  a  san  Oiovaant .  Groaae  mura  dt 
mattoni  si  mostrano  In  memo  alla  città;  son  quali»,  dicasi,  gii  avanai  della 
^ania<a  0  reggia  di  Creso.  L*edifiilo  doveva  easer  grandlssiroo  poiché  le  sue 
fondamesito  s'estendano  ben  lunga.  Questo  dimora  :rcale  serve  adesso  di  presepio 
alle  vaoebe. —iia  cittodoMa  è  ad  austro  di  questi  avanzi;  consisto  In  una  jùm^ 


(I)  Sari  >  è  il  nome  che  i  Turchi  danno  a  Sardi . 


42« 


MAHCBLLUS 


lagna  aOStf  to  a  perpendieolo,  drooodata  da  triplice  muraglia  che  svùìm  sfida- 
re il  tempo  per  la  sua  solidità .  Ho  veduto  in  cima  della  montagna,  la  torre  di 
scoperta  edificata  dai  Persi  ;  ma  invano  Tt  ho  cercato  11  tempio  di  Glo? e  OHm- 
ploo,  che  Alessandro  vi  fece  innaliare  dopo  che  Sardi  gn  ebbe  aperte  le  sue  por- 
te.  —  Le  più  interessanti  rovine  dell'antica  città ,  sono  distanti  tre  quarti  di 
ora  a  libeccio  del  mulino ,  in  una  valle  pittoresca  in  fondo  della  quale  scorre 
una  riviera,  che  discende  dal  monte  Tmolo.  Queste  rovine  eoa  quelle  del  tem* 
pio  di  Clbde;  due  colonne  d' ordine  Ionico  stanno  tuttora  In  piedi ,  e  attorno 
ad  esse  giacciono  pezzi  di  ftistl  di  colonne^  frammenti  di  ardiitravl  e  di  conilciy 
grandi  capitelli  di  ammirabile  lavoro;  l'architettura  greca  forse  non  produsse 
monumento  pie  perfetto  di  questo . 

Non  starò  a  ripetere  quello  che  I  libri  antichi  e*  insegnano  drea  l' Istoria 
di  Sardi  ;  ciò  sarebbe  ostentar  qui  un'  erudizione  da  collegiali:  ma  un  bcto  mi 
viene  a  memoria,  cioè  le  curiose  scoperte  fatte  da  Alessandro  negli  archivi  detta 
metropoli  de'Lidi.  Il  figlio  di  Filippo  vi  trovò  dei  documenti,  che  gli  rivelaro- 
no la  liberalità  dei  satrapi  per  impegnare  1  Greci  a  far  la  guerra  ai  llaoedeiil  : 
alcune  lettere  di  Demostene  conservate  In  questi  archivi,  gì'  insegnarono,  che  11 
grande  orator  di  Atene  non  avea  sempre  respinto  e  sdegnalo  l'oro  deH'Aaia  ! 

Se  fosse  ancor  d'uopo  provare  il  nulla  delle  umane  grandezze, potrebhonrt 
f  aie  i  più  bei  discorsi  contemplando  lo  stato  presente  di  Sardi .  Questa  dtiA , 
che  riceveva  i  tesori  di  dieci  nazioni  ;  questa  città ,  ove  U  re  Creso  deificiva  la 
ricchezza ,  e  tutto  da  Id  ripromettevasl ,  piacere ,  feiidtà ,  consolazione ,  spe- 
ranza ;  questa  città,  Infine,  che  Floro  chiamò  Seconda  Roma ,  altro  ora  non  è 
che  squallida ,  trista  solitudine .  Non  più  commercio,  non  più  cultura, non  più 
oro  sulle  rive  del  Pactalo  l  La  tenda  del  miserabile  Yurulro  è  quanto  trovia- 
mo in  questo  paese  d^  Sardi ,  un  tempo  si  opulento 'e  famoso  I  ! 


AMéAneUL  m  ASTICA  ra.ADczjnA 


Ondid  ore  di  cammino  conducono  daSardi  ad  Aiascer  (  città  Variegata) ,  e 
non  Allah 'Seer  (città  di  Dio) ,  come  la  chiamano  quasi  tutti  I  viaggialorì . 
Passammo  la  notte  del  15  gennaio  in  im  porcile  affumicato,  posto  sulla  via  a 
sette  leghe  da  Aiascer .  Un  vecchio  Turco  d  ricevette  con  aria  incurante  in 
questa  capanna  :  il  nostro  albergatore,  Vohamed,  non  pensando  clie  l'Idioma 
degli  Osmanli  ci  fosse  incognito,  d  indirizzò  direttamente  la  parola:  ma  fu 
grande  la  sua  sorpresa  quando  seppe  die  non  sapevamo  il  turcol  Mohamed  non 
erasi  ancora  imaginato,  che  d  potesse  ossero  nd  mondo  un  altra  lingua  oltre  la 
sua;  laonde  non  cesMva  di  stupire  davanti  a  noi ,  continuo  portando  le  ma- 
ni sulla  sua  testa  e  dicendo  :  Moich- Allah ,  Jfosdk-  AUah  !  (maraviglia  di 
Diol  maraviglia  di  Dio):  sono  dungw  9vUa  ttrra  uomM  che  parlano  it»- 
gua  diversa  da  quella  degli  Osmanli  T 

Aiascer,  antica  Filaddfia,  è  edificata  a  pie  del  monte  Tmolo,  detto  dai 
Turchi  Kestenus - Dagh  (montagna  bianca),  a  cagione  ddla  neve  die  corona 


VIAGGIO 


427 


eternamente  la  sua  vetta.  Filadelfia  é  dreondau  da  forti  mura ,  su  vari  punti 
smantellate  dal  terremoti  $  ma  la  dttè  moderna,  assai  povera  e  molto  sporca , 
non  occupa  lutto  lo  spedo  chiuso  dal  balurdi  • 

Alaseer  possiede  pocbl  altieri  fruttiltorl;  1  prlndpall  prodotti  della  sua  cam- 
pagna sono  I  graid ,  Il  cotone  ed  11  tabacco. 

Alaseer  conta  ia,000 Turebi  e  3,000  Gred  ;  I  Musulmani  v'hanno  otto  mo- 
schee, e  due  clilese  1  Cristiani.  Voi  non  sapreste  Imaglnare  con  qual  premura 
mista  ad  orgoglio  e  pietà,  alcuni  Cristiani  di  Filadelfia  d  mostrassero  nel  re- 
dnto  de'  baluardi  una  chiesa  antica ,  die  tuttora  conserva  grandi  e  forti  mu- 
raglie, sur  una  delle  quali  scorgesi  l'immaghie  di  San  Giovanni  evangdlsta . 
La  comunione  cristiana  di  Filadelfia ,  é  computau  nell'Apocalisse  tra  le  Sette 
Chiese  d'Oriente  $  e  questo  tempio ,  onde  le  mura  sono  rimaste  satde  a  f^nte 
ddle  invasioni  musutanane,  apparisce  qual  vero  testimone  di  Filadelfia  tutta 
cristiana. 

I  Cristlaid  di  Filadelfia  sanno  a  mente  le  parole  dell'Apocalisse  relative 
alla  lor  Chiesa  ;  le  madri  le  insegnano  al  figliuoli  appena  cominciano  a  parlare: 
ogni  sera ,  ogni  mattina ,  il  cristiano  d' Alaseer  pronunzia  quelle  parole ,  co- 
me noi  l'orazione  dominicale.— I  Filadelfiesi son  sempre  stati  difensori  zelan- 
U  ddla  fede  cristiana .  Nei  1306,  Filadelfia  ni  la  sola  dttà  greca  dell'Asia  Mi- 
nore, che  ricusasse  ricevere  il  turco  Bayazid  o  ììti^Kt .  La  maniera  onde  Alah- 
soer  cadde  in  potere  dd  figlio  di  Murad  II,  merita  d' esser  raccontala . 

Bayazid,  vedendosi  neir  impossibilita  di  rendersi  padrone  di  Filadelfia , 
reclamò,  per  assicurare  li  suo  progetto,  il  contingente  de' suoi  nuovi  alleati , 
il  crai  di  Servla  e  l' imperator  di  Bisanzio  :  Mannello  intimò  al  comandante 
greco  di  Filadelfia  di  abbandonare  la  piazza ,  e  di  ricevere  un  governatore  ed 
un  giudice  turco  ;  ma  il  capo  della  dttà  rispose  ali'  imperatore  di  Costantino- 
poli ,  che  tradkeblie  1  suoi  condttadini  consegnando  Filadelfia  ad  un  barl>aro  : 
Bayazid,  preso  da  collera,  ordinò  alle  truppe  greche,  comandate  dagli  impe- 
ratori Blsantini  suoi  alleati,  di  Impadronirsi  esse  stesse  di  Filadelfia,  e  Giovan- 
ni Paleologo  e  Mannello,  ascesero  primi  all'  assalto  della  lor  propria  città ,  per 
consegnaria  al  sovrano  ottomano,  ed  accettarono  dalle  mani  di  Bayazid  il  prez- 
zo dd  loro  zelo  o  pittosto  della  loro  indegnità .  Il  feroce  sultano  fece  poi  mas- 
sacrare il  comandante  di  Filadelfia  ed  una  parte  degli  abitanti  (i). 

Albergavamo  in  Flladdfia  in  casa  di  un  giovine  prete  greco:  avendo  sa- 
puto che  andavamo  a  Gerusalemme ,  Il  papas  tenne  con  noi  discorso  circa 
il  fuoco  sacro  che  il  saliato  santo  miraeolosamenie  s' accende  nel  sepolcro  di 
Gesù  Cristo.  Citerò  un  fatto  che  vi  darà  certa  Idea  degli  ecclesiastid  di  Alah- 
soer  ;  i  Biblisti  Ingled  vennero  ultimamente  a  Filadelfia ,  e  offrirono  ventimila 
piastre  (circa  quattromila  cinquecento  franchi)  al  preti  greci  della  dttà,  se 
volevano  astenersi  dal  prevenire  contr'essi  I  Cristiani  della  loro  giurisdizione; 
ma  le  ventimila  piastre  non  furono  accettate ,  ed  i  propagatori  del  protestan- 


(I)  DeHammer,  Storia  HeW  impero  ottomano. 


4S8 


MARGELLUS 


»  Ire 

da 


Unno  non  fecero  ilcuii  prowltle  In  FltodeUlas  cont«8D»  Unto  pie 
devote»  Inquoito  che  qiiegM  ecdcflailld  mdo  pomMaà,  ed  in  gBDerale 
rantl  e  niperstlilosl . 

Il  17  géBoaiò ,  nd  momeiiio  In  cnl  stevaao  per  partlfe  dt 
papassi  Tennero  a  darci  la  benedlifcme:  si  poaer  davanti  a  noi , 
una  nano  nna  torcia  accesa  e  dall'  aUra  mi  libro  nel  quale  lensvano 
re  ad  alta  voce  :  queste  oradonl  Indirlisate  al  deio  per  noi»  ci  toesiroao 
siccbé  ne  rìngrulanimo  i  papassi  :  ma  e's'  aipeltivan  da  noi  qnaldie 
più  elle  lempUid  ringrailamenti  ;  laonde,  qoal  fti  U  imo  tmhtmmmo 
videro  salire  a  cavallo  senza  scior  le  nostre  tierse  t  Uno-dl  queste  buosd 
non  potendo  più  comeàersl  vedendoci  partln,  Gl'eoi  damandiroapertamenie 
la  mancia  :  —  avemmo  pietà  di  qnesta  santa  gente»  ed  IncarfeamaBO  11 
Interprete  ebe  lor  desse  il  prezzo  di  quelle  «rasionl . 


di 

d 

pntl» 


TAIPOLI  SVI.  anAVORO 


Andando  da  Pllsddfia  a  Tripoli ,  camminammo  sulle  tracce  della  via  che 
tenne  1*  Imperador  Federigo  Barliaro^sa  da  Gallipoli  fino  alle  rive  del  Selcfk , 
ove  co'  suol  crociati  Alemanni  perse  la  stnida  :  siccome  essi ,  noi  camminam- 
mo In  quell'immensa  pianura ,  che  ha  per  confine  a  messo  giorno  I  monti 
Tmolo  e  Cadmo,  e  a  borea  la  giogaia  del  Bellendge-Dagh  .  l>opo  due  ore  di 
cammino  da  Filadelfia ,  arrivammo  all'  estremità  orientale  della  pianura ,  ove 
conghmgesi  la  catena  del  Tmolo  con  quella  del  Bellendge-Ilagh  e  conalnclano 
I  Messogi,  monti  che  offrono  da  prima  una  valle  stretta  e  tortuosa ,  In  fóndo 
alla  quale  serpeggia  nna  corrente  d*  acqua  Hmplda  adombrata  da  pioppi  e 
platani .  Dopo  aver  passato  11  villaggio  di  Devrent,  situato  sni  declive  occiden- 
tale d*  una  delle  pendici  che  limitano  la  valle,  si  cammina  per  tre  ore  a  traver- 
so ad  una  foresta  di  piccole  querce ,  d'abeti  e  di  larid.  lasciammo  dietro  a 
noi  quelle  montagne ,  pelle  quali  nel  1 190  passarono  I  crociati  Tedeschi  »  ed  ar- 
rivammo a  Tripoli ,  città  situata  a  nove  leghe  da  Filadelfia . 

Niente  di  considerevole  è  rimasto  delf  antica  Tripoli  del  Wtmuùro.  Un  Tea- 
tro onde  I  gradini  sono  scomparsi ,  pietre  disseminate,  tracce  di  bainardly  co- 
lonne cadute  sur  un  vasto  rilevato  seni'  alberi ,  seni'  acqua  e  senza  verdu- 
ra, ecco  quanto  si  presenta  ali* occhio  del  viaggiatore.  Un  gran  cnunilo  ne- 
riccio, sormontato  da  un' enorme  torre,  unico  avanzo  dell'antica  dttadelta, 
domina  l'alto  plano  ove  una  volta  sorgeva  la  dttà  di  Tripoli . 

Strabene  che  ci  ha  ragguagliato  di  tutte  le  dttà  anttcbe  ddla  pianura  del 
Meandro,  non  parla  di  Tripoli.  Il  silenzio  dd  padre  defia  geografia  proverebbe, 
cbe  Tripoli  al  suo  tempo  non  esisteva .  Troviamo  il  nome  di  Tripoli  nd  libri 
religiosi:  dicono  cbe  in  questa  città  san  Bartolommeo  predicasse  l'Evangelio, 
a  che  san  Filippo  vi  patisse  il  martirio  per  la  difesa  della  fede  cristiana  . 


VIAGGIO  429 

Nel  1306,  Tripoli  cadde  in  potere  de' Turchi  per  uno  slratlagemina  :  I  sol- 
4Ìaii  di  Kertnian  s' introdussero  nella  città  travestiti  da  mercanti ,  ascondendo 
le  armi  In  sacch  I  di  grano  ed  In  balle  di  stoffe . 

A  greco  di  Tripoli  è  una  valle ,  formata  dal  pendio  orientale  della  colli- 
na ove  fu  costrutta  la  cittadella  di  Tripoli ,  e  da  un'  altra  collina  Isolata  nel 
BNBO  della  pianura  ;  Il  Meandro  »  onde  le  ripe  sono  la  questo  luogo  coperte  di 
salici  e  canne»  sbocca  nel  piano  per  questa  valle .  Non  è  dubbio  che  ella  non 
sia  i/uel  vaUone  ineanievole  pC«no  di  mirti ,  fichi  e  eardamond ,  del  quale 
parla  il  cronista  Antbert.  I  cfociaii  Tedeschi  condotti  da  Federigo  Barbarossa , 
aocamparono  in  questa  valle  pria  di  passare  sulla  riva  sinistra  del  Meandro  ; 
traversarono  quindi  la  corrente  del  LkOi  che  gettai  nel  Meandro  a  bores  di 
TripoN  ;  e  dirigendosi  a  levante,  i  pellegriBi  d' Alleroagna  arrivarono  a  Laodi- 
eoa  y  dopo  due  ore  di  oamBlno .  Non  so  In  qual  libro  II  Chandler  abbia  potuto 
scoprire  che  Federigo  Baritavoisa,  tocoo  dalla  buona  accogllenia  de*  LaodIocsI  * 
si  Mise  In  ginoodilOBi  danntialle  porlo  della  città ,  e  piegò  per  la  prosperità 
de^suoiaMtantt. 


Passata  la  notte  nel  villaggio  di  Kasslenldgèh ,  situato  un'ora  a  ponente 
di  Tripoli,  riprendemmo  la  nostra  tirada  alla  volta  d'oriente .  il  tragitto  da 
KtssIenMgéfa  a  Degntsieh  è  di  cinque  ore.  SI  attraversa  il  Meandro  sur  un  ponte 
di  legno  male  assicurato ,  non  lunge  dal  borgo  di  Barrai  -levi ,  e  si  arriva  a 
Degnlslèh  camminando  per  una  pianura  fertile  ma  priva  di  culture  . 

Degnlslèh  non  rimonta  al  tempi  antichi  ;  la  sua  origine  é  musulmana  . 
Sono  drca  canto  anni  che  nna  metropoli  di  questo  nome  sorgeva  a  una  lega  a 
ponente  della  città  attuale:  l' antica  Degnlslèh  fa  distratta  da  un  terremoto ,  e 
la  sna  popolarione ,  composta  di  tredici  mila  abitami  quasi  tutta  perì  :  quel 
poehi  Turchi  che  fuggirono  alla  morte  vennero  a  stabilirsi  hi  meno  alle  ricche 
campagne  ove  vediamo  adesso  Degnlslèh .  Questa  città  conta  quindici  mila  Mu- 
stthnanl ,  tremila  Greci  e  due  mila  Armeni .  Nel  17S4,  il  Clandler  non  aveva 
trovato  che  alcune  capanne  a  Degnlslèh  ;  Il  prodigioso  lucremento  di  qoesta  dt- 
là,  non  reca  sorpresa  aHa  vista  delle  fl^ill  campagne  In  meno  alle  quali  é  co- 
strutta: il  circondario  di  Degnlslèh  è  del  più  ricchi  e  fertili  dell'Anatolia  $  Il  grami, 
n  cotone,  lefrutta  d*ogni  speco  vi  abbondano;  laonde  i  Turchi  hanno  chiamato 
Degnlslèh  11  Damasco  dell'  Asia  Minore  (ili-  Seiam  -  AwuMi  ) .  Ma  In  quo- 
i  SI'  Eden  avvi  una  nailone  che  geme  f  È  la  greca .  1  toia»  di  Degnlslèh  son 

sempre  scopo  agli  insulti ,  alle  vessarionl  del  Turchi  :  qui  li  povero  Greco  non 
cammina  che  tremando  accanto  al  fiero  Musulmano,  che  lo  considera  come 
un  vile  schiavo. 


IV.  55 


4)0  UABCELLDS 


WLOyimm  di  i.aodicea 


Abbiamo  Impiegalo  due  giorni  a  visitare  le  rovine  di  Laodìcea  e  di  Gerapo- 
li  del  Meandro.  1  grandi  avanti  di  quelle  città  celebri  non  furono  ancora  de- 
scritti In  modo  completo . 

Laodirea ,  chiamata  dal  Turchi  EsH  -  Bissar  (Castel  Vecchio ì,  é  stluiu 
alla  distanza  di  un* ora  di  cammino  a  borea  da  Degnlalèh ,  sur  un  vasto  alto 
plano  staccato  dal  monti  11 essogl .  Le  prime  rovine  che  colpiscono  lo  sguardo 
arrivando  ad  Eskl-  Rissar ,  son  quelle  di  uno  stadio,  lungo  cento  passi  su  din 
quanta  di  larghena .  Questo  stadio  conserva  ancora  ventidue  file  di  sediti 
di  marmo  bianco.  All'estremità  occidentale  del  monumento  esiste  una  porla 
arcuata  di  marmo,  pella  quale  1  gladiatori  entravano  nair arena;  sulla  qual 
porta  é  un'iscrif  ione  greca  che  dice  :  »  che  lo  stadio  Tu  cominciato  sotto  il  con» 
solato  di  Augusto  Vespasiano ,  figlio  dell'  Imperatore  di  questo  nome ,  e  con- 
dotto a  termine  da  Traiano  nel  novaiitadueslmo  aimo  dell'era  cristiana.  • 

A  ponente  dello  stadio  é  tmtdofro,  con  venticinque  file  di  cedili  :  l'Ingresso 
è  rulnato ,  ed  ingombro  di  colonne  scannellate ,  di  capitelli  e  di  cornicioni»  il 
tutto  egregiamente  lavorato . 

Va  un  teatro  molto  più  grande,  che  fo  fronte  alla  pianura  ove  scorre  il 
Meandro,  trovasi  a  grecale  :  vi  si  contano  cinquanta  file  di  gradini  di  mar- 
mo,  ed  ha  quattrocento  passi  di  circonferensa .  Questo  monumento  è  ve- 
ramente magnifico ,  maestoso  :  al  suo  cospetto  uno  senlesi  compreso  di  gran- 
de ammirazione  per  l'antico  ingegno  che  lo  eresse,  e  provasi  un' impreasiooe 
piena  di  tristezza  nella  solitudine  in  cui  è  :  bramasi  rendergli  il  suo  popolo 
ed  I  suoi  gionil  di  festa  ;  vorrebbesi  vedere  ancora  net  suo  recinto  la  moltitu- 
dine, che  applaudiva  al  capi  d'opera  drammatici  della  greca  letteratura . 

Camminando  sul  suolo  di  Laodicea,  incontransi  ad  ogni  passo  frammenti 
di  grandi  colonne,  di  capitelli  corinti  di  stile  purissimo ,  pezzi  di  marmi  pre- 
ziosi ,  brani  di  mura  formanti  perfetti  quadrati  :  son  questi  avanzi  di  templi» 
di  edlfizi  pubblici ,  di  palagi  ?  Mi  sarebbe  impossibile  risponder  con  preci- 
sione .  Se  intraprendessi  descrivervi  tutte  le  vestigia  della  città  di  Antioco  » 
cadrei  In  una  inevitabile  .confusione;  devo  limitarmi  a  mostar  quelle  rovine, 
che  nel  loro  stato  presente  conservano  ancora  la  forma  dei  monumenlo  cui 
hanno  appartenuto . 

Laonde  non  dimenticherò  gli  avanzi  considerevoli  di  unyiiMMUtò»  che 
sorgea  in  mezzo  alla  città  :  più  hinge  è  un  terzo  leitfro  ove  appariscono  larghe 
gradinate  di  marmo  :  a  levante  del  ginnasio,  alla  distanza  di  cento  passi,  trovasi 
una  slaiua  muliebre  colossale  ,  giacente  accanto  all'enorme  piedistallo  su  cui 
stava  ;  a  questa  statua  mancano  testa  e  braccia,  ma  il  busto,  le  gambe ,  il 
panneggiato  sono  intatti  e  di  ottimo  gusto . 


VIAGGIO 


431 


Le  rovine  di  Laodlcea  caoprono  ani  montagna  chiatta,  che  gira  circa  una 
lega:  il  suolo  n*è  caTemoaoin  vari  punti  e  roTesclato,  e  senza  dubbio  ascon- 
de grandi  rovine  .  Il  sovvertimento  di  questa  montagna  è  opera  di  terremoti,  i 
quali,  più  delle  umane  rivoluzioni  hanno  distrutti  ibel  monumenti  di  Laodicea . 

Questa  città  (ìi  scelta  dagl'  imperatori  di  Roma  per  capitale  della  loropro- 
vincia  dell'  Asia  Minore  ;  diversi  edlfizi,  degni  della  grandezza  de*  Cesari,  sor- 
gevano sulla  montagna  or  desolata,  ed  ove  altro  non  veggonsi  che  pietre  senza 
nome .  Laodicea  fu  bella  e  ricca  ai  tempi  dei  Romani  ;  ella  ritraeva  rendite 
immense  dalla  vendita  de' suoi  armenti ,  famosi  pelle  finezza  della  lana;  ma 
oggi  queste  greggio  di  pecore  non  pascono  più  nel  campi  solitari  di  Laodicea, 
e  perfino  la  razza  di  esse  è  perduta  :  colà  non  regna  che  la  imagine  della 
devastazione;  la  vegetazione,  che  altrove  generalmente  spande  un  po' di  vita 
fra  le  reUqale  degli  edlflzi  antichi,  non  comparisce  in  alcun  luogo  sul  sepolcro 
di  Laodicea  :  solo  il  Lieo  ancóra  scorre  appiè  de'  suoi  baluardi  come  a'  tempi 
della  sua  gloria  !  Beco  ciò  che  avanza  delia  magnifica  Laodicea ,  regina  del- 
l' Asia  Minore . 

ROvniE  DI  awBJkwota  muv  wtMAmnwiO 


Seguitemi  adesso  a  Gerapoli,  alla  Citià  Santa,  che!  Turchi  chiamano 
Pambu-Kalèh  (Castello  di  Cotone),  a  catfsa  della  risplendente  bianchez- 
za delle  sue  rupi .  Partendo  da  Laodicea ,  si  cammina  per  roezz'  ora  in  una 
stretta  valle  Irrigata  dal  Lieo;  lasciando  quindi  questa  riviera  a  mancina,  si 
prende  la  strada  a  borea  attraverso  ad  una  incolta  pianura  e  paludosa  :  e  in  ra- 
gione del  nostro  appressarsi,  la  collina  di  Gerapoli  maggiormente  risplendeva  , 
1  raggi  del  sole  la  inondavano  di  luce.  Questa  collina  gigantesca,  che  ha  for- 
ma di  anfiteatro,  vista  da  un  miglio  lontano  slmigila  ad  una  immensa  cascata 
d'acqua,  tutto  ad  un  tratto  rappresa  dal  g^  e  convertita  in  ghiaccio. 

Traversammo  II  Meandro  sur  un  ponte  di  legno  vacillante,  e  dopo  due 
ore  di  cammino  pervenimmo  sul  rilevato  di  Pambu-Kaléh,  passando  per  un 
sentiero  ronghioso  fiancheggiato  di  sarcofagi  di  marmo,  ornati  di  festoni  e  di 
teiiie  di  becchi . 

Gerapoli  fu  consacrata  ad  Apollo  e  ad  Bsculaplo,  a  cagione  della  virtù  delle 
sue  acque;  anche  adesso  le  portan  gran  vanto  pella  guarigione  del  dolori  reu- 
matici, e  soprattutto  per  le  malattie  cutanee:  »  Non  mai  morrebbesi,  dicono 
i  TurehI  di  questa  contrada,  se  ogni  odo  glorai  si  potesse  fare  un  bagno  nelle 
acque  di  Pambu-  Kaléh .  • —Queste  acque ,  che  hanno  eziandio  la  propietà  di 
dare  alla  lana  un  color  porporino ,  soo  calde  moderatamente,  e  sanno  di  zol- 
fo .  Le  loro  sorgenti  zampillano  dal  centro  delta  dttà:  prima  riempiono  un  ba- 
cino di  trenta  passi  di  circonferenza ,  in  fondo  dei  quale  si  elevano  due  gran- 
di colonne  di  granita  con  capitelli  rorinil;  un'infinità  di  rnsoelleui  vengono 
fuori  dal  badno»  e  solcano  In  tutti  1  sensi  11  sito  della  città.  Nulla  è  più  eurlo- 
10,  e  straordinario  delle  tracce  che  hanno  lasciate  le  acque  attravMw>  al  sito 


432 


MARCgLLUS 


ociMpaio  da  Gerapoli  :  dlièbbeii  che  uveale  mqa%  ai  ooiguliDO»  tuMo  le  depoB- 
fEODo  11  UrUro  e  fònoMo  eanaletU ék  fan» darlHiiBo di  un  sol paooy  gial- 
lognalo  e  bianco.  Dopo  mille  e  mUle  giri  »  lulll  1  nifoeli  Hnnieenml  aallA 
pendice  della  gran  eelllna,  onde  gH  occhi  pooiono  appMn  lopporUre  l'ab- 
bagUanle  blancheii8$  e  colà  «mm»  gran  nnnoio  di  aertiilol ,  opera  delle  acque, 
ma  cbe  dlreblMnii  t^miiaaMBCe  acavall  per  bagnarrlii .  Ib  aeqoe  ewooo  dal 
ferbatol  gorgogliando ,  e  il  precipitano  con  ftncaMe  giù  peKa  coOim  da 
finie  mpl:  Infine  vanno  a  perderli  nella  pianare  InigUa  dal  Meandro • 
bone,  Pausanla,  VltniTio^  Uiplano,  parlarono  deNa  pUrjpegatfona  della 
di  Gerapoli;  ma  quarti  antichi  aolori  non  d  hanno  ineegnalo  nnlladi  paittoo- 
lare  su  tale  argomento:  tutti  finlseon  col  dire,  che  questo  aeque  farmaTie  I 
muri  che  cingcfrano  I  giardini  della  dttà  lacra . 

Alcuni  Tlagglatori,  fn  gU  altri  II  Ghandler,  hanno  crcduloche  Qufenlo  Smlr^ 
neo,  nel  MM  decimo  libro  deHa  Gvtmadi  Tnfa,  poncMe  a  Gerapoli  l'auCro 
tacralo  delle  ninlé,  ore  Diana  dlweee  akra  volta  dal  dolo  per  contemplare  II 
bello  Endimione  addormentato  ricino  alle  sue  cavalle .  Credesi  che  II  poeta  di 
ionia  parli  della  montagna  di  Gerapoli,  quando  dice:  »  Pare  da  lungo  che  tcor- 

>  ra  lalte  freico  su  quel  hiogo  ove  Diana  rt  riposò  aecamo  al  giovin  man- 

>  drlano;  a  minor  distanza  direbbesi,  che  quella  è  acqua  limpida  ;  ma  a  nah 
»  snra  che  d  awtdniamo  ad  essa,  quest*  acqua  vedesl  fendwstla  i  e  quando 
»  d  slamo  rapra ,  restiam  sorprtsl  di  non  trovarvi  altro  die  un  sempllco  en* 
»  naie  scavato  nel  masso.  • 

Ho  cercato  invano  a  Gerapdl  1*  oscura  caverna  detta  Plufonio,  una  dal- 
le porte  deH'  Inismo  degli  antiebi .  Il  geografo  d'  Amasee  pone  querta  cavcnia 
sur  una  collina  donrinata  dall'alta  rocniagnadl  Messogia,  appiè  ddla  quale  sor- 
geva la  dttà  saesa  • 

•  Il  Phitonio,  dice  Strahone,  è  circondalo  da  un  balaustrato  di  pletru 
dì  cinquanta  piedi  di  drcuHo  • .  Soggiugne  averlo  veduto  pieno  di  un  Aimodenao 
ed  inflètto .  TuUi  gli  animali  cbe  appuBiiavan  la  testa  a  questo  rednio  mori* 
vano  neH* istante.!  polletl  soltanto,  saecrdoti  di  Gibde,  anpeiavano  1  mlasual 
mortiferi  esahmtt  da  quarto  luogo  terribile .  --  lo  ho  veduto  questo  balaustra- 
to, ma  non  ho  potuto  scorgere  T Ingresso  del  Tartaro  •  Il  Chandler,  dopo  Imi* 
tUI  ricerche  sul  Phitonio,  seppe  da  un  Tureo,  che  una  grotta  Ibtale  aHe  pe- 
cove  ed  alle  capre  esisteva  a  Pambu-Kaléh;  ed  il  musulmano  agghigneva,  che 
qnerta  grotta  era  la  dimora  di  un  genio  infeniale. 

Centlnuo  a  dire  ddle  rovine  di  Pambu-  laléh.  Queste  rovhM  rt 
tutte  ad  un  tratto  alla  vieta,  e  produoono  un  sorprendente  spettaoaio:  a 
vedete  un'arco  irioniile  di  un' architattura  dagrnerau,  aaa  pcrfettameMe 
conservato;  Il  presso  comincia  un  lungo  colonnato,  cbe  viene  a  lar  capo  ad  una 
grande  e  magnifica  cblem  costrutta  di  grosse  pietre  ;  più  hmga  appariaee  UB  gin- 
nasio, con  nuura  di  enorme  grasseaia:  vi  rt  riconosoenn  ancoro  tra  im* 
mense  gallerie;  le  pietre  cbe  ne  forroan  le  volte  sono  rt  bene  cooMnasse  >  che  I 
lorranoU  non  poterono  in  alcun  modo  crollarle.  A  maestraiei  sirtdoellvn 


VIAGGIO 


433 


meridionale  della  montagna,  esiste  un  teatro  cbe  ha  trecento  quarantaiel  pie- 
di di  diametro  s  non  V  è  In  Oriente  teatro  ooal  lien  oonienrato  come  quello  di 
GerapoU  :  il  quale  ci  dà  piena  idea  della  forma  de' teatri  Kred  degli  antichi 
tempi  ;  il*  monumento  conta  quarantacinque  ordini  di  gradini  di  bel  mar- 
mo bianco I  ha  tre  porte  ornale  di  ghirlande  e  festoni;  quella  del  meazo  era 
chiamata  Parta  Urnila,  e  si  ebianuvano  Porte  degU  Strtmieri  qqelle  che  le 
stanno  accanto;  di  fianco  alle  porte  laterali  sono  due  adlU  a  volta  conosciuti 
sotto  il  nome  di  Parut  4i  Ritomo.  Gli  attori  presentavansl  sulla  scena  dalle  tre 
porle  summentovate»  ed  usciTano  dal  due  aditi,  Veggonsi ancora  soli' ordi- 
ne superiore  de*  gradini ,  le  tracce  de'  portici  pel  quali  II  popolp  pasMva  per 
prender  posto  sui  sedili .  Benché  le  tre  porte  del  teatro  di  GerapoU  abbiano 
conservata  la  loro  forma  primitiva,  nientedimeno  hanno  sofferto  deplorabili 
degradaiioni:  la  scena  è  ridotu  ad  una  terraiata  composta  di  larghi  peul  di 
marmo  ;  il  recinto  dell'edlfizlo  è  ingombro  di  colonne  di  granito»  di  cornicioni  e 
di  capitelli  1  ma  fra  questa  magnifiche  vestigia,  confusamente  ammassate,  dlslln- 
guest  un  frontespizio  lungo  quindici  piedi  e  largo  quattro,  ove  sono  scolpite 
Ninfe  che  eseguiscono  danae  vohittuoee  :  queste  Ninfe  mancano  delle  teste  »  ma 
Il  restante  del  corpo  e  le  vestimenia ,  sono  in  perfetta  conservazione.  La  pura 
semplicità  »  Il  gusto  squisito  dell'  architettura  greca,  si  mostrano  nel  maggior 
bello  su  questo  gran  bassorilievo .  Ho  trovato  nel  recinto  del  teatro ,  sur  un 
enorme  pezzo  di  marmo,  V  iscrizione  greca  copiata  dal  Cbandler .  Eccone  una 
traduzione: 

•  Salute,  0  potente  e  superba  Gerapolli  delizioso  soggiorno  dell'  Immenso 
•  ilfif.  Il  più  degno  della  pubblica  venerazione»  a  causa  del  gran  numero  di 
9  Ninfe  che  l'abitano»  e  de' suol  monumeittl  ricchi  e  maestosi .  > 

La  voce  À$i$f  che  legsiaroo  sur  una  pietra  di  GerapoU,  rammenta  l'ori- 
gine del  nome  Asia .  Omero ,  Erodoto  ed  Euripide  Indicano  sotto  11  nome 
d'  AH$  una  contrada  della  Lidia  irrigata  dal  Caistro;  I  geografi  del  tempi  po- 
Iteriori  a  quelli  degli  autori  da  me  citati,  pongono  In  questo  stesso  paese  una 
dttà  detta  Aiia,  fondata  da  una  tribù  chlamau  A$iQnfis,  Pare,  ba  osser- 
vato il  Malte -Brun»  che  I  Greci  abbiano  esteso  II  nome  d'  À9U  a  tutta  r  Asia 
Minore,  e  quindi  ad  altre  contrade  orientali»  a  misura  cbe  n'  ebbero  cognizione. 

ft  noto  che  gli  antichi  ponevano  sempre  il  loro  teatro  in  luoghi  dal  quali 
l'oechio  potesse  abbracciare  una  vasta  estensione  •  Sarebbe  Impossibile  iroagi- 
nare  poslzloiie  più  bella  di  quella  del  teatro  di  GerapoU  :  assisi  sulle  sue  gra- 
dinale» gli  spettatori  avevano  davanti  la  pianura  irrigata  dal  Meandro»  sur  uno 
spazio  di  treni  a  leghe  da  levante  a  ponente  :  vedevano  a  mezzogiorno  l'Im- 
mensa catena  del  monte  Cadmo»  coUa  sua  ricca  vegetazione  e  la  sua  bianca 
corona  di  eteme  nevi  :  a  dritta  s'estendevano  le  mille  sinuosità  del  fiume  ,  ed 
i  monti  MeMogl  ;  a  stanca  I  loro  sguardi  potevano  riposarsi  su  Laodicea  »  ove 
or  non  dlstinguesi  che  una  montagna  chiatta  e  Ingombra  di  ruderi  . 

Non  mi  fermerò  sur  una  gran  quantità  di  colonne  sparse  senz'ordine 
ov'  era  la  dita  »  ni  contentorù  di  mentovare  quindici  piedistaUI  ordinati  in  fi- 


434 


AHCBLLUS 


la  a  ponente  del  gran  teatro  :  presso  di  questi  piedistalli  giacciono  enornil  co- 
lonne ed  un'infinità  di  capitelli  corinti  di  bello  stile.  Siamo  di  sentimento,  che 
questi  splendidi  aranti  abbiano  appartenuto  al  tempio  di  CIbele,  onde  Gera- 
poli  si  gloriava . 

Ho  già  indicale  molte  rovine  della  città  saera ,  e  non  bo  per  anclie  dello 
alcun  cbe  circa  la  città  de' morti .  La  neeropoìi  di  Gerapoll  è  a  nuestrale  . 
Vedonsi  da  prima  costruzioni  di  pietra  di  quindici  piedi  quadrati  su  trenta  d'ele- 
vazione ,  sormontate  da  sarcofagi  di  marmo ,  e  presentano  due  lunghi  via- 
li: questo  era  11  principale  ingresso  della  città.  Attorno  a  questi  grandi  avelli , 
e  sul  declive  meridionale  della  montagna ,  sono  sparsi  sepolcri  senza  numero , 
avente  ciascuno  in  lingua  greca  un'Iscrizione  funeraria.  Uno  di  questi  avelli 
fissò  particolarmente  la  nostra  attenzione  :  è  a  borea,  Isolato  sovra  di  un  mon- 
ticello ,  lungo  sei  piedi  e  quattro  largo .  Un  nomo ,  una  donna ,  un  fandullo , 
giacenti  gli  uni  accanto  agli  altri,  sono  scolpiti  sul  coperchio  :  maledicevi  lo 
stupido  fanatismo  de' Turchi  che  ha  mutilato  le  teste  di  questo  gruppo.  Una 
facciata  del  sarcolìigo  rappresenta  guerrieri  a  cavallo,  colla  lancia  in  mano, 
sfidandosi  alla  pugna .  Questi  guerrieri  hanno  II  casco ,  lo  scudo,  gli  schinieri 
e  la  tunica  degli  antichi  Greci  :  displace  ignorare  II  nome  del  personaggio  che 
fu  deposto  in  questo  avello  con  la  sua  donna  ed  il  suo  figliuolo .  Tutti  1  sar- 
cofagi di  Gerapoll  hanno  un'  iscrizione ,  e  quello  del  quale  io  parlo  non  ha 
che  la  sua  ammirabile  scultura  :  forse  pensossi,  Innalzando  questo  monumento 
sepolcrale,  cbe  lo  scalpello  dell'  artista  basterebbe  per  dire  alla  posterità  guai 
lù  l'eroe  11  sepolto,  che  forse  mori  combattendo  pel  suo  paese. 

Nulla  pel  viaggiatore  è  fienoso  quanto  la  ignoranza  del  passato  di  una  cit- 
tà della  quale  calpesta  le  reliquie  :  ma  gli  annali  di  Gerapoll ,  come  quelli  di 
molte  antiche  città  dell'  Asia  Minore,  sono  principalmente  scritti  sovra  i  monu- 
menti, ed  ecco  perchè  l' istorìii  della  città  sacra  é  adesso  sepolta  colle  rovine 
de' suol  edifizi .  Tristo  destino  di  Gerapoll  !  Questa  cIttA  una  volta  cosi  potente, 
non  ha  neppure  potuto  serbare  le  ceneri  de'  suoi  morti  1 1  cupidi  profanatori  di 
questo  paese  hanno  aperto  1  sarcofagi,  credendo  che  ascondessero  tesori:  laonde 
la  necropoli  presenta  uno  spettacolo  di  compiuta  desolazione .  Quando  si  pas- 
seggia attraverso  a  quel  viali  di  sepolcri,  ove  regna  un  tristo  e  lugubre  silen- 
zio, e  si  posano  gli  sguardi  sugli  avanzi  di  Gerapoll,  spaventosi  per  nudità, 
l' imaginazione  è  colpita  come  da  una  specie  di  vertigine  ;  a  vedere  annichilato 
quanto  respira,  credesi  esser  giunti  ai  confini  dei  regno  della  morte,  e  par 
cbe  la  gran  famiglia  umana  sia  discesa  interamente  nell'  avello,  e  che  già  si 
aprano  i  sepolcri  per  rendere  gli  estinti  al  loro  giudizio  finale  ! 


■OllTC  CASINO 


Addi  23  gennaio,  nel  momento  in  cui  il  muezzvMy  dall'alto  del  minaretto 
di  Degnlslèh  chiamava  i  credenti  alla  seconda  preghiera;  noi  lasciammo  la  dt- 


VIAGGIO  435 

tà .  Dopo  aver  cuniniiialo  per  un  ora  nella  direttone  di  libeccio,  arrivammo 

a  pie  del  monte  Cadmo,  detto  dal  Torcili  Boba- Dogh  (^aón  delia  montagna) . 

Con  aisai  vivo  cordoglio  laidai  alla  mia  ilnlstra  11  cammino  cbe  segui  Lui- 

j         gi  VII  per  rendersi  colla  Crociata  a  Satalia  (Adalia).  Avrei  voluto  camminare 

j         ralle  tracce  del  monarca  francese  -,  avrei  voluto  vedere  I  luogtd  difficili  che 

I  furon  testimoni  della  sua  gloria . 

I  Non  è  possibile  superare  11  monte  Cadmo  altro  che  a  piedi  :  camminammo 

I  per  un  sentiero  ronghioeo,  cbe  non  offriva  cbe  una  larghetta  di  un  passo;  a  drit- 
I  ta  ed  a  stanca  1*  occhio  perdesi  in  precipiti  di  spaventevole  profondità.  Neri  abeti 
e  verdi  boscaglie  cuoprono  hi  cresta  e  le  falde  della  montagna»  e  fi  estendono 
Infino  nel  fondo  delle  valli  :  I  fianchi  de'  precipizi  sono  seminati  di  rocce  stac- 
cate le  une  dalle  altre  ;  e  l'edera  Inerpica  sugli  acuti  scogli.  Ad  ogni  passo  »  hi 
questo  sentiero  tortuoso ,  i  siti  cambiano  improvvisamente  d' aspetto  :  ora  si 
trovano  valloni  profondi  e  ricchi  di  vegetazione ,  ora  alti  pianori  cbe  presentano 
'  fresche  e  spaziose  praterie  :  quinci  laghetti  di  limpidissimo  umore  che  vezzo- 
samente riflettono  i  tronchi  e  le  fronde  delle  piante,  quindi  sorgenti  copiose 
die  di  ciccata  in  cascata  precipltansi  in  fondo  a  valU  tenebrose.  Non  sapreb- 
liesi  imaginare  natura  più  bella,  vivace,  vigorosa  e  di  più  vario  carattere  -.  ma 
ciò  cbe  compie  di  dare  a  queste  grandi  montagne  aspetto  Imponente ,  è  la  loro 
soUtudine  e  il  silenzio  profondo  cbe  vi  regna  :  non  v'é  nessuna  umana  abitazio- 
ne ,  non  Inoontraviii  traccia  di  uomo  1  Per  tre  ore  camminammo  sulle  alture 
de'  monti ,  poi  scendemmo  In  una  valle  solitaria  ove  crescono  platani  e  pini . 

ROVniE  DI  GfBlAA 

Traversato  II  monte  Cadmo,  dopo  cinque  ore  di  penoso  cammino  scorgem- 
mo a  destra,  sur  un  montioello  isotato,  petti  di  marmo  di  enorme  grosseita  sui 
quali  sono  mirabilmente  scolpite  Ninfe  danzanti  e  guerrieri  a  cavallo.  A  qual 
edlfizlo  queste  grandi  e  belle  vestigie  appartennero  ?  fi  ignoto,  e  diflieile  a  in- 
dagare. Questi  avanzi  sono  distanti  mezz'ora  a  ponente  da  un  villaggio  turco 
chiamato  Eusuldgia  Bulak. 

Questi  belli  avanzi  del  tempi  antichi  ne  indicavano  altre  rovine;  infatti , 
un'ora  più  lunge,  dalla  parte  di  ponente,  baluardi  di  marmo  s'offrono  al 
nostro  sguardo;  e  nel  loro  recinto,  cbe  può  avere  una  leg^dl  circonferenza, 
sono  sorprendenti  giardini  chiusi  con  colonne ,  capitelli ,  comici  del  più  bel 
lavoro.  Il  rudero  più  Importante  da  noi  veduto,  éuno  stadio,  del  quale  si  tro- 
vano ancora  molti  gradini .  Sotto  allo  stadio  avvi  un  viUa^io  turco  cbe  porta 
il  nome  di  Vakuf . 

Ma  qual  (ù  la  città  onde  le  mine  offrivansi  alla  nostra  ammirazio- 
ne ?  Interrogo  8tral)one  e  mi  risponde:  •  Ciblra  é  situata  al  di  là  del 
»  Meandro,  a  mezzogiorno  di  Laodlcea;  i  villaggi  di  sua  dipendenza  s'eslen- 

•  dono  dalla  Pisldia  Infino  alla  eosu  dell'  Isola  di  Rodi  :  tre  città  vicine  Bu- 

•  bon,  Bal-Buraed  Eneanda,  si  riunirono  ad  essa,  e  questa  riunione  prese 


436  MABGBLLUS 

»  Il  DonwdirefrafM)!!,  vale  a  dite  assodazioiie  di  quattro  dtti.» 
ragguagli  che  ci  bando  dati  1  ■usulmaal  Ael  villaggio  di  TakoT»  le  tovtae  dal- 
le quali  parlai  Mmo  le  sole  die  Ineoiilinfitl  nei  paese  a  meuodl  del  Baonte  Ca- 
dmo: non  pois* lo  dunque  credere,  dhe  elle  fieno  gli  avaml  dell'antica  ClbiraP 

LA  COnOUXIOVB  DI  WACUA 

Bn>  ood  lopfaflMto  dalla  visu  deHe  reliquie  di  qnesu  città,  die  rad  ap- 
pena attendone  ad  un  aneddoto  piacevole  di  cui  fUnnio  la  eamat  akosl  oi* 
noti  prima  di  arrivare  a  Valnif ,  vedemmo  un  giovine  muRUmano  che  guida- 
va, cantando ,  una  tarrettà  tirata  da  due  bud  •  Alio  itreplto  dd  pani  de'no- 
dri  eavani ,  il  lavoratore  vdgeil  capo  ver  nd,  inierrompe  la  sua  camooa»  la- 
ida là  carreua  ed  l  Imoi,  e  fi  pone  a  correre  attraverso  d  campi  gHdando  In- 
menievolmente  :  era  impoMlUleflpiegare  11  tubilo  apaiPinto  dd  glovlnotto;  la 
nostra  guida  d  disse)  che  II  Torco  d  aveva  presi  per  I  geadarml  (coiniì  )  in- 
carioatl  dd  pascià  ddla  leva  dd  cosctfttl.  il  povero  musutattano  finabneme 
arrestossl  :  comprese  che  envamo  viaggiatori  tnofldutvti  e  non  emissari  cra- 
ddi  venuti  per  rapirlo  alla  pace  de* sud  eampi .  Questo  aneddoto  m'Induce  a 
I         dirvi  qualche  cosa  circa  11  modo  onde  d  fa  la  leva  de'  coscritti  ndla  Turdda 

Il  sultano  ordina  ed  un  pasdà  di  fètnirgll  un  certo  numero  di  giovbiotti , 
eli  pascià  11  là  prendere  nel  suo  didrdto  in  qud  numero,  e  gl'bivia  d  Gran  si- 
gnore: ma  II  pascià  non  segue  in  ciò  alcuna  regola;  tutto  è  sommesso  dia  legge 
dd  suo  capriccio:  nou  si  assegna  ai  coscritti  alcun  termine  per  la  durata  dd 
fervido s  sono  soldati  avita  !  Td  sistema,  che  non  rivela  molto  progresso  di 
indvlllmento  In  questo  paese ,  ha  cagionata  la  disperaaione  a  pM  di  una  fa- 
miglia I  le  povere  madri,  non  avendo  dtra  prospettiva  che  qudla  di  vedaid  per 
sempre  private  de' loro  figli  »  spingono  qualche  volta  la  disperadone  fino  a  ri- 
numlare  alle  gioie  maiaine:  gli  infanticidi  mdtiplicand  ndi'Asia  Minora  In 
modo  spaventevole  l  ! 


Passammo  la  notte  del  ti  genndo  In  una  capanna  di  Vakuf.  La  dìUM^ 
ne ,  allo  spuntar  del  giorno ,  salimmo  a  cavallo  e  proseguimmo  llnosiro  cam- 
mino verso  occidenle.  ^  Aveamo  a  dedra  la  bdla  odena  boschiva  dd  #0611 
Vagh  )  a  stanca  un'ampia  valle  sparsa  di  grandi  alberi  verdi  4'Dlstanle  II  cam- 
mino di  tre  ore ,  a  meizoglomo  di  questa  valle ,  esiste  una  dita  turca  di  die- 
ci mila  abitanti,  appdlau Kelka .  Questa  dttà  è  laresidenia  di  DaHu- OgUm, 
governatore  attuale  della  contrada  che  percorriamo .  —  Bentosto  cstraBtmo  la 
una  foresta  di  pini ,  eslesa  pel  cammino  di  tre  ore  ;  e  quindi  traversammo  coRIne 
basse  coperte  di  boscaglie  :  ivi  incontrammo  pastori  e  custodi  di  cammdll,  che 
sdntavancl  secondo  la  loro  usansa  colle  parole:  upur-oto  (Moe  viaggio!) 


VIAGGIO 


♦37 


— Distante  cinque  ore  di  Vakuf,  lasciane  alla  noaln  iioliira  «i  borgo  turco  di 
««ne  BiMlr  ;  ed  un*  ora.  pM  oltte  troTannoo  Mhra ,  Ttllagglo  composto  di  qua- 
ranta capanne, oottratto  fra  le  nrioe ddl'  antica  Abodislay  dttà  di  Vcnefe . 

Comlndamo  la  nostra  dcKflilone  d' Afirùditia  dai  baluardi  moderni ,  che 
mani  barbare  hanno  cottmttl  eoa  colonne  icannellaie,  capitelli  e  eomlct  or- 
nate di  ghirlande  e  di  grappoli  d'uva,  eoosaraail  di  bami  rWevl  praHortwl* 
mi .  Una  fra  gii  altri  rappieaenta  anurasa  allegarle:  Il  dio  €«pido,  armato 
ddla  sua  férmldablle  freccia,  doma  gli  uomini  pM  feroci,  gli  animali  pid  ter- 
ribili :  da  un  lato  gladiatori  e  guerrieri  $  dall'  altro  tori  e  laanl:  la  composi^ 
done  è  circondala  d^gUrlamle,  graaioaanHnle  lalvecclale  con  incantevoli  te- 
stine di  amorini.  Questo  bmo  rilievoy  nel  quale  l'arte  greca  mostraai  mMa 
sua  maggior  purezza ,  presenta  come  un  poeau  erotico  scrllto  sul  marmo . 
Frarnmeotl  tanto  ammiraMII  di  scullura  hanno  certamente  appartenuto  al 
tempio  di  Venere ,  del  quale  presto  parlereOM)  • 

Alla  volu  di  mezzogiorno  é  una  bella  porta  di  maino  bianco,  sul  cui  fron- 
tespizio mirasi  una  iscrizione  greca  mutilata,  e  su  I  due  lati  sono  statue  alte 
circa  tre  piedi ,  che  hanno  le  ali  spiegate  e  forse  rappresentano  genil  pronti  a 
lanciarsi  nello  spazio.  A  borea  di  questa  porta ,  nel  recinto  de*  muri ,  é  uno 
stadio  di  sorprendente  ampiezza  ;  tutti  1  gradini  esistono  ancora ,  come  pure  le 
due  arcate  donde  \  gladiatori  entravano  nell'arena  :  le  erbe ,  l'edera  ed  I  ce^pl 
crescono  fra  le  commettiture  de'  gradini ,  e  mescendo  la  loro  verdura  e  Intrec- 
ciandosi, sembra  vogliano  Involare  questo  monumento  agli  oltraggi  dell'uomo. 

Diciotto  colonne  scannellate  di  quattro  piedi  di  diametro  rimaser  ritte  In 
mezzo  al  recinto  d*  Afrodisia  ;  e  questo  é  quanto  resta  del  tempio  di  Vene- 
re ,  cosi  ammirato  dal  popolo  dell*  antica  Ionia .  Le  cicogne  fiinno  II  loro  nido 
sulla  vetta  de'  capitelli ,  e  svolazzano  di  colonna  In  colonna ,  di  rovina  In  ro- 
vina :  lo  strepito  delle  loro  ali ,  l' urto  del  loro  bect*^  sugli  avanzi  del  mo- 
numento, rimpiazzano  gì*  Inni  che  un  tempo  Ti  echeggiarono  In  onore  della 
madre  degli  amori . 

Distante  quarantacinque  passi  da  queste  belle  rovine,  sorgono  dodici  colonne 
di  minor  •Umenslone  di  quelle  del  tempio  di  Venere:  gli  ornali  del  capitelli  di 
queste  colonne  rappresentano  anch'essi  ghirlande  e  grappoli  d' uva  ;  dai  quali 
emblemi  possiamo  argomentare,  che  desse  appartennero  ad  un  tempio  di 
Bacco ,  che  avea  tre  file  di  colonne ,  di  trenta  per  fila .  Alla  estremità  di  que- 
sti colonnati ,  apparisce  un  portico  ben  conservato . 

Le  rovine  di  Afrodisia  cuoprono  una  vasta  estensione,  e  presentano  al  viag- 
giatore vestigia  di  edifizi  onde  non  saprebbesi  precisare  II  primitivo  uso . 


mu  wnmrt 

msfWA  con  ni  v&i 


Lasdamoio  Céra  addi  25  gennaio,  alle  sette  della  mattina ,  e  uscimmo 
dalla  porta  occidentale.  La  planara  ero  sorgeva  la  dttà  di  Venere  ha  chea 


IV. 


56 


438  KARCELLUS 

dae  leghe  di  larghena,  e  conflna  a  borea  ed  a'meizodl  con  due  estere  di 
montagne.  Ad  un'  ora  di  cammino  da  Afrodisia  trovasi  una  valle  angusta  Irri- 
gata da  una  riviera  chiamata  Kara  -  iu  (acqua  nera )»  che  é  pure  11  nome  di 
un  grosso  borgo  situato  un'  ora  distante  a  meuogiomo  del  vallone.  Akunl 
xéibei  (guardie  di  polizia)  riposavano  sulla  riva  ombrosa  del  Kara-  su  ;  Il 
(oro  vestito  merita  d'esser  descritto:  componesl  di  un  CDorroe  turbante  In 
forma  piramidale,  di  una  giacchetta  di  seta  rossa  con  maniche  pendenti,  e  di 
un  paro  di  calsonl  bianchi  strettissimi  e  corti  In  modo,  che  la  gamba  resta 
nuda  :  le  scarpe  sono  rosse  ed  appuntate  i  ed  un  lungo  ^01091111  damascato , 
ed  una  fila  di  pistole  ornate  di  argento,  stanno  appese  alla  loro  cintura .  Gli 
sHnM  sono  In  generale  bellissimi  uomini  :  al  tempi  dei  Dere  -  bel ,  signori 
turchi  feudatari  di  queste  contrade,  gli  zéibei  erano  celd>rl  per  la  loro  pro- 
deus,  formavano  la  guardia  d'  onore  di  quei  possenti  baroni  orientali ,  e  fii- 
cevano,  come  adesso,  la  pollila  dell'Anatolia:  ma  i  loro  privilegi  finirono 
col  cadere  del  regno  dei  loro  protettori . 


mi  ULCHAS      « 
OCflCaiTX  ZL  PARADISO  DI  MAOMETTO 

Da  questo  luogo  retrocedemmo  ;  e  ripassando  11  Meandro  fra  Tr'poll  e  Ge- 
rapoll,  c'incamminammo  verso  il  cuor  della  Frigia ,  a  Kutayèh .  Strada  fa- 
cendo noi  osservammo  un  paese  magnifico  per  doni  di  natura ,  ma  deserto  e 
selvaggio  per  opera  umana:  passammo  sulle  mine  di  molte  città  famose,  fra 
le  quali  sono  da  notare  quelle  di  Apollonia ,  di  Apamea  e  di  Metropoli . 

In  un  villaggio  che  sorge  sul  cadavere  di  una  di  queste  antiche  città,  ci 
successe  uo  aneddoto  eh'  lo  vo'  narrare .  Noi  fummo  condotti  dalla  nostra 
guida  presso  un  Turco  suo  amico  appartenente  ai  corpo  degli  ulenuu  ;  polche 
nulla  é  più  interessante  per  un  viaggiatore  europeo  In  questo  paese  quanto  dì 
entrare  in  relazione  con  un  dotto  osmanli. 

V  ulemas  chiamava.*!  Mohamed  -  ECTendi  :  lo  trovammo  accoccolato  In  un 
angolo  della  stanza  sur  un  divano,  fumando  con  una  luuga  pipa  :  d' avanti  a 
lui  era  una  tavola  tartata ,  sulla  quale  stavano  aperti  alcuni  libri  turchi  ; 
d' intomo ,  il  savio  avéa  una  quindicina  di  ragazzi  cui  insegnava  II  Corano  :  Mo- 
hamed-Effendi  ci  pregò  di  assiderci  rlmpetto  a  lui  su  tappeti  e  cuscini . 

lo  non  aveva  mai  visto  più  bella  figura  di  vecchio  :  la  sua  larga  fronte 
rugosa,  i  suol  occhi  cllestri,  dolci  e  vivaci,  la  sua  hmga  barba  bianca ,  e  la  sua 
testa  avvolta  di  un  turbante  verde  (segno  distintivo  dei  discendenti  del  profit- 
ta, ovvero  del  musulmani  che  hanno  fattoli  pellegrinaggio  della  Mecca) ,  span- 
devano sulla  sua  nobile  fisonomla  un  non  so  che  di  venerando  e  di  grandioso. 

Mohamed  -  Effendi  ci  domandò  se  eravamo  Francesi  0  Mosoavia.  Al  solo 
none  di  Francesi  Inchinò  la  lesta  dolcemente ,  poacla  disse: 


VIAGGIO 


439 


»  Peki  veti  (bene,  beiie)t  ogni  Francete  é  dotto ,  ed  ogni  dotto  è  Fran> 
»  cese!* 

Questo  ulemts  nutria  da  gran  tempo  la  curiosità  di  sapere  In  che  consi- 
stesse Il  paradiso  secondo  le  credenze,  cristiane;  quindi  considerò  il  nostro 
passaggio  dalla  sua  dimora,  come  propizia  occasione  per  Istruirsi  del  piaceri 
della  Ttta  futura  promessi  al  fedeli  figli  del  Vangelo  :~  ma  prima  però  Moha- 
med  -  Effendi  volle  parlarci  del  soggiorno  celeste  cui  Maometto  ha  fatto  sperare 
Il  godimento  al  veri  credenti . 

•  GII  eletti  da  Mo ,  disse  l' ulemas ,  vivranno  eternamente  In  un  mondo 
B  dove  SODO  tre  fiumi  :  scorre  nel  primo  II  miele,  nel  secondo  II  latte,  e  nel  ter- 
»  zo  vino  squisito .  GII  eletti  passeggeranno  per  viali  fiancheggiati  dal  banani, 
»  dal  palmizi ,  e  da  un'Infinità  di  altri  alberi  disposti  in  online  ammlrabl- 
»  le;  goderanno  delle  loro  ombre  folte  e  deliziose ,  a  riva  d' acque  che  da  tut- 

•  te  le  parti  zampillano  :  una  moltitudine  di  firuttl  sempre  maturi ,  freschi  ed 
»  odorosi  s'offrono  colà  a  qualunque  mano  s' alhmghl  per  corll ,  ed  II  fedele 
»  riposerà  su  Ietti  ricchi  d'oro  e  di  pietre  preziose,  guarderà  con  benevo- 
»  giienza  l'altro  fedele,  e  sarà  servito  da  fanciulli  di  sempiterna  glovbiezza, 
B  che  presenteranno  loro  in  coppe  di  pietre  preziose  amabili  vini,  onde  I  vapori 
»  non  saliranno  alla  testa,  né  oscureranno  la  ragione:  oltre  di  che  staranno 

•  al  suo  fianco  le  uri  vaghissime  dai  neri  occhi,  quelle  tiH  d*lnestlnguibll  de- 

>  liziosità,  di  verginità  ognor  rinascente,  e  onde  la  bianchezza  uguaglia  11 

•  lucido  delle  perle  e  l'alito  11  profumo  della  rosa .  » 

Terminato  con  11  suo  racconto ,  l' ulemas  e'  Indirizzò  le  sue  domande ,  | 
suol  dubbi  sul  paradiso  del  Cristiani  :  domandava  su  tale  argomento  cose  ben 
grandi  ;  poiché  fu  sempre  più  facile  pingere  1  dolori  che  le  allegrezze ,  ed 
ognora  l'eloquenza  cristiana  riuscì  meglio  a  descrivere  le  eterne  pene  dell'  In- 
ferno che  le  felicità  rlserbate  agli  amici  di  Dio .  Non  Impresi  dunque  di  dare  al 
nostro  Inrerlocutore  una  Idea  chiara  delle  splrliuall  delizie  del  paradiso  cristia- 
no; poiché  come  avrei  potuto  descrivere  T Infinita  felicità  che  sarà  l'effetto 
del  pmsedimento  di  Dio  ?  V  uomo  venne  fulla  terra  con  un  bisogno  ardente  di 
amare  e  di  comprendere;  l' amore  o  la  scienza,  sono  le  due  sorgenti  donde  ema- 
nano le  pia  noMli  consolazioni  quaggiù  ;  e  l'eliso  dei  Cristiani,  sarà  la  reallz* 
zazione  di  tutti  I  voti  dell'  anima ,  Il  compimento  di  tutti  I  desideri  dello  spiri- 
to, la  cognizione  profonda  del  bello,  del  grande ,  del  vero  ! 

Ma  come  far  comprendere  tali  felicità  al  Musulmani,  che  non  s'arrestano 
che  alle  cose  visibili ,  alle  speranze  carnali  ?  Volendo  dunque  opporre  Imma- 
gini alle  immagini  del  paradiso  di  Maometto,  mi  rlsowennl  di  quella  Geru- 
salemme celeste  comparsa  al  sublime  solitario  di  Patmos ,  e  mostrai  all'  ule- 
mas la  città  di  Dio ,  siccome  Giovanni  contemplolla  nelfe  sue  trascendentali 
visioni .  E  dissi  : 

B  Uno  de'  nostri  profeti,  chiamato  Giovanni ,  fu  trasportato  collo  spirito 
»  sur  un'  alta  montagna,  e  vide  una  città  risplendente  che  discendeva  d'ap- 

>  presso  a  Dio.  Questa  città  del  cielo  aveva  una  muraglia  grande  ed  alta,  tutta 


4iO 


MARCELLDS 


I»  d'oro, diaoìanti  e  pietre pretioie .  V'erano  dodici  porte  nominate  dai  no- 
»  mi  delle  tribù  d' Israello ,  e  guardate  dagli  angioli .  Tre  di  queste  poite  «?•« 

•  ad  oriente ,  tre  ad  austro»  tre  ad  occidente,  tre  a  settentrione  ;  né  si  cbiudo- 
»  no  mai  it  sera,settdo  cbe  coUi  non  mai  annotta .  La  sanra  dttà  non  ha  d'un- 

•  pò  né  di  flole  né  di  luna  per  rlsplcndeie,  eoneiosslaehé  In  gletla  di  Dio  In  U- 
»  lumini ,  e  Gesù  Grlato  ne  sia  la  face .  «-Le  nadonl  eawnlnemno  verso  qae- 
»  sto  lume ,  ed  I  monarchi  della  terra  gli  recberani¥)  la  loro  gloria  I 

•  Un  gran  6ume  sorge  dal  trono  di  Dio  e  scorre  in  meno  alta  città .  Sor 

•  una  riva  del  fiume,  onde  gli  umori  sono  trasparenti  come  II  aUBro  »  cresce 
»  l'Albero  della  Vita,  le  foglie  del  quale  guartsoono  le  nadonl  •  -*-ln  fwsta 
»  città  del  cielo  non  vi  saranno  più  malediiioni  ;  Mo  asctughert  le  lacfime  de- 

•  gli  eletti  ;  né  yI  sarà  morte ,  né  lutto  >  né  dolore  !  ■ 

£  qui  sostai .  —  V  ulemas  pone  a  queste  parole  la  maggiore  atieDiloiie , 
e  quindi  disse  : 

•  Dio  é  grande  !  egli  é  il  padre  di  lutti  !  1  giusti  »  i  buoni,  troveranno 
■  graxia  davanti  la  sua  Immensa  misericordia  !  • 


aoi.eiMAwi.ra  9  uaciABy  kaoi 


Proseguendo  II  cammino  a  borea  oriente,  la  nostra  guida  c'Insegnò  le  ro- 
vine di  una  antica  città ,  cbe  I  Turdd  chiamano  SoìeimamUh .  Un  viaggiatore 
inglese  recentemente  transitato  per  questa  contrada  asserì,  cbe  le  rovine  di  So- 
lelmanleh  erano  quelle  dell'  antica  Blùndum .  Io  non  treivo  In  Strabone  che 
una  sola  dita  di  quslo  nome,  e  questa  città  é  posta  dal  geografo  d' Amaséa 
4>Itre  il  monte  Cadmo,  nel  Caria  ;  ma  Solelmanleh  é  nella  Frigia  Adusta  .—Rea 
bo  potuto  scoprire  negli  antichi  Ubrl  11  vero  nome  della  fitta ,  della  quale 
m' accingo  a  descrivere  rapidamente  gli  avansi . 

Cié  che  a  prima  vista  colpisce,  è  la  posisiene  di  Soleimasdeh  :  vedete  m 
alto  plano  ampio  una  lega ,  cbe  presenta  ia  forma  di  un  mandolUw  ;  meno  che 
dalia  parte  settentrionale  l'alto  plano  é  circondato  da  ogni  tato  da 'precipiti 
di  grande  profondila ,  in  fondo  de*  quali  serpeggiano  chiari  ruseelll  adombrati 
da  pioppi  e  platani  ;  preclpiii  che  fan  le  veci  di  baluardi .  La  cMtà  non  ha  che 
un  solo  accesso ,  cbe  é  da  borea ,  consistente  In  una  porta  formata  da  due  ar- 
chi ,  cui  si  congiungono  da  aa^  le  parti  due  forti  muraglloai  di  pietra .  Non 
lungo  da  quel  luogo,  di  messo  a  quercl  e  boscaglie ,  appariscono  pochi  ruderi 
di  un  aquedotto ,  ed  un  ammasso  di  beUl  avanal  d*  architettura  cbe  segnano 
li  hiogo  ove  fu  un  tempio  pagano.  Ad  oriente  della  porta ,  sul  declive  della 
collina,  vedemmo  un  teatro  di  gran  dimensione  e  le  vestigia  di  uno  stadio .  — 
Le  rovine  sparse  sull'  alto  piano  non  meritano  d' esser  mentovate  . 

Una  rupe  hmga  un  miglio  sorge  ad  oriente  del  teatro;  eli'  è  tatia  forata 
da  grotte  sepolcrali ,  prova  cbe  fu  la  neeropoli  di  questa  antica  dttà  ;  al- 
l' Ingresso  di  dascuna  grotta  é  un'  arcata  fatta  collo  scalpello  ;  I*  Interno  of- 


1 


VIAGGIO 


441 


fre  due  o  tre  MpoHure  acavate  nel  vivo  aasao.  Queate  camere  runcmle  fervono 
adeaao  di  ricovero  alle  maodre  dei  Yuruki ,  le  coi  tende  di  pelo  di  capra  acor- 
genai  te  fondo  al  precipU  di  SoMmanleli. 

Impiegammo  lel  ore  di  cammino  per  andare  ad  Hiudaby  antica  Palla, 
mcnikmata  dal  claaalcl  autori ,  nel  raeconto  della  marcia  di  Ciro  il  giovine. 

A  wi  ora  di  cammino  da  Solelmanleh  è  la  borgata  di  Geubek,  popolala 
da  seicento  famiglie  mosoimane .  il  paese  che  sta  tra  Soleimanleli  ed  Husclab 
non  è  che  nuda  pianura;  solo  di  tanto  In  tanto  Incontranai  campi  di  pappave- 
ri  per  for  l'oppio.  Kulah,  Genbek ,  Husdab  sono  le  città  dell' Aaia  Minore  ove 
■Mmipolasl  l'oppio ,  fonte  di  ricchezia  per  questi  abitanti . 

Husdab  è  situau  nel  baaao  della  làida  di  unai;rande  collina  boschiva,  aul- 
la  aommità  della  «luale  appariscono  le  mura  rovinate  di  ima  antica  cittadella  . 
U  dna  canu  ventldmiue  aalla  abUantl ,  onde  due  mila  Armcaily  mille dn- 
Huacemo  Gred,  ed  U  restante  Turchi.  I  Gred  d' Husclab ,  come  quelli  di 
molti  altri  luogU  dell'  Interno  dell'  Asia  Minore ,  sono  complelamcnie  stra- 
nieri alla  lingua  de'ioro  antenati;  questa  bdla  lingua  è  perduta  per  easl;  non 
cenoscono  che  qudla  degli  Osmaoli  loro  dominatori  :  il  Vangelo  e  le  pre- 
d  dalla  Chieaa  aono  tradotte  In  turoo  9  ed  I  aaedealml  ^dspuaal  non  sanno  uu 
motto  -ddla  lingua  d'Omero.  Nulla  d'ugnale  forse  non  InoonUtaai  hi  altn 
parte  dell'Oriente:  queata  popotedone  greca ,  che  ha  «Mata  la  soa  propiia 
lingua,  mostrasi  nell'ultimo  grado  della  degeneraalone  e  dell' awlilmenlo 


La  parte  d' Anatotta  che  gU  amichi  chlamivano  Frigia  Adoau,  finisce  ad 
Hoadab,  e  li  eondnda  la  Frigia  Splttcta.  L'aspetln  dd  paem  cambia  Im- 
provvisamente :  non  veUonsI  più  le  nude  pianure  di  terra  nera  e  aconvoltay  ma 
albbene  mlrand  vallate  ove  gli  alberi  fruttiferi  abbondano,  e  montagne  gran- 
diaae  tutte  vestile  di  querele,  di  abett  e  di  larld,  alle  quali  I  Turchi  hanno 
dato  y  nome  di  Kiffii-Dagh  (Moml  MoaBl)^  oceowwio  otta  grandi  ore  per  «t- 
traveraarle. 

FfaMtaneme  si  arriva  a  Ghedis ,  V  amica  Eadif  dttà  che  pveaenta  aspetto 
ori^Mle  e  pUtoreaeo ,  poiché  aorge  In  anlteairo  nd  fondo  di  un'tmmenao  sa- 
no, InraBato  da  dna  ooHlne  ammlte  e  deviatale  dal  teca  dd  vulcani.  Un  lar- 
go torrente,  accavalcialo  da  un  ponte  costrutto  cogli  aiand  d'antichi  meim- 
menti,  divide  queau  cMtà,  la  quale  oonta  oltocenlo  fomigHe  tutte  musul- 
mane.! riveli  delle  fonti  dell' Ermo  da  nd  tantevolteattrarfemtl,  lampWano 
dd  fianco  da' monti.  Prodlmenl,  dlataml  due  ore  ad  oriente  da  Kadl . 

Retta  parte  ddl' Analofia  che  hi  queato  momento  percorro,  ì  coatumi  dd 
mnanimafli  hanno  aempre  il  loro  antico  carattere:  queatl  TurohI  paaaano 
la  loro  viU  fra  la  preghiera  ed  1  lavori  del  caaapos  e  aonoaempttd,  buoni, 
oapUdi,  come  nd  primi  tempi  dall' lalamiamo.  Ulorofoggla  di  veatlre  non 
ha  cambiato:  le  larghe  brache,  la  veste  svolaiiante,  la  lunga  barba  ed  li 
nobile  turbante,  abiti  che  dasao  tema  maestà  alla  persona,  sono  colà  tuttora 


44S 


MARCBLLUS 


in  uso  come  al  tempi  d'Brtoghnil  e  di  Osmano.  Non  cosi  a  Costantiaopoli  e 
nette  dui  marittime  della  Turchia. 

Da  Ghedis  al  ?lllaggio  d'HeurendgllCy  lì sono  seite ore  di  disuma:  Hen- 
rendglk  componesl  di  cento  capanne  turche ,  costrutte  di  terra .  Arrivammo 
In  questo  borgo  nello  stesso  tempo  di  un  faehiro  (  filosofo  errante)  indiano . 

mi  VACsao  oidiavo 


(Questo  fùMro  era  11  personaggio  più  singolare  ch'Io  ayessl  per  anche  rin- 
contrato ne  miei  viaggi  In  Oriente.  Bra  alto  e  magro  della  persona;  una  chio- 
ma nera  Immensa,  clie  non  mal  conobbe  11  pettine  né  le  cesoie,  cadeva  In 
lunghe  trecce  rozie  e  neglette  sul  suo  bruno  collo  ;  copiosa  barba  scendea  dal 
mento  a  cuoprlre  11  petto  ;  ed  una  semplice  camicia  di  tela  grana ,  uiu  pelle 
dì  tigre  gettata  sulle  sue  spalle ,  e  un  palo  di  sandali  di  cuoio  legati  sul  collo 
del  piede  con  delle  funiclattole,  formavano  tutto  il  suo  vestito . 

Quest'  nomo  era  ad  un  tempo  considerato  dal  Turchi  un  santo  ed  un  savio  ; 
laonde  V  agad'Heurendglk  credette  lirci  molto  onore  alloggiandoci  nelln  itcna 
capanna  di  questo  glorioso  pellegrino  dell'Asia;  la  quale  capanna  d'aUronde 
era  spaziosa ,  e  unicamente  destinata  pei  viaggiatori .  Dopo  la  preghiera  della 
sera,  una  trentina  di  musulmani  d'ogni  efà  vennero  a  fard  visita;  ci  ialota- 
rono  rispetiosamenie  portando  la  loro  destra  sul  capo,  e  quindi  s'assiacro  In 
giro  nella  capanna  :  quei  Turchi ,  cosi  schierati  presentavano  un  quadro  assai 
curioso;  vedevansl  ad  un  tempo  barbe  nere  e  barbe  bianche,  turbanti  verdi, 
gialli ,  bianchi  e  rossi ,  graziose  teste  di  ragazzi  accanto  a  sembianze  esprimen- 
ti maschia  e  severa  lieltà. 

Ma  più  che  su  noi ,  questi  visitatori  tenevano  I  loro  sguardi  fissi  sul  /h- 
ehiro,  eh'  era  accoccolato  sur  una  stola  Ira  mezzo  ad  essi  ;  e  tutti  lo  contem- 
plavano con  sorpresa  e  venerazione .  Un  vento  freddo  e  violento  fischiava  attra- 
verso alle  fessure  della  porta  della  capanna,  e  due  enormi  tronchi  d'aheie 
ardevano  crepldando  e  slhvlllando  sur  un  largo  focolare,  e  gettavano  su  tutte 
quelle  faccio  di  vecchi ,  di  glovinotti  e  di  ragazzi ,  una  viva  e  brillante  cfaiira- 
za  :  silenzio  profondo  regnava  in  questa  sodata  tutta  orientale,  ed  il  faekùro 
con  grave  voce  incominciò  la  narrazione  de*  suoi  viaggi  avventurosi . 

»  lo  son  nato ,  disse,  son  nato  a  riva  il  lago  di  Amretsir  (  hadno  della  Be- 
vanda dell'Immortalità  ),'dlstanie  dlcd  ore  ad  oriente  dalla  metropoli  del  regno 
di  Labora:  ho  trent'  anni,  e  da  died  anni  viaggio .  Percorsi  gran  parte  del- 
l' India  e  tutta  la  Fersla,  cosicché  riuidrei  prolisso  a  raccontarvi  tutte  le  mie 
peregrinazioni  In  queste  lontane  contrade.  Quanto  a  quelli  tra  voi,  o  musul- 
mani, che  non  han  per  anche  fatto  II  devoto  pellegrinaggio  alle  sanie  dHà 
d'Arabia,  e'  gradiranno  assai  più  intender  parlare  della  patria  dei  Gran  Profeta 
(su  cui  sia  la  grazia),  che  dell'India  e  della  Persia. 

•  Medina  Kiineveré  (Medina  la  Risplendente),  che  l'Altissimo  Ihrà  brilla- 
re della  sua  viva  luce  iafino  al  giorno  dei  giudizio ,  Medinel  è  la  dttà  che  non 


VIAGGIO  443 

mal  11  miisttliiiaDOfeorgeBeDi'eMere  peoetralo  di  veoerazioiie:  Ifedinei,  la 
prediletta,  la  casa  àéV  egira,  la  casa  dell'Islamismo,  Il  palagio  della  Tittoria  y 
H^sse  delia  fede ,  é  il  luogo  ofe  la  piò  sublime  fra  le  creature  si  refuglò  per 
involarsi  alle  persecuzioni  de'  suol  nemici  :  colà ,  sotto  una  cupola  sostenuta 
da  2M  colonne ,  adoma  di  pietre  preziose  e  d'Iscrizioni  In  lettere  d'oro ,  sul 
|uot|0  Steno  della  casa  della  nobile  Aiscé,  ove  mori  Maometto,  sorge  la  tom- 
Im  iMiuoata  del  profeta .  Non  lunga  da  questo  centro  di  lumi  celesti ,  sono  I 
I  *  monumenti  che  chiudono  le  ceneri  del  venerabile  Abu  tee  detto  il  Giusto , 
!  e  d' Omar ,  quello  che  sapeva  per  eccellenza  distinguere  il  bene  ed  II  male . 
Le  quattro  focclate  di  queste  sacre  tombe,  sono  coperte  da  un  velo  prezioso,  e 
circondate  da  un  balaustro  di  bronzo  dorato .  Lo  spazio  fra  quel  balaustrati  ed 
i  monumenti  funerari ,  è  Illuminato  di  lampade  di  colori  diversi ,  che  nelle  noe. 
Il  del  ramadan  spandono  lucore  slmile  agli  splendori  del  paradiso .  Quando 
la  tromba  del  finale  giudizio  squillerà ,  Alsa  (Gesù  Cristo) ,  che  fti  un  grao 
profeta , discenderà  dal  cielo  In  terra,  annunzierà  l'ultimo  giorno  del  mondo» 
e  quindi  morrà  e  sarà  sotterrato  accanto  a  Maometto  ;  finché  alla  resurrezione 
generale  della  carne ,  ambldue  sorgeranno  ;  Alsa  separerà  I  buoni  dal  cattivi ,  e 
quindi  ascenderanno  insieme  al  cielo  per  starvi  eternamente .  Ecco  quanto 
la  tradizione  musulmana  e'  Insegna . 

■  Frai  luoghi  che  I  pellegrini  visitano  nel  dintorni  di  Medina,  vi  citerò  II 
monte  Athod ,  celebre  per  la  tomba  di  Hanze  M  del  profeta .  Vedrete ,  presso 
a  questo  luogo,  giardini  belli  di  banani,  di  cedri,  di  aranci,  di  meli  gra- 
nati ,  di  peschi ,  di  albicocchi  e  di  fichi ,  piante  che  offrono  frutta  squisite 
alla  santa  città . 

•  Ora  certamente  voi  V  aspettate  che  lo  vi  parli  della  Mecca ,  città  non 
meno  celebre  delia  descritta.  Sappiate  dunque  In  primo  luogo,  che  I  nomi  dati 
alla  Mecca  sono  si  numerosi  da  riempierne  un  libro  :  la  vien  chiamata  Meeea 
la  nobile,  la  buona-,  madre  delle  città ,  patria  de*  fedeli,  luogo  ove  dob* 
biam  ristornare,  dimora  della  vittoria  e  della  felicità  .  Nella  Mecca  11  nostro 
profeta,  gloria  <iel  mondo,  vide  la  prima  luce! 

•  Voler  dlplgnere  la  terra  brillante  e  sacrata  della  Mecca ,  quel  santuario 
de'  profeti  e  de*  sami ,  sarebbe  tentar  l' Impossibile .  Vi  nominerò  soltanto  la 
santa  Eaaba,  così  detta  dalia  forma  quadra  del  monumento,  costrutto  sul 
luogo  che  primo  fu  abitato  dall'  uomo.  La  Kaaba  occupa  II  centro  della  città: 
e  un  tempio  grande  e  magnifico ,  ornato  da  una  selva  di  colonne  tutte  diver- 
se. Il  santuario  é  coperto  da  un  superbo  tappeto,  su  cui  leggesi  a  caratteri 
d'oro  la  nostra  professione  di  fede:  Non  è  altro  Dio  che  Dio  ,  e  Maometto 
è  il  evo  profeta . —Attorno  alla  Kaaba  sono  due  grandi  sassi  di  verde  antico , 
sotto  II  quali  riposano  le  ossa  d' Ismaele  figlio  d' Abramo,  e  di  Agar  sua  Madre^ 
creature  avventurate.  Presso  a  tal  luogo  é  II  sacro  pozzo  di  xemzem ,  da  cut 
Tangel  Gabriello  fece  zampillar  le  sergenti ,  smuovendo  11  suolo  colla  punU 
delle  sue  ale .  Ma  di  tutti  I  hioghi  santi  della  Mecca ,  quello  che  I  Credenti  più 
venerano,  è  la  cappella  ove  nacque  Maometto .  Colà  esiste  ima  camerina  nella 


444 


MARCELLUS 


qpiale  l'aDgel  Gabriello  portava  al  re  de*prolell  le  carte  del  Co*«iio,  die  è  il 
librod'ogDirerUà. 

•  Ecco  0  Musulmani  queste  città  benedette  da  Dio»  ove  ogni  am»  Tanw 
a  pregare  migliala  di  fedeli  dalla  Siria ,  dall'  Anatolia,  dalla  Persia,  dall'  India , 
da  Giava,  da  Sumatra,  dalla  Nublae  dall'Africa,  lo  bo  già  due  volte  fatto 
il  Moto  viaggio  :  ho  traversato  letriste  solitudini  dell'  Bedgias  e  di  Baasoiab , 
ove  soiBa  tempestoso  quel  terriblljwmm  (il  veleno  ) ,  il  col  ardente  alito  uc- 
cide gli  uomini  e  gli  anImaU  :  sono  andato  al  Cairo  ed  a  Genisalemme  per 
pregar  nel  tempio  d'Omar;  ed  etoomi  ora  suHa  via  di  Stambul,  la  città  dd 
sultani! 

R  quando  avrai  veduto  Stambul»  dlss'  lo  al  fachiro ,  In  quai  luogU  por- 
terai i  tuoi  passi  ?— Nell'India ,  rispose  egli ,  per  salutare  la  vaile  della  mte 
nascita:  quindi  ripartirò  per  Medina  eia  Mecca .  —  Ma dove  ti  fermerai  /bcài- 
no  ?  —Nel  sepolcro  ;  11  sepolcro  è  il  limitare  di  un  mondo  di  riposo  »  di  un 
mondo  ove  brilla  un  sole  die  non  avrà  mai  tramonto  I 

■  Tolti  1  miei  viaggi ,  prosegui  il  ftchiro ,  Il  bo  btti  a  piedi  e  sema  de- 
naro ;  Allah ,  padre  dell'  Universo ,  non  abbandona  mai  coloro  cbo  1*  amano  e 
ban  fede  In  tutta  la  sua  patema .  il  re  che  tutto  sottomette  aUe  sue  armi,  li 
povero  che  non  vive  che  del  pane  della  limosina ,  morranno  ugualmente  sema 
tor  nulla  da  questo  mondol  Che  importa  adunque  la  dilferenaa  del  loro  de- 
stino sulla  terra  ?  Nei  loro  viaggi  atljraversa  la  viti^  gli  uomini  sono  usi  caricar- 
si di  bagagli  inutili  ;  in  quanto  a  me,  trovo  pia  facile  e  più  leggero  lo  stato  dd 
mendicante  che queHo  di  un  re. 

Colla  mania  di  non  mai  pensare  al  dimani,  disse  al  fachiro  la  nostra  gui- 
da, ch'era  un  Greco,  tu  ti  porrai  nel  caso  un  dì  o  l'altro  di  morir  di  fame 
in  meuo  al  deserto,  e  lasciare  il  tuo  corpo  pastura  delle  bestie  della  terra  ! 
Ma  il  /bcAtra  rispose  a  queste  parole  con  sogghigno  disdegnoso  ;  quindi  ripRse: 

»  Datemi  ascolto  $  tutti  voi  datemi  ascolto  !  Quando  impresi  il  mio  primo 
pellegrimgglo  alla  Mecca ,  mi  unii  in  compagnia  di  una  caravana  :  lo  cammirnva 
a  pie,  siccome  sempre  uso,  e  non  mal  cessava  di  ripeter  queste  parole  :  iVonsono 
né  padrone  ni  schiavo  d'alcuno  ;  Ubero  dotte  cure  della  ricehexsa  e  dagli 
afanwi  della,  povertàg  io  vivo  Mero  ed  il  mio  epirùo  i  contento!  —  Ma 
un  ricco  Osmanli ,  montato  sur  un  cammello  magni0camente  bardato ,  aven- 
domi udito,  mi  disse  con  aria  di  pietà :— Infelice  1  Dove  vai  tu?  Toma  indie- 
ira,  ascolta  11  mio  consiglio ,  toma  indietro  che  altrimenU  prevedo  perirai  di 
misedai 

■  Non  pertanto  continuai  il  mio  viaggio,  sema  br  conto  delle  parole  di 
quell'orgoglioso.  Quando  arrivammo  alpalmliio  di  Maometto,  che  sorge  po- 
che leghe  discosto  dalla  santa  città ,  il  ricco  fu  colto  da  malattia ,  e  nd  bn^ 
Qorso  di  un  giorno  mori .  Assistetti  alla  sua  agonia,  e  fra  me  rifletteva  :  Tu  eri 
agfistamente  assiso  sur  un  cammello,  ma  le  tue  riccbeua  non  ti  hanno  Impe- 
dito dì  morire;  mentre  lo,  povero  e  scalio  pellegrino,  sopporto  tutte  Icfeticbe 
della  slrada.  In  verità ,  In  verità ,  li  savio  ebbe  ragione  quando  disse:  O  no- 


VIAGGIO  445 

mo  !  perchè  tremi  ?  Se  la  tua  ora  non  é  giuDla  ,  invano  11  nemico  accorre 
colia  lancia  in  resta  per  toglierti  la  vita  ;  il  Tato  saprà  bene  impastoiare  1  suoi 
piedi  f  legare  le  sue  braccia,  allentar  l'arco,  e  sviar  le  frecce  scoccate  dal  più 
abile  arcero .  » 

E  gui  Ani  il  racconto  del  fachiro, — Gli  Osmanli,  adunati  dintorno  a  lui, 
ammiravano  la  saviezza  del  pellegrino  indiano  ;  ciascuno  de'  suoi  precetti  era 
accolto  come  una  divina  lezione . 

La  dimane  allo  spuntar  del  giorno,  il  filosofo  errante  impugnò  il  suo  ba- 
stone di  palma,  e  prese  la  strada  di  Stamboul:  senz' altra  provvisione  che  due 
piccoli  pani  d'orzo  nella  sua  bisaccia  di  pelle  di  antilope  ! 

Era  nella  fisonomia  di  quel  fachiro  alcunché  d'antico  e  di  grave,  di  re- 
ligioso e  di  si^mplice,  che  rimembrava  il  genio  asiatico  con  tutta  la  sua  bizzar- 
ra profondità .  Una  vita  come  quella  del  nostro  fachiro  ,  e  la  severa  esecuzio- 
ne di  quelle  antiche  massime  delia  filosofia  orientale ,  é  ancor  possibile  nel 
deserto,  ma  sarebbe  follìa  in  mezzo  alle  nostre  società  occidentali. 


ROTME   DI   A8ANIA 

A  un  ora  e  mezza  ad  oriente  d' Heurendgek ,  in  mezzo  di  una  pianura 
di  forma  ovale ,  appariscono  le  magnifiche  rovine  dell'  antica  A^anos  o  Asanla , 
rulne  rinvenute  pochi  anni  sono,  e  onde  la  scoperta  fu  contesa  da  molli  viag- 
giatori .  Ciò  che  colpisce  da  prima  lo  sguardo  é  un  tempio  Ionico ,  che  fti 
sacro  a  Giove .  Questo  monumento  occupa  11  centro  di  un  altura  pratosa ,  al- 
l'estremità  orientale  della  quale  sono  tre  grandi  scaglioni  di  marmo  bianco , 
e  giacciono  superbe  colonne  e  magnifici  avanzi  d'architettura;  tali  vestlgle 
hanno  appartenuto  ad  un  portico  che  adduceva  nel l' atrio  del  tempio.  L'edi- 
flzio  ha  la  forma  di  un  quadrilungo  di  cinquanta  passi,  alto  sessanta  piedi. 
La  facciata  occidentale  non  ha  perduto  alcuna  delie  sue  colonne ,  tutte  scannel- 
late in  numero  iJi  otto .  Verso  il  lato  settentrionale  sono  ancora  dieci  colonne 
del  peristilio,  e  quelle  della  parte  meridionale  giacciono  Infrante .  La  cella,  o 
c«rpo  del  tempio ,  esiste  ancora  nella  sua  totalità  su  tre  punti .  Neil'  interno 
vedesi.  In  un'angolo.l'alure  dei  sacrifizi,  consistente  In  un  pilastro  alto  dn* 
que  o  sei  piedi .  Tutto  11  monumento  è  costrutto  di  bel  marmo  scuro.  Questo 
tempio  di  Giove ,  cosi  ammirabile  per  la  sua  eleganza,  riposa  sur  un'Immensa 
volta  sotterranea  ,  formata  di  larghe  pietre  congiunte  Insieme  senza  smalto  e 
senza  cemento. 

Il  teatro  d'Asania,  che  trovasi  dalla  parte  settentrionale,  è  vasto  e  bello  quan- 
to quello  di  Gerapoll  :  ei  fa  capo  ad  uno  stadio  completamente  rovinato .  —  La 
necropoli  è  ad  occidente ,  composta  da  Infinità  di  sarcofagi  di  marmo ,  altri 
rotti ,  altri  metà  seppelliti  in  terra .  —  Ad  oriente  del  tempio  scorre  poco  di- 
stante un  grosso  torrente,  che  scende  dalie  montagne  di  Sciapana  dagh  e  di- 
videva la  città ,  ma  superbi  ponti  di  marmo  lo  attraversavano  ed  univano  le 


JV.  Oà 


446 


MARCELLUS 


parli  dl?iM .  Molli  uvaiii  d' arclrilettun  tono  spani  in  disonttne  suHe  due  ri- 
ve, e  ciascun  lato  della  riviera  conserva  le  Iraccediun  lastricalo  di  marmo  sco- 
ro. Ci  sorprende  II  slleiiilo  de' vecchi  volumi  drca  questa  dUà ,  cbe,  a  giudi- 
carne  dalle  rovine,  dovette  essere  Importante  e  bella .  Strabone  si  limita  a  van- 
tar Telegania  e  la  beitA  d*  Asanla . *-  Accanto  a  queste  eleganti  vestigia ,  che 
rivelano  l'Ingegno  e  la  civiltà  d'un  gm  popolo  »  vediamo  adesso ,  fra  meno 
al  giardini ,  sorgere  un  povero  e  plccol  villaggio  chiamato  Sdaldecrhlssary  abi- 
tato da  sole  cinquanta  famiglie  turche  ! 

KUVATUI  ASTICA  eOrtUfUM 

Da  Asanla  a  Katayèh ,  l'antica  Cotyleum,  sette  ore  di  eammtaio .  La  stra- 
da si  dirige  a  greco  :  si  cammina  per  quattr*  ore  in  meno  ad  incolta  pianura 
ove  é  un  plcool  sobborgo  detto  Ortadga;  e  quindi  l' occhio  non  Inoonlra  die  ste- 
rili montagne  rocdosee  nude,  ctie  sono  1  monti  Dindymem  degli  antidily  ai 
quali  1  Turchi  han  dato  11  nome  di  Hlel-dge-dagh  (montagne  de*  venti) . 

Kulayèh ,  colla  sua  gran  cittadella  saraclna  fiancheggiata  da  enormi  torri 
smantellate ,  col  suol  minarettl ,  colle  sue  cupole ,  con  i  suol  vasti  e  bel  giardi- 
ni, apparisce  a  pie  del  monte  Dindymeno,  all'estremità  meridionale  di  una 
fertile  pianura  irrigate  dal  Timbrio ,  detto  Puraoà  dalle  goiti  del  paese. 

Kutayéh  è  la  sede  del  nuggior  pascialicato  dell'  Anatolia  :  settantamila  tur- 
,  chi,  duemila  Armeni,  e  mille  dnqueeento  €reci,  formano  la  sua  popolailone  ;  e  la 
suartocheiia  eonslste  nelle  raccolte  de'  cereali  che  fumosi  ndle  sue  ^^""ptpf^ 
neHa  cultura  del  tabacco ,  e  soprattutto  nella  manipolazione  dell'  oppio .  La  dtlà 
conta  sei  bagni,  quattro  earavanMeraif  e  trenU  mosdiee, edlflzl  che  non  liaa 
niente  di  singotare  nella  loro  archlleUura:  1  Cristiani  v'  hanno  tre  chiese  .~I 
bazzari  di  Kutayéh  sono  ben  fomiti  ;  le  case  son  costrutte  di  terra  o  di  legno  ; 
le  vie  sono,  come  In  quasi  tutte  le  città  turche ,  sudice,  strette,  tortuose  e 
mal  lastricate.  Uno  dd  suoi  ultimi  pasdà ,  vi  ha  fatto  costruire  una  grande 
oavalleriiia,  con  pietrami  tolti  dalle  rovine  d' Asanla. 

lld  tre  giorni  che  fummo  a  Kutaydi,  avemmo  l'ospitalità  presso  una  funi- 
gha  cattolica  armena,  composta  del  padre,  ddla  madre,  di  died  figli  maschi 
e  di  duehdie  ragazze:  queste  fiunigUa  d  rimembrava  quanto  di  patriarcale, 
di  nobili  virtù  e  di  fede  profonda  lù  preiso  I  Cristiani  d'Oriente  nd  primi 
tempi  del  crlstlanedmo  !  il  capo  di  casa  avea  nome  Karabet,  uomo  di  drca 
sessant'  anni ,  amato  e  rispettate  d  a  tutti  i  Cristiani  delta  città .  1  suoi  flgH , 
onde  il  minore  non  contava  che  dodici  anni,  esercitano  dascono  un  mestie- 
re, e  al  padre  solo  spetta  II  diritte  di  perdpere  11  denaro  che  guadagnano:  ta 
madre  e  le  due  ragazze  si  occupavano  imicamente  ddle  cure  domestldw  * 
L'armonia  die  regnava  frai  figliuoli ,  l'amore,  la  venerazione  die  dimostra- 
vano  pd  padre  loro,  sorpassava  quanto  potrd  dirvi .  Ciò  che  pia  mi  toccò  in 
queste  famiglia,  (U  la  preghiera  delia  sera,  cbe  fticevasl  in  comune  :  In  fondo 


VIAGGIO 


447 


di  un  vasto  appuitmento  ammobiliato  con  etogante  §emplicltè,  era  una  specie 
di  tabernacolo  di  legno  cesellato,  contenente  un'Immagine  della  Vergine  col 
bambino  Gesù  :  ona  lampada  di  vetro  turcbino ,  cbe  accendevano  al  soprastar 
della  notte ,  era  sospesa  davanti  al  tabernacolo:  1  dieci  maschi,  la  madre  e  le 
dae  regalie ,  velale,  s' Inglnoocblevano  ogni  sera  al  cospetto  dell' Unagtne;  Il 
padre  poneasi  in  meno  a  loro,  cominciava  l'orailone  domenicale  e  tutti  1 
figli  pregBvan  con  Ini  ad  alta  voce .  Quando  la  preghiera  era  terminata,  i  fi- 
gliuoli si  avamavano  rispettosamenle  verso  11  padre  loro  gli  ani  dopo  gli  al- 
tri ;  el  dava  a  ciascuno  la  sua  destra  a  baciare ,  dicendo:  •  Dio  sia  con  te  I  • 
Quindi  ognun  si  ritirava.— Le  scene  della  vita  domestica,  non  saprebbero 
ofIHr  nulla  di  più  bello  ;é  questa  una  Imagine  pura  dell'  antica  famiglia  d'Orien> 
te ,  colle  sue  primitive  virtù  ! 

Lasciammo  Kutayèh  addi  15  marzo,  nel  momento  stesso  In  cui  II  sole  In- 
dorava de'  suoi  primi  raggi  le  droe  maestose  del  monti  Dindymenl .  CI  diri* 
gemmo  a  greco  attraverso  di  una  plunura  or  paludosa  or  vestita  d' erbe,  pasciu- 
te  da  numerose  nìandre  di  bufali  :  stuoli  innumerevoli  di  cicogne  giravano 
tranquillamente  Intorno  a  quegli  animali  dalle  grandi  coma ,  e  beoeavan  gli 
Insetti  della  terra .  È  nòto  U  religioso  rispetto  del  Turchi  pelle  cicogne  •  impe- 
rocché e*  pensano  che  questi  uccelli  facciano  ogni  anno  II  pellegrinaggio  della 
Mecca.  Le  cicogne  camminano  famlgilarmenle  nelle  strade  di  una  dttà  turca 
comei  polli  dintorno  alle  case  de*  nostri  contadini ,  e  guai  a  chi  osasse  fare 
ad  esse  del  male  1  Le  cicogne  scelgono  il  tetto  delle  case  per  forvi  il  nido, 
ch'è  vn  felice  presagio  pelia  bmlgila  miisnlmana;  riguapiandosi  II  nido  della 
cicogna  posto  sul  tetto.  Indizio  di  fovore  divino  e  preservativo  dalla  peste  e 
dall'incendio.  GH  Osmanli  della  Anatolia  notrono  Istinti  religiosi,  e  iesen- 
pHci  virtù  che  ornai  sparirono  dalle  città  tnithe  nelle  quali  I  lentailvl  di  eor»- 
pea  riforma  penetrarono . 


ESSI  ne 


ASTICA  O0miI.SA 


Dopo  due  ore  di  cammino ,  al  di  là  di  Kutajèh ,  si  passa  il  Tlmbrio ,  sor 
nn  gran  ponte  di  pietra;  e  dopo  aver  camminalo  tre  altre  ora  su  colllae  nude, 
aride  e  pietrose,  alternate  con  vali  ridenti  e  venti,  flnaInMnte  glngnemn» 
In  mezzo  ad  una  bella  foresta  di  abeti  che  disiendesi  su  vasto  ^mzìo  :  ma 
■èmieaBale,né  utttngarlo  Ineeotransl  ra  questa  via;  dovunque  è  sNenzIoe 
solitudine  come  nel  deserto! 

Entrammo  neOa  pianora  di  Dortlea  per  una  valle  stretta  ove  soom  II 
Tlmbrio )  la  planora è  noda  d'alberi,  ma  fertlllarima di  popeol,  giani  eri* 
so.  Dorilea  cbe  1  torchi  chiamano  EM-Sethr  (antica  dtià)»  è  oastralU  a 
nnzsoglomo  del  plano  che  è  lungo  tre  leghe  e  largo  sei  mlgNa.  La  cMlà  é  di- 
visa In  due  parti .  Le  soe  acque  nrineraU ,  tanto  fomaeeneU'ikoaloUo,  lampll 
laoo  nella  parte  bassa  della  città,  esonosolftiree  e  caldissima:  la  casa  del  ba- 
gni aprasi  grataétamente  ad  ognuno. 


448  MARCBLLVS 

Avreie  Inteso  parlare  delle  pipe  che  si  fabbricano  ad  BskI-Scehr;  la  ma- 
leria  colla  quale  si  ranno  è  una  pietra  bianca  e  tenera,  che  traesi  da  una  ca\a 
poco  distante:  questa  pietra  si  lascili  per  alcune  ore  nell'  acqua  fredda  ov'ella 
si  rammorbidisce ,  e  1*  artefice  può  quindi  maneggiarla  come  la  pasta  :  queste 
pipe  vengono  spedite  in  Germania  dove  passano  per  iputna  di  mare. 

La  popolaiione  d' Eski-Scehr  non  sorpassa  le  dugento  ramiglie  turche  :  la 
città  ha  due  earaoanterai  e  quattro  moschee  »  io  una  delle  quali  vedesi  latom* 
ba  del  gran  Sceili  Bdebali ,  padre  della  bella  Malliatuna ,  la  nobile  sposa  d' Os  - 
mano,  figlio d'Ertoghrul. 

il  nome  di  Doriiea  ci  rammenta  una  delle  più  belle  vittorie  de*  guerrieri 
Occidentali  della  prima  crociata.  La  battaglia  del  l  luglio  i097  fra  T esercito 
di  Goffredo  di  Buglione  e  quello  di  Kllirdgi  Arslan  (  la  spada  del  liane  )  succes- 
se In  una  larga  valle  situata  a  quattro  ore  a  maestrale  di  Eski-Scehr ,  coperta 
di  praterie  Irrigate  da  una  riviera,  che  i  Turchi  chiamano  &reh-Su  (  acqua  gial- 
la), Il  Beihls  degli  antichi ,  che  gettasi  nel  Timbrìo  una  lega  a  borea  da  Eski- 
Scehr .  Questa  valle ,  resa  celebre  dalle  armi  dei  prodi  cavalieri  dell'  Occidente, 
porta  ora  il  nome  d'  Yneu-Nuj  a  causa  delle  numerose  grotte  sepolcrali  che  vi 
si  trovano . 

I*A  TOMBA  J»l  EATOOBRUI. 

ouaoii  DBi.i.'n»cao  tvaco 

A  un  quarto  d'ora  a  borea  di  8ugut ,  sur  un  largo  rilevato  coperto  di  bei- 
li abeti  e  di  quercl  sempre  verdi ,  sorge  una  cappella  funerea ,  sormoouta  da 
una  cupola  coperta  di  piombo  e  da  una  menaluna  indorata .  Questa  cappella  serba 
la  spoglia  mortale  d' Ertoghrui ,  padre  d'Osmaoo  e  fondatore  della  dinastia  ot- 
tomana: profonda  venerationc  circonda  questo  sepolcro,  e  tutti  i  peilegrìni 
che  vanno  da  Stambul  alla  Mecca  vi  si  fermano  per  Inginocchiarsi  davanti  le 
ceneri  del  padre  d'Osniano . 

Nessun  turco  ignora  li  nome  d' Ertoghrui  né  il  luogo  della  sua  tomba;  cia- 
scun sa  che  quel  principe  pietoso  ricevette  da  Dio  medesimo  la  prooieasa  di 
una  lunga  posteritAd'  Imperatori  $  Insomma,  il  nome  di  Ertoghrui  (personaggio 
che  poCrebbesl  chiamare  l' Abramo  della  raiza  imperiale  degli  Ottomani  ) ,  e 
tanto  conosciuto  frai  Turchi  quanto  1  nomi  più  saatl  dell'  islamismo  :  niun 
popolo  sulla  terra  sente  profondamente  la  legittimità  quanto  gli  Osmanli ,  niun 
popolo  ha  posto  il  suo  prence  si  presso  a  Dio. 

Mentre  ognuno  in  Europa  s' occupa  dell'  Impero  che  cade ,  quando  non  e 
più  questione  che  del  suo  cadavere  e  della  sua  tomba ,  ne  sembra  interesaanie 
soUèrmarsl  davanti  alla  cuna  di  Ini ,  e  descriverne  1  prtmordli . 

Comra  il  I83i  .^CSengis-Kan ,  quel  conquistatore  mogolki  che  paaaò  sol 
suoto  dell'  Asia  come  un  flagello  sterminatore ,  Gengis  Kan ,  dico ,  era  morto . 
Solimano  scià,  signore  di  una  tribù  numerosa  di  gente  primitivamente  uscita  dal- 
le rive  occidentali  del  mar  C«(pio,  e  che  era  andata  quindi  a  stabilirsi  nel  Ko- 


VIAGGIO  449 

rsuttan  •  abbandOBava  questa  cootrada  per  riprendere  la  via  delia  sua  patria  ; 
ma  camminando  suiiari?a  dell'  Eufrale,  cadde  nel  fiume  col  suo  cavallo  evi  ri- 
mase annegato.  Questa  morte  arrecò  la  dispersione  delle  famiglie  che  s'erano 
riunite  sotlo  ii  comando  di  quel  principe.  Alcune  siabilironsi  in  Siria»  ed  altre 
neir  Asia  Minore ,  ove  i  ioro  disoendenli,  sotto  11  nome  di  Turcomani,  menano 
ancora  vita  pastorale  errante .  Solimano  scià  lasciò  quattro  figli  :  due  ritorna- 
rono nel  Korassan,  e  gii  altri  due,  Dundar  ed  Ertoghrul ,  seguiti  da  quattro- 
cento fomiglie,  s'avanzarono  nelle  regioni  più  occidentali  dell'Anatolia.  Cam- 
min  facendo ,  incontraron  due  eserciti  che  pugnavano  :  lontani  ancora  dal 
campo  di  battaglia,  e  sema  poter  distinguere  per  anche  quale  de'due  fosse  il 
più  numeroso ,  Ertoghrul  (  V  uomo  dal  cuor  retto)  risolvè  di  soccorrere  quello 
che  cedeva;  e  la  sua  intenzione dedse  della  vittoria.  1  vinti  furono  i  Mogolli; 
il  vincitore ,  Aiaddino ,  sovrano  de'  Seldglukidi .  Ertoghrul  gli  baciò  la  mano 
come  ai  protettore  che  la  Provvidenza  gli  aveva  fotlo  scegliere  ed  il  sultano 
d'Iconio  lo  vestì  di  una  vesto  onorìfica»  e  gli  donò  la  bella  e  ferace  vallata  di  Su- 
gut  ove  pose  la  sua  dimora . 

I  prodigi  e  le  romantiche  tradizlAni  velano  ed  abbellano  i  primi  tompi,  la 
Iòndazione  della  dinastìa  ottomana;  le  orìgini  degl*  imperì  han  sempre  del  nia- 
ravigliosOy  specialmento  in  Oriente,  paese  delle  novelle  e  delle  favole  :  Ertoghrul 
ebbe  un  sogno ,  che  fu  reputato  di  buon  augurio  per  la  sua  razza ,  sendoché 
è  sentenza  venerata  del  Corano ,  die  le  visioni  notturne  sono  ii  dono  de'  pro- 
feti ,  e  che  I  buoni  sogni  vengon  dal  eielo  ;  d*  altronde  Omero  aveva  detto  due 
mila  anni  avanti  Maometto ,  che  •  ao^ni  vengon  da  Giove .' 

Ecco  il  caso  come  si  narra . 

In  uno  di  que*  viaggi  che  Ertoghnil  frequentemente  Imprendeva,  ricevè  ospi- 
talità in  casa  di  un  uomo  rinomato  per  la  sua  pietà .  Giunta  l'ora  del  riposo,  Il 
padrone  di  casa  trasse  un  libro  da  im  armadio  davanti  a  cui  Irovavasi  Erto- 
ghrul ,  e  lo  pose  sul  mobile  più  alto  della  stanza .  Interrogato  da  Ertoghrul 
sul  titolo  ed  il  soggetto  di  questo  libro,  l' ospUe  rispose:  quello  contenere  la  pa- 
rola di  Dio  (era  il  Corano)  annunziata  dai  suo  profeta  Maometto.  Tosto  che 
ognuno  fu  andato  a  dormire ,  Ertoghrul  prese  il  libro  sacro  e  lesse  per  tutta 
la  notte  ;  quindi  tentò  di  prender  sonno,  e  di  fatto  addormentossi  : — e  fu  in  sul 
mattino ,  tempo ,  secondo  gli  Orientali ,  il  più  favorevole  ai  sogni  profetici , 
eh'  eblie  ima  visione  miracolosa  ed  intese  una  voce  che  gli  disse  :  »  Poiché  tu 
»  liai  letto  la  mia  parola  eterna  con  tanto  rispetto ,  1  tuoi  figli ,  ed  i  figli  dei 
•  figli  tuoi  saranno  onorati  di  generazione  in  generazione  1  »  . . . 

Osniano,  figlio  d' Ertoghrul, è  una  bella  ed  imponente  figura  storica;  la 
sua  fronte  rifulga  dello  splendore  delle  conquiste,  e  i  suoi;costumi  hanno  l'im- 
pronta, delle  semplici  e  delle  maschie  virtù  della  tenda . 

La  Vito  d' Osmano  è  in  qualche  guisa  la  leggenda  epica  del  secolo  Xlll 
In  Oriente .  GU  amori  del  giovane  Osmano  colia  bella  Malkatuna  ,  figlia  del- 
lo scbeiffo  BdekMli,  raccontetl  dal  de  Hammer ,  interessano  ed  atuccano  vi- 
vamente ;  direbbonsl  una   invenzione    romantica ,  un  racconto  parto  del- 


450 


MABCBLLUS 


r  imiDagintiioiie  di  poela  ;  qaoido  si  teggooo  le  parlleoltriià  «H  ifoma 
ne ,  si  rtanan  sorpresi  che  gii  amori  d'Osmano  e  di  Malfcaliina  Boa  aMiliiio 
incontralo  nel  paese  d'Oriente  un  Saadl  od  un  Dglaml  per  cantarti  :  il  llgB» 
d' Bftoghml  sospirò  due  anni  pria  d'ottener  Malkaluna ,  ondali  none  rignUte 
danna  tesero  i  edun  sogno  pieno  di  grandcaia  e  di  poesia  preeedetle  il  anvl- 
taggko  d'Osmano  colla  figlia  di  BdeiMl . 

Una  sera  che  tìsmano  area  domandaU  la  oupltalità  ad  Bdaliaa,  si  corioè 
pallente  e  rassegnato,  pensando  a  colei  cbe  anMfa  .  Or  la  padema ,  seeosi» 
do  gii  Arabi ,  èia  chiave  d'ogni  piacere}  e  la  rassegnarione  neli'  amore  Tal  per 
colui  chen*  è  penetralo  la  eorana  dd  martire.  Osmaoo  addormcnteasi ,  ed  eeon 
Il  suo  sogno: 

<;ii  parea  di  riposare  al  fianco  del  ano  ospite.— Tatto  ad  «i  tratto  vide  In 
luna  uscire  dal  seno  di  EdeitaH ,  elevani  ed  ingrossare  a  colpo  d'ocelilo,  e  » 
dlTenuta  piena,  discendere  e  venire  ad  ascondersi  nel  suo  seno .  —Vide  ^uìbhH 
usdr  dal  propri  flancM  un  albero,  che  ognor  crescente  e  pU  verde  e  bello,  coopti 
coir  ombra  de'  suol  rami  le  terre  ed  I  mari  fino  all' catramila  delPorliionin 
delle  tre  parti  del  mondo.  Sotto  quest'albero  sorgevano  11  Cmieaso,  l' Atianle 
11  Tauro  e  l'Emo,  che  sembravano  coom  le  quattro  eolomie  di  queata  Im* 
mensa  tenda  di  venti  llraodl:  dalle  radld  deiPalbeio  aeduriano  II  Tigri» 
i*BuflrMe,limio  ed  II  Danubio,  coperti  di  vasceltt  come  11  mare.  Lecaai* 
pagne  erano  vestite  di  rioche  messi,  ed  1  monti  coronati  di  fililo  fareste  >  daHo 
quali  scendevano  abbondanti  e  dold  acque  che  serpeggiavano  «Itnveno  bi- 
schetti di  rose  e  di  dpreml .  Nelle  valli  sorgevano  hi  letansnta  città  oraaia 
di  cupole,  di  minarettl ,  di  piramidi ,  d'obelischi,  di  cotoime,  e  di  torri  ma- 
gnifiche, sulla  sommità  delle  quatt  brtUava  la  BMoahma}  quindi  gsiierie 
d' onde  partivano  gì'  Inviti  alla  preghiera,  misti  al  canto  matodiaso  dei  rosi- 
gBuoll  ed  al  cinguettio  de"  pappagalli  dal  milia  colori .  Tutta  la  imiliiindhM. 
varietà  degli  abitanU  dell'aere ,  cantava  e  garriva  aotto  quei  verde  tetto  freacoo 
profumato,  iMto  di  rami  ininlcisll  onde  le  foglie  l'altaingaivano  oome  adBBl- 
tarre.  Quand'ecoo,  in  questo  mentre  gii  parve  che  si  levasse  un  vento  vIoleB- 
lo.  Il  quale  voltò  le  punte  di  quelle  firandl  vano  le  dUbrentl  dna  ddT nns* 
verso,  e  prindpalmenie  verso  GostantinopoM ,  die  dittala  alla  fOBghmdone 
de*  due  mari  e  de' due  contUienU ,  dmigttava  a  un  diamante  incaasato  firn  dna 
aalBri  edne  smeraldi,  e  pareva  lòmiaaM  la  plein  preiiOBa  deil*anelhidi  un 
vasta  dondnadone ,  che  abbracciava  II  mondo  Intero .  Oimine  em  per  pam 
l'anello  In  dito,  quando  tutto  ad  un  trailo sfegilosd  • 

lo  non  ho  11  lempo  di  parlare  ddle  conquiste  d'Osmano  nd  terrUorlo  vid- 
no  al  monte  Olimpo,  end  contorni  di  Rlcea:  Il  Ibndalore  dell' leaperoiueo 
nioriaSugut,lnetàdi  settant'annl,  nd  i3M;mapoefal  momenti  avanti  la  sua 
morte,  seppe  che  Orfcano  suo  flgUoavea  conquistato  Bruna,  capitaie  della  Htt- 
Dia  ;  e  Al  grande  la  gioia  di  Osmano  che  addormealosd  ndla  tomba  allo  atrepUo 
di  una  bella  vittoria:  chiese  che  le  sue  rdiqole  ibsMro  Iraspertale  a 


VIAGGIO  451  I 


poicM  volle  che  le  sue  ceneri  ripoeisflero  nelle  dtià  piena  della  glorie  del  fi- 
glio mio. 

I.S  aiTS  OBI*  SAVOAAIO 

Da  Sugule  Lefkeli»  rantice  Levka,  fi  oontano  dodld  leghe»  le  prime 
cinque  delle  quali  sono  per  colline  hasie  e  aride»  ma  ben  presto  si  discende  In 
un«  Incantevole  valle  ove  la  vegetaiione  il  mostra  di  grande  rlccheua.  Do- 
vunque prasentansi  allo  sguardo  plantailoni  di  gelsi»  d'olivi»  di  viti»  e  bo- 
schi d'abeti»  di  querci  e  di  larici.  Questa  valle  chiamala  Fiiir-An»  no- 
me di  un  villaggio  turco  situato  in  mezao  a  bel  giardini,  é  irrigata  dal  Kara* 
«M  (acqua  nera  )»  che  va  a  KCttarhl  nei  Sangarlo»  a  tre  ore  a  borea  di  Leflceh. 
Questa  citta  popolata  da  quattro  mila  Turchi  e  cinquanta  Gred»  sorge  sulla 
riva  sinistra  di  questo  fiume»  a  pie  di  una  collina  alquanto  boscosa.  Il  San- 
gario» detto  Sakarié  dalle  genti  del  paese»  é  uno  dei  fiumi  più  considerevoli 
di  tutta  l'Asia  Minore:  sorge  nel  monti  dell' Armenia»  e  dopo  molti  giri  versa 
il  tributo  delle  sue  acque  nel  mar  Nero  alcune  leghe  sotto  Lefkeh»  non  lung| 
dalle  rovine  di  Claudiopoli .  K eu'  ora  a  ponente  di  UAeh  è  un  ponte  antico  » 
che  II  viaggiatore  deve  menilonare.  Questo  ponte»  costrutto  di  pietra»  é  get- 
tato nello  stesM  luogo  dove  il  Gallo ,  chiamato  dal  Turchi  Svh^  (acqua 
turchina)  precipitasi  nei  Sangario .  Presso  a  questo  ponte  »  in  meno  a  questi 
prati  »  accamparono  »  nel  giugno  del  1097  »  a&O  mila  soldati  Cristiani  i  qui  fu 
dove  l'esercito  della  prima  crociata  si  divise  in  due  schiere  partendo  per  Do- 
rilea  :  quella  comandata  da  Boemondo»  da  Tancredi  e  dal  duca  di  Norman- 
dia »  segui  per  tre  ore  la  riva  sinistra  del  Sangario  »  e  posda  si  diresse  ndla 
fertile  valle  di  Vliir-Kan  di  cui  ho  disopra  parlato;  l'altra  »  condotta  da  Gof- 
fredo di  Buglione»  da  Ademaro»  da  Ugo  il  Grande  fratello  dd  re  di  Francia 
Filippo  1  »  e  dal  conte  di  Fiandra  prese  il  suo  cammino  alla  diritta  »  nd  vallone 
Irriiiato  dal  Gallo .  Questo  vallone  offre  adesso  una  ricca  e  pomposa  natura»  e 
punii  di  vista  sommamente  pittoreschi  arrestano  ad  ogn'  istante  r  attendone . 

Dopo  aver  camminato  quaUr'  ore  nd  vallone  del  Gallo  prendemmo  la  no- 
stra via  ad  ocddente  »  lasdando  a  sinistra  II  paese  montuoso  traversato  dd 
duca  di  Lorena  e  dal  suol  compagni  per  renderd  nella  Dunosa  valle  di  Gorgo- 
ni o  di  Tneunu. 

|}na  distania  di  otto  ore  separa  Lefkeh  da  lenl-Scehr  (dttA  nuova) »  ce- 
lebre per  una  vittoria  d'ErtoghruI  sur  un  eserdto  di  Tartari.  lenl-Scehr , 
popolata  da  sdcento  Ihmiglie  turche  »  e  da  quaranta  fiunigUe  armene,  è  edi- 
I  ficaia  nd  meuo  di  una  nuda  vastissima  pianura . 

▼CDVTA  DI  BAUnflA 


Da  IcnI-Scehr  a  Tlmbos»  villaggio  turco  dtuato  sur  una  montagna  »  sono 
cinque  ore  di  cammino.  Discendendo  dd  monti  di  Tlmbos»  d  lasda  a  destra 


452  HAUCELLCS 

un  bel  lago  dominato  dalla  verdeggiante  giogaia  di  monti  che  limita  a  aelteii- 
trione  la  pianura  di  Brussa:  a  sinistra  é  l'Olimpo  di  BItinla,  colla  sua  mae- 
stosa cima  coronata  di  eteme  nevi ,  ed  I  suol  fianchi  dirupati  in  mille  maniere 
da  torrenti  Impetuosi .  Un'  ora  avanti  di  arrivare  a  Brus$a ,  si  attraversa  un 
bosco  di  querele  e  di  castagni ,  che  distendesi  per  vasta  estensione . 

Di  tutte  le  città  musulmane  per  me  vedute ,  Brussa  è  la  sola  che  abbia 
corrisposto  all'  Idea  che  m' era  formata  di  una  città  asiatica .  Mentre  varie  città 
dell'impero  ottomano  8l  travestono  all' europea ,  a  rischio  di  non  rassomi- 
gliarci In  nulla ,  Brussa  ha  religiosamente  conservata  la  sua  flsonomia  orien- 
tale e  la  poesia  del  Corano .  EH'  è  situata  sotto  II  monte  Olimpo ,  ed  occupa  In 
direzione  da  levante  a  ponente  lo  spazio  di  una  lega  ;  e  consiste  hi  uno  incan- 
tevol  misto  di  case  bianche,  nere,  gialle,  verdi  e  turchine;  di  moschee  dalle 
candide  mora  e  dalle  cupole  di  piombo ,  sormontate  da  prodigiosa  quantità  di 
minaretti  dorati  In  cima,  donde  scende  II  grido  religioso  del  muezzini  ;t  di  bo- 
schi scuri  e  folti  di  cipressi ,  obe'ischi  di  verzura  piantati  nel  campi  dei  morti 
degli  Ottomani .  A(!glongete  a  questa  veduta  delia  città  per  me  appena  in- 
dicata, quel  cielo  azzurro  e  quello  sfavillante  sole  d'Asia,  e  Brussa  nppre- 
senteravvi  quanto  l' imaginazione  può  di  più  animato ,  splendido  ed  abba- 
gliante concepire .  Brussa  insomma  somiglia  ad  una  di  quelle  città  fantastiche, 
descritte  nelle  arabe  novelle  delle  BiiWuna  NoUet  Cosicché  gli  Ebrei  esiliati 
di  Spafsna  regnando  Ferdinando  ed  Isabella ,  crederono ,  a  veder  Brussa  ove  in 
gran  numero  rifuggirono ,  di  trovarvi  una  seconda  Granata . 


IVTERMO  DI  BRUSSA 

Dopo  avere  abbracciato  di  un  solo  sguardo  tutto  questo  ammirabile  qua- 
dro ,  entriamo  in  città .  Due  grandi  burnmi ,  orlati  di  alberi  superbi  che  fanno 
ombra  a  vaghe  casette ,  dividono  Brussa  In  quattro  parti  ;  ciascuna  delle  quali 
e  occupata  da  una  nazione  diversa  Non  é  città  nell'  Asia  Minore  in  cui  le  strade 
sleno  cosi  targhe,  proprie  e  bon  lastricate  come  a  Brussa;  su  tutte  le  piazze. 
In  lutti  i  quartieri ,  sgorgano  In  copia  fresche  acque,  da  vaghe  fontane  plnte 
d'arabeschi .  I  bazarri  son  belli ,  numerosi ,  ben  forniti  ;  vi  si  trovano  tutti  1 
profumi,  tutte  le  stoffe  più  ricche,  e  le  più  belle  armi  d'Oriente.  La  varietà 
delle  fogge  di  vestire  delle  quattro  nazioni  che  dividonsl  Brussa,  è  cosa  sorpren- 
dente a  vedere ,  specialmente  nei  bazzarrl  :  il  grave  Osmanli  ha  la  testa  coper- 
ta di  Ufi  enorme  turbante  verde  o  bianco  a  larghi  sbofB  ;  le  riforme  di  Stann 
bui  non  hanno  ancora  in  nulla  cambiato  II  risplendente  vestiario  de'  musul- 
mani di  Brussa  :  l' Armeno  ba  acconcio  il  capo  col  kalpak  di  drappo  color 
marrone,  simile  ad  una  pignatta  rovesciata:  e  il  Greco  e  l'Ebreo,  hanno  vesti 
neri  e  turbanti  turchini ,  i  soli  colori  i)erniessl  al  rajas . 

La  popolazione  deli' antica  città  di  Frusta  è  valutata  a  lOO  mila  abilanli, 
de*  quali  W)  mila  Turchi ,  5  mila  Greci ,  3  mila  Armeni  e  2  mila  Ebrei .  Non 


VIAGGIO 


463 


erano  a  Brussa  cbe  tre  Europei  :  il  primo  è  lu  mercame  di  seta  nativo  del  Del- 
finato  ;  Il  secondo  é  un  profugo  Italiano  di  nome  Nlocolettl ,  brmaciata ,  me- 
dico e  console  di  tutte  le  poterne  d' Europa  eccetto  della  Francia .  Il  terao  è 
il  nostro  proprio  console .  un  tal  Crespin  »  Costantinopolitano ,  ma  di  famiglia 
francese. 

Brussa  sorge  in  meuo  ad  una  magniflca  natura:  colline  coperte  di  vigne  » 
altieri  fruttileri  d'ogni  specie»  mosiransi  dovunque  in  maravlgllosa  abbon- 
danza :  ma  ciò  che  soprattutto  sveglia  rattemdone»  sono  le  vaste  planlaziooi  di 
moriy  onde  la  cultura  è  la  principale  risorsa  di  Brussa;  questi  moti,  piantati 
molto  fitti  f  sono  piccoli  :  ogni  anno  lor  togliesi  la  corona  »  poiché  gli  abitanti 
non  colgono  la  foglia  ma  tagliano  i  rami  dell'  albero»  cbe  danno  in  nutrimen- 
to ai  bachi  da  seu.  il  popolo  di  BnisM  ignora  ancora  i  buoni  melodi»  i'edu- 
cadoDe  pel  bachi  da  seta  ;  quindi  se  la  raccolta  riesce  a  bene  non  devesi  clie 
al  caso  :  1  bonoii  sono  di  qualità  eccellente.  La  seta  si  fila  appresa'  appoco  come 
nel  meizogiomo  della  Francia;  ma  la  città  non  trae  da  questa  industria  lutto 
il  prodotto  che  potrebbero  ricavarne  setaiuoli  industriosi  ed  aMIi:  contansi  a 
Brufisa  ceollnala  di  telai  dove  ai  fabbricano  stoflé  molto  Iwlle,  cbe  «pediscousi 
colie  sete  crude  nelle  principali  città  dell'Impero  ottomano  :  il  perche  fu  detto 
con  ragione»  che  Brussa  rapporto  alla  Turchia  è  come  IM»0€  relativamcnie  alla 
Prenda . 

Dirò  brevi  parole  de'  monumenti  di  Brussa .  I  Greci  v'  hanno  tre  chiese  , 
gli  Armeni  due»  gli  Ebrei  altrettante  sinagoghe»  ed  I  Musulmani  vi  contano 
cento  cinquanta  moschee»  la  più  bella  delle  quali  occupa  il  centro  della  città, 
e  chiamasi  Oghk^Dgtamii:  è  un  edlfiilo  immenso  di  forma  quadrata ,  coslrutr 
to  di  pietra  ;  ha  due  altissimi  minaretti ,  due  magnifiche  porte  ove  l' architet- 
tura moresca  apparisce  in  tutu  la  sua  elegante  e  bizzarra  fantasia ,  mentre 
nulla  è  più  semplice  dell*  interno  d' Ogiu-Dglamiè  :  il  pavimento  é  coperto  di 
bei  tappeti»  ma  le  murason  nude;  solamente  veggonsl»  di  tratto  in  tratto 
versetti  del  Corano  scritti  In  grossi  caratteri  neri .  In  mezzo  al  tempio  sta  una 
btWà  fontana  con  tre  getti  d' acqua  che  ricadono  in  un  bacino  destinato  alle 
abluzioni:  il  musulmano  ama  intendere  il  mormorio  dell'acqua  quando  Indi- 
rizza al  grande  Mlah  la  preghiera .  La  cupola  di  questa  moschea  non  e ,  come 
le  altre  cupole  di  Brussa»  ricoperta  di  piastre  di  piombo;  ma  è  formata  da 
spranghe  di  ferro  Intrecciate  fra  loro  ;  le  quali  Inferriate  lasciano  un'  Infinità 
di  piccole  aperture  per  dove  discendono  nel  tempio  raggi  di  luce  incerti  e  de- 
boli :  Brussa  possiede  vari  eoravaiwtfrai  (ospizi  pelle  caravane),  medrissi 
(o  collegi)  ed  imaretti  (o  cucine  pubbliche) . 

(Questa  città ,  che  fu  la  sede  dell'  impero  ottomano  fino  al  1453 ,  epoca 
della  presa  di  Costantinopoli  per  Maometto  II»  glorificasi  di  contenere  I  sepol- 
cri de' sei  prhni  sultani  della  razza  d'Osmano .  L' avello  del  fondatore  dell'im- 
pero turco,  quello  di  suo  figlio  Orkhano,  le  sepolture  delle  spose  e  del  figli 
di  questi  due  principi  »  sono  contenute  in  un  vasto  mausoleo  cbe  sorge  sur 
una  rocciosa  collina,  ove  anticamente  fu  la  città  di  Prusia;  questo  edifizio » 


IV. 


58 


i 


454  MARCELLUS 

un  tempo  chiesa ,  fu  eretto  durante  11  Basso  Impero  ;  la  volta  é  sosCenou  da 
pilastri  di  verde  antico  e  da  colonne  di  porfido;  e  sul  muri  inferiori,  si  vedo- 
no ancora  croci  di  mosaico.  Il  pavimento é  a  disegno  di  marmo  bianco  e 
grigio.  Le  spoglie  mortali  di  Amurat,  o  Murad,  conquistatore  d'Adrlanopol^ 
della  Servia  e  dell'Albania,  riposano  in  un  magnifico  sepolcro  situato  ad  una 
lega  a  ponente  fuori  di  Brussa,  presso  un  vago  villaggio  chiamato  Iscequerkl .  — 
La  tomba  di  Balazid  o  Balaiette ,  soprannominalo  Bderin  (folgore),  ma  che 
ebbe  la  disgrafia  di  perdere  la  battaglia  di  Andra  contro  II  terrlbil  Tamer^ 
lano ,  é  accanto  ad  una  gran  moschea  di  marmo  bianco ,  da  lui  fondata  pres- 
so la  porta  della  città ,  sulla  via  di  lenl-Scehr ,  a  mano  sinistra.  Dopo  durissi- 
ma prigionia,  Balazette  moriva  in  Alascehr,  antica  Filadelfia;  e  Mussa  sua 
figlio ,  otteneva  dal  fiero  ma  generoso  Tamerlano  II  permesso  di  trasportar 
nella  capitale  delia  Bltlnla  il  corpo  del  padre  suo.  Le  tombe  de'vislriy  del 
muftì  e  de'santonl ,  sono  Innumerevoli  appiè  del  monte  Olimpo:  Il  turbek  (se- 
polcro) più  venerato,  é  quello  del  8celk-8clamedln-||lohamed-Ben-AlÌ,  più  co- 
nosciuto sotto  II  nome  di  tuUan  éiii<r-osi*( principe  del  regno  della  Santità); 
e  consiste  in  una  cappella  funeraria  ricca  quanto  quella  de*  sultani ,  la  quale 
sorge  maestosamente  sur  un' altura  distante  un  quarto  d'ora  ad  austro  dlBrus- 
sa  Le  mura  interne  ed  esteme  del  monumento  sono  incrostate  con  piccoli 
pezzi  di  porcellane  di  colori  diversi  ;  e  la  tomba  che  scorgesi  attraverso  le  in- 
ferriate delie  finestre ,  è  Interamente  ricoperta  di  MciàUi  di  gran  valore  :  ad 
onta  del  KaooM  e  del  musselllno  che  ci  accompagnarono,  ci  fu  Impossibile  pe- 
netrare in  questo  monumento;  rimano  della  moschea  vicina,  a  cui  ci  indiriz- 
zammo per  visitarlo,  rispose  al  nostro  dragomanno  ed  al  Kavas  :  »  cotesti  viag- 
»  glatori  francesi  ignorano  probabilmente,  che  questa  cappella  custodisce 
»  le  sacre  spoglie  del  principe  sovrano  deli'  impero  della  Santità  ;  iste  loro  sa- 

•  pere  che  i  glauri  (  1  cani  )  non  entrano  in  questo  santo  luogo ,  perchè  tosto 

•  che  vi  fossero  penetrati  il   suolo  si  spalancherebbe  per  Inghiottirli  per 

•  semi  re!  » 

I  BA«UII  OI  BftUBBA 

Tutti  1  viaggiatori  europei  che  visitarono  Brussa ,  hanno  parlato  delle 
acque  minerali  che  sgorgano  dal  fianco  settentrionale  dell'  Olimpo ,  a  mez- 
z'ora  all'  occidente  della  città  :  negli  antichi  tempi ,  una  tradizione  grer^ ,  det- 
te a  quelle  acque  grande  celebrità:  Ercole,  dopo  avere  Involontariamente 
ucciso  il  suo  favorito  Ila,  lavò  in  esse  il  sangue  onde  s'era  Imbrattato,  e  pu- 
rificossi  I  —  Anche  la  generazione  presente  di  Brussa  ha  la  sua  favolosa  tradì-  i 

zione  :  •  tempo  fa ,  mi  diceva  un  vecchio  Armeno ,  venerando  per  la  lunga  e 
bianca  barba  che  gii  sccndea  sul  petto ,  un'  imperatore  di  Stambul  ebbe  una 
figlia  coperta  di  lebbra  ;  questa  ragazza,  vedendo  il  dispiacere  di  suo  padre  che 
non  potea  maritarla,  abbandonò  la  reggia,  e  sola  sola  pellegrinò  pel  mondo  | 

chiedendo  l' elemosina.  La  povera  principessa  camminò  tanto ,  che  im  di  irò- 


•    I 


VIAGGIO  456 

vossl  \à  ove  zampillanu  le  acque  benefiche  di  Bnusa  ;  iDgiDocchlossi  davanti 
al  ruscello ,  e  giunte  le  mani  In  atto  supplichevole ,  ed  alzati  gli  occhi  al  cie- 
lo ,  pregò  umilmente  Iddio .  Durante  la  preghiera ,  vide  scendere  dai  monte 
Olimpo  un  enorme  cinghiale  lebbroso,  che  entrò  nel  ruscello  sulla  riva  del  qua* 
le  ella  pregava,  e  ne  uscì  totalmente  guarito  :  nel  quale  incontro ,  visto  la  fi- 
glia del  sultano  un  avvertimento  celeste ,  ella  si  aHirettò  a  tuffarsi  nel  ruscello 
e  dopo  un  quarto  d' ora  la  lebbra  ond'  era  affetta  scomparve .  Fuor  di  se  pella 
gioia  e  pella  riconoscenza  verso  Dio ,  la  principessa  fece  costruire  In  questo 
luogo  uno  stabilimento  di  bagni  pei  poveri  e  per  gii  sventurati,  e  gettò  le  fon- 
damenta della  città  •  —  Cosi  la  figlia  del  imperatore  di  Stambul,  secondo  gli 
Orientali,  e  non  II  re  Prusia  come  dicono  gli  Europei,  fondò  la  cittA  di  Brus- 
sa,  bella  fra  tutte  le  città  dell'  Asia . 

Le  acque  di  Brussa  sorpassano  per  le  loro  virtù  1  famosi  bagni  di  fiski- 
Scehr  e  di  Gerapoll,  e  tutte  le  altre  dell'  Anatolia  ;  elle  zampillano  da  quattro 
sili  diversi  sur  uno  spazio  di  dugento  tese  quadrate;  contengono  zolfo,  zol- 
fato  di  soda ,  gassi  carbonici,  argilla  e  calce  :  le  sono  talmente  calde,  che  non 
vi  si  potrebbe  sopportar  la  mano  se  non  vi  si  mescolasse  acqua  fredda  Una 
specialmente  di  tali  sorgenti  é  si  calda ,  che  I  Turchi  la  chiamano  Eirek  Ter- 
lendu {cht  fa  sudare  gli  asini  ) . 

Il  principale  de'  quattro  stabilimenti  di  bagni  porta  il  nome  à'EtHCa- 
pUdgia  (  terma  antica) ,  Il  quale  consiste  in  un  grande  edifizlo  di  costruzione 
greca:  otto  belle  colonne  di  marmo  bianco  sostengono  un'immensa  volta  fo- 
rata da  piccole  aperture  donde  penetra  debile  luce;  e  nel  centro  del  fabbricato 
è  un  bacino  di  quaranta  piedi  di  circonferenza ,  che  contiene  l' acqua . 

Tutte  queste  terme  appartengono  al  governo,  che  le  affitta  a  prezzi  mode- 
rati :  1  militari  ed  I  poveri  non  pagano  che  tre  paras  per  bagno  (circa  quat- 
tro centesimi  di  franco  }. 

MOVTC  OUMTC  DI  BITISIA 

Desideravamo  salire  sul  monte  Olimpo ,  ma  fummo  costretti  rinunziarvi 
peichè  le  nevi  lo  copriano  tutto,  benché  si  fosse  d'aprile;  ci  diaiero  che  le 
non  il  stru^ono  cbe  verso  la  meli  di  giugno .  Ma  in  mancanza  di  osaerva- 
zkml  mie  proprie ,  rilsrlrò  quanto  potei  sapere  sul  hiogo  Intorno  a  qoesto 
celebre  monte .  L' OKmpo  di  Bttlnla  è  una  delle  più  grandi  montagne  deli'  Asia 
Minore  ;  la  sua  elevazione  è  di  2147  metri  sopra  il  livello  del  mare . —La  mon- 
tagna dividesi  in  tre  parti  o  regioni  :  dalla  parte  di  Bmssa ,  Il  monte  è  vestito 
da  una  magnifica  foresta  di  castagni,  qua  e  lA  interrotu  da  grandi  massi  di 
roccia  rossastre:  Il  ferro  non  mai  penetrò  in  quella  foresta  di  alberi  gigante- 
schi ,  onde  I  rami  formano  InpcnetrabiU  tettoie  di  foglie,  e  attorno  al  loto 
tnmchl  annosi  cieseono  piante  rampanti  e  moschi  smallati  di  fiori .  —  Dopo 
un  quarto  d'ora  di  salita ,  si  arriva  alla  sommità  della  prima  reglènte  :  quivi 


466  MARCELLUS 

l'Olimpo  costituì' ce  un  vasto  pianoro,  su  cui  nella  bella  stagione  I  Turcoman- 
ni  ioDaUano  le  loro  tende .  La  foresta  di  castagni  non  supera  la  prima  regione , 
ma  viene  qui  rimpiauata  da  un  bosco  di  abeti .  —  Anche  aila  sommila  della 
seconda  regioue  trovasi  una  grande  spianata,  su  cui  é  un  lago  pescosissimo  cinto 
di  roci'Je  di  granito  e  di  marmo  bianco  venato,  ed  ombrato  da  cupi  abeti.  ~  Fi- 
nalmente perviensi  alla  teraa  regione,  dopo  avere  superati  ripidi  fianchi,  coper- 
ti di  ginepri  e  di  fiori  d'ogni  apparenza .  —  Quelli  che  giunsero  fin  sulla  cima 
del  monte ,  dicono,  che  a  del  sereno  vedesi  prodigiosa  estensione  di  paese  :  ad 
oriente  le  montagne  e  la  pianura  di  Dorilea  ;  a  borea  le  ricche  colline  di  Ma- 
dania ,  Nicea  ed  il  suo  bel  lago,  le  isole  de'  Principi  e  Costantinopoli,  che  sem- 
bra galleggiare  Tra  i  flutti  del  Bosforo  ed  il  dolo  ;  ad  occidente  II  lago  df 
Apollonia  circondato  di  villaggi ,  e  più  lungi  l'isola  di  Marmara  e  la  peniso- 
la di  Cizico,  ricinte  dalle  onde  azzurre  della  Propontide  ;  ad  austro  finalroenie 
i  nudi  e  tristi  monti  della  Frigia  combusta . 

Le  magnifiche  solitudini  dell'Olimpo  Bitinio,  che  ai  tempi  dello  splendor 
di  Bisanzio  furono  l'asilo  della  contemplazione  e  della  preghiera,  popola- 
ronsi  di  dervlcbi  e  di  santoni  sotto  il  regno  de'  primi  imperatori  ottomani  : 
la  scenza,  il  genio  stesso,  andavano  ad  ispirarsi  del  maestoso  spettacolo  del- 
l'Olimpo ;  le  fresche  ombre,  e  le  acque  mormoranti  di  questo  splendido  monte, 
fer  la  delizia  dei  teologi  e  dei  giureconsulti,  dei  filosofi  e  dei  poeti.  Il  dotto 
Uolli-Seeikhl  scrisse  nelle  solitudini  dell'  Olimpo  uno  de'  più  celebri  poemi 
della  ottomana  letteratura  ;  Uosi-All  vi  tradusse  le  Favole  di  BidpaY  ;  KhiaJi 
(il  fratello  ricco d' Imagini  ) ,  e  Deliburader  (il  fratello  bizzarro),  ri  com- 
posero il  primo  dolcissimi  canti  lirici,  l'altro  meste  e  voluttuose  novelle. 


DECADIMEVTO  OEIX' OCTEllO  TVKCO 

Prima  di  lasciar  Brussa  per  agglugnere  al  porio  più  ricino ,  e  Imbarcar- 
mi per  procedere  a  Costantinopoli ,  volli  fkre  una  riSlta  al  governatore  deOa 
città  :  avuta  da  lui  cortese  accoglienza ,  conversai  seco  lungamente  parlando 
dell'  BuMpa  I  e  conosoeado  egli  il  graco  Idioma,  volle  sapere  lotte  le  partico- 
larità delie  mio  esaorsionl,  e  le  Imprenioni  die  atevo  ricevale  aHa  rista  diav- 
ridno  della  Turchia,  lo  narrai  a  Wk  francameote  la  ragioiie  M  ido  viaggio; 
e  per  dò  che  riguardava  lo  stato  del  suo  paeset  volli  parlar  paiole  di  conlafto 
piuttosto  che  pingergli  il  quadro  scuorante,  ma  vero,  die  pmentA  «cài  dav. 
ricioo  lo  mira .  Ma  trovai  In  lui  im  «omo  amante  deUa  mida  ferità  e  comwd- 
tare  perfetto  del  tristo  alato  ddle  eose;  su  cui  punto  m»  mudami  •  fiatala  lo 
mia  discretaiaa,  el  aorriae  mestamente;  e  presa  una  carta  geografica  daUa 
Turdila ,  disegnata  sotto  il  logno  di  Sellmo  ili  da  im  rikinegalo  lagicm  che 
•SBunse  U  oome di  Mahmwi^Bffeodi,-*»  vedale,. mi  dlise  parcotwmlo  od 
dito  la  mappa ,  vedete  quanto  paese  la  Torchia  ha  perdalo  nappnre  In  veli- 
li annll  La  Grecia,  e  la  iada  dall' Arcipdafo  più  «m  ia  apparteogono.  la 


VIAGGIO  457 


Europa  dia  è  tUU  spogliala  de'  sooi  più  rtochi  posMBl  :  la  lussia  non  ha 
cominciate  le  sue  conquiste  sulla  Turchia  che  Terso  la  metà  dell'  ultimo 
secolo  »  e  nel  breve  spazio  die  d  separa  da  qud  tempo  ha  portali  1  confini 
dd  suo  impero  sol  Pruih  e  sul  Iftanuhio:  dtredlchè»  la  Senrla ,  la  Valacchia» 
la  Moldavia,  sono  oggi  sotto  la  sua  protenone;  una  porzione  ddl'Annenia  è 
divenuta  sua ,  come  le  lòrtezie  turche  della  Georgia .  Ella  impera  despotlca  su 
tutto  ]'  Bussino ,  e  la  guerra  ostinata  e  tremenda  ai  noslri  fratelli  ed  antichi  al- 
leati nel  Caucaso,  che  abbiamo  abbandonati  per  flaocliezza  estrema.  Reca  spa- 
vento a  pensarlo,  ma  pure  é  cosi  :  laSiria,  Y  Egitto,  il  paese  della  Mecca,  più 
non  sono  suddite  dd  sultano  di  Costantinopoli  che  di  nome  t  Eppure ,  non  é 
gran  tempo,  egli  era  signore  legittimo  perfino  della  Barbarla  :  il  bej  d*  Algrri 
stesso ,  non  era  che  un  pascià  dipendente  deii'lmpentor  di  8Umbui ,  e  gli  pa- 
gava il  tributo  come  gtt  altri  pascià  deDMmpero!  —Gli  Buropd  trattano  I 
Turchi  di  barbari  ;  li  chiamano- di  devastatori  allorché  prendono  alcune  pietre 
da  un  antico  monumento  che  non  serve  più  a  nulla,  per  costruir  una  capanna 
od  una  casa  die  può  servire  a  qualche  uso  ;  mentre  gli  Europd  sono  stati  I 
primi  a  guastare  l'impero  ottomano,  togliendo  al  sovrano  legittimo  paesi  che  i 

gli  appartenevano.  Che  rimane  egli  ora  al  nostro  padiscià  ?  La  Trada,  Ì*Ana> 
lolla  ed  i  pasdalicali  di  Bagdad  e  di  Bassorah  !  !  !  • 

Nulla  avendo  io  a  rispondere  sul  fatto  che  il  buon  turco  mi  dimostrava , 
cercai  di  consolarlo  mostrandogli  l'importanza  de'  paesi  che  ancora  rimango- 
no sotto  II  dominio  della  sublime  Porta .  —  La  Tracia,  gli  dissi,  onde  Andrino- 
poll  è  la  capitale,  é  una  vasu  contrada  d'ammirabile  fecondità  ;  e  la  Tracia , 
al  dir  de' viaggiatori  che  1' bau  visitala,  è  quasi  deserta.  L'Asia  Minore, 
voi  lo  sapete,  é  una  penisola  quadrangolare  di  24  in  25  mila  leghe  di  super-  j 

fiele  :  percorsi  la  parte  occidentale  dell'Anatolia,  e  vidi  che  questa  contri  é 
una  delle  più  magnifiche  che  esistano  al  mondo  ;  uiona  terra  sotto  II  sole  sarebbe 
più  produttiva  di  questa,  se  ella  fosse  meglio  coltivata  ;  e  pel  lato  della  natura ,  i 

nulla  manca  all'  Asia  Minore  per  divenire  la  più  florida  regione  dell'  universo  : 
Ivi  avete  montagne  coperte  di  boschi ,  laghi  sur  ogni  punto ,  pianure  Immense  | 

Irrigale  da  grandi  fiumi  che  non  mal  dlsseccansl  $  oltre  di  che ,  l' Asia  Minore 
abbonda  di  minerali  ricchezze  di  ogni  maniera .   Questa  contrada  benedetta  j 

dal  delo,  potrebbe  nutrire  mille  volte  più  d'abitanti  che  or  non  ne  conta;  e  ' 

non  é  peraltro  che  per  la  loro  spopolazione,  che  le  fertili  pianure  dell'Ermo 
e  del  Meandro ,  i  paesi  di  Sardi,  di  Brussa  e  di  Nicomedla  rattristano  il  vlag-  | 

gìatore.  Non  è  dunque  la  terra,  conchiusi ,  che  manca  all'  impero  ottomano ,  al 
contrarlo  sono  le  braccia  che  ivi  mancano  alla  terra  !  — 

11  governatore  di  Brussa ,  che  sapeva  bene  quanto  me  quello  che  gli  diceva 
dell'  Anatolia ,  abbassò  la  tesu  rassegnato  davanti  alla  lugubre  btdità  che  spi-  i 

gne  gì'  Imperi  alla  loro  rovina ,  irreparabile  quando  l' ora  tremenda  é  suonata .  i 


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I  ALCUNE 

DELLE  COSE  PRINCIPALI 

I 

'  COSTAIVTmOPOLI  W 


OHPLtTuan  ili  quesla  hivir  nota  dò  cbv 
)' lUusirr  BUlure  delle  Bimfmbranie  drt- 
i  I' Orì«n(a  ilice  di  Costa iili nupoli .  Aiu- 
I  giiemmo  queste  iNMlile  Inluriio  ad  Aleviie 
drUt  tote  principali  di  CotlanUnopoli , 
dalle  opere  receuU  di  un  altro  valenie  vltiglaiore  fraiKese  in  Oriente,  Baiti 
«Ino  di  Poujoulal. 

■  Tra  k  cose  degne  di  vedersi  a  Co>UDtlnopoll,  dice  gul■^l'ullillHJ  aul» 
re ,  sono  le  cisterne .  Eu»  le  principali  : 

(()  Fedi  U  liagiiu  ÌJj  ,  e  356. 


460 


MARCBLLUS 


•  La  prima  é  quella  di  Costantino ,  cbe  ricere  ancora  le  aoqoe  del  Odori 
(  oggi  detto  Fiume  delle  Aeque  Dolci,  cbe  sbocca  infondo  al  Porto)  portatevi 
dal  maestoso  acquedotto  di  Valente . 

>  Non  potei  contare  tutte  le  belle  colonne  cbe  sostengono  l'Immensa  vol- 
ta; avrei  avuto  bisogno  di  un  l>attello  per  entrare  nella  cisterna:  le  colonne 
sono  di  marmo  e  d'ordine  corintio . 

»  La  seconda  cisterna ,  quella  di  Fllosseno  ,  oggi  è  secca  ;  v  è  stabilita  una 
grande  filanda  di  seta:  la  cblamano  la  eistenta  dalle  miWuna  colonna ,  ben- 
ché la  non  ne  abbia  veramente  cbe  trecento  dodici . 

•  La  terza,  meno  grande  di  tutte,  è  abbandonata  e  cade  In  rovina . 

•  Questi  serbatoi  sono  certamente  le  più  belle  rovine  di  (UMtantinopoli  ; 
Procopio  e'  insegna  l'uso  di  questi  vasti  bacini  :  •  Quantunque  grande  fosse ,  egli 

•  dice,  il  numero  delle  fonti  a  Costantinopoli,  nulladimeno  le  polle  qualcbe  voi- 
»  la  seccano  nella  state  :  fu  quindi  per  ovviare  a  slmile  inconveniente  (  per  cui 

•  il  popolo  soffria  molto  di  tanto  in  tanto),  cbe  gì' imperatori  di  Bisanzio ,  fé- 

•  cero  scavare  in  diversi  quartieri  della  città  grandi  e  magnifiche  cisterne,  si- 
»  mili  a  quella  che  é  sotto  le  fondamenta  della  chiesa  di  Santa  Sofia» . . . 

»  Un*  altra  delle  cose  di  Costantinopoli  beila  e  curiosa  a  vedere  per  gli 
Europei,  sonoi  sepolcri  di  Eyub .  Una  parte  del  campo  de'  morti  di  questo  no- 
bil  sobborgo  è  esclusivamente  riserbata  al  grandi  dell'  impero .  1  sepolcri  for- 
mano un  belfo  e  lungo  viale ,  e  sono  attorniati  da  una  gran  gabbia  di  ferro 
dorato,  tutta  intrecciata  coi  rami  del  gelsomino,  del  Mas,  e  delie  rose  cbe 
salgono  sulle  graticole  di  quelle  gabbie  risplendenti  :  maestosi  platani  stendono 
le  loro  folte  ombre  sui  cimiteri  di  Eyub;  superbi  cipressi  contrappongono  ad 
essi  le  for  nere  piramidi,  ed  i  canti  di  mille  augelli  echeggiano  attraverso  I 
belli  alberi  del  funebre  asilo  ;  cosicché  questo  luogo  sembra  fatto  piuttosto  per 
un  dolce  ritiro  della  vita ,  che  per  ricevere  le  fVeddc  spoglie  della  morte . . . 

•  Chiunque  non  è  maomettano  non  può  penetrare  nella  moschea  di  Santa 
Sofia  senza  un  ordine  o  firmano  del  Gran  Signore  :  il  perchè  quando  si  divulga 
In  Pera,  che  dei  viaggiatori  hanno  il  progetto  di  visitar  le  moschee,  per  quanto 
facciate,  non  potete  tener  nascosto  li  giorno  che  Imprendete  quesu  visita  ?  ciò  sì 
sa  sempre  ;  di  maniera  tale  che ,  mentre  credete  non  esser  che  tre  o  quattro 
individui ,  la  folla  aumenta  senza  che  possiate  impedirlo  ad  ogni  passo  sulla  via  ; 
anzi,  voi  non  avete  passato  ancora  il  Como  d'Oro  (nome  antico  del  porto  di 
Costantinopoli  ),  ed  i  vostri  seguaci  visitatori  delle  moschee  si  trovano  qualche 
volta  in  numero  di  dugento —Tanto  ci  avvenne  il 25  aprile  ultimo:  seoia  con- 
tar gli  ufìciali  di  marina  francesi  ed  inglesi  per  noi  invitati ,  eravamo  nulladi- 
meno più  di  dugento  cinquanta  ! 

•  Gli  Osmanli  che  vlddero  entrare  tanti  giauri  (  cani  )  neir  Ata  Sopkia  el 
Kebir  (Santa  Sofia  la  grande),  dovettero  temere  per  un' istante  cbe  le  profezie 
fossero  per  adempirsi  ;  poiché  l  Turchi  credono,  che  questa  antica  chiesa  rica- 
drà un  giorno  traile  mani  dei  Cristiani .  La  scontentezza  era  espressa  sulla  fi- 
sonomia  de'Musulmani  ;  nulladimeno  non  provammo  nessuno  insulto,  ma  non 


VIAGGIO  461 

bisogna  dimenticare  di  dire,  che  eravamo  scortati  da  un  ufldale  del  serraglio, 
e  da  sei  kawu  armati  di  staffili  e  di  bastoni . 

•  Un  grosso  libro  basterebl>e  appena  per  descrivere  in  modo  completo  Santa 
Sofia:  ma  a  quest'ora  le  descrizioni  non  mancano;  e  se  vorrete  passare  alcune 
ore  con  Pietro  titiles,col  Grelot,  col  Banduri  e  collo  storico  Gibbon,  acquiste- 
rete facilmente  giusta  idea  del  più  antico  tempio  che  la  religione  cristiana  ab- 
bia inalzato  alla  divinità .~ Nessuno  ignora,  che  sotto  il  regno  di  Giustiniano , 
la  prima  chiesa  dedicata  all'eterna  Sapienza  fu  ridotta  in  cenere,  e  che  allora 
sul  medesimo  luogo  furon  gettate  le  fondamenta  dell' edifizio  che  or  vediamo, 
salvi  i  restauri  ed  1  cambiamenti  che  nelle  diOereoti  età  vi  sono  stati  fatti.  An- 
temuso, architetto  di  Tralles,  chiamato  dall'  imperator  Giustiniano  a  Costanti- 
nopoli ,  disegnò  la  pianta  del  tempio  e  ne  diresse  la  edificazione .  Dieci  mila 
operai  furono  impiegati  per  sei  anni  alla  edificazione  di  tale  edifizio  >  che  il 
Basso  Impero  salutò  qual  meraviglia .  Nella  processione  solenne  cbe  successe 
peli' inaugurazione  della  nuova  chiesa ,  il  22  dicembre  537,  l' imperator  Giu- 
stiniano ,  camminando  a  pie  innanzi  al  suo  carro ,  non  potette  frenar  la  sua 
gioia; e  presente  la  moltitudine,  esclamò:  •  Gloria  a  Dio  che  m'ha  giudicato 
»  degno  di  condurre  a  termine  opra  si  grande!  Si,  ti  ho  superato,  0  Salomone!  • 

»  Santa  Sofia  è  costrutta  in  forma  di  croce  greca,  ma  di  braccia  inegua- 
li :  la  sua  larghezza  6  dugento  quarantatre  piedi  ;  la  sua  lunghezza ,  dal  san- 
tuario, eh' è  posto  ad  oriente,  fino  alle  nove  porte  occidentali ,  che  mettono 
nei  vestlbuk)  ed  al  portico  estemo ,  é  dugento  sessantanove  piedi . 

•  Al  primo  aspetto,  questo  monumento  non  presenta  che  una  grave  massa 
senza  splendore  e  senza  l>eliezza  ;  bisogna  entrar  presto  nell'  interno  del  tem- 
pio, per  non  meravigliarsi  dell'entusiasmo  col  quale  1  poeti  e  gli  storici  del 
Basso  Impero  vantarono  Santa  Sofia.  Procedesi  per  un  corridore  a  volta, 
che  fa  diversi  giri  fino  alia  galleria ,  donde  godemmo  l' intera  veduta  del 
monumento . 

»  Osservando  poi  le  particolarità  dell'edifizio  di  Santa  Sofia,  nulla  scuopresl 
di  bello:  l'architettura  è  rozza,  e  male  intesa  la  profusione  delle  colonne, 
perchè  senza  regolarità  disposte  e  prive  di  capitelli  da  cui  possa  conoscersi  li 
loro  stile.  Ecco  quanto  s'offre  ai  primi  sguardi  del  viaggiatore;  avvi  una  sor- 
prendente ricchezza  di  materiali ,  nu  v'è  completa  mancanza  di  gusto  e  di  ar- 
monia. 

•  La  galleria  che  gira  Intorno  all'  edifizio  ha  sessanta  piedi  di  larghezza 
ed  è  formata  da  un  gran  numero  di  colonne,  la  maggior  parte  di  porfido  ower 
di  diaspro  ;  alcune  appartennero  al  tempio  del  Sole  edificato  da  Aureliano  a 
Roma,  le  quali  erano  state  tolte  da  Efeso  ove  probabilmente  ornarono  il  tem- 
pio flinioao  di  Diana,  una  delle  sette  maraviglie  dell'antico  Oriente;  ed  alire 
appartennero  a  diversi  tempii  pagani  dell'Asia  Minore,  dell'isole  dell'Arcipe- 
lago, della  Grecia  e  dell'Egitto .  Di  guisa  tale  che,  questa  chiesa,  edificata 
in  onore  del  Cristo,  adornossl,  come  dice  il  Gibbon,  delle  spoglie  de' più  hei 
templi  del   paganesimo. 


iv.  59 


482  MARCBLLUS 

•  Ma  ciò  che  a? vi  di  realmente  maestMO  in  Banu  Solia  si  é  la  cupola,  a 
giusto  titolo  argomento  di  stupore  e  d'ammlrailone  dei  popoli  o  dei  dotti  dei 
medio  evo  :  guardandola  specialmente  di  nezxo  alla  naTata,  ella  d  oolpisoe  per 
la  sua  mole  imponente;  la  pare  come  sospesa  nell'aria,  e  se  Innaiandoia  l'ar- 
chitetto volle  Imitare,  come  fu  detto,  la  volta  de' cieli,  bisogna  convenire, 
che  tal  concetto  veramente  artistico  fti  abilmente  realiziato . 

»  La  concavita  della  cupola  è  tutta  incrostata  di  mosaici,  che  deperiscono 
e  cadono  appoco  appoco  ;  li  suo  diametro  è  cento  quindici  piedi  ;  Il  punto  piò 
elevato  del  centro  della  cupola ,  ove  la  mezzahma  lia  rimpianata  la  croce,  ha 
un'altezza  perpendicolare  di  cento  ottanta  piedi  sopra  il  pavimento.  Il  tam- 
buro che  regge  la  cupola  riposa  su  quattro  peducci ,  sostenuti  da  aiirettanU 
pllastroni ,  ai  qu|li  quattro  colonne  di  granito  egiziano  poste  a  maestrale,  a 
greco,  a  scilocco,  a  libeccio,  accrescon  forza.  Peci  II  giro  della  cupola  in  un 
balaustro  Illuminato  da  24  finestre.  Sui  quattro  peducci  della  cupola,  qoailio 
figure  di  serafini ,  rozzamente  fatte ,  a  mosaico,  sussistono  ancora,  ma  P Ima» 
gine  del  Cristo,  quella  della  Vergine,  te  effigi  de'  sami  e  degli  angeli  che  ab- 
bellivano le  pareti  della  chiesa ,  e  di  cui  parlano  gli  storici  di  Risanzio,  scom- 
parvero sotto  la  mano  profana  de'  Turclii .  —  Dn  bel  peristilio  regna  ntlorao 
alt*  atrio .  Biechi  tappeti  cuoprono  il  pavimento  ,  che  una  volta  fu  di  mosaioo 
e  di  verde  antico . . . 

>  La  moscliea  detta  SoUmaniè,  perché  eretta  da  SoHmano  II,  supera  met- 
to in  bellezza  Santa  Sofia.  Il  monumento  é  preceduto  da  due  vasti  cortili 
ombrati  di  platani  d' enorme  grossezza ,  attraversando  I  quali  lo  spirito  ai 
prepara  alla  preghiera  pria  d'entrare  nel  recinto  del  tempio. 

•  Tutto  é  grande  e  maestoso  neir interno  di  SoUmaniè,  La  cupola,  falla 
sul  modello  di  quella  di  Santa  Sofia ,  riposa  su  quattro  pilastri  di  gran  dimen- 
sione .  I  versetti  del  Corano,  scrìtti  in  lettere  d'oro,  cuoprono  il  largo  firegle 
della  navata .  Una  incerta  luce  penetra  nella  moschea  dalle  finestre  di  vetri 
coloriti  aperte  sopra  il  kibU  o  santuario .  Un'  infinità  di  lampadari ,  misti  a 
globi  di  cristallo  di  Tari  colorì,  sono  sospesi  a  fili  di  ferro  che  scendono  dalla 
gran  cupola  ;  e  nelle  notti  del  Ramadan ,  quando  tutte  quelle  lampade  sono  ac- 
cese, il  tempio  risplende  di  mille  luci  diverse  e  fantastiche. 

»  La  Solimanièj  pia  bella  di  tutte  le  moschee  Imperiali  di  StambaI,  fi 
costrutu  nel  1466,  cogli  avanzi  della  chiesa  di  Sant'  Eufemia  in  Calcedonia . . . 

>  La  Osmanié  (moschea  d'Osmano),  non  regge  per  grandiosità  il  con- 
fronto colla  precedente  :  è  però  di  una  eleganza  perfetta ,  ma  non  ispira  nulla  di 
grave,  nulla  di  religioso,  poiché  il  suo  carattere  non  sta  punto  In  armonia  col 
sentimento  della  preghiera .;— In  un  grazioso  giardinetto  contiguo  al  cortile 
della  moschea  ,  ho  veduto  un  bel  sarcofago  di  porfido,  che  la  IradiileBe  diee 
contener  le  ossa  del  valoroso  Costantino  Paleologo ,  ultimo  degli  imperatori 
cristiani  di  Costantinopoli,  Il  quale,  com'è  noto,  gloriosamente  morì  sui  ba- 
luardi delia  sua  città . . . 


VIAGGIO  463 

HO  vfduto  la  moiehea  d'Akmei ,  presso  1*  Ippodromo .  Il  suo  fondatore 
per  allestire  l'opera,  linrlgtlava  da  sé  stesso  gli  operai,  e  spesso  lawrava  ras 
essi .  Nel  penster  del  saltano,  tanto  era  meiltorio  lo  smuover  pietre  per  ta  co- 
stniilone  di  una  moschea,  quanto  consumarsi  In  orazioni  ;  T  Imperatore  Akmel 
non  aveva  dimenticato  queste  parole  del  Corano  :  »  Dio  edifica  ima  casa  In 
•  paradiso  a  colui  che  innalia  ima  moschea  In  onor  suo  !  ■ 

•  Bei  minarettl  cao  gallerie  merlate  sormontano  la  moschea  d*ilhmel } 
il  qoal  numero  fu  disapprovato  dagli  ulemas,  auesocbè  II  tempio  della  Mecca  ha 
quattro  minarettl  soltanto;  ma  questi  sei  minarettl  si  innaliano  verso  il  cielo 
svelti  e  maestosi. 

»  Tutte  le  moschee  di  Stambul  si  somigliano  meno  che  per  la  grandeiza , 
ond'  è  che  ifspannierò  di  descrivervele.  Tuttavia,  ciò  che  é  ài  panlcolart  nel 
tempio  dell'Ippodromo  consiste  in  ci4,  che  la  cupola  posa  su  quattro  coloane 
scannellate  di  prodigiosa  grosseua,  ed  allMto  slaccate  dal  corpo  dell'edlAiio ... 

•  Avrei  ^^ohito  vedere  1  templi  del  sui»borgo  d*  Byub,  ma  non  vallen>  dard 
il  pemesso,  gli  slessi  ambasciatori  delie  potenie ,  non  hanno  ami  potuto  ot« 
tioefe  di  pamamo  la  sogNa.  Mia  principale  moschea  di  Byub  èserbata  la 
spada  d' Oamano ,  code  si  armano  I  nnovelll  sultani  »  ccrimeoia  che  earrispon- 
de  a  quella  dall' incotonaaione  nel  nastri  paesi . . . 

»  Dopo  aver  vWlato  le  moschea,  andai  con  alcune  persona  al  6asar  da^ 
gUwekknd,  ft  inutile chio ridica  qual  serraiunal  cuore  pravmi  aiiavisudl 
quelle  povere  creature  esposte  In  vendUa  sulle  stole  come  mercanala  $  e  egmm 
oompifode  come  l'uom*  sensibile  e  tadvlHto  riasanga  tristamente  InspreMkmlto 
ndrando  uomini  accoccolai*  su  Uppeil,  tulli  hMrntt  a  contare  il  denaso  che 
hanno  ricavato  dalla  vendiU  di  esseri  fatti  ad  Imagine  di  Dio  1 

>  Fui  testimone  in  questo  mercato  di  una  scena  d*  atroce  crudeltà .  VI 
era  tra  le  altre  donne  schiave  una  ragazza  Abissinia,  la  quale  pareva  soffrire 
per  un  grosso  tumore  che  aveva  al  braccio  diritto;  11  padrone ,  credendo  che 
questo  tumore  fosse  II  bubbone  della  peste,  fece  colar  piombo  fuso  sulla  parte 
malata  .  Quella  povera  ragazza  mandava  grida  da  disperata  ;  pronunziava  pa- 
role mbte  a  singhiozzi,  colle  quali  senza  duhhto  supplicava  queir  uomo  ad  aver 
pletA  di  lei  ;  non  pertanto  quel  mostro  fu  senza  compassione .  Gli  feci  dimandare 
pel  mio  dragomaimo  se  il  piombo  Aiso  gli  pareva  efficace  contro  la  peste:  •  Questo 
»  rimedio  uccide  o  guarisce  subito,  mi  rispose:  In  ogni  modo  cosi  mi  piace  di 

>  Indirizzai  a  questo  mercante  di  carne  umana  altre  questioni ,  alle  quali 
ricusò  rispondere;  che  anzi  ci  obbligò  infine  ad  uscire  dal  suo  bazar. 

•  Non  vidi  in  quel  mercato  che  Negri,  Negre  ed  alcune  Ablsslnie  :  le  bian 
che  di  Clrcassiae  di  Georgia  fìuinosi  oguor  plorare  a  Stambul,  dacché  la  Rus- 
sia ha  formalmente  interdetto  questo  infame  commercio  sul  mar  Nero  :  più 
ornai  non  si  trovano  luoghi  pubblici  destinati  alla  vendiU  de'Bianchl .  Non  per- 
tanto mi  é  stato  assicurato ,  che  1  mercanti  degH  schiavi  si  arrischiano  ancora 
qualciie  volta  a  trafficar  sulle  coste  del  Ponto  Bussino  ;  ma  ciò  non  è  che  una  > 


464  MARCBLLU8 

piraterìa  ascosa,  un  commercio  di  contrabbando  ;  ed  anche  quando  ti  merca- 
tante rìesoe  nel  suo  scopo,  ama  fhrne  un  mistero  ;  quindi  il  prezzo  delli  scbla- 
▼I  e  schiave  bianche,  a  cagione  di  questa  rarità,  ascende  a  cifre  esorbitanti , 
relativamente  agli  antichi  valori  :  per  esemplo  una  Georgiana ,  e  pagata  circa 
settemila  cinquecento  franchi  di  nostra  moneta! 

•  Quelli  a  cui  sta  a  cuore  la  dignità  umana,  denno  esser  grati  al  gover- 
no moscovita  per  avere  adottate  severe  misure  dirette  a  porre  un  termine  a 
questo  barbaro  commercio  nel  paesi  di  Clrcassia  e  Georgia .  È  vero  che  In  Tur- 
chia vi  sono  Idee  ben  diverse  dalle  nostre  Intorno  alla  scblavltà ,  poiché  sovente 
furono  visti  e  ancorasi  vedono  li  schiavi  comprati  nei  bazarri,  doventare  I  fk- 
voritl  dei  loro  padroni ,  ascendere  al  primi  impieghi  dello  stato ,  e  cuoprire 
I  posti  perfino  di  visirl  e  di  ministri  della  Sublime  Porta!  Ma  ciò  nonostante  11 
pensiero  rifugge  a  veder  vendere  gli  uomini  al  mercato  come  le  bestie  :  e  pare 
a  prima  giunta  strano ,  che  1  musulmani  non  provino  nessuna  repugnanza  per 
questo  orrlbil  traffico .  Gli  Osmanli ,  che  affettano  avere  si  alta  Idea  di  Dio, 
dimostrano  veramente  ben  poca  considerazione  per  V  uomo  ;  ma  non  bisogna 
dimenticare ,  che  l' islamismo  ha  fatto  scomparire  la  grandezza  umana  davaoii 
alla  grandezza  divina ,  e  qui  sopratutto  é  ammirabile  il  cristianesimo  ;  In  nea- 
suna  religione  l'uomo  é  grande  come  nella  cristiana,  che  Insinua  la  cieatura 
umana  esser  fatta  ad  imaglne  e  similitudine  di  Dio!  Il  commercio  degli  schia- 
vi, ammesso  da  tutte  le  religioni  ed  in  tutte  le  società  antiche,  non  fu  aUmoi- 
tato  presso  di  noi  nel  medio  evo  che  per  la  eccessiva  barbarie  de'popoH  :  ma 
il  Cristianesimo  io  riprovò  sempre,  e  finalmente,  coadiuvato  dalla  filosofia, 
lo  ha  distrutto  :  la  schiarita  non  avrebbe  mal  potuto  nascere  in  una  nazkne 
cristiana  1 


NOTIZIA  BIOGRAFICA 


INTORNO 


AL  VISCONTE   DI  MARCELLUS 


Ljuigi  Augusto  di  Thirac,  visconte  di  Mareellus ,  nacque 
addì  2  febbraio  /77ff.  Usci  dalla  natura  indole  dolce  e  pia, 
e  la  educazione  ch'ebbe  convalidò  qudle  egregie  di$po9Ìzioni . 

Di  buon  ora  ei  fu  esercitalo  alla  vigilanza  ed  alla  pratica 
delle  cristiane  virtii,  da  un  buon  precettore  nominalo  Bour^ 
deau. 

Aveva  appena  quattro  anni,  quando  rimase  orbato  del  par- 
dre;  ma  questi  era  vissuto  abbastanza  per  far  fruttificare  nel 
figlio  le  più  felici  disposizioni  del  cuore  e  dello  spirito  :  solenni 
e  commoventi  furono  le  testimonianze  che  contrassegnarono 
questa  morte  dolorosamente  sentita  dall'  onesta  gente  d' ogni 
classe;  e  alcuni  contemporanei  raccontano,  che  contaronsi  die- 
tro il  funebre  convoglio  ben  cinque  cento  poveri  tra  uomini  e 


468  MARCBLLCS 

donne,  manifestanti  per  non  equivoci  segni  la  loro  sincera  af- 
flizione:  soprattutto  erano  fra  costoro  de' vecchi  e  degV  tnfer" 
mi,  che  avean  fatto  violenza  al  proprio  stato  per  salìUare  il 
loro  benefattore  con  un  religioso  ed  ultimo  addio .  —  Questo 
del  padre,  vediamo  ora  del  figlio . 

Di  diciassette  anni,  il  giovine  erede  del  nome  de'MarceUus 
sposò  la  signora  di  Piis,  la  quale  unione  fu  celebrata  segre- 
tamente secondo  il  rito  cattolico  in  una  cappella  della  ter^ 
ra  di  Beausqour,  attesi  i  tempi  del  terrore;  ma  un  piccolo 
incidente  compromise  subito  la  sicurezza  dei  due  sposi  :  una 
vecchia  fantesca ,  obliando  la  raccomandazione  che  erale  stata 
fatta ,  non  potè  ritenere  in  se  i  moti  della  gioia  per  questo 
avvenimento,  cosicché,  per  supplire  alla  pompa  della  festa  nu- 
ziale, volle  spargere  sulV  ingresso  della  porta  del  castello  al-- 
meno  alcune  foglie  di  lauro:  ma  tanto  bastò  per  richiamar 
l'attenzione  di  iiomini  che  non  potevano  sopportare  nessuna 
superiorità,  neppur  quella  della  disgrazia;  e  la  testa  della 
madre  rotolò  sul  patibolo ,  e  quella  della  giovine  coppia  fu 
seriamente  minacciata . 

Costretto  a  fuggire ,  il  MarceUus  ricevette  per  alcuni  anni 
r  ospitalità  nei  casali  dell'  una  e  dell'  altra  riva  del  fiume  vi- 
cino ,  ma  finalmente  il  suo  ritiro  fu  scoperto  ;  ei  venne  arrestar- 
to,  con(htto  a  Bordeaux,  e  ivi  carcerato  nell'antico  concento 
delle  Orsoline,  posto  in  via  di  Santa  Eulalia,  dove  presente- 
mente vedesi  una  casa  di  carità  amministrata  dalle  suore  di 
San  Vincenzo  de'  Paoli;  la  qual  carcerazione  durò  fino  aUa 
famosa  giornata  del  2  tumidoro,  in  cui  fu  reso  alla  sposa  sua 
ed  alla  libertà . 

Divenuto  possessore  della  terra  di  Beausojour ,  chiese  i  con- 
forti di  una  nuova  vita  alle  lettere  ed  alla  poesia ,  amabili 
figlie  del  cielo ,  che  sanno  render  V  uomo  felice  e  insieme  mi- 
gliore; e  ben  presto  meritò  di  slare  in  relazione  piuttosto  inti- 


VIAGGIO  *»9 


I 


ma  co' maggiori  leUeraiidi  quel  tempo,  come  eoi  FonUnes^ 
eoi  Bonald,  eoi  DeliUe:  e  quando  U  eaniore  <ie'GiardiDi  e 
ddla  Pietà  morì,  il  suo  giovane  ammiratore,  pubblicò  une^ 
ìegia^  che  fu  umveraeimenie  ammiraia  e  distinta^  pel  doppio 
merito  della  easiità  e  gentilezza  de' sentimenti  e  della  purità 
d4lo  stile. 

Questa  prima  composizione  manifestò  nel  suo  autore ,  un 
gusto  deciso  per  U  genere  dassieo ,  gusto  che  più  non  si  smentì 
m  lui:  non  ostante  è  necessario  avvertire,  che  nella  calda  lotta 
cA«  s'impegnò  tra  i  dassieisti  ed  iromantici  non  mai  il  Mar- 
cellus  affettò  umore  ostHee  superbo  per  alcun  geiìere,  ma  so- 
lamenie  si  guardò  sempre  dal  porsi  eUl'  opra  senza  riflessio- 
ne e  senza  piano,  e  d^ introdurre  neUa poesia  l'accento  deUa 
piit  umile  prosa,  e  di  offendere  le  regole  del  gusto.  NeUa  sua 
traduzione  delie  Egloghe  £  Virgilio  9  e  neUe  sue  Epistole  in 
versi,  rinvengonsi  tutte  le  qualità  che  distinguono  lo  scrittore 
esaito  e  coscenzioso.  Del  resto,  coltivò  quasi  esdmivamente  le 
belle  lettere  che  gli  antichi  chiamarono  umane,  e  che  egli 
chiamava  cristiane. 

n  nostro  letterato  aspirava  du$ìque  a  qualche  cosa  di  più 
nobile  che  gli  applausi  e  la  palma  che  desiderava  nonsaprdh' 
be  essere  ricusata  aU'aultofe  ed  al  traduttore  ddle  Poesie  Sa* 
crt^che  illustri  prelati  e  principi  della  Chiesa  crederono  de- 
gne  dei  loro  suffragi.  Univa  all'arte  di  scrivere  rara  e  solida 
erudizione,  nonché  la  perfetta  conoscenza  di  varie  lingue; 
triplice  merito  ereditario  ndla  sua  famiglia:  e  quel  talenio  e 
quelle  doti,  ei  le  dimosirava  al  pubblico  in  modo  luminoso 
nella  sua  bài' opera  deUe  sìmembb^nzb  ìntobno  jlvosìknte 
per  noi  pubblicata.  Quest'opera  i  un  moddlo  di  stile  e  di 
erudizione:  è  piena  della  sapienza  antica;  è  piena  della  dif- 
fcSe  esperienza  nuùva;  è  piena  di  religione,  di  filosofia,  di 
erudizione dassicaepura.  La  brevità  dello  spazio  m' impedi' 


IV.  60 


470  MARCELLUS 

sce  dispiegare,  tcmeUMaredlus  avesse ten  pochi^rioàli ,  ira 
i  9MÌ  eompatfv^U  ewUemparanei,  nel  segreta  e  neU'  tuo  di  fm 
-bene. 

Usciti  i  natali  da  nMissima  famiglia ,  aazida  una  deUe 
più  noMi  stirpi  di  Francia,  fu  di  opinione  fditiea  vealisfea: 
quindialritamo  dei  Borboni  nel  484 i ,  fece  parte  ddeensiffiio 
di  Luigi  XVI II:  ma  ti  nrn^  (sdoperòla^sua  iitfhmusa  eke  a  ope- 
rare  il  bene,  e  dièbeUo  esempio  di  far  tacere  le  passioni ,  gli 
antichi  rancori  diparte,  i  personali  risentimenti:  di  guisa  Ujh 
te  che,  quando  sopraggiunse  laprocdla  dei  oimto  giorni^  per^ 
fino  i  suoi  maggiori  uìwersari  politici  si  emularono  per  offrir- 
gli un  asilo  contro  i  progetti  di  pochi  eaUioi  j  che  egli  od  i 
suoi  avevano  poco  innanzi  Hcolmaio  di  benefizi  • 

Sotto  U  governo  ddla  Restaurazione  fu  costasUemenie  de- 
putalo del  dipattimenèo  detta  Gironda ,  fino  al  48H ,  nd 
guai  tempo  venne  creato  pari  di  Francia:  difese  con  ammirar^ 
bUe  perseveranza,  alle  due  tribune,  interessi  e  diritti  nazionali 
troppo  spesso  per  misteriosa  ine^VecMefataliià  posH  fin  tm  oo^ 
le.  n  n  nostro  erario  sia  povero,  ripeteva  ogli  ai  mimiri,  ma 
ìì  siapuroln  —  «  Come!  esdamaoacon  veemenza  iniiris^ 
»  zandosi  ai  deputati ,  io^^ierete  asquesti  vecchi  guerrieri,  cui 
>»  non  resta  che  la  lorocroceela  lorospada,  toglierete  loroi 
»  mezzi  di  vioere  ^senia  rossore?  Ah!  eredetdo,  la  patria 
»  abbisogna  più  di  virti^  che  di  denaro!  n-'^E  ehinonram- 
menta,  ad  ontadMe  malevole  derisioni  ddk.quali  fu  oggetto, 
chi  non  rammenta  le  sue  incessanti  \proteste  contro  idiritti  fi- 
scali sul  vinello^  bevanda  del  coltmMore  e  deU'  itàdigente  f  In 
tale  occasione,  fin  dal  suo  esordire  oRavommi  de'  pan,  disse 
e  piti  e  più  volte  ripetè:  -«-  »  Signori  ,:quanto  più  ^iam  vicini 
n  ài  trono,  tanto  'maggiofmmU04dobbiamo  occupearcidd  pò- 
)»  vero  !  n  —  Tutto  questo  convalida,  che  s^e^fii  accettò  onori, 
fu  per  fame  profittare  il  euo-sknHoo^peciidmente  ilpovero: 


I 

I 
I 


VIAGGIO  471 

fitflfeijm»  aUé  digniià,  come  in  mezxo  a-  »»oi  contadini^  sem* 
pn  eivoUs  rimaner  fedde  alla  ma  divisa,  presa  do/rimita- 
Mone  di  Cristo:  ^hj  nesoib/.  Cosi  l'evento  del  ISSO  lo  lasciò 
sesuM  rimarsi  come  senza  mormorazioni  contro  e  dalla  parte 
di  fualun^.  I/i  suaindvìgenza  fu  sigrande  ed  ingegnosa, 
4  A  sfuggerirgliperfktio  delle  scussi  in  faoore  di  alcune  màure  di 
/malnz(i^da^k  qualiei  fu  come  gli  altri  grandi  signori  di  Fran^ 
cìk  cidpiio  :  a  Non  per  questo  la  porta  del  mio  cuore  è  meno 
aperjta  ad  essi  »  diceva  sorridendo . 

Facilmente  si  concepisce  da  queste  ispirazioni  di  mansue- 
ifudiinee  di  carità,  quale  dovesse  essere  la  sua  premura  pei  po- 
vesi  e  per  tutti  coloro  cui  Dio  inviaiva  prove  piii  o  meno  as^ 
ffie-  Per  dire  solamente  quello  che  poti  fuggire  al  mistero  on- 
de am>Uufipaivafii  'quando  faceva  il'  bene,  occorrerebbero  dei 
volumi.  Ad  onore  della  nfUura  uniasia,  conveniamo  che  son 
moki,  senza  dubbio,  quelli  che  sarnio  rispondere  alle  voci  del- 
l*  itifortemio,;  ma  egli  non  si  lasciava  intierrogare ,  bensi  gli 
Sedava,  ineentt^^prìàeniva  la  domanda  :  is^dovisiava  il  biso^ 
gno. dogi' inf etici  edH<»  desideri,  ad  onta  ddle  distanze.  »  La 
M  nevt.rieuopre  la  tmra,  scrisoeva  tre  asmi  or  sono  ad  uno  dei 
u  suioifortmatiaìmlipri  ;  ti  tempo  che  si  appresta  per  strug^ 
»  (porla  mn  i  men  cattivo  di  quello  che  laportò.  Cidev  esser 
»  della  misfiia  a  Bordeaux...  Desidero  partecipare  in  qual^ 
»  eheparte  aliene  chevi  si  fa.  ..!Non  mi  risparmiate  m  m4- 
>>^  la...  Pasèe.é legna  non  ricusate  a  qualunque  h  dimandi, 
>r  poiché  siamO'  tuUi  soUdarU  davanti  a  Dio,,  e  non  bisogna 
»  pefmstjtfre  che  nessuno  de*  suoi  figU  d  muoia  accanta  per 
n  fame  o  di  freddo .  » 

Ni  ersAui,  che  ^guesie  parole  fossero  l'espressione  di  t^na 
cariti  di  dreoskmxadlispràinatae,  cieca;  chi  dagran  tempo 
eidisiribuina  ai  hisogfìosi  la  maggior  parte  delle  sue  rendite  e 
delte  sue  roccolte.NoH  avea  perdb  menotnammite  dminuitù  U 


472  MARCBLLUS 

SUO  patrimonio:  ed  in  ciò  ehiarumenU dimoitravasi  fuomo  del 
Vangelo  ^  V  amminiitratore  dei  beni  aviti,  U  depoeitario  di  un 
vasto  patrimonio  a  prò  del  povero  :  egli  stimava ,  con  un  pa^ 
dre  della  Chiesa,  che  per  esser  meritoria  l* elemosina  non  dth- 
vera  solamente  esser  fatta  per  quando  non  saremo  più ,  e  non 
abbisogneremo  più  di  nulla  ;  ma  che  ogni  uomo  caritatevole, 
deve,  come  la  povera  vedova  del  NaoYO  Testamento,  dare 
in  tutta  la  sua  vita  del  suo  bene ,  e  de' suoi  cenci  stessi,  in 
mancanza  di  meglio ,  e  quanto  msomma  aver^>be  potuto  ser» 
vire  per  sua  propria  utilità . 

Vi  sarebbero  da  raccordare  del  visconte  di  Marcellus  cento 
atti  di  carità  meditata  e  piena  di  verace  rassegnazione  a  qua^ 
lunque  sacrifizio;  ma  per  non  dilungarci  di  troppo  non  citeremo 
che  questo  fra  mille .  —  Dopo  un  accademica  ricreazione  da- 
ta da  un  suo  amico ,  e  nella  quale  il  Marcellus  aveva  letto 
alcune  stanze  sur  un  sito  d' Italia,  gV  venne  U  pensiere  di  far'-- 
ne  stampar  la  musica  e  he  lui  stesso  vi  avea  sopra  composta  : 
quindi  e' s  informò  di  quanto  poteva  eostare,  ed  espresse,  non 
senza  la  solita  modesta  esitazione ,  il  disegno  di  darsi  questo 
piacere.  Ma  nel  tornare  a  casa  andò  a  fare  una  visita  a  cer^» 
ta  povera  famiglia,  della  quale  da  diecianni  era  Vappog'- 
gio  ;  ricevè  le  confidenie  di  que'  meschini ,  e  ndla  notte  senza 
dubbio  se  ne  sowetme ,  perchè  la  dominane  parti  di  buon  ora  pel» 
ta  sua  villa  (il  castello  di  Marcellus)  affine  di  non  cedere  tUla 
tentazione  di  pubblicare  la  sua  musica;  ma  prima  dipartire, 
fece  recapitare  M'amico  il  doppio  della  somma  con  tutt* altro 
destino,  e  tale,  che  consolò,  rallegrò,  soUevò  la  famiglia  mi- 
digente.  ' 

La  vita  del  visconte  di  Marcellus  era  dolce  e  ftiice  per  ogni 
rispetto  :  lui  (f  mdole  amorosa ,  lui  circondato  da  cari  paren^ 
ti,  lui  possessore  dei  mezzi  materiali  per  fare  del  bene,  lui 
legato  in  amicizia  con  ottimi  amid,  lui  sapiente,  erudito,  re- 


VIAGGIO  473 

ligio9o,  icùrreva iavita  contento,  soavemerUe  e  con  pace,  lon- 
tano dai  mondani  rumori ,  in  una  delle  pia  amene  campagne 
della  Francia  Occidentale .  hi  allato  della  carità  coltivava  le 
lettere,  né  cessò  di  studiare  e  di  scrivere  finché  gli  durò  la  vita. 

In  que' dolci  oziied  onesti,  con  l'accento  di  mestizia  che  gli 
fu  sempre  abituale ,  pochi  mesi  innanzi  la  ma  morte  scrive- 
va :  —  »  Quando  per  sollevare  il  mio  spirito ,  cerco  una  felice 
rimembranza  della  mia  passata  gioventù,  m'immagino  di  per- 
^correre  le  gallerie  del  Louvre,  e  di  arrestarmi  in  quella  lunga 
sala  dove  penetra  una  luce  si  scarsa  dirimpetto  aUa  bellissima 
Venere  di  Milo  ;  a  quella  Venere,  che  fin  dal  suo  rinascimen- 
to io  primo  mostrai  ai  raggi  dello  splendente  sole  delV  Arci- 
pelago ed  ai  sìmvi  lucori  della  luna  d' Atene;  e  mi  sento  ntio- 
vamente  colto  dallo  stesso  entusiasmo,  che  una  volta  animava- 
mi  alla  sua  vista.  NeUamia  estasi,  oblio  quanto  mista  d'in- 
torno ,  fisso  i  miei  occhi,  mi  par  di  vedere  quella  sua  nobile 
figura,  ina^ocio  fieramente  sul  mio  petto  le  braccia ,  sollevo 
il  mio  capo  ornai  curv€Uo  sotto  molti  dolori,  prendo  atteggia- 
mento quieto  e  riflessivo  come  per  rendermi  più  degno  della  mia 
dea,  e  resto  immobile  e  silenzioso . . . 

»  Poscia ,  nelle  lunghe  meditazioni  degli  andcUi  tempi ,  le 
quali  formano  adesso  i  miei  più  dolci  diletti,  mi  trasporto  col 
pensiere  nella  Siria ,  nell'Egitto,  a  Rodi ,  insieme  con  questa 
nìAova  Elena  da  me  alla  Grecia  rapita:  infatti,  non  fu  ella  la 
cara  compagna  de' miei  viaggi  che  la  presenza  di  ìei  illumi- 
nò? Ed  ora  non  è  ella  un  testimone  quasi  vivente  dei  migliori 
giorni  della  mia  vita  che  dileguasi  sì  rapida  e  scolorita  ? . . . 

»>  Dopo  queste  rimembranze  delle  peregrinazioni  di  Vene- 
re ,  che  la  memoria  della  sua  beltà  mi  richiama  allo  spirito , 
vengono  le  reminiscenze  degl'inni  cantati  in  onore  di  lei,  qtum- 
d' ella  abbandonò  la  sua  patria  per  amor  della  mia . 


474  MAHCBLLUS 

n  O  Tu,  le  iieo  eel  Wmhelmann  francese  (4);  0  h^eke 
n  ci  offn  coUa  più  e^a  idèa  dMa  naksra  fkii^^ 
»  abbia  iapuio  imiiare,  U  fm  hd  cataitm^  di  forme,  Hpiù 
»  fdice  insieme  di  vera,  di  ttUgrandioeo]  di  graxiia  e  di  no» 
>y  Mtà;  tu,  dei  essere  figlia  del  divino  Prmsiiele. 

n  Casia  connazionale  di  Elena,  vado  r^fetendo  00»  uno 
n  dei  criiici  pia  ingegnosi  e  severi  de' nostri  giorni,  tuisi  gli 
M  onori  e  tuni  i  rispetti  sono  dovuH  Ma  taa  gioventit,  allatws 
ìf  nohih  origine . . .  Non  mai  U  sentimenio  dMaumema  bel- 
n  lezzafuspiniopiàoUreeheini€...FigHadiFidia,tusei 
»  idea  del  divino  Omero  !  » 

M  Quindi  eselamo ,  come  U  LaFonlemei 


0  Oh!  fut  pouTrok  dccrire.  en  langue  du.Panumse, 
)»  La  maie$u  du  Dieu,  wnport  si  plein  degraoe y 
M  Cèt  air  qut  V  onn  a  poinl  chez  nous  autres  mortets  « 
xft  Et  pour  qui  V  agc  d'  or  im^enta  des  auiels  (2)  / 


»  FinalmenU,  lasciando  spcLziare  la  mia  imaginazione  ver-- 
so  que*  bei  mari  che  Venere  attraversò  sotto  la  mia  custodia, 
riirovo  nella  mia  memoria,  come  nel  mio  voluminoso  giornale 
di  viaggio,  certi  tratti  da  me  apposta  trascurati  nelle  miegio^ 
vaniU  Rimembranze  deH'Qrieiite,  per  non  ingrossare  di  trop- 
pò  un  raecosUo  accolto  dal  pubblico  pochi  anni  or  seno  con 
tanta  indul^za. 

n  1120  agosto  48SiO,  la  StafiEétta  usava  dal  porto  di  Ro- 
»  di,  e,  solo,  inoperosa  m  mezsM  atte  maoùvre  del  naviglio, 
1»  appoggiato  sulle  sartie,  mirava  lentamente  allontanarsi 
w  ^filetta  città,  antica  favorita  di  Grecia  e  di  Roma^  e  ades^ 


(1)  Quairénìin  d$  Qtdney.  Notizia  sulla  Venere,  I8Si. 
{2)  La  FaniaiM9  P$lf^,  Uò,  I. 


VIAGGI/) 


475 


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II 
II 
II 
II 
II 
II 
II 

II 


SO  languente  sotto  ramne  ombrate  dai  cipressi.  Seguiva  co- 
gli occhi  la  spiaggia  dell'isola,  detta  qwde  òisenstbAmenU 
perdeasi  la  linea  sabbiosa,  e  le  eoUòie  appoco  appoco  i?e- 
lawMÌ  eoi  vapori  del  mare;  quando  Yorgos,  pilota  greco, 
ozioso  dal  momento  che  scompariva  la  costa,  e  stanco  senm 
dubbio  di  ripetere  ai  marinari  il  suo  gergo  italiano  poco 
compreso  da  ambe  due  le  par  ti,. mi  s' appressò  per  parlare 
a  suo  piacere  la  sua  lingua  materna.  Io  V aveva  assuefatto 
ad  una  grande  famigliarità,  affine  di  meglio  apprendere  la 
pratica  ddsuo  armonioso  idioma,  ed  egli  non  temeva  intera- 
rompere  le  mie  meditazioni  perchè  troppo  sicuro  ch'io  gli 
axrei  perdonato  tutto  in  favore  di  poche  parole  greche. 
Il  Egli  indovinò  subito,  da'  miei  sguardi  e  dal  silenzio, 
tutto  U  mio  rammarico  di  abbandonare  si  presto  quel  lido 
delizioso;  e  come  per  consolarmi: — Àbbiam  fatto  bene , 
signore,  a  lasciar  Rodi;  mi  disse,  con  aria  maligna.  — 
Come  !  pilota,  gli  risposi,  eri  dunque  sazio  di  porto  così 
buono  e  d' isola  tanto  betta  ?  —  Oibò  !  signore,  anzi  è  que- 
.  ^t  uno^  de  nostri  ancoraggi  preferiti .  —  Sarebbe  dunque 
perchè  incominciano  a  spirar  venti  favorevoli,  perchè  quelle 
nubi  bianchicce  che  coronano  il  Tauro  sono  propizie  a  na- 
vicare  alla  volta  di  Creta? — Ah!  nò,  signore;  al  contrario 
temo  anzi  per  questa  notte  forti  venti  occidentali,  che  jpo^ 
trMono  gettarci  in  mezzo  agli  scogli  di  Kasos,  o  verso  i 
mari  deserti  di  Cnido.  Ma ,  qualunque  cosa  accada ,  ab- 
biam  fatto  bene,  ripeto,  a  lasciar  Rodi.  Poiché,  aggiunse 
sorridendo  maliziosamente,  rischiammo  di  perdervi  una 
persona  del  nostro  equipaggio ,  o  per  dir  meglio  una  parte 
della  nostra  zavorra . 

-—  Il  Spiegati,  Yorgos,  replicai;  non  indovino  gli  enimmi, 
e  non  intendo,  lo  sai,  che  U  greco  semplice  e  chiaro. 


476  VARCBtLIJS 

—  »  Ebbene!  signore:  mentre  cercavate  piccoli  coccodrilli 
»  e  francolini  frai  lauri  rosa  della  pianura  di  Cremasti, 
n  noi  eramo  a  bordo  della  Staffetta  nel  porto  di  Rodi  total-- 
»  mente  oziosi.  Io,  pilota,  non  avendo  nuUa  da  fare  in  un  va-- 
»  scello  ancorato ,  girava  sempre  pdla  città  nella  quale  ho 
»  molte  relazioni,  e  vi  passava  il  mio  tempo  in  ragionare  li- 
»  beramente  come  faccio  con  voi.  Ieri  V  altro,  trovandomi  m 
w  casa  di  un  Greco  di  Smime  domiciliato  a  Rodi  coUa  moglie 
»  e  due  figlie  pel  commercio  delle  spugne,  mi  posi  a  rae-- 
n  contare  il  successo  fra  voi  ed  i  nostri  magistrati  di  Milo , 
n  quando,  in  cambio  della  gran  pietra  bianca  che  noni  buona 
»  a  niente,  ci  daste  di  che  fabbricare  mólte  barche  e  molte  re^ 
ìì  ti.  Ma,  siccome  i'  sono  unpo'tristarello,  specialmente  quan- 
»  do  mi  trovo  a  terra,  invece  della  pietra  bianca  nominai  nel 
»  mio  racconto  lapiù  vezzosa  ragazza  della  nostra  isola  ;  Mar- 
»  ritza,  per  esempio,  che  voi  trovate  cotanto  bella:  ed  ho  fai'- 
»  to  credere  a  quella  buona  gente,  che  l'avete  tolta  per  far^ 
»  la  vostra  legittima  sposa,  e  che  la  custodite  gelosamente  a 
»  bordo ,  senza  permettere  eh'  ella  abbandoni  il  luogo  che  le 
»  avete  assegnato  sotto  U  ponte,  né  la  vela  m  cui  V avete  av-- 
ìì  volta,  pel  timore  de*  Turchi  ed  anche  un  poco  de' Greci.  — 
»  Che  ne  dite ,  signore ,  della  mia  invenzione  e  della  burla  f 

—  »   Te  lo  dirò  quando  saprò  tutto  ;  continua . 

—  »  Sappiate  dunque,  che  le  donne  di  Rodi  sono  curiose 
»  quanto  quelle  di  MUo,  di  Nassa,  di  Scio 

—  »  Andiamo,  non  stare  a  nominarmi  tutto  V  Arcipelago . 

—  »  Mi  furono  fatte  mille  domande;  dubitassi  della  mia 
»  veracità;  fui  sfidato  a  dame  delle  prove  :  ed  io,  per  non  aver 
n  scorno ,  che  tuttavia  bene  mi  meritava,  acconsentii  a  lasciar 
»  vedere  la  vostra  bella  reclusa ,  ma  da  lontano ,  al  soprastar 
>»  della  notte,  e  sotto  l'espressa  condizione,  che  la  moglie  elefi^ 
n  gliuole  dello  Smimiota ,  non  farMero  U  minimo  strepilo  per 


VIAGGIO  477 

n  svegliarla;  avvegnaché,  dissi,  nonpotevasiprofiUareperla 
»  nostra  misteriosa  visita  che  dell'  ora  del  suo  sonno .  Tutto 
n  questo  ben  convenuto,  imiei  compatriotli  ascesero  a  bordo 
»  col  pretesto  di  visitare  il  naviglio,  e  scorsero  infatti,  nel- 
ìi  l'ombra  e  sotto  le  sue  tele,  che  io  aveva  alquanto  remos- 
»  se  dalla  faccia ,  la  vostra  Maritza  che  riposava  sul  suo 
»  letto . 

»  Quello  però  che  non  aveva  previsto  si  è,  chele  Smimiote 
»  ne  vociferer^bero  per  tutta  la  città:  infatti,  ieri,  dal  porto 
»  fino  al  palazzo  de'  grandi  signori,  mi  si  chiamava  in  ogni 
>»  casa  per  farmi  recitar  la  mia  favola .  Finalmente  stamat- 
»  tina  ho  saputo ,  che  il  musseliao  medesimo  (il  governa^ 
»  tore) ,  era  anch'esso  informato  della  cosa,  perchè,  quantuU'* 
»  que  ìwn  vivano  insieme,  credetelo,  ciò  che  la  donna  greca  sa 
>»  la  turca  non  lo  ignora  lungamente .  Le  odalische  del  mus- 
n  selino ,  più  curiose  ancora  delle  nostre  isolane ,  han  messo 
M  sossopra  tutto  V  harem  per  ottenere  di  vedere  esse  pure  la 
»  bella  greca  addormentata.  Il  loro  signore  non  osò  dapprima 
»  chiedervi  direttamente  tal  grazia  ;  ma  intanto  vi  regalava 
»  magnifici  canestri  di  fiori  e  di  frutta,  affine  di  disporvi  fa^- 
»  vorevolmente  ad  una  sua  visita  ;  e  se  non  fossimo  partiti 
»  di  buon  ora,  egli  sarebbe  venuto  questa  sera  a  sollecitare  per 
n  le  sue  donne  U  favore  di  una  notturna  conferenza;  e  forb- 
ii se  anche  per  sé  stesso,  avvegnaché  egli  gode  ndl' Arcipela' 
>»  go  la  reputazione  di  ìwmo  affezionatissimo  alla  beltà . . . 
»  ila  adesso  siam  ben  lontani  da  Rodi;  non  vi  è  più  da 
»)  temere. 

—  »  Yorgos,  gli  dissi,  or  tocca  a  te  ad  ascoltarmi.  Se 
»  mai  simil  mensogna ,  o  altra  indiscretezza  e  malizia  di  que- 
»  sto  genere  tu  rinnuovassi  in  qualunque  delle  isole  dove  ap- 
»  pr oderemo,  tieni  bene  a  mente  ciò  che  ti  dico:  tu  non 
»  ritornerai  più  mai  a  MUo  !  Per  questa  volta  io  ti  perdono , 


IV.  64 


478  MARCELLUS 

»  giacché  il  pericolo  passò,  e  perchè  trovi  la  mia  sUUua  degna 
ìi  di  svegliare  la  curiosità. 

—  »  Signore!  quanto  a  me  (replicò  Yorgos  assai  poco 
»  commosso  dalle  mie  minacce ),  non  faccio  gran  canto  ditma 
n  donna  di  marmo:  ma  le  signore  Smòmiote,  che  la  credei^ 
n  ter  viva,  non  poterono  astenersi  dal  lodarla:  la  madre  di^ 
»  ceca: — è  più  bella  e  più  bianca  di  tutte  le  Gocconitze  di 
»  Smirne^  colle  loro  teste  adorne  di  oro  e  dì  flori; — la  figlia 
n  maggiore  rispondeva  : — è  più  grande  e  meglio  fatta  di  tutte 
»  le  fanciulle  di  Sime  colla  loro  pettinatura  tanto  alta  che 
»  pare  portino  un  anfora  sulla  testa  (1) ,  e  die  vengono  a 
»  Rodi  per  seryirci  ;  —  che  bella  Panagìa  (madonna  )  !  ag- 
ii giugneva  la  più  giacine:  ha  un*  aria  si  maestosa  e  ad  un 
n  tempo  cosi  soave,  che  se  fosse  stata  in  chiesa  V  avrei  invo- 
»  cfita!» 

—  n  Ed  io  pure,  esclamai  dal  canto  mio  dimeniieando 
n  il  pilota  e  la  sua  imprudenza ,  ed  io  pure  piegherei  le  gùèoo- 
»  chia  davanti  a  questa  divina  meraviglia  ;  poiché  trasanreti' 
»  do  r  Europa,  TEgitto  e  r  Asia,  vidi  ne'  miei  lunghi  e  peno- 
»  si  viaggi  molti  prodigi  di  bellezza,  ma  non  mai  trovai 
»  astro  così  splendente  ;  e  son  di  parere,  che  neppure  gli 
»  stessi  Dei  abbiano  contemplato  nelF  Olimpo  nulla  di  egua- 
»  le  a  questa  imagine ,  che  superando  le  mie  speranze  e  le 
»  mie  illusioni  s*è  impadronita  del  mio  cuore  (2) . 


•  1)  Espressione  simile  ti  verso  d' Omero  : 

OmsszA  ,  ili».  sHy  ^vCMt  '2^ì 
(2)  Eucòtrr^,  Ai6ùriy,  re  xac  A'tftVa  rà^av  aust^a^, 
Saxtfixrat,  iivpix  xaXà  rcAUTrÀxvtn;  u^tÒ  av7.&^;  , 
A>.X*  ourò»  ToioÙTov  tJov  y/Àac»  ow^«'  Oav^^ttm 
AÙTOÙ^  A'02v«rovc  iri o  otouai  l7o>  tff/aOxi 

Meno»* ILO  Dam AftCKSO ,  ctt.iUf  Ji  Siuli«v. 


VIAGGIO  479 

»  E  dopo  questa  escloìnazione  ispirata,  collo  da  non  so 
»»  qiude  puerile  inquietudine ,  discesi  subito  sotto  il  ponte  della 
n  nave  per  vedervi  coi  miei  propri  occhi  e  per  toccarvi  colle 
»  mie  proprie  mani  U  prezioso  tesoro  •  La  mia  Venere  giace^ 
n  va  sempre  nel  luogo  ov'era  stata  posta  con  ogni  cura,  per 
»  evitarle  gli  urti  del  mare  e  nuove  mutuazioni;  era  sempre 
»  avvolta  neUa  tela  delle  vele:  ma  tra  quei  legami  e  sotto 
»  que' rozzi  panni,  era  sempre  vittoriosa  e  sovrana ,  come  or 
)»  si  vede  dominare  sotto  le  gallerie  del  Louvre,  ch'ella  venne 
n  ad  arricchire  e  consolare  ad  un  tempo .  >i 

Cosi  il  visconte  di  Marcellus  ricreavasi  nella  vecchiezza 
colle  rimembranze  della  sua  gioveniii;  e  gloriavasi  e  facevasi 
vanto,  giusto  ed  innocente  non  superbo  e  presuntuoso,  di  aver 
dato  alla  Francia  la  )»tù  bella  statua  antica  di  donna,  che 
dopo  la  nostra  Venere  Medicea  si  conosca  » 

Quantunque  non  decrepito,  quantunque  sano,  ntdladimeno 
lo  stato  fiacco  del  corpo  dimostrava  non  lontana  la  fine  del-' 
l'egregio  viaggatore  :  il  fuoco  sacro  ma  divorante  del  sentimento 
lo  avea  consunto.  Egli  era  troppo  filosofo  per  non  accorgersi 
della  prossimità  della  catastrofe ,  ma  non  se  ne  spaventava  ; 
tuttavia,  l'ora  suonata  desiderava  il  fine  pronto  e  placido. 
Pochi  mesi  avanti  la  sua  morte  essendo  per  apoplessìa  fulmin 
nante  mancato  ai  vivi  U  Saget,  suo  amico  affezionatissimo  ed 
una  delle  glorie  del  foro  Bordelese,  egli  scriveva  ad  un  parente 
di  quello  queste  parole  notevolissime m  —  Onoravo  ilcarat^ 
tere,  ammiravo  i  talenti  di  questo  eccellente  magistrato  ;  e  per^ 
chi  conoscevo  la  sua  fede  considero  la  sua  marte  improvvisa 
siccome  un  benefizio  per  lui:  Non  tetigit  illam  tonnentani 
mortìs:  gran  lezione  per  noi  tutti!  n 

Or,  perchè  non  crederemo  che  queste  parole  rondassero  un 
presentimento  f  —  Giunto  all'  anno  sessantesimosesto  della 
sua  vita,  F  ultimo  di  dd  4844,  mentr'era  intento  a  ricevere  e 


480  MARCELLCS 

dare  gli  auguri  delle  felicità  del  capo  d' anno  agli  amici  ed  ai 
parenti,  mmtr  era  circondato  da  quelli  che  la  Scrittora  dna-- 
ma  tanto  a  proposito  la  corona  dei  vecchi,  la  sua  testa  appo- 
co appoco  s' inclinò  nelle  sue  mani,  e  dolcemente  ei  %'  addor- 
mentò del  sonno  de*  giusti . 

Questa  fu  la  fine  del  visconte  di  Marcellus  ;  queste  le  sue 
azioni;  queste  le  sue  opere  . 


flNE  PELL'OPCRÀ 


INDICE 


GERUSALEMME  E  SUOI  CONTORNI 

Gap.  XIV.  ijrerusalenrimcSuoicoatornì  — Citta  dì  Giuda.  Pag.  11 
Gap.  XV.  II  Mar  Morto  ^  Il  Giordano  —  Gerico — fietlemme  .  »  31 
Gap.  XVI.  Ultimi  giorni  a  Gerusalemme  —  Il  Padre  Munoz  — 

Lettere  dello  Ghateaubriand »     55 

Gap.  XVII.  Conventi  di  Terra  Santa  —  Loro  costituzione  ~  Pos- 
sedimenti e   prerogative    dei  Cattolici  protetti  dalla 

Francia »     75 

Gap.  XVm.  Partenza  da  Gerusalemme—  Abdallah   capo    dei 

Vehhabbiti  -  Giaffa »  103 

BASSO  EGITTO 

Gap.  XIX.  L'Egitto »  119 

I.  Alessandria   ed  il  Nilo »     ivi 

II.  //  Cairo »  185 

in.  Le  Piramidi »  147 

IV.  Ritorno  ad  Alessandria^  Mehemet  Ali »  167 


283 


INDICE 


ISOLE  DELL'EGEO 

Oap.  XX.  Rodi   ^  La  Pianura    dì  Kremastì    —   La    Fontana 

Rodini P»g.  185 

t  Gap.  XXI.  L'Arcipelago—  Isole  Candia ,  Paros,  ^'assot  e Sira  •  207 

GRECIA 

1  Gap.  XXII.  L'Attica—  Il  CapoSunio  —  11  Pireo  — Atene  .  .   •  237 

■  Gap.  XXIII.  Gorìnlo — Argo— Isola  Egina •  255 

Gap.  XXIV.  L' Inietto  e  Maratona  —  Smaragdi «SOI 

ASIA  MINORE 


Gap.  XXV   Smime  —  La  Misìa  e  la  Bilioia »  325 

TURCHIA  EUROPEA 

Gap.  XXVI.  Gostantinopoli  —  Apparecchi  per  la  partenza  .  .  •  355 
Gap.  XXVII.  La  Romelia  e  la  Valacchia  —  Adrianopolì  e  Bd- 

cbarest •  361 

NOTE  ED  AGGIUNTE 


Ganale  d*  Alessandria  o  di  Bfahmudièh 

Le  Piramidi  di  Gizèh 

Medio  ed  Alto  Egitto ,  e  le  Oasi 

Atene 

L' Eubea ,  e  le  isolette  vicine 

Escursione  nell'  interno  dell'  Anatolia 

Alcune  delle  cose  principali  di  Gostantinopoli     .  . 
KoUxta  biografica  intomo  al  visconte  di  Marcellos 


385 
385 
391 
409 
415 
423 
459 
465 


n 


INDICAZIONE 


DELLE  TAVOLE  CHE  ADORNANO  LA  PRESENTE  OPERA 


COL  NUMERO  DELLB  PAGINE  A  CUI  DBNNO  ESSER  POSTE 


VOX.VaiC   PRIMO 

Carta  Geiieraie  del  Viaggio Pagina  142 

Idea  della  Topografìa  del  paese  detto  Trota,  ec »  158 

Campagna  ove  fu  Troja •  163 

Costantinopoli 180 

Ellesponto |249 

Venere  di  Milo •  ^§8 

Le  giovani  greche  di  Milo  {tavola  colorita) ...»  308 

liana  dei  Lidi  Elidili  1  d'Europa  •  d'  Asia óu 

VOLUME  SCCOVOO 


Gerusalemme •    14 

Mar  Morto •    38 

Afessandrto »  II9 

t'erta  del  Basso  Egitto •  129 

Piramidi  di  Gyzcb »  M7 

Carta  deirAtticR  e  dell'ArgoUde ,  della  Corìntia  e  della  Megaride,  ix.  .  »  2)7 

Acropoli  d'Atene 2^3 

Golfo  di  Salamioa •  2S9 

Teiic «391 

Pìanie  dolla  città  e  porlo  di  Co.tantlnopoli,  e  di  Atene  antica  e  moderna .  •  459 


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